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Stavolta gli Usa hanno attaccato la Siria. Ne parliamo con Fulvio Scaglione, giornalista, da anni vicedirettore di Famiglia Cristiana. Buongiorno Fulvio, grazie per essere con noi.

Grazie a voi, buongiorno a tutti.

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Ci siamo svegliati questa mattina con l’attacco, con i 59 missili statunitensi lanciati sulla Siria e quindi con una guerra che è un po’ più vicina ancora?

No, io non credo che questo sia il prologo di una terza guerra mondiale, come molti dicono e anche con qualche legittima preoccupazione. Penso invece che sia l’ennesima recita, l’ennesima messa in scena di questa guerra che da sei anni; oltre ad essere un grottesco incredibile massacro, è anche una rappresentazione. Io credo che i russi fossero avvisati di questa operazione americana, che è un’operazione molto mirata, condotta per fare, in realtà, il minimo dei danni e per non dare l’idea che si tratti di una rappresaglia indiscriminata. Credo che questa operazione non sia stata varata da Trump per le ragioni dichiarate. Certamente non è un’operazione che contribuisce ad eliminare il terrorismo, come ha dichiarato Trump. Certamente non è un’operazione che farà cadere il regime di Bashar al-Assad. Credo che Trump avesse bisogno di lanciare un segnale al proprio elettorato e all’opinione pubblica interna americana, un segnale che dica: “non è vero che sono succube dei russi, non è vero che sono disposto a qualunque compromesso per compiacere Vladimir Putin”. Questo il senso. D’altra parte è un’operazione militare che ci dice anche altre cose. Per esempio ha fatto più danno a Bashar al-Assad in una notte Trump di quanti anni abbia fatti in due anni e mezzo Barack Obama all’Isis con i suoi presunti bombardamenti. Anche questa è una cosa da rilevare. Naturalmente resta invariata la situazione nella provincia di Idlib, dove c’è stato l’attacco dell’altro giorno che tanti morti ha fatto; perché, per quanto si faccia sfoggio di sdegno e di pietà, la situazione nella provincia di Idlib resta questa: i “ribelli moderati”, quelli che dovrebbero essere, secondo alcuni, la speranza della Siria del futuro, sono in fortissima difficoltà, perché la prevalenza militare nella provincia è tutta a favore dei jihadisti di Al Nusra, che sono militanti di Al Qaeda. Quindi la situazione lì è quella; cioè che il terrorismo sta avendo la prevalenza netta in questa provincia che ancora sfugge al controllo di Russia e diAssad.

Quello che mi colpisce di questa situazione, e di altre in passato, è come non si riesca a capire quali sono le conseguenze di certi atti. L’attacco terroristico globale che stiamo vivendo negli ultimi anni certamente non è scollegato dalle politiche che l’Occidente ha tenuto nell’area per 25 anni. eppure il metodo sembra continuare ad essere lo stesso. Mettiamo mano, facciamo quello che ci serve nel momento contingente, senza nemmeno un briciolo di sguardo di medio o lungo periodo. E’ una lettura possibile?

E’ sicuramente è una lettura possibile. Però io insisto, anche la presunta “guerra al terrorismo” che fu proclamata nel 2001 dopo gli attentati alle torri gemelle è, a sua volta, una rappresentazione. Dal 2000 al 2016 i morti per opera del terrorismo islamico, che è al 95% terrorismo islamico sunnita, sono cresciuti di 9 volte. Quindi non c’è alcun risultato in questa lotta al terrorismo, perché, secondo me, non c’è alcuna vera guerra al terrorismo islamico. Non può esserci nessuna vera guerra al terrorismo islamico finché i paesi occidentali – per primi gli Usa, ma anche Regno Unito, la Francia, l’Italia stessa – sono i migliori amici, i migliori partner commerciali, i migliori alleati militari dei paesi che, in base a tutto ciò che noi sappiamo, sono i principali sponsor e finanziatori e ideologhi del terrorismo. Cioè le petromonarchie del Golfo Persico. Questa non è un’opinione, è un dato di fatto. Tutto ciò che noi di serio, di scientifico, sappiamo, ci dice che i paesi che ispirano e finanziano il terrorismo islamico nel mondo sono quelli: l’Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait. Quelli, e sempre quelli, da 40 anni. D’altra parte questa nostra conoscenza ci è stata confermata anche dalle e-mail di Hillary Clinton, cheWikileaks ha rivelato prima nel 2010 e poi nel 2015. Basta andare a vedere sul sito diWikileaks, leggersi le cose che la Clinton scriveva ai suoi collaboratori in queste occasioni. E’la stessa Clinton che dice che i governi di Arabia Saudita e Qatar sono i finanziatori dell’Isis. Quindi, siccome noi non prendiamo provvedimenti contro questi paesi, ma prendiamo provvedimenti contro paesi che hanno magari altre responsabilità, ma non quelle – come abbiamo fatto con l’Iraq, con la Libia, la Siria – è ovvio che nessuna guerra al terrorismo esista realmente e nessun risultato sarà ottenuto.

E’ inquietante questa ricostruzione, anche perché molto attinente alla realtà. Cosa ci possiamo aspettare invee nei rapporti tra Stati Uniti e Russia, anche alla luce di quello che lei diceva poco fa: i russi erano stati avvisati dell’imminente attacco.

Io credo che in Medio Oriente e Nord Africa, tra Stati Uniti, Russia, Israele, Siria, ecc. si stia giocando una partita molto complicata. E’ di queste ore, ad esempio, la notizia che la Russia ha deciso di riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale dello stato di Israele; che è una presa di posizione abbastanza clamorosa. E’ la stessa presa di posizione che aveva ventilato Trump, eche era stato criticatissimo per questo. La stessa Israele, peraltro, che ha sostenuto, appoggiato Trump nei suoi bombardamenti contro la Siria. Quindi in tutta quest’area, questa vasta vasta area destabilizzata, si sta giocando una partita tra potenze regionali e potenze globali molto complessa, molto complicata, che evidentemente in parte sfugge anche ai migliori osservatori. E’ una partita di cui, probabilmente, vedremo le conseguenze solo tra qualche tempo.

Chiarissimo. Fulvio io ti ringrazio per essere stato con noi e per averci aiutato a fare un po’ di chiarezza in questo quadro così complesso.

Grazie a voi.

http://contropiano.org/

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1(ANSA) – NEW YORK, 23 FEB – Una decina di persone sono state arrestate per essersi rifiutate di lasciare il campo di proteste contro la realizzazione dell’oleodotto in Nord Dakota. Alcune tende sono state date alle fiamme ma non si registrano scontri con le forze dell’ordine. Ieri l’amministrazione Trump aveva lanciato un ultimatum, intimando ai manifestanti, in gran parte nativi della tribù dei Sioux, di lasciare l’insediamento.
Secondo quanto riferiscono le autorità, la maggior parte degli occupanti è andata via senza opporre resistenza. Le operazioni di sgombero andranno avanti per tutta la giornata, per consentire poi la pulizia del campo. Il governatore del North Dakota Doug Burgum ha sottolineato che le poche decine di manifestanti rimasti questa volta non saranno arrestati.
L’evacuazione – ha ribadito – si è resa necessaria per evitare che le acque dei fiumi vengano contaminate dai rifiuti trascinati via dagli allagamenti previsti per le forti piogge.

Evacuation of protesters opposing the Dakota Access Pipeline in North Dakota

“Ce n’est que un debut, continuons le combat”

 A qualcuno piace Trump (3° Parte)

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Lo slogan del lontano 1968 utilizzato dal Movimento Studentesco Francese è appropriato al clima di conflitto socio politico in atto negli USA durante la presidenza Obama, nelle primarie dei Democratici per la scelta del candidato alla Casa Bianca e durante i comizi di Trump e dopo la sua elezione.
Negli USA, dal movimento Occupy Wall Street del 17 Settembre 2011, alla rete attuale dell’opposizione sociopolitica di Black Lives Matter, Climate Chang, No Dapl, Movimento anarchico, quello delle Donne, Movimenti per i diritti civili, è ormai certo che il conflitto sociale negli USA accompagnerà il cammino presidenziale di Donald Trump.
o_p28xm2Che il vasto fronte di opposizione sociale e politico americano non renderà facile il percorso governativo del ramato Trump lo si è capito dall’insediamento alla carica, addirittura nel giorno del discorso d’inaugurazione, con il corteo che voleva raggiungere la Casa Bianca,  dove si sono verificati scontri con la polizia e centinaia di arresti. Nello stesso giorno proteste si sono svolte in diverse città con lo slogan “Non è che l’inizio”, che accompagna le mobilitazioni negli USA, anche a seguito dei decreti governativi anti islam.
L’opposizione politica di sinistra ed antagonista del vecchio continente, compresa l’Italia, rispetto allo scontro “di classe” in atto nel cuore dell’Imperialismo deve porsi la domanda :  Che fare ?
E’ questo il momento in cui la solidarietà internazionale deve farsi sentire e rendersi visibile, poiché il binomio repressione poliziesca e censura dell’informazione, già preannunciata dallo stesso Trump, potrà prendere il sopravvento allorquando l’attenzione mediatica determinatasi dalle limitazioni ”temporanee” del diritto di cittadinanza e d’ingresso sul suolo americano andrà scemando.
La censura militare è già in atto, infatti, non si conosce il numero degli arrestati nel periodo estivo, così come degli ultimi cortei, si sa soltanto che gli arrestati rischiano 10 anni di carcere. Non si conosce il numero di aggressioni razziste verificatesi nelle città americane così come degli episodi repressivi della polizia nei confronti degli oppositori di Trump.
Anche se il mondo culturale, dell’intellettualità e artistico negli USA si è mobilitato, quello che conta in climi politici simili è la veicolazione della controinformazione militante in grado di far conoscere a livello internazionale lo stato reale delle cose specie sul fronte della repressione interna e sulla vigilanza antifascista.

Controinformazione utile a creare mobilitazioni ed iniziative, in Italia e nel resto d’Europa, a sostegno del movimento americano.
alexandre-bissonnette-1-300x300.jpg Per quanto detto, il riferimento è legato alla recente strage nella moschea di Quebec City da parte del  27enne Alexander Bissonette estimatore di Trump, di Marine Le Pen e dell’esercito Israeliano. Quanti nazisti e fascisti negli USA vorranno emularlo, quanti episodi di violenze razziali si verificheranno nelle aree geopolitiche dove il neo Presidente ha avuto il maggior consenso elettorale ?
Sul campo della controinformazione è fondamentale accumulare dati non solo sulla storia di Trump e sul suo pedigree razzista ma anche sui ministri del suo governo che sono espressione delle grandi lobby economiche, militari, industriali, sanità privata, finanza ed assicurazioni.
La politica di Trump, avrà forti ripercussioni in campo internazionale, sia da un punto di vista economico che finanziario, compresi gli scenari di guerra in atto (Siria, Ucraina, Libia) così come la questione Palestinese, le varie regioni autonome Kurde alle prese con la Turchia decisa nel suo progetto di espansione entro il 2023. A questo quadro geopolitico ed economico internazionale bisogna aggiungere quello europeo con le nazioni, sempre più indebitate e dipendenti nel campo energetico dalla Russia e dagli Emirati Arabi non rientranti nella lista nera di Trump, tra desideri di ridisegno dei confini ora tracciati da fili spinati e muri. Un contesto politico europeo del post Brexit caratterizzato dal dibattito sull’essere pro o contro l’Euro e con forze politiche di destra che vedono di buon occhio Trump in quanto sperano nell’effetto di trascinamento alle prossime scadenze elettorali.

Il quadro che si prospetta per l’Europa non sembra essere confortante.

Sostenere il movimento americano potrebbe riaprire spazi di agibilità politica per la Sinistra Europea, in primis quella italiana dopo le contaminazioni del movimento di opposizione sociale americano Occupy Wall Street contro il Capitale Finanziario. Queste contaminazioni sarebbero necessarie per le vertenze contro le nuove forme di schiavitù, per la tutela della salute e dell’ambiente contro le multinazionali dell’Energia.
manifestazioni-anti-trump-300x177.pngSi potrebbe utilizzare questa fase storica di “scontro di classe in atto in America” per riaprire quelle lotte come l’uscita dell’Italia dalla NATO, contro le guerre imperialiste, la tutela del Pianeta Terra, contro il femminicidio, l’omofobia ed il razzismo, contro il nucleare, contro ogni rigurgito nazista o fascista celato da ritorni di nazionalismo identitario.
Ora, dopo il dato referendario del 4 Dicembre e l’elezione di Trump, diventa necessario dibattere e definire una strategia politica sulle problematiche nazionali derivanti dai vari trattati come quello di Lisbona, espressione del Capitalismo Finanziario e foriero di nuove forme di schiavitù (Jobs Act, privatizzazioni selvagge).
Sviluppare tale dibattito per evitare l’infognarsi sulla sterile ed a volte infantile oltre che pericolosa, controversia dell’essere pro o contro l’Unione Europea tanto meno essere pro o contro l’Euro.

Questo dibattito lasciamolo a Salvini, Grillo, Renzi, D’Alema e alle loro propaggini.

Come militanti internazionalisti ed antimperialisti dovremmo impegnarci in altro, partendo principalmente dalle problematiche locale con uno sguardo al globale che sta mettendo a dura prova le nostre resistenzialità a causa di un imbarbarimento comportamentale tra esseri umani e su come gli stessi si rapportano con la natura.
In termini di laicità politica e di memoria storica, si potrebbe prendere spunto dalle similitudini che legano la Barcellona del 36 a Kobanè comprese le esperienze di comunità autonome sparse in America Latina, esempi di protagonismo di classe non lontane dal poter esser determinate anche nelle nostre comunità italiane.

http://www.ecn.org/asilopolitico/

Migliaia di persone sono scese in piazza in tutti gli Stati Uniti per protestare contro l’elezione di Donald Trump. “Non è il mio presidente”, si legge sui cartelli dei manifestanti. Le manifestazioni più imponenti a New York e Chicago. A Los Angeles – dove alcune persone hanno invaso l’autostrada 101, bloccando il traffico – ci sono stati tredici arresti.

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Duri scontri fra nazionalisti bianchi e militanti antifascisti di Sacramento durante un incontro promosso dal Partito tradizionalista dei lavoratori, guidato da Matthew Heinbach, leader del suprematismo bianco californiano.
Gli scontri si sono verificati davanti al Campidoglio di Sacramento, sede del Parlamento della California, dove gli antifascisti hanno caricato il corteo dei nazisti accorsi al ritrovo per protestare contro gli incidenti provocati all’ultimo evento elettorale in California di Donald Trump.
In centinaia fra associazioni di immigrati messicani e antifascisti sono arrivati davanti al Campidoglio per bloccare il “rally” nazista, accogliendo i nazionalisti con lanci di bottiglie e insulti. Successivamente il gruppo di nazisti è stato caricato e preso a bastonate dagli antifascisti. Il bilancio degli scontri è di sette accoltellati fra gli antifascisti e di molti feriti fra i nazisti.
Il Campidoglio di Sacramento è un luogo simbolo per i movimenti antirazzisti. Nel 1967 le Black Panther invasero armati la sede del Parlamento per protestare contro una legge statale che impediva l’azione di autodifesa del movimento.

http://www.infoaut.org/

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E’ fuori dalla chiesa del Taber­na­colo di Cri­sto nel Queens, a New York, che si rea­lizza un nuovo strappo — lace­rante e potente spe­cie nell’immagine data in pasto a tutto il mondo — tra la poli­zia della metro­poli ame­ri­cana e il suo sindaco.

Come già acca­duto imme­dia­ta­mente dopo la morte dei due agenti, uccisi a freddo lo scorso 20 dicem­bre, anche ieri, al fune­rale di una delle due vit­time, le migliaia di poli­ziotti che hanno occu­pato lo spa­zio esterno alla chiesa, assi­stendo alla cele­bra­zione su un maxi schermo, hanno girato le spalle quando è com­parso Bill De Bia­sio. Divise blu che si vol­tano, in uno strambo bal­letto pole­mico e dal grande impatto mediatico.

Gli uomini in divisa sono uguali in tutto il mondo: il loro spi­rito di corpo, la loro «soli­da­rietà», non ammette distra­zioni da chi dovrebbe coc­co­larli e difen­derli sem­pre e comun­que, e rag­giunge pic­chi di «came­ra­ti­smo» quando ad essere col­pito è uno di loro. De Bla­sio non ha difeso il corpo di poli­zia, per­ché nelle set­ti­mane suc­ces­sive a quanto acca­duto a Fer­gu­son e in seguito ad altri omi­cidi di afroa­me­ri­cani com­messi dalle «forze dell’ordine», ha anzi sot­to­li­neato il rischio sociale e la con­no­ta­zione raz­ziale di que­ste morti. L’ultimo caso è lì a dimo­strarlo: il diciot­tenne ucciso dalla poli­zia a Saint Louis, sui cui nel frat­tempo è calato il silenzio.

Eppure, va spe­ci­fi­cato che il sin­daco si è com­mosso dopo la morte dei due agenti e ieri ha avuto parole di elo­gio per il Dipar­ti­mento, defi­nendo «eroi» i poli­ziotti uccisi. Chi invece è accorso, pron­ta­mente, in soc­corso al corpo di poli­zia di New York è stato Joe Biden, il vice­pre­si­dente, pronto a esal­tare «le migliori forze dell’ordine del mondo».

Que­sta dun­que la cor­nice poli­tica e imma­gi­ni­fica dei fune­rali del poli­ziotto ame­ri­cano Rafael Ramos, ucciso insieme al col­lega Wen­jian Liu (la data delle sue ese­quie non è ancora stata decisa) in una strada di Broo­klyn. Col­piti a morte a seguito del clima di ten­sione crea­tosi dopo le vio­lenze eser­ci­tate dalla poli­zia ame­ri­cana con­tro afroa­me­ri­cani. Vit­time di chi ha deciso di incar­nare la ven­detta, deci­dendo di farsi giu­sti­zia da sé, ucci­dendo due poli­ziotti, salvo poi togliersi la vita. Ma la situa­zione rimane di altis­sima ten­sione. Al fune­rale, insieme a migliaia di poli­ziotti, hanno par­te­ci­pato anche il gover­na­tore dello Stato di New York Andrew Cuomo e il capo della poli­zia Bill Bratton.

«Quando quella pal­lot­tola assas­sina ha col­pito i due agenti ha col­pito que­sta città e l’anima di tutti gli Stati uniti» ha detto il vice­pre­si­dente Biden, aggiun­gendo di «par­lare a nome della nazione intera», per mani­fe­stare un sen­ti­mento, che forse così coeso non è.

Il gover­na­tore Cuomo, secondo quanto ripor­tato dal Guar­dian, ha defi­nito l’agguato «un attacco a tutti noi». E pro­prio Cuomo ha ricor­dato, a modo suo, le tante recenti mani­fe­sta­zioni popo­lari con­tro la poli­zia, sot­to­li­neando la calma con cui i poli­ziotti hanno subito ogni tipo di insulto e anghe­ria. Loro, del resto, ha aggiunto Cuomo, «fanno sol­tanto il loro dovere». Subito dopo ha par­lato De Bla­sio: «I nostri cuori sono addo­lo­rati, un dolore che sen­tiamo fisi­ca­mente» ha detto rife­ren­dosi alla morte di Ramos e del col­lega Wen­jian Liu. Un inter­vento – come spe­ci­fi­cato — con­te­stato da molti poli­ziotti, che hanno vol­tato pla­teal­mente le spalle al maxi­schermo nel momento in cui c’è stato l’intervento del sin­daco di New York.

Pesa su que­sto scon­tro tra poli­zia e neo sin­daco, la deci­sione di De Bla­sio, secondo gli agenti, di non soste­nere la man­cata incri­mi­na­zione per il poli­ziotto che ha ucciso un altro afroa­me­ri­cano, Eric Gar­ner, a Sta­ten Island.

Infine, secondo quanto si è appreso ieri, Rafael Ramos e Wen­jian Liu, hanno otte­nuto — come segno di grande rico­no­sci­mento — la pro­mo­zione postuma a detec­tive di primo grado, il più alto per un inve­sti­ga­tore del Dipar­ti­mento di poli­zia di New York. Lo hanno reso noto fonti uffi­ciali della poli­zia citate dal Washing­ton Post. In tal modo, le fami­glie dei due agenti avranno ulte­riore assi­stenza eco­no­mica rispetto a quella già pre­vi­sta. La vedova o il vedovo di un agente del Nypd ucciso ha diritto a vita al 100% del suo sala­rio annuo.

Joseph Giles

Fonte: Il Manifesto

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In con­tem­po­ra­nea, il pre­si­dente cubano Raúl Castro e lo sta­tu­ni­tense, Barack Obama, hanno annun­ciato l’inizio di nego­ziati per la ria­per­tura di sedi diplo­ma­ti­che e in pro­spet­tiva, dopo più di cinquant’anni di con­flitto, per la ripresa di rela­zioni diplo­ma­ti­che piene e la fine dell’embargo uni­la­te­ral­mente decre­tato da Washington.

Sem­pre in con­tem­po­ra­nea è stata annun­ciata la libe­ra­zione «per motivi uma­ni­tari» del “con­trat­ti­sta” sta­tu­ni­tense di Usaid, il 65enne Alan Gross, con­dan­nanto a Cuba nel 2009 a 15 anni di pri­gione per «sov­ver­sione». Da parte loro, gli Usa met­tono in libertà , Gerardo Her­nán­dez, Ramón Labañino, Anto­nio Guer­rero, con­dan­nati a lar­ghe pene (tra i 20 anni e l’ergastolo) negli Usa per «spio­nag­gio» e a Cuba defi­niti «eroi» e «com­bat­tenti dell’antiterrorismo». Due loro com­pa­gni, René Gon­zá­lez e Fer­nando Gon­zá­lez, sono attual­mente in libertà a Cuba dopo aver scon­tato l’intera pena in car­ceri statunitensi.

Il senso sto­rico di tali misure è stato sot­to­li­neato dai media ame­ri­cani – per la Cnn si tratta «del cam­bio più pro­fondo della poli­tica Usa nei con­fronti di Cuba dall’inizio dell’embargo» nel 1962 — sia da ana­li­sti a Cuba. Ma è soprat­tutto dalle parole dei due pre­si­denti– che mar­tedì hanno avuto una con­ver­sa­zione tele­fo­nica diretta — che si avverte l’inizio della fine di un’era nelle rela­zioni tra i due Paesi.

Obama ha ammesso che sia l’embargo, sia le varie ini­zia­tive «coperte» per pro­vo­care un cam­bio di governo a Cuba, sono fal­lite e che nell’isola il governo socia­li­sta ha ini­ziato una serie di riforme. Raúl, dal canto suo, ha affer­mato che da anni il fra­tello Fidel aveva chie­sto agli Stati Uniti di usare la via del dia­logo per risol­vere i con­ten­ziosi e affron­tare le dif­fe­renze di vie poli­ti­che. Il pre­si­dente cubano ha riba­dito la piena dispo­ni­bi­lità a discu­tere di ogni tema, pur­ché il dia­logo avvenga su base di ugua­glianza e nel rispetto della sovra­nità nazio­nale dell’isola. Ma ha pub­bli­ca­mente rin­gra­ziato Obama, rico­no­scen­done il merito di aver ini­ziato una rot­tura sto­rica nella poli­tica sta­tu­ni­tense e soprat­tutto di sapersi svin­co­lare dai con­di­zio­na­menti della potente lobby anti­ca­stri­sta di Miami. Il più gio­vane dei Castro, ha rin­gra­ziato il Vati­cano e lo stesso papa Fran­ce­sco per l’opera di media­zione in favore del dia­logo, rico­no­scendo così il peso della Chiesa anche nell’isola, e ha anche reso gra­zie ai buoni uffici pre­stati dal Canada.

Per Cuba è senza dub­bio una vit­to­ria. Cin­que anni fa Fidel aveva preso un impe­gno per­so­nale nei con­froni dei cubani. «Vol­ve­ran», ritor­ne­ranno, aveva detto rife­ren­dosi ai «cin­que eroi» incar­ce­rati negli Usa. Oggi ha man­te­nuto la sua pro­messa. Ma ancora di più, Cuba ha dimo­strato che un pic­colo popolo può tenere testa a una grande potenza, anche se que­sto costa più di cinquant’anni di con­flitto e un blocco eco­no­mico che, come ha affer­mato Raúl, ha avuto «costi immensi» per l’isola e ha com­por­tato enormi dif­fi­coltà per i suoi cit­ta­dini. Oggi i cubani pos­sono stare a testa alta.

Alan Gross è stato tra­spor­tato ieri mat­tina da un aereo gover­na­tivo alla base mili­tare di St Andrew in Mary­land. Accom­pa­gnato dal sena­tore Pat Leahy (più volte si era espresso con­tro l’embargo), dal depu­tato Chri­sto­pher Van Hol­len e dalla moglie Judith Gross. Il “con­trat­ti­sta” ha tra­scorso gli ultimi mesi «nell’ospedale mili­tare Fin­lay all’Avana. Una serie di per­so­na­lità ame­ri­cane, ultimo l’ex pre­si­dente Bill Clin­ton, ave­vano infatti affer­mato che il caso Gross costi­tuiva «il prin­ci­pale osta­colo per giun­gere a un miglio­ra­mento delle rela­zioni tra Washing­ton e l’Avana» e a «un indebolimento»o alla fine del blocco Usa. A giu­gno, dopo la morte della madre di Gross, il governo cubano aveva for­mal­mente pro­po­sto di scam­biare Gross con i tre dei «cin­que eroi» tutt’ora incar­ce­rati negli Usa. L’iniziativa cubana era stata apprez­zata da una serie di poli­tici ame­ri­cani e soste­nuta dal New York Times.

In que­ste prese di posi­zione, fero­ce­mente osteg­giate dai gruppi anti­ca­stri­sti cubani di Miami e dalla loro rap­pre­sen­tanza poli­tica ad altis­simo livello, spe­cie nelle file repub­bli­cane, veniva rico­no­sciuto che non solo era lecito scam­biare i pri­gio­nieri, ma che que­sta deci­sione avrebbe potuto ser­vire appunto per met­tere fine a una poli­tica Usa nei con­fronti di Cuba che in più di cinquant’anni non ha dato alcun risultato.

Inol­tre veniva rico­no­sciuto un fatto ampia­mente pro­vato: la poli­tica di inge­renza e di gover­ne­ment chan­ging attuata a Cuba dai ser­vizi segreti ame­ri­cani avva­len­dosi di isti­tu­zioni for­mal­mente uma­ni­ta­rie, come Usaid. Negli ultimi mesi sono rive­lati i piani per met­tere in piedi una sorta di Twit­ter cubano, sopran­no­mi­nato Zun­zu­neo, di inviare gio­vani lati­noa­me­ri­cani nell’isola e infine di usare rap­per cubani per creare un movimento,soprattutto gio­va­nile, con­tro il governo cubano. Tutti ten­ta­tivi «con­dotti con poca pro­fes­sio­na­lità» e falliti.

Anche Gross, secondo fonti cubane, era inse­rito in que­sti piani e la sua mis­sione “uma­ni­ta­ria”, assi­stere la pic­cola comu­nità ebraica cubana, masche­rava invece l’ingresso – ille­gale — di mate­riale infor­ma­tico capace di vio­lare i con­trolli della sicu­rezza cubana. Una palese e ille­gale inge­renza nella pol­tica di uno Stato sovrano, san­zio­nata nel Codice penale di qual­siasi parte del mondo.

I «cin­que eroi» cubani furono con­dan­nati per «spio­nag­gio» per aver infil­trato la «dis­si­denza» cubano-americana di Miami – i cui lea­der sono in realtà ispi­ra­tori o autori di atten­tati ter­ro­ri­stici in ter­ri­to­rio cubano e con­tro un jet di linea cubano che costa­rono decine di vit­time, tra le quali l’italiano Fabio di Celmo. I loro pro­cessi furono con­dotti in Flo­rida senza che fosse garan­tita alcuna impar­zia­lità e con alcuni gior­na­li­sti ame­ri­cani pagati «per creare un ambiente ostile» nei con­fronti dei cin­que cubani.

La libe­ra­zione di Gross e – come annun­ciato da Raúl — di una cin­quan­tina di pri­gio­nieri poli­tici, tra i quali vari impli­cati – secondo fonti uffi­ciose — in atti di spio­nag­gio e rive­la­zioni di segreti di Stato assieme al per­messo alla Croce Rossa di acce­dere alle car­ceri dell’isola, rende pos­si­bile anche un altro evento sto­rico: il pros­simo incon­tro (in aprile a Panama) al ver­tice dell’Organizzazione degli Stati ame­ri­cani di Obama e Raúl Castro. Per cinquant’anni gli Usa hanno obbli­gato i lati­noa­me­ri­cani a met­tere al bando Cuba, ora dopo una forte pres­sione della quasi tota­lità dell’America latina, Raúl potrà tor­nare e farlo come pro­ta­go­ni­sta, incon­trando e discu­tendo con Obama.

«Il blocco eco­no­mico sta­tu­ni­tense deve ces­sare», ha affer­mato il pre­si­dente cubano nel suo discorso. Que­sto è l’obiettivo stra­te­gico, ma Raúl ha indi­cato anche i pros­simi passi tat­tici, già peral­tro in discus­sione, che Obama può com­piere in quanto è in suo potere deci­dere sull’applicazione della «legge fede­rale» (l’embargo) favo­rendo così una ripresa di rap­porti diretta in alcuni set­tori vitali per Cuba: viaggi, tele­co­mu­ni­ca­zioni, invio diretto di pac­chi e di posta dagli Usa all’isola. Nel suo discorso, Obama ha dimo­strato di essere inten­zio­nato a pro­ce­dere su que­sta linea.

Roberto Livi

Fonte: Il Manifesto