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Stavolta gli Usa hanno attaccato la Siria. Ne parliamo con Fulvio Scaglione, giornalista, da anni vicedirettore di Famiglia Cristiana. Buongiorno Fulvio, grazie per essere con noi.

Grazie a voi, buongiorno a tutti.

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Ci siamo svegliati questa mattina con l’attacco, con i 59 missili statunitensi lanciati sulla Siria e quindi con una guerra che è un po’ più vicina ancora?

No, io non credo che questo sia il prologo di una terza guerra mondiale, come molti dicono e anche con qualche legittima preoccupazione. Penso invece che sia l’ennesima recita, l’ennesima messa in scena di questa guerra che da sei anni; oltre ad essere un grottesco incredibile massacro, è anche una rappresentazione. Io credo che i russi fossero avvisati di questa operazione americana, che è un’operazione molto mirata, condotta per fare, in realtà, il minimo dei danni e per non dare l’idea che si tratti di una rappresaglia indiscriminata. Credo che questa operazione non sia stata varata da Trump per le ragioni dichiarate. Certamente non è un’operazione che contribuisce ad eliminare il terrorismo, come ha dichiarato Trump. Certamente non è un’operazione che farà cadere il regime di Bashar al-Assad. Credo che Trump avesse bisogno di lanciare un segnale al proprio elettorato e all’opinione pubblica interna americana, un segnale che dica: “non è vero che sono succube dei russi, non è vero che sono disposto a qualunque compromesso per compiacere Vladimir Putin”. Questo il senso. D’altra parte è un’operazione militare che ci dice anche altre cose. Per esempio ha fatto più danno a Bashar al-Assad in una notte Trump di quanti anni abbia fatti in due anni e mezzo Barack Obama all’Isis con i suoi presunti bombardamenti. Anche questa è una cosa da rilevare. Naturalmente resta invariata la situazione nella provincia di Idlib, dove c’è stato l’attacco dell’altro giorno che tanti morti ha fatto; perché, per quanto si faccia sfoggio di sdegno e di pietà, la situazione nella provincia di Idlib resta questa: i “ribelli moderati”, quelli che dovrebbero essere, secondo alcuni, la speranza della Siria del futuro, sono in fortissima difficoltà, perché la prevalenza militare nella provincia è tutta a favore dei jihadisti di Al Nusra, che sono militanti di Al Qaeda. Quindi la situazione lì è quella; cioè che il terrorismo sta avendo la prevalenza netta in questa provincia che ancora sfugge al controllo di Russia e diAssad.

Quello che mi colpisce di questa situazione, e di altre in passato, è come non si riesca a capire quali sono le conseguenze di certi atti. L’attacco terroristico globale che stiamo vivendo negli ultimi anni certamente non è scollegato dalle politiche che l’Occidente ha tenuto nell’area per 25 anni. eppure il metodo sembra continuare ad essere lo stesso. Mettiamo mano, facciamo quello che ci serve nel momento contingente, senza nemmeno un briciolo di sguardo di medio o lungo periodo. E’ una lettura possibile?

E’ sicuramente è una lettura possibile. Però io insisto, anche la presunta “guerra al terrorismo” che fu proclamata nel 2001 dopo gli attentati alle torri gemelle è, a sua volta, una rappresentazione. Dal 2000 al 2016 i morti per opera del terrorismo islamico, che è al 95% terrorismo islamico sunnita, sono cresciuti di 9 volte. Quindi non c’è alcun risultato in questa lotta al terrorismo, perché, secondo me, non c’è alcuna vera guerra al terrorismo islamico. Non può esserci nessuna vera guerra al terrorismo islamico finché i paesi occidentali – per primi gli Usa, ma anche Regno Unito, la Francia, l’Italia stessa – sono i migliori amici, i migliori partner commerciali, i migliori alleati militari dei paesi che, in base a tutto ciò che noi sappiamo, sono i principali sponsor e finanziatori e ideologhi del terrorismo. Cioè le petromonarchie del Golfo Persico. Questa non è un’opinione, è un dato di fatto. Tutto ciò che noi di serio, di scientifico, sappiamo, ci dice che i paesi che ispirano e finanziano il terrorismo islamico nel mondo sono quelli: l’Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait. Quelli, e sempre quelli, da 40 anni. D’altra parte questa nostra conoscenza ci è stata confermata anche dalle e-mail di Hillary Clinton, cheWikileaks ha rivelato prima nel 2010 e poi nel 2015. Basta andare a vedere sul sito diWikileaks, leggersi le cose che la Clinton scriveva ai suoi collaboratori in queste occasioni. E’la stessa Clinton che dice che i governi di Arabia Saudita e Qatar sono i finanziatori dell’Isis. Quindi, siccome noi non prendiamo provvedimenti contro questi paesi, ma prendiamo provvedimenti contro paesi che hanno magari altre responsabilità, ma non quelle – come abbiamo fatto con l’Iraq, con la Libia, la Siria – è ovvio che nessuna guerra al terrorismo esista realmente e nessun risultato sarà ottenuto.

E’ inquietante questa ricostruzione, anche perché molto attinente alla realtà. Cosa ci possiamo aspettare invee nei rapporti tra Stati Uniti e Russia, anche alla luce di quello che lei diceva poco fa: i russi erano stati avvisati dell’imminente attacco.

Io credo che in Medio Oriente e Nord Africa, tra Stati Uniti, Russia, Israele, Siria, ecc. si stia giocando una partita molto complicata. E’ di queste ore, ad esempio, la notizia che la Russia ha deciso di riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale dello stato di Israele; che è una presa di posizione abbastanza clamorosa. E’ la stessa presa di posizione che aveva ventilato Trump, eche era stato criticatissimo per questo. La stessa Israele, peraltro, che ha sostenuto, appoggiato Trump nei suoi bombardamenti contro la Siria. Quindi in tutta quest’area, questa vasta vasta area destabilizzata, si sta giocando una partita tra potenze regionali e potenze globali molto complessa, molto complicata, che evidentemente in parte sfugge anche ai migliori osservatori. E’ una partita di cui, probabilmente, vedremo le conseguenze solo tra qualche tempo.

Chiarissimo. Fulvio io ti ringrazio per essere stato con noi e per averci aiutato a fare un po’ di chiarezza in questo quadro così complesso.

Grazie a voi.

http://contropiano.org/

1(ANSA) – NEW YORK, 23 FEB – Una decina di persone sono state arrestate per essersi rifiutate di lasciare il campo di proteste contro la realizzazione dell’oleodotto in Nord Dakota. Alcune tende sono state date alle fiamme ma non si registrano scontri con le forze dell’ordine. Ieri l’amministrazione Trump aveva lanciato un ultimatum, intimando ai manifestanti, in gran parte nativi della tribù dei Sioux, di lasciare l’insediamento.
Secondo quanto riferiscono le autorità, la maggior parte degli occupanti è andata via senza opporre resistenza. Le operazioni di sgombero andranno avanti per tutta la giornata, per consentire poi la pulizia del campo. Il governatore del North Dakota Doug Burgum ha sottolineato che le poche decine di manifestanti rimasti questa volta non saranno arrestati.
L’evacuazione – ha ribadito – si è resa necessaria per evitare che le acque dei fiumi vengano contaminate dai rifiuti trascinati via dagli allagamenti previsti per le forti piogge.

Evacuation of protesters opposing the Dakota Access Pipeline in North Dakota

“Ce n’est que un debut, continuons le combat”

 A qualcuno piace Trump (3° Parte)

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Lo slogan del lontano 1968 utilizzato dal Movimento Studentesco Francese è appropriato al clima di conflitto socio politico in atto negli USA durante la presidenza Obama, nelle primarie dei Democratici per la scelta del candidato alla Casa Bianca e durante i comizi di Trump e dopo la sua elezione.
Negli USA, dal movimento Occupy Wall Street del 17 Settembre 2011, alla rete attuale dell’opposizione sociopolitica di Black Lives Matter, Climate Chang, No Dapl, Movimento anarchico, quello delle Donne, Movimenti per i diritti civili, è ormai certo che il conflitto sociale negli USA accompagnerà il cammino presidenziale di Donald Trump.
o_p28xm2Che il vasto fronte di opposizione sociale e politico americano non renderà facile il percorso governativo del ramato Trump lo si è capito dall’insediamento alla carica, addirittura nel giorno del discorso d’inaugurazione, con il corteo che voleva raggiungere la Casa Bianca,  dove si sono verificati scontri con la polizia e centinaia di arresti. Nello stesso giorno proteste si sono svolte in diverse città con lo slogan “Non è che l’inizio”, che accompagna le mobilitazioni negli USA, anche a seguito dei decreti governativi anti islam.
L’opposizione politica di sinistra ed antagonista del vecchio continente, compresa l’Italia, rispetto allo scontro “di classe” in atto nel cuore dell’Imperialismo deve porsi la domanda :  Che fare ?
E’ questo il momento in cui la solidarietà internazionale deve farsi sentire e rendersi visibile, poiché il binomio repressione poliziesca e censura dell’informazione, già preannunciata dallo stesso Trump, potrà prendere il sopravvento allorquando l’attenzione mediatica determinatasi dalle limitazioni ”temporanee” del diritto di cittadinanza e d’ingresso sul suolo americano andrà scemando.
La censura militare è già in atto, infatti, non si conosce il numero degli arrestati nel periodo estivo, così come degli ultimi cortei, si sa soltanto che gli arrestati rischiano 10 anni di carcere. Non si conosce il numero di aggressioni razziste verificatesi nelle città americane così come degli episodi repressivi della polizia nei confronti degli oppositori di Trump.
Anche se il mondo culturale, dell’intellettualità e artistico negli USA si è mobilitato, quello che conta in climi politici simili è la veicolazione della controinformazione militante in grado di far conoscere a livello internazionale lo stato reale delle cose specie sul fronte della repressione interna e sulla vigilanza antifascista.

Controinformazione utile a creare mobilitazioni ed iniziative, in Italia e nel resto d’Europa, a sostegno del movimento americano.
alexandre-bissonnette-1-300x300.jpg Per quanto detto, il riferimento è legato alla recente strage nella moschea di Quebec City da parte del  27enne Alexander Bissonette estimatore di Trump, di Marine Le Pen e dell’esercito Israeliano. Quanti nazisti e fascisti negli USA vorranno emularlo, quanti episodi di violenze razziali si verificheranno nelle aree geopolitiche dove il neo Presidente ha avuto il maggior consenso elettorale ?
Sul campo della controinformazione è fondamentale accumulare dati non solo sulla storia di Trump e sul suo pedigree razzista ma anche sui ministri del suo governo che sono espressione delle grandi lobby economiche, militari, industriali, sanità privata, finanza ed assicurazioni.
La politica di Trump, avrà forti ripercussioni in campo internazionale, sia da un punto di vista economico che finanziario, compresi gli scenari di guerra in atto (Siria, Ucraina, Libia) così come la questione Palestinese, le varie regioni autonome Kurde alle prese con la Turchia decisa nel suo progetto di espansione entro il 2023. A questo quadro geopolitico ed economico internazionale bisogna aggiungere quello europeo con le nazioni, sempre più indebitate e dipendenti nel campo energetico dalla Russia e dagli Emirati Arabi non rientranti nella lista nera di Trump, tra desideri di ridisegno dei confini ora tracciati da fili spinati e muri. Un contesto politico europeo del post Brexit caratterizzato dal dibattito sull’essere pro o contro l’Euro e con forze politiche di destra che vedono di buon occhio Trump in quanto sperano nell’effetto di trascinamento alle prossime scadenze elettorali.

Il quadro che si prospetta per l’Europa non sembra essere confortante.

Sostenere il movimento americano potrebbe riaprire spazi di agibilità politica per la Sinistra Europea, in primis quella italiana dopo le contaminazioni del movimento di opposizione sociale americano Occupy Wall Street contro il Capitale Finanziario. Queste contaminazioni sarebbero necessarie per le vertenze contro le nuove forme di schiavitù, per la tutela della salute e dell’ambiente contro le multinazionali dell’Energia.
manifestazioni-anti-trump-300x177.pngSi potrebbe utilizzare questa fase storica di “scontro di classe in atto in America” per riaprire quelle lotte come l’uscita dell’Italia dalla NATO, contro le guerre imperialiste, la tutela del Pianeta Terra, contro il femminicidio, l’omofobia ed il razzismo, contro il nucleare, contro ogni rigurgito nazista o fascista celato da ritorni di nazionalismo identitario.
Ora, dopo il dato referendario del 4 Dicembre e l’elezione di Trump, diventa necessario dibattere e definire una strategia politica sulle problematiche nazionali derivanti dai vari trattati come quello di Lisbona, espressione del Capitalismo Finanziario e foriero di nuove forme di schiavitù (Jobs Act, privatizzazioni selvagge).
Sviluppare tale dibattito per evitare l’infognarsi sulla sterile ed a volte infantile oltre che pericolosa, controversia dell’essere pro o contro l’Unione Europea tanto meno essere pro o contro l’Euro.

Questo dibattito lasciamolo a Salvini, Grillo, Renzi, D’Alema e alle loro propaggini.

Come militanti internazionalisti ed antimperialisti dovremmo impegnarci in altro, partendo principalmente dalle problematiche locale con uno sguardo al globale che sta mettendo a dura prova le nostre resistenzialità a causa di un imbarbarimento comportamentale tra esseri umani e su come gli stessi si rapportano con la natura.
In termini di laicità politica e di memoria storica, si potrebbe prendere spunto dalle similitudini che legano la Barcellona del 36 a Kobanè comprese le esperienze di comunità autonome sparse in America Latina, esempi di protagonismo di classe non lontane dal poter esser determinate anche nelle nostre comunità italiane.

http://www.ecn.org/asilopolitico/

Migliaia di persone sono scese in piazza in tutti gli Stati Uniti per protestare contro l’elezione di Donald Trump. “Non è il mio presidente”, si legge sui cartelli dei manifestanti. Le manifestazioni più imponenti a New York e Chicago. A Los Angeles – dove alcune persone hanno invaso l’autostrada 101, bloccando il traffico – ci sono stati tredici arresti.

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Duri scontri fra nazionalisti bianchi e militanti antifascisti di Sacramento durante un incontro promosso dal Partito tradizionalista dei lavoratori, guidato da Matthew Heinbach, leader del suprematismo bianco californiano.
Gli scontri si sono verificati davanti al Campidoglio di Sacramento, sede del Parlamento della California, dove gli antifascisti hanno caricato il corteo dei nazisti accorsi al ritrovo per protestare contro gli incidenti provocati all’ultimo evento elettorale in California di Donald Trump.
In centinaia fra associazioni di immigrati messicani e antifascisti sono arrivati davanti al Campidoglio per bloccare il “rally” nazista, accogliendo i nazionalisti con lanci di bottiglie e insulti. Successivamente il gruppo di nazisti è stato caricato e preso a bastonate dagli antifascisti. Il bilancio degli scontri è di sette accoltellati fra gli antifascisti e di molti feriti fra i nazisti.
Il Campidoglio di Sacramento è un luogo simbolo per i movimenti antirazzisti. Nel 1967 le Black Panther invasero armati la sede del Parlamento per protestare contro una legge statale che impediva l’azione di autodifesa del movimento.

http://www.infoaut.org/

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E’ fuori dalla chiesa del Taber­na­colo di Cri­sto nel Queens, a New York, che si rea­lizza un nuovo strappo — lace­rante e potente spe­cie nell’immagine data in pasto a tutto il mondo — tra la poli­zia della metro­poli ame­ri­cana e il suo sindaco.

Come già acca­duto imme­dia­ta­mente dopo la morte dei due agenti, uccisi a freddo lo scorso 20 dicem­bre, anche ieri, al fune­rale di una delle due vit­time, le migliaia di poli­ziotti che hanno occu­pato lo spa­zio esterno alla chiesa, assi­stendo alla cele­bra­zione su un maxi schermo, hanno girato le spalle quando è com­parso Bill De Bia­sio. Divise blu che si vol­tano, in uno strambo bal­letto pole­mico e dal grande impatto mediatico.

Gli uomini in divisa sono uguali in tutto il mondo: il loro spi­rito di corpo, la loro «soli­da­rietà», non ammette distra­zioni da chi dovrebbe coc­co­larli e difen­derli sem­pre e comun­que, e rag­giunge pic­chi di «came­ra­ti­smo» quando ad essere col­pito è uno di loro. De Bla­sio non ha difeso il corpo di poli­zia, per­ché nelle set­ti­mane suc­ces­sive a quanto acca­duto a Fer­gu­son e in seguito ad altri omi­cidi di afroa­me­ri­cani com­messi dalle «forze dell’ordine», ha anzi sot­to­li­neato il rischio sociale e la con­no­ta­zione raz­ziale di que­ste morti. L’ultimo caso è lì a dimo­strarlo: il diciot­tenne ucciso dalla poli­zia a Saint Louis, sui cui nel frat­tempo è calato il silenzio.

Eppure, va spe­ci­fi­cato che il sin­daco si è com­mosso dopo la morte dei due agenti e ieri ha avuto parole di elo­gio per il Dipar­ti­mento, defi­nendo «eroi» i poli­ziotti uccisi. Chi invece è accorso, pron­ta­mente, in soc­corso al corpo di poli­zia di New York è stato Joe Biden, il vice­pre­si­dente, pronto a esal­tare «le migliori forze dell’ordine del mondo».

Que­sta dun­que la cor­nice poli­tica e imma­gi­ni­fica dei fune­rali del poli­ziotto ame­ri­cano Rafael Ramos, ucciso insieme al col­lega Wen­jian Liu (la data delle sue ese­quie non è ancora stata decisa) in una strada di Broo­klyn. Col­piti a morte a seguito del clima di ten­sione crea­tosi dopo le vio­lenze eser­ci­tate dalla poli­zia ame­ri­cana con­tro afroa­me­ri­cani. Vit­time di chi ha deciso di incar­nare la ven­detta, deci­dendo di farsi giu­sti­zia da sé, ucci­dendo due poli­ziotti, salvo poi togliersi la vita. Ma la situa­zione rimane di altis­sima ten­sione. Al fune­rale, insieme a migliaia di poli­ziotti, hanno par­te­ci­pato anche il gover­na­tore dello Stato di New York Andrew Cuomo e il capo della poli­zia Bill Bratton.

«Quando quella pal­lot­tola assas­sina ha col­pito i due agenti ha col­pito que­sta città e l’anima di tutti gli Stati uniti» ha detto il vice­pre­si­dente Biden, aggiun­gendo di «par­lare a nome della nazione intera», per mani­fe­stare un sen­ti­mento, che forse così coeso non è.

Il gover­na­tore Cuomo, secondo quanto ripor­tato dal Guar­dian, ha defi­nito l’agguato «un attacco a tutti noi». E pro­prio Cuomo ha ricor­dato, a modo suo, le tante recenti mani­fe­sta­zioni popo­lari con­tro la poli­zia, sot­to­li­neando la calma con cui i poli­ziotti hanno subito ogni tipo di insulto e anghe­ria. Loro, del resto, ha aggiunto Cuomo, «fanno sol­tanto il loro dovere». Subito dopo ha par­lato De Bla­sio: «I nostri cuori sono addo­lo­rati, un dolore che sen­tiamo fisi­ca­mente» ha detto rife­ren­dosi alla morte di Ramos e del col­lega Wen­jian Liu. Un inter­vento – come spe­ci­fi­cato — con­te­stato da molti poli­ziotti, che hanno vol­tato pla­teal­mente le spalle al maxi­schermo nel momento in cui c’è stato l’intervento del sin­daco di New York.

Pesa su que­sto scon­tro tra poli­zia e neo sin­daco, la deci­sione di De Bla­sio, secondo gli agenti, di non soste­nere la man­cata incri­mi­na­zione per il poli­ziotto che ha ucciso un altro afroa­me­ri­cano, Eric Gar­ner, a Sta­ten Island.

Infine, secondo quanto si è appreso ieri, Rafael Ramos e Wen­jian Liu, hanno otte­nuto — come segno di grande rico­no­sci­mento — la pro­mo­zione postuma a detec­tive di primo grado, il più alto per un inve­sti­ga­tore del Dipar­ti­mento di poli­zia di New York. Lo hanno reso noto fonti uffi­ciali della poli­zia citate dal Washing­ton Post. In tal modo, le fami­glie dei due agenti avranno ulte­riore assi­stenza eco­no­mica rispetto a quella già pre­vi­sta. La vedova o il vedovo di un agente del Nypd ucciso ha diritto a vita al 100% del suo sala­rio annuo.

Joseph Giles

Fonte: Il Manifesto

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In con­tem­po­ra­nea, il pre­si­dente cubano Raúl Castro e lo sta­tu­ni­tense, Barack Obama, hanno annun­ciato l’inizio di nego­ziati per la ria­per­tura di sedi diplo­ma­ti­che e in pro­spet­tiva, dopo più di cinquant’anni di con­flitto, per la ripresa di rela­zioni diplo­ma­ti­che piene e la fine dell’embargo uni­la­te­ral­mente decre­tato da Washington.

Sem­pre in con­tem­po­ra­nea è stata annun­ciata la libe­ra­zione «per motivi uma­ni­tari» del “con­trat­ti­sta” sta­tu­ni­tense di Usaid, il 65enne Alan Gross, con­dan­nanto a Cuba nel 2009 a 15 anni di pri­gione per «sov­ver­sione». Da parte loro, gli Usa met­tono in libertà , Gerardo Her­nán­dez, Ramón Labañino, Anto­nio Guer­rero, con­dan­nati a lar­ghe pene (tra i 20 anni e l’ergastolo) negli Usa per «spio­nag­gio» e a Cuba defi­niti «eroi» e «com­bat­tenti dell’antiterrorismo». Due loro com­pa­gni, René Gon­zá­lez e Fer­nando Gon­zá­lez, sono attual­mente in libertà a Cuba dopo aver scon­tato l’intera pena in car­ceri statunitensi.

Il senso sto­rico di tali misure è stato sot­to­li­neato dai media ame­ri­cani – per la Cnn si tratta «del cam­bio più pro­fondo della poli­tica Usa nei con­fronti di Cuba dall’inizio dell’embargo» nel 1962 — sia da ana­li­sti a Cuba. Ma è soprat­tutto dalle parole dei due pre­si­denti– che mar­tedì hanno avuto una con­ver­sa­zione tele­fo­nica diretta — che si avverte l’inizio della fine di un’era nelle rela­zioni tra i due Paesi.

Obama ha ammesso che sia l’embargo, sia le varie ini­zia­tive «coperte» per pro­vo­care un cam­bio di governo a Cuba, sono fal­lite e che nell’isola il governo socia­li­sta ha ini­ziato una serie di riforme. Raúl, dal canto suo, ha affer­mato che da anni il fra­tello Fidel aveva chie­sto agli Stati Uniti di usare la via del dia­logo per risol­vere i con­ten­ziosi e affron­tare le dif­fe­renze di vie poli­ti­che. Il pre­si­dente cubano ha riba­dito la piena dispo­ni­bi­lità a discu­tere di ogni tema, pur­ché il dia­logo avvenga su base di ugua­glianza e nel rispetto della sovra­nità nazio­nale dell’isola. Ma ha pub­bli­ca­mente rin­gra­ziato Obama, rico­no­scen­done il merito di aver ini­ziato una rot­tura sto­rica nella poli­tica sta­tu­ni­tense e soprat­tutto di sapersi svin­co­lare dai con­di­zio­na­menti della potente lobby anti­ca­stri­sta di Miami. Il più gio­vane dei Castro, ha rin­gra­ziato il Vati­cano e lo stesso papa Fran­ce­sco per l’opera di media­zione in favore del dia­logo, rico­no­scendo così il peso della Chiesa anche nell’isola, e ha anche reso gra­zie ai buoni uffici pre­stati dal Canada.

Per Cuba è senza dub­bio una vit­to­ria. Cin­que anni fa Fidel aveva preso un impe­gno per­so­nale nei con­froni dei cubani. «Vol­ve­ran», ritor­ne­ranno, aveva detto rife­ren­dosi ai «cin­que eroi» incar­ce­rati negli Usa. Oggi ha man­te­nuto la sua pro­messa. Ma ancora di più, Cuba ha dimo­strato che un pic­colo popolo può tenere testa a una grande potenza, anche se que­sto costa più di cinquant’anni di con­flitto e un blocco eco­no­mico che, come ha affer­mato Raúl, ha avuto «costi immensi» per l’isola e ha com­por­tato enormi dif­fi­coltà per i suoi cit­ta­dini. Oggi i cubani pos­sono stare a testa alta.

Alan Gross è stato tra­spor­tato ieri mat­tina da un aereo gover­na­tivo alla base mili­tare di St Andrew in Mary­land. Accom­pa­gnato dal sena­tore Pat Leahy (più volte si era espresso con­tro l’embargo), dal depu­tato Chri­sto­pher Van Hol­len e dalla moglie Judith Gross. Il “con­trat­ti­sta” ha tra­scorso gli ultimi mesi «nell’ospedale mili­tare Fin­lay all’Avana. Una serie di per­so­na­lità ame­ri­cane, ultimo l’ex pre­si­dente Bill Clin­ton, ave­vano infatti affer­mato che il caso Gross costi­tuiva «il prin­ci­pale osta­colo per giun­gere a un miglio­ra­mento delle rela­zioni tra Washing­ton e l’Avana» e a «un indebolimento»o alla fine del blocco Usa. A giu­gno, dopo la morte della madre di Gross, il governo cubano aveva for­mal­mente pro­po­sto di scam­biare Gross con i tre dei «cin­que eroi» tutt’ora incar­ce­rati negli Usa. L’iniziativa cubana era stata apprez­zata da una serie di poli­tici ame­ri­cani e soste­nuta dal New York Times.

In que­ste prese di posi­zione, fero­ce­mente osteg­giate dai gruppi anti­ca­stri­sti cubani di Miami e dalla loro rap­pre­sen­tanza poli­tica ad altis­simo livello, spe­cie nelle file repub­bli­cane, veniva rico­no­sciuto che non solo era lecito scam­biare i pri­gio­nieri, ma che que­sta deci­sione avrebbe potuto ser­vire appunto per met­tere fine a una poli­tica Usa nei con­fronti di Cuba che in più di cinquant’anni non ha dato alcun risultato.

Inol­tre veniva rico­no­sciuto un fatto ampia­mente pro­vato: la poli­tica di inge­renza e di gover­ne­ment chan­ging attuata a Cuba dai ser­vizi segreti ame­ri­cani avva­len­dosi di isti­tu­zioni for­mal­mente uma­ni­ta­rie, come Usaid. Negli ultimi mesi sono rive­lati i piani per met­tere in piedi una sorta di Twit­ter cubano, sopran­no­mi­nato Zun­zu­neo, di inviare gio­vani lati­noa­me­ri­cani nell’isola e infine di usare rap­per cubani per creare un movimento,soprattutto gio­va­nile, con­tro il governo cubano. Tutti ten­ta­tivi «con­dotti con poca pro­fes­sio­na­lità» e falliti.

Anche Gross, secondo fonti cubane, era inse­rito in que­sti piani e la sua mis­sione “uma­ni­ta­ria”, assi­stere la pic­cola comu­nità ebraica cubana, masche­rava invece l’ingresso – ille­gale — di mate­riale infor­ma­tico capace di vio­lare i con­trolli della sicu­rezza cubana. Una palese e ille­gale inge­renza nella pol­tica di uno Stato sovrano, san­zio­nata nel Codice penale di qual­siasi parte del mondo.

I «cin­que eroi» cubani furono con­dan­nati per «spio­nag­gio» per aver infil­trato la «dis­si­denza» cubano-americana di Miami – i cui lea­der sono in realtà ispi­ra­tori o autori di atten­tati ter­ro­ri­stici in ter­ri­to­rio cubano e con­tro un jet di linea cubano che costa­rono decine di vit­time, tra le quali l’italiano Fabio di Celmo. I loro pro­cessi furono con­dotti in Flo­rida senza che fosse garan­tita alcuna impar­zia­lità e con alcuni gior­na­li­sti ame­ri­cani pagati «per creare un ambiente ostile» nei con­fronti dei cin­que cubani.

La libe­ra­zione di Gross e – come annun­ciato da Raúl — di una cin­quan­tina di pri­gio­nieri poli­tici, tra i quali vari impli­cati – secondo fonti uffi­ciose — in atti di spio­nag­gio e rive­la­zioni di segreti di Stato assieme al per­messo alla Croce Rossa di acce­dere alle car­ceri dell’isola, rende pos­si­bile anche un altro evento sto­rico: il pros­simo incon­tro (in aprile a Panama) al ver­tice dell’Organizzazione degli Stati ame­ri­cani di Obama e Raúl Castro. Per cinquant’anni gli Usa hanno obbli­gato i lati­noa­me­ri­cani a met­tere al bando Cuba, ora dopo una forte pres­sione della quasi tota­lità dell’America latina, Raúl potrà tor­nare e farlo come pro­ta­go­ni­sta, incon­trando e discu­tendo con Obama.

«Il blocco eco­no­mico sta­tu­ni­tense deve ces­sare», ha affer­mato il pre­si­dente cubano nel suo discorso. Que­sto è l’obiettivo stra­te­gico, ma Raúl ha indi­cato anche i pros­simi passi tat­tici, già peral­tro in discus­sione, che Obama può com­piere in quanto è in suo potere deci­dere sull’applicazione della «legge fede­rale» (l’embargo) favo­rendo così una ripresa di rap­porti diretta in alcuni set­tori vitali per Cuba: viaggi, tele­co­mu­ni­ca­zioni, invio diretto di pac­chi e di posta dagli Usa all’isola. Nel suo discorso, Obama ha dimo­strato di essere inten­zio­nato a pro­ce­dere su que­sta linea.

Roberto Livi

Fonte: Il Manifesto

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Acco­mu­nate dalla rab­bia e col­le­gate dai social media le pro­te­ste si sono nuo­va­mente impa­dro­nite della notte ame­ri­cana: ad Oakland, Detroit, Chi­cago dove le mani­fe­sta­zioni hanno bloc­cato il cen­tro, a Cle­ve­land dove la gente si è sdra­iata in terra chiu­dendo coi pro­pri corpi il Detroit-Superior bridge, a Miami dove i mani­fe­stanti hanno invaso la 195, una delle prin­ci­pali arte­rie della città, a Boston le folle si sono impa­dro­nite di Har­vard square e invaso la zona uni­ver­si­ta­ria di Cam­bridge. Poi Los Ange­les, Min­nea­po­lis e New York dove la gente è tor­nata riu­nirsi e per evi­tare una piog­gia bat­tente ha insce­nato die-in nella Grand Cen­tral Sta­tion nei magaz­zini Macy’s e nell’Apple store della 5th Ave­nue, per­ché come ha detto un con­te­sta­tore «è ora di por­tare la lotta dove più conta: al cuore del capitalismo».

A Broo­klyn c’è stata veglia per Akai Gur­ley, ucciso da un poli­ziotto nelle case popo­lari del quar­tiere solo due set­ti­mane fa. Il suo caso verrà esa­mi­nato da un enne­sima grand jury per valu­tare se rin­viare a giu­di­zio l’agente col­pe­vole; potrebbe essere un’altra cata­strofe annun­ciata. La paci­fica inva­sione delle strade e delle città sta diven­tando un rito quo­ti­diano e nazionale.

La nuova disub­bi­dienza civile dilaga, appa­ren­te­mente cao­tica ma anche molto disci­pli­nata nell’organizzazione «mas­sic­cia­mente paral­lela» che vede repli­cato in decine di città lo stesso tipo di azione di disturbo con lo slo­gan di «la rivo­lu­zione deve essere sco­moda». Ci sono stati cen­ti­naia di arre­sti, più di 300 in set­ti­mana solo a New York e molti altri nel resto del paese ma fin’ora non si sono regi­strate cari­che della poli­zia che man­tiene per­lo­più una pru­dente distanza.

Gli sforzi dei con­te­sta­tori, molti gli stu­denti e i ragazzi delle secon­da­rie ma anche uomini, donne, cit­ta­dini di tante razze e colori, stanno irre­vo­ca­bil­mente modi­fi­cando il dia­logo su razza, raz­zi­smo e sulla bru­ta­lità della poli­zia in Ame­rica. Non è poco, in un paese dove pre­ce­den­te­mente non sono bastate rivolte civili con decine di morti e anni di riven­di­ca­zioni e denunce di espo­nenti poli­tici a fer­mare la san­gui­nosa scia di vit­time della poli­zia che da anni fune­sta la nazione.

I numeri non men­tono: come i dati sull’incarcerazione e sulla pena di morte, rive­lano lam­pante il raz­zi­smo isti­tu­zio­nale che miete vit­time supe­riori per molti ordini di gran­dezza fra gli afroa­me­ri­cani. Sta­ti­sti­che ver­go­gnose che inchio­dano i respon­sa­bili a un’infame tradizione.

Poi c’è una dif­fusa cul­tura di “ordine pub­blico” basata sulla “tol­le­ranza zero” e il con­trollo sociale impo­sto con la forza. Una fatale ricetta quando una poli­zia armata fino ai denti è la prima linea di con­tatto con una impres­sio­nante popo­la­zione di senza tetto e malati di mente abban­do­nati sulle strade d’America. Anti­che malat­tie oggi chia­mate in causa con una forza non vista dal movi­mento per i diritti civili di 50 anni fa. L’indignazione per una stringa di casi par­ti­co­lar­mente ini­qui, da Michael Brown a Grant a Tamir Rice, il bam­bino ucciso a Cle­ve­leand, ha dato un nuovo vigore a un movi­mento pro­gres­si­sta che negli anni scorsi ha avuto dif­fi­coltà a con­cre­tiz­zare obbiet­tivi e soste­nere la pro­te­sta. Per chi negli anni ha visto iso­lati mili­tanti sgo­larsi invano nei quar­tieri neri ad ogni sopruso e assas­si­nio di poli­zia, chi ha visto ogni volta la fiam­mata di indi­gna­zione spe­gnersi nell’indifferenza o nella repres­sione delle ine­vi­ta­bili rivolte, ciò che sta avve­nendo sulle strade d’America è straor­di­na­rio, come lo è quanto radi­cal­mente stia cam­biando il tono di media e politica.

Per chi negli anni ha docu­men­tato l’impunità della poli­zia la sup­po­nenza con cui le auto­rità si sono trin­ce­rate die­tro alla indi­scussa soli­da­rietà con le forze “pro­tet­trici” dell’ordine, impe­dendo inda­gini e inchie­ste giu­di­zia­rie dei poli­ziotti, il vero e pro­prio sol­le­va­mento popo­lare di que­sti giorni è piut­to­sto ecce­zio­nale. Come se si fosse infine col­mata una misura per cui l’epidemia di morti “da poli­zia” appare infine sulle pagine, non certo pro­gres­si­ste del Wall Street Jour­nal o addi­rit­tura del ris­soso foglio popu­li­sta di New York, il Post che dopo il ver­detto Grant ha tito­lato cubi­tal­mente «We Can’t Brea­the». E anche una parte con­si­stente di opi­nione pub­blica ame­ri­cana oggi non rie­sce più a “respi­rare”, a tol­le­rare una dila­gante e palese ingiustizia.

Il paese in que­sti giorni prende le misure a un nuovo movi­mento tra­sver­sale per i diritti civili che coopta istanze e l’energia di Occupy appli­can­dole all’obbietivo con­creto di un’effettiva riforma della poli­zia. A fronte di que­sto feno­meno epo­cale manca per ora un cor­ri­spet­tivo isti­tu­zio­nale.
All’attorney gene­ral dimis­sio­na­rio di Obama, Eric Hol­der, riman­gono poche set­ti­mane in carica per inter­ve­nire con una signi­fi­ca­tiva riforma sui temi di discri­mi­na­zione giu­di­zia­ria e car­ce­ra­ria che lui stesso ha ripe­tu­ta­mente sol­le­vato durante il man­dato come primo mini­stro di giu­sti­zia afroa­me­ri­cano d’America.

L’annunciato dise­gno di legge in merito potrebbe essere reso noto già domani, ma indi­scre­zioni a riguardo fanno intra­ve­dere solo un gene­rico amplia­mento delle regole fede­rali con­tro il pro­fi­ling, la discri­mi­na­zione delle mino­ranze da parte della poli­zia. Ma que­ste sono già in gran parte in vigore e non hanno impe­dito ad oggi le siste­mi­che uccisioni.

Se è solo que­sto – o le modi­fi­che all’addestramento dei poli­ziotti come quelle annun­ciate dal sin­daco di New York — che saprà espri­mere il governo, sarà troppo poco alla luce della rab­bia e dell’indignazione espresse da un movi­mento che reclama sem­pli­ce­mente la fine dell’impunità per gli agenti assassini.

Luca Celada

Fonte: Il Manifesto

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Alla fine la bato­sta annun­ciata c’è stata e l’America si è sve­gliata con una mag­gio­ranza d’opposizione, la più grande dai tempi di Tru­man. Non solo il Gop ha raf­for­zato l’ampia mag­gio­ranza di cui godeva alla camera già da quat­tro anni e con­qui­stato il senato per 53–46 seggi (potreb­bero diven­tare 54 dopo il bal­lot­tag­gio della Loui­siana che avverrà a dicem­bre) ma lo ha fatto vin­cendo deci­sa­mente in stati «oba­miani» come il Colo­rado , l’Iowa e il North Carolina.

Al con­trollo del senato i repub­bli­cani hanno aggiunto una valanga di gover­na­tori – 24 su 36 com­presi quelli di tra­di­zio­nali roc­ca­forti demo­cra­ti­che come il Maine, Mary­land e Mas­sa­chi­setts e addi­rit­tura l’Illnois — lo stato di Obama. E l’onda repub­bli­cana ha com­preso espo­nenti della destra estre­mi­sta come Joni Ernst la fami­ge­rata «castra­trice di maiali» (come si era pre­sen­tata in un cele­bre spot elet­to­rale), una reduce della guerra Iraq che di Obama ha recla­mato l’impeachment e Scott Wal­ker il falco del tea party, archi­tetto dello sman­tel­la­mento dei sin­da­cati nell’ex roc­ca­forte labor del Wiscon­sin, un benia­mino degli arci­con­ser­va­tori finan­zieri Koch. I timidi ten­ta­tivi di con­trat­tacco demo­cra­tico sono mise­ra­mente fal­liti come la can­di­da­tura di Wendy Davis, pala­dina dei diritti delle donne e gio­vane spe­ranza del par­tito, spaz­zata via nel Texas pro­fon­da­mente «rosso» (il colore asse­gnato ai repub­bli­cani sulle mappe elet­to­rali ame­ri­cane). La supre­ma­zia dei repub­bli­cani al con­gresso, più di 70 seggi di van­tag­gio, rap­pre­senta un cam­bia­mento epo­cale rispetto all’inizio dell’era Obama, quando i demo­cra­tici con­trol­la­vano camera, senato e Casa bianca. Net­ta­mente insomma oltre quello che ci si aspet­tava da un ele­zione in cui i demo­cra­tici erano for­te­mente sfa­vo­riti ma spe­ra­vano di poter argi­nare il peggio.

Non è stato così in parte per lo sforzo coor­di­nato dei repub­bli­cani e la fon­da­men­tale effi­ca­cia di una cam­pa­gna basata sull’allarmismo pro­get­tata per coop­tare paure e fru­stra­zioni di un elet­to­rato pes­si­mi­sta in cui sono stati arruo­lati e ingi­gan­titi per­fino l’ebola e ter­ro­ri­smo come sim­boli dell’«inefficienza» di Obama. I repub­bli­cani, favo­riti dal fatto che la mag­gior parte dei seggi in palio erano in stati tra­di­zio­nal­mente con­ser­va­tori, hanno eroso il van­tag­gio dei demo­cra­tici con le elet­trici e mobi­li­tato grandi mag­gio­ranze di uomini bian­chi rispetto alle mino­ranze che sono la base demo­cra­tica. È vero che si è proa­bil­mente trat­tato di un voto di pro­te­sta dovuto a un gene­rale riflesso di insof­fe­renza più che di un ple­bi­scito ideo­lo­gico; in quat­tro stati infatti, sono anche pas­sate misure pro­gres­si­ste per l’aumento del minimo sin­da­cale men­tre Ore­gon e Washing­ton DC hanno depe­na­liz­zato la marijuana.

Que­sto non cam­bia la sostanza di un pano­rama poli­tico radi­cal­mente dif­fe­rente che per Obama pone ora con urgenza il pro­blema di come gover­nare nei pros­simi due anni. Se prima poteva esserci il dub­bio, da ieri Obama è uffi­cial­mente un’«anatra zoppa». Il nuovo assetto di Washing­ton rischia di tra­mu­tarsi in un muro con­tro muro ad oltranza impo­sto dall’ala intran­si­gente della nuova mag­gio­ranza e l’ostruzionismo è già di fatto stato stata la prin­ci­pale stra­te­gia poli­tica dei repub­bli­cani. La camera con­trol­lata dal Gop ad esem­pio negli ultimi due anni ha votato ben 55 volte per abro­gare la legge sulla pub­blica sanità varata da Obama, voti sim­bo­lici inva­li­dati dal senato democratico.

Il prin­ci­pale movente dei repub­bli­cani ora è di sabo­tare il governo Obama e con lui le pro­spet­tive demo­cra­ti­che nelle pros­sime ele­zioni pre­si­den­ziali del 2016. Un banco di prova della nuova acri­mo­nia ci sarà già prima della fine dell’anno quando occor­rerà appro­vare il bilan­cio, il voto che già l’anno scorso pro­vocò lo «shut­down» la ser­rata del governo a causa del boi­cot­tag­gio repub­bli­cano. I repub­bli­cani hanno ora il potere di bloc­care le nomine giu­di­zia­rie di Obama, fon­da­men­tali per influen­zare la dire­zione poli­tica del paese sul lungo ter­mine e quelle mini­ste­riali; infine avranno il potere di con­trol­lare le com­mis­sioni che gesti­scono i bud­get e la spesa. Si restrin­gono invece le pro­spet­tive di Obama per com­ple­tare la pro­pria agenda: riforma dell’immigrazione, pro­gresso sul muta­mento cli­ma­tico e soprat­tutto misure con­tro l’ineguaglianza eco­no­mica la vera bomba a oro­lo­ge­ria socioe­co­no­mica del pre­sente. Per lui a que­sto punto, oltre al potere di veto, rimane poco più che l’azione mediante decreto esecutivo.

Una situa­zione che si repli­cherà in campo inter­na­zio­nale. La poli­tica estera non è stata un argo­mento cen­trale della cam­pa­gna elet­to­rale, ma i son­daggi indi­ca­vano che appena il 34% degli ame­ri­cani approva della poli­tica estera di Obama, il 38% del suo ope­rato con­tro l’Isis, il 37% della sua posi­zione su Israele e il 35% del suo ope­rato in Ucraina.

È pro­ba­bile ora un allon­ta­na­mento dalla real­po­li­tik oba­miana verso un mag­giore inter­ven­ti­smo. Ma oltre ad alcune istanze spe­ci­fi­che (si allon­tana ora defi­ni­ti­va­mente la pro­spet­tiva della chiu­sura di Guan­ta­namo), i repub­bli­cani non hanno un’agenda pre­cisa al di la di un gene­rico mag­giore mili­ta­ri­smo. Nel par­tito ci sono, è vero, fal­chi come John McCain, fau­tori dell’invio imme­diate di truppe in Siria e Iraq ma in mate­ria di inter­venti mili­tari nell’ordinamento ame­ri­cano l’ultima parola rimane quella del com­man­der in chief e fra gli stessi repub­bli­cani esi­ste anche una cor­rente neo-isolazionista che fa capo alla fazione “liber­ta­rian” di Rand Paul, uno dei benia­mini del Tea Party con aspi­ra­zioni presidenziali.

La diver­genza di opi­nioni in merito sot­to­li­nea le divi­sioni interne del par­tito repub­bli­cano che para­dos­sal­mente potreb­bero essere accen­tuate dalla vit­to­ria di ieri. Dopo la vit­to­ria Mitch McCon­nell, il neo lea­der della mag­gio­ranza del senato, ha soste­nuto la neces­sità di col­la­bo­rare col pre­si­dente almeno su alcuni temi di vitale impor­tanza nazio­nale ma Ted Cruz, lea­der dei fal­chi Tea Party del Texas lo ha imme­dia­ta­mente smen­tito, giu­rando resi­stenza ad oltranza.

Cruz come Rand Paul e Paul Rubio della Flo­rida è uno dei «colon­nelli» della destra che si ado­pre­ranno per il sabo­tag­gio ad oltranza per asse­con­dare la base in vista di una pos­si­bile can­di­da­tura pre­si­den­ziale. McCon­nell e l’ala isti­tu­zio­nale del par­tito avranno un bel daf­fare per con­te­nerli. Nel con­se­guente stallo poli­tico il per­dente quasi cer­ta­mente sarà il paese.

Luca Celada

Fonte: Il Manifesto

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«Mani alzate, non spa­rate», «basta con la bru­ta­lità della poli­zia», «anche la vita dei neri è impor­tante», «siamo il 99%», «non c’è pace senza giu­sti­zia». I car­telli e gli slo­gan sono gli stessi di Fer­gu­son, ma la dimo­stra­zione si tiene parec­chi stati e qual­che migliaio di chi­lo­me­tri più a nord. Anche l’afroamericano morto ingiu­sta­mente è un altro, si chiama Eric Gar­ner. È in suo nome che ieri mat­tina alcune migliaia di per­sone si sono riu­nite per mar­ciare in un quar­tiere di Sta­ten Island. In testa alla mar­cia di pro­te­sta era il reve­rendo atti­vi­sta Al Sharp­ton, rien­trato a casa dopo una set­ti­mana tra­scorsa al fianco dei mani­fe­stanti di Ferguson.

Con lui la fami­glia di Gar­ner, che aveva anche un figlio. Voci di prima mat­tina ipo­tiz­za­vano anche la pre­senza dei geni­tori di Michael Brown, forse arri­vati dal Mis­souri. In que­sta città a stra­grande mag­gio­ranza demo­cra­tica, gover­nata da un sin­daco eletto anche gra­zie alla pro­messa di rifor­mare il dipar­ti­mento di poli­zia, era pre­vi­sta inol­tre la pre­senza di circa 500 agenti. Ma, ave­vano anti­ci­pato i por­ta­voce del NYPD, sareb­bero stati sostan­zial­mente invi­si­bili, una pre­senza di “moni­to­rag­gio”, molti di loro non in divisa, e affian­cati da assi­stenti sociali del quar­tiere. Intanto, secondo il New York Times, il pre­si­dente Obama ha ordi­nato di rive­dere la decen­nale stra­te­gia gover­na­tiva di armare le poli­zie locali con equi­pag­gia­menti in stile mili­tare. In set­tem­bre, il Senato ini­zierà con un’audizione ad affron­tare il pro­blema per poi lasciare la deci­sione finale alla Casa bianca.

Eric Gar­ner aveva 43 anni quando, il 17 luglio scorso, dopo una lite e un breve col­lut­ta­zione con almeno quat­tro agenti in bor­ghese, è man­cato sul mar­cia­piede di fronte a un pic­colo parco dell’isola nella baia di New York. «Non rie­sco a respi­rare, non rie­sco a respi­rare», gemeva Gar­ner – che era asma­tico — men­tre gli agenti cer­ca­vano di immo­bi­liz­zarlo facen­dolo acca­sciare per terra. Uno di loro aveva il brac­cio stretto sal­da­mente intorno al suo collo. Come si vede nelle imma­gini della scena cat­tu­rate dai tele­fo­nini dei pas­santi, da quel mar­cia­piede Eric Gar­ner non si è più alzato, stron­cato pro­ba­bil­mente da un attacco di cuore isti­gato dalla cho­ke­hold, una presa di sot­to­mis­sione che è essen­zial­mente uno stran­go­la­mento, e che è ban­dita all’interno del poli­zia di New York.

Cono­sciuto degli agenti del quar­tiere per­ché ogni tanto ven­deva ille­gal­mente siga­rette e pic­cole dosi di mari­juana, quel giorno Gar­ner aveva rifiu­tato di andar­sene, come gli era invece stato inti­mato dai poli­ziotti. «Non sto facendo niente, non me ne vado. Non ho ven­duto niente. Sono stufo lascia­temi in pace», lo si sente urlare pieno di rab­bia prima che gli agenti gli si strin­gano intorno. Anche lui, come Michael Brown, era alto e di cor­po­ra­tura pesante. «La poli­zia se le prende di nuovo con l’uomo sba­gliato. È una fol­lia», dice sar­ca­stica una voce fuori campo in uno dei video che hanno ripreso la scena. Gar­ner è già a terra e non dà più segni di vita.

Avve­nuto durante le vacanze ita­liane del sin­daco di New York Bill de Bla­sio, l’incidente aveva sca­te­nato un’immediata rea­zione di pro­te­sta e accuse di discri­mi­na­zione raz­ziale. Aveva anche ripor­tato in prima pagina il risen­ti­mento dell’opinione pub­blica nei con­fronti della poli­tica delle bro­ken win­dows, un car­dine del fun­zio­na­mento della poli­zia locale secondo cui per­se­guire con estrema aggres­si­vità pic­cole infra­zione (come per esem­pio quella di rom­pere il vetro di una fine­stra) è un modo per tenere “sotto con­trollo” quar­tieri rite­nuti dif­fi­cili e un effi­cace deter­rente di cri­mini più gravi. Sta­ti­sti­ca­mente, come la pra­tica dello stop and frisk (e cioè dei fermi e delle per­qui­si­zioni aggres­sivi, cari ai sin­daci Bloom­berg e Giu­liani, che invece de Bla­sio ha sop­presso) quella delle bro­ken win­dowspena­lizza i poveri e le minoranze.

A New York non esi­ste la sfi­du­cia nei con­fronti delle isti­tu­zioni che esi­ste a Fer­gu­son. E il dipar­ti­mento, il NYPD, non ha rea­gito alla morte di Eric Gar­ner con l’arroganza e l’ostruzionismo di quello della con­tea di St. Louis. Daniel Pan­ta­leo, il poli­ziotto di Sta­ten Island che ha effet­tuato il cho­ke­hold è stato messo imme­dia­ta­mente sotto inchiesta,

distin­tivo e pistola revo­cati fino a che l’ufficio del pro­cu­ra­tore di New York non avrà deciso se incri­mi­narlo o meno. Uno dei suoi col­le­ghi, Justin Damico, è stato tra­sfe­rito dal pat­tu­glia­mento delle strade die­tro una scri­va­nia. Quella rispo­sta pronta delle auto­rità, insieme pro­ba­bil­mente alla volontà di non met­tere troppo in dif­fi­coltà il sin­daco, hanno fatto sì che dopo i primi giorni di rab­bia, le rea­zioni alla morte di Eric Gar­ner rien­tras­sero sostan­zial­memte in sordina.

Anche le mani­fe­sta­zione di ieri (che ini­zial­mente pre­ve­deva un molto più pla­teale attra­ver­sa­mento del Ver­raz­zano Bridge, il ponte che col­lega Broo­klyn a Sta­ten Island) era con­te­nuta. De Bla­sio e i mag­giori rap­pre­sen­tanti del governo cit­ta­dino hanno scelto di non essere pre­senti. Intanto, la fami­glia di Eric Gar­ner ha chie­sto l’apertura di un’inchiesta fede­rale, come quella in corso per Michael Brown. Città diversa, poli­zie diverse, ma il pro­blema rimane.

Giulia D’Agnolo Vallan

Fonte: Il Manifesto