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Stavolta gli Usa hanno attaccato la Siria. Ne parliamo con Fulvio Scaglione, giornalista, da anni vicedirettore di Famiglia Cristiana. Buongiorno Fulvio, grazie per essere con noi.

Grazie a voi, buongiorno a tutti.

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Ci siamo svegliati questa mattina con l’attacco, con i 59 missili statunitensi lanciati sulla Siria e quindi con una guerra che è un po’ più vicina ancora?

No, io non credo che questo sia il prologo di una terza guerra mondiale, come molti dicono e anche con qualche legittima preoccupazione. Penso invece che sia l’ennesima recita, l’ennesima messa in scena di questa guerra che da sei anni; oltre ad essere un grottesco incredibile massacro, è anche una rappresentazione. Io credo che i russi fossero avvisati di questa operazione americana, che è un’operazione molto mirata, condotta per fare, in realtà, il minimo dei danni e per non dare l’idea che si tratti di una rappresaglia indiscriminata. Credo che questa operazione non sia stata varata da Trump per le ragioni dichiarate. Certamente non è un’operazione che contribuisce ad eliminare il terrorismo, come ha dichiarato Trump. Certamente non è un’operazione che farà cadere il regime di Bashar al-Assad. Credo che Trump avesse bisogno di lanciare un segnale al proprio elettorato e all’opinione pubblica interna americana, un segnale che dica: “non è vero che sono succube dei russi, non è vero che sono disposto a qualunque compromesso per compiacere Vladimir Putin”. Questo il senso. D’altra parte è un’operazione militare che ci dice anche altre cose. Per esempio ha fatto più danno a Bashar al-Assad in una notte Trump di quanti anni abbia fatti in due anni e mezzo Barack Obama all’Isis con i suoi presunti bombardamenti. Anche questa è una cosa da rilevare. Naturalmente resta invariata la situazione nella provincia di Idlib, dove c’è stato l’attacco dell’altro giorno che tanti morti ha fatto; perché, per quanto si faccia sfoggio di sdegno e di pietà, la situazione nella provincia di Idlib resta questa: i “ribelli moderati”, quelli che dovrebbero essere, secondo alcuni, la speranza della Siria del futuro, sono in fortissima difficoltà, perché la prevalenza militare nella provincia è tutta a favore dei jihadisti di Al Nusra, che sono militanti di Al Qaeda. Quindi la situazione lì è quella; cioè che il terrorismo sta avendo la prevalenza netta in questa provincia che ancora sfugge al controllo di Russia e diAssad.

Quello che mi colpisce di questa situazione, e di altre in passato, è come non si riesca a capire quali sono le conseguenze di certi atti. L’attacco terroristico globale che stiamo vivendo negli ultimi anni certamente non è scollegato dalle politiche che l’Occidente ha tenuto nell’area per 25 anni. eppure il metodo sembra continuare ad essere lo stesso. Mettiamo mano, facciamo quello che ci serve nel momento contingente, senza nemmeno un briciolo di sguardo di medio o lungo periodo. E’ una lettura possibile?

E’ sicuramente è una lettura possibile. Però io insisto, anche la presunta “guerra al terrorismo” che fu proclamata nel 2001 dopo gli attentati alle torri gemelle è, a sua volta, una rappresentazione. Dal 2000 al 2016 i morti per opera del terrorismo islamico, che è al 95% terrorismo islamico sunnita, sono cresciuti di 9 volte. Quindi non c’è alcun risultato in questa lotta al terrorismo, perché, secondo me, non c’è alcuna vera guerra al terrorismo islamico. Non può esserci nessuna vera guerra al terrorismo islamico finché i paesi occidentali – per primi gli Usa, ma anche Regno Unito, la Francia, l’Italia stessa – sono i migliori amici, i migliori partner commerciali, i migliori alleati militari dei paesi che, in base a tutto ciò che noi sappiamo, sono i principali sponsor e finanziatori e ideologhi del terrorismo. Cioè le petromonarchie del Golfo Persico. Questa non è un’opinione, è un dato di fatto. Tutto ciò che noi di serio, di scientifico, sappiamo, ci dice che i paesi che ispirano e finanziano il terrorismo islamico nel mondo sono quelli: l’Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait. Quelli, e sempre quelli, da 40 anni. D’altra parte questa nostra conoscenza ci è stata confermata anche dalle e-mail di Hillary Clinton, cheWikileaks ha rivelato prima nel 2010 e poi nel 2015. Basta andare a vedere sul sito diWikileaks, leggersi le cose che la Clinton scriveva ai suoi collaboratori in queste occasioni. E’la stessa Clinton che dice che i governi di Arabia Saudita e Qatar sono i finanziatori dell’Isis. Quindi, siccome noi non prendiamo provvedimenti contro questi paesi, ma prendiamo provvedimenti contro paesi che hanno magari altre responsabilità, ma non quelle – come abbiamo fatto con l’Iraq, con la Libia, la Siria – è ovvio che nessuna guerra al terrorismo esista realmente e nessun risultato sarà ottenuto.

E’ inquietante questa ricostruzione, anche perché molto attinente alla realtà. Cosa ci possiamo aspettare invee nei rapporti tra Stati Uniti e Russia, anche alla luce di quello che lei diceva poco fa: i russi erano stati avvisati dell’imminente attacco.

Io credo che in Medio Oriente e Nord Africa, tra Stati Uniti, Russia, Israele, Siria, ecc. si stia giocando una partita molto complicata. E’ di queste ore, ad esempio, la notizia che la Russia ha deciso di riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale dello stato di Israele; che è una presa di posizione abbastanza clamorosa. E’ la stessa presa di posizione che aveva ventilato Trump, eche era stato criticatissimo per questo. La stessa Israele, peraltro, che ha sostenuto, appoggiato Trump nei suoi bombardamenti contro la Siria. Quindi in tutta quest’area, questa vasta vasta area destabilizzata, si sta giocando una partita tra potenze regionali e potenze globali molto complessa, molto complicata, che evidentemente in parte sfugge anche ai migliori osservatori. E’ una partita di cui, probabilmente, vedremo le conseguenze solo tra qualche tempo.

Chiarissimo. Fulvio io ti ringrazio per essere stato con noi e per averci aiutato a fare un po’ di chiarezza in questo quadro così complesso.

Grazie a voi.

http://contropiano.org/

1(ANSA) – NEW YORK, 23 FEB – Una decina di persone sono state arrestate per essersi rifiutate di lasciare il campo di proteste contro la realizzazione dell’oleodotto in Nord Dakota. Alcune tende sono state date alle fiamme ma non si registrano scontri con le forze dell’ordine. Ieri l’amministrazione Trump aveva lanciato un ultimatum, intimando ai manifestanti, in gran parte nativi della tribù dei Sioux, di lasciare l’insediamento.
Secondo quanto riferiscono le autorità, la maggior parte degli occupanti è andata via senza opporre resistenza. Le operazioni di sgombero andranno avanti per tutta la giornata, per consentire poi la pulizia del campo. Il governatore del North Dakota Doug Burgum ha sottolineato che le poche decine di manifestanti rimasti questa volta non saranno arrestati.
L’evacuazione – ha ribadito – si è resa necessaria per evitare che le acque dei fiumi vengano contaminate dai rifiuti trascinati via dagli allagamenti previsti per le forti piogge.

Evacuation of protesters opposing the Dakota Access Pipeline in North Dakota

“Ce n’est que un debut, continuons le combat”

 A qualcuno piace Trump (3° Parte)

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Lo slogan del lontano 1968 utilizzato dal Movimento Studentesco Francese è appropriato al clima di conflitto socio politico in atto negli USA durante la presidenza Obama, nelle primarie dei Democratici per la scelta del candidato alla Casa Bianca e durante i comizi di Trump e dopo la sua elezione.
Negli USA, dal movimento Occupy Wall Street del 17 Settembre 2011, alla rete attuale dell’opposizione sociopolitica di Black Lives Matter, Climate Chang, No Dapl, Movimento anarchico, quello delle Donne, Movimenti per i diritti civili, è ormai certo che il conflitto sociale negli USA accompagnerà il cammino presidenziale di Donald Trump.
o_p28xm2Che il vasto fronte di opposizione sociale e politico americano non renderà facile il percorso governativo del ramato Trump lo si è capito dall’insediamento alla carica, addirittura nel giorno del discorso d’inaugurazione, con il corteo che voleva raggiungere la Casa Bianca,  dove si sono verificati scontri con la polizia e centinaia di arresti. Nello stesso giorno proteste si sono svolte in diverse città con lo slogan “Non è che l’inizio”, che accompagna le mobilitazioni negli USA, anche a seguito dei decreti governativi anti islam.
L’opposizione politica di sinistra ed antagonista del vecchio continente, compresa l’Italia, rispetto allo scontro “di classe” in atto nel cuore dell’Imperialismo deve porsi la domanda :  Che fare ?
E’ questo il momento in cui la solidarietà internazionale deve farsi sentire e rendersi visibile, poiché il binomio repressione poliziesca e censura dell’informazione, già preannunciata dallo stesso Trump, potrà prendere il sopravvento allorquando l’attenzione mediatica determinatasi dalle limitazioni ”temporanee” del diritto di cittadinanza e d’ingresso sul suolo americano andrà scemando.
La censura militare è già in atto, infatti, non si conosce il numero degli arrestati nel periodo estivo, così come degli ultimi cortei, si sa soltanto che gli arrestati rischiano 10 anni di carcere. Non si conosce il numero di aggressioni razziste verificatesi nelle città americane così come degli episodi repressivi della polizia nei confronti degli oppositori di Trump.
Anche se il mondo culturale, dell’intellettualità e artistico negli USA si è mobilitato, quello che conta in climi politici simili è la veicolazione della controinformazione militante in grado di far conoscere a livello internazionale lo stato reale delle cose specie sul fronte della repressione interna e sulla vigilanza antifascista.

Controinformazione utile a creare mobilitazioni ed iniziative, in Italia e nel resto d’Europa, a sostegno del movimento americano.
alexandre-bissonnette-1-300x300.jpg Per quanto detto, il riferimento è legato alla recente strage nella moschea di Quebec City da parte del  27enne Alexander Bissonette estimatore di Trump, di Marine Le Pen e dell’esercito Israeliano. Quanti nazisti e fascisti negli USA vorranno emularlo, quanti episodi di violenze razziali si verificheranno nelle aree geopolitiche dove il neo Presidente ha avuto il maggior consenso elettorale ?
Sul campo della controinformazione è fondamentale accumulare dati non solo sulla storia di Trump e sul suo pedigree razzista ma anche sui ministri del suo governo che sono espressione delle grandi lobby economiche, militari, industriali, sanità privata, finanza ed assicurazioni.
La politica di Trump, avrà forti ripercussioni in campo internazionale, sia da un punto di vista economico che finanziario, compresi gli scenari di guerra in atto (Siria, Ucraina, Libia) così come la questione Palestinese, le varie regioni autonome Kurde alle prese con la Turchia decisa nel suo progetto di espansione entro il 2023. A questo quadro geopolitico ed economico internazionale bisogna aggiungere quello europeo con le nazioni, sempre più indebitate e dipendenti nel campo energetico dalla Russia e dagli Emirati Arabi non rientranti nella lista nera di Trump, tra desideri di ridisegno dei confini ora tracciati da fili spinati e muri. Un contesto politico europeo del post Brexit caratterizzato dal dibattito sull’essere pro o contro l’Euro e con forze politiche di destra che vedono di buon occhio Trump in quanto sperano nell’effetto di trascinamento alle prossime scadenze elettorali.

Il quadro che si prospetta per l’Europa non sembra essere confortante.

Sostenere il movimento americano potrebbe riaprire spazi di agibilità politica per la Sinistra Europea, in primis quella italiana dopo le contaminazioni del movimento di opposizione sociale americano Occupy Wall Street contro il Capitale Finanziario. Queste contaminazioni sarebbero necessarie per le vertenze contro le nuove forme di schiavitù, per la tutela della salute e dell’ambiente contro le multinazionali dell’Energia.
manifestazioni-anti-trump-300x177.pngSi potrebbe utilizzare questa fase storica di “scontro di classe in atto in America” per riaprire quelle lotte come l’uscita dell’Italia dalla NATO, contro le guerre imperialiste, la tutela del Pianeta Terra, contro il femminicidio, l’omofobia ed il razzismo, contro il nucleare, contro ogni rigurgito nazista o fascista celato da ritorni di nazionalismo identitario.
Ora, dopo il dato referendario del 4 Dicembre e l’elezione di Trump, diventa necessario dibattere e definire una strategia politica sulle problematiche nazionali derivanti dai vari trattati come quello di Lisbona, espressione del Capitalismo Finanziario e foriero di nuove forme di schiavitù (Jobs Act, privatizzazioni selvagge).
Sviluppare tale dibattito per evitare l’infognarsi sulla sterile ed a volte infantile oltre che pericolosa, controversia dell’essere pro o contro l’Unione Europea tanto meno essere pro o contro l’Euro.

Questo dibattito lasciamolo a Salvini, Grillo, Renzi, D’Alema e alle loro propaggini.

Come militanti internazionalisti ed antimperialisti dovremmo impegnarci in altro, partendo principalmente dalle problematiche locale con uno sguardo al globale che sta mettendo a dura prova le nostre resistenzialità a causa di un imbarbarimento comportamentale tra esseri umani e su come gli stessi si rapportano con la natura.
In termini di laicità politica e di memoria storica, si potrebbe prendere spunto dalle similitudini che legano la Barcellona del 36 a Kobanè comprese le esperienze di comunità autonome sparse in America Latina, esempi di protagonismo di classe non lontane dal poter esser determinate anche nelle nostre comunità italiane.

http://www.ecn.org/asilopolitico/

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http://contropiano.org/

Il vecchio reazionario sa benissimo che non può perdere tempo e quindi deludere chi lo ha votato. Quindi Donald Trump ha cominciato subito a far vedere che lui certe cose “le fa”, non si limita a promesse elettorali.
I primi tre atti firmati nello studio ovale vanno a coprire un arco vasto di temi su cui ha raccolto consensi. Due mosse sono molto tradizionali, per un repubblicano, anche se importanti. Ha infatti reintrodotto il “Mexico City abortion rules”, ossia il divieto di finanziare son soldi pubblici federali le Ong che praticano l’aborto. Non è una novità, comunque. Si tratta di una legge fatta dai repubblicani oltre 30 anni fa, cancellata da ogni presidente democratico e reintrodotta da ogni repubblicano. Una bandiera, insomma, da sventolare in faccia agli elettori, ma dai limitati effetti pratici.
Assolutamente in linea con la tradizione del Gop anche lo stop alle assunzioni nel pubblico impiego, eccezion fatta per i corpi militari.
Fin qui, a dirla tutta, nessun elemento davvero “innovativo”. L’unica decisione che esorbita – entro certi limiti – dalla normalità è la terza. Ha infatti firmato il decreto operativo che sancisce il ritiro degli Stati Uniti dal Tpp. Ossia dal Trans Pacific Partnership, un accordo di libero scambio con 11 paesi del Pacifico che erano costati due anni di sforzi diplomatici (condotti pressoché in contemporanea con il più noto Ttip, con i paesi dell’Atlantico, affossato dall’asse franco-tedesco). Poco prima dell’insediamento del neopresidente, il Giappone lo aveva ratificato, sperando in tal modo di “pesare” sulla decisione del tycoon. Niente da fare. In campagna elettorale, ogni giorno e più volte al giorno,Trump lo lo aveva giudicato “pericoloso per l’industria americana”. Quindi non era pensabile che potesse tornare indietro senza pagare da subito un prezzo molto alto nel suo blocco sociale.
Sul piano pratico, in ogni caso, non è una mossa che gli sia costata fatica. Il Tpp non era stato ancora approvato dal Congresso, dunque non cambia nulla negli scambi economici in atto. Certo, getta un’ombra consistente sulle dinamiche di “libero mercato” per gli anni a venire.
Solo i media più legati al vecchio carrozzone, o alla vecchia “narrazione”, inquadrano questo ritiro dal Tpp con il risorgere dell’antico “isolazionismo” dei repubblicani. E’ una vecchia volpe dell’establishment Usa come Ian Bremmer a spiegare – in un’intervista al Corriere della sera – «Non è isolazionismo: Trump continuerà a tessere rapporti, ma lo farà sul piano bilaterale. Lo considera più conveniente in termini di forza negoziale, ma in questo modo non solo getta nel caos l’attuale sistema di scambi commerciali, ma rende precari i rapporti politici degli Stati Uniti con molti Paesi in Asia e in America Latina».
Non è insomma meno “imperialista” dei predecessori che hanno cercato di governare la globalizzazione dell’economia; è semplicemente l’espressione dell’impossibilità di governarla “con benefici per tutti”, e quindi ne decreta la fine contando sulla forza preponderate degli Usa nei rapporti “bilaterali”. Insomma, invece di faticare a costruire il consenso generale tra interessi nazionali o continentali divergenti (c’è “concorrenza e competizione”, in ambito capitalistico), Trump dà voce a quella parte dell’economia Usa che ritiene di poter “competere” meglio se non ci sono regole uguali per tutti, ma tante regole commerciali quanti sono i partner (tutti più deboli, presi singolarmente).
E’ la fine del sistema costruito proprio dagli Usa nel corso degli ultimi 70 anni e “sbocciato in tutte le sue potenzialità” con la caduta del Muro, dell’Urss e del “socialismo reale”. I sintomi della crisi erano stati registrati da tutti i sismografi economici fin dal 2007, la domanda era soltanto: dove inizierà a smagliarsi quel tessuto? La old economy statunitense ha selezionato Trump per giocare d’anticipo rispetto ad altri attori, ma per riuscirci ha dovuto segare il rampo su cui l’egemonia degli States era assisa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

«Gli organismi multinazionali che ha citato, e aggiungerei anche l’Onu, hanno di certo preso un colpo durissimo con la nuova politica di Trump. Sono organismi nati dalla “pax americana” del Dopoguerra, riflettono una visione dei rapporti internazionali che era soprattutto quella di Washington. Se l’America inverte la rotta, crolla tutto. Come sa, io parlo da anni di un mondo “G-Zero”, privo di una guida. Ecco, quel mondo adesso è qui. E da venerdì è finita anche l’era della “pax americana”».

Del resto, se si legge attentamente lo stesso Bremmer, reduce dall’appuntamento di Davos, il cosiddetto Gotha mondiale che aveva fin qui gestito un lungo periodo di globalizzazione – un modello economico complesso e strutturato, che ha determinato le attuali disparità infernali di ricchezza sul pianeta (8 persone detengono la stessa ricchezza di altri 3,5 miliardi) – non ha più soluzioni per far fronte allo sgretolarsi dell’architettura che aveva messo in piedi.

«Purtroppo è così: le classi dirigenti faticano a capire che il populismo non è, o non è solo, una minaccia, ma è soprattutto il sintomo di un malessere che va affrontato agendo sulle cause. Non ho visto gente disposta a rimettere in discussione in modo radicale le distorsioni del modello di sviluppo degli ultimi anni».

Bremmer non è certamente un marxista, ma ha colto quella che nel nostro linguaggio è unacontraddizione insanabile. La vecchia nave-mondo va incontro alla fine, ma coloro che stanno ancora al timone non hanno alcuna intenzione di mollarlo pur non avendo più idea di come tracciare una nuova rotta.
Ma se questa è, crudamente, la situazione, credete davvero che il problema sia stare a fare il tifo per  Trump o per i “globalizzatori politically correct” che non sanno più che fare?
Eppure proprio questa realtà suggerirebbe di sperimentare al più presto qualche idea indipendente rispetto a due strade egualmente dirette verso l’esplosione…

Mitt Romney, il miliardario conservatore americano di fede mormonica, sta facendosi strada nella corsa delle primarie presidenziali del Partito Repubblicano, distaccando uno dopo l’altro gli avversari più forti come Newt Gingrich, ex portavoce al Congresso. Nelle recenti elezioni in Florida, Romney ha distaccato Gingrich di ben quindici punti percentuali, conquistando così un bel pacchetto di delegati dell’importante Stato del sud degli States, uno stato di forte tradizione conservatrice e quindi indicativo per il risultato finale della competizione delle primarie del Grand Old Party (GOP). La vittoria si è poi ripetuta ieri nei caucus in Nevada con eguale netto distacco. A sfidare Obama potrebbe dunque essere l’ex governatore del Massachusetts, indicato dalla maggioranza dei commentatori come un leader centrista e moderato all’interno di un partito che conosce invece candidati ben più aggressivi ed estremisti, a partire dagli esponenti dei Tea Party fino ai fondamentalisti religiosi. Per questo, mentre Romney gode dell’appoggio della nomenklatura repubblicana e di un grande sostegno finanziario privato (ultimo all’endorsment il miliardario Trump), la base del partito rimane ancora un po’ fredda nei suoi confronti. Forse è anche per questo motivo che il candidato del GOP, che viene dato dai sondaggi in grado di insidiare Obama nelle prossime elezioni, ha rilasciato delle dichiarazioni che segnano una decisa sterzata a destra della sua campagna elettorale. Una in particolare ha suscitato parecchio clamore, quando Romney ha affermato “Non mi preoccupo per i più poveri, loro hanno una rete di sicurezza. Neanche per i più ricchi, che stanno bene. Mi preoccupo per il cuore dell’America, quel 90,95% di americani che ce la fa a stento”. Questa frase ad effetto in realtà andrebbe confrontata con il più concreto programma fiscale di Romney, un piano di tagli dei maggiori interventi sociali che riguardano milioni di persone che verrebbero gettate nella povertà più nera, quella di cui appunto il miliardario repubblicano dice di non preoccuparsi. Il piano prevede tagli sostanziosi nel campo della sanità a progetti come “Medicare”, “Medicaid and the Children’s Health Insurance Program” e addirittura la riduzione della assistenza di base ai poveri e disabili che beneficiano del “Supplemental Nutrition Assistance Program”. La riduzione della tassazione dei grandi patrimoni rispetto alle classi meno ricche segna la direzione verso un ulteriore enorme spostamento di ricchezza, progettato per di più insieme ad un aumento della spesa militare. Con questo  piano aggressivamente Neo-Con il magnate americano sta entusiasmando il pubblico dei feroci sostenitori della destra più retriva, aprendo così un conflitto esplicito con il recente nuovo corso di Obama che, all’opposto, sta tentando di recuperare il sostegno alla sua sinistra invocando una tassazione più equa. Anche in questo caso, sembra che in America non sia possibile fare diversamente, il Presidente in carica ha tirato in ballo la Bibbia, dicendo: “Se sono disposto a rinunciare a qualcosa, visto che sono stato straordinariamente fortunato, e a rinunciare ad alcuni degli sgravi fiscali di cui godo, è perché penso che abbia senso dal punto di vista economico. Ma per me, in quanto cristiano, coincide anche con l’insegnamento di Gesù per cui ‘A chi è stato dato molto, sarà richiesto molto’. Riflette il credo islamico per cui quelli che sono stati fortunati hanno il dovere di usare le loro fortune per aiutare gli altri, o la dottrina ebraica di moderazione e attenzione agli altri”. Invece di Romney si racconta che il suocero, ateo convinto, sia stato macabramente “battezzato” secondo il rito religioso mormone un anno dopo la morte. Una storia assurda che ben dipinge il fanatismo antisecolare che sta ammorbando la società americana.

Comunità Umanista definisce Romney uno sciacallo

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