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Tania aveva diciotto anni. È morta per un ascesso non curato che le ha cau­sato uno choc set­tico pol­mo­nare. L’infezione alla bocca si è dif­fusa fino al tes­suto musco­lare del collo, ha rag­giunto i pol­moni, le ha pro­vo­cato una fascite. Il suo cal­va­rio è ini­ziato il 19 gen­naio scorso quando la ragazza è stata por­tata all’ospedale Buc­cheri La Ferla di Palermo, e si è con­cluso il 10 feb­braio. Da quanto è stato reso noto, la fami­glia non aveva i soldi per pagare un den­ti­sta a Tania. Una tra­ge­dia, e un caso raris­simo, ma che può acca­dere quando si tra­scura la cura dei denti. La pre­ven­zione, e il rifiuto delle cure, è una realtà sem­pre più cono­sciuta in Ita­lia. Secondo il Coda­cons l’11% degli ita­liani è costretto in que­sta situa­zione. Per le cure odo­to­ia­tri­che la per­cen­taule sale addi­rit­tura al 23%, anche per­ché la sanità pub­blica non è in grado di gara­tirle. Le liste d’attesa sono lun­ghe mesi.

La scom­parsa di Tania avviene in coin­ci­denza della foto­gra­fia scat­tata dall’Isti­tuto nazio­nale di Sta­ti­stica (Istat) sullo stato di deser­ti­fi­ca­zione indu­striale, depri­va­zione per­so­nale e di reces­sione in cui si trova il nostro paese. Nel qua­dro d’insieme,«Noi Ita­lia. 100 sta­ti­sti­che per capire il Paese in cui viviamo», emerge la realtà mate­riale delle fami­glie e della sanità pub­blica in cui è avve­nuta la tra­ge­dia paler­mi­tana. La spesa per la sanità pub­blica nel 2012 è stata di circa 111 miliardi di euro, pari al 7% del Pil (1.867 euro annui per abi­tante). È una delle più basse d’Europa, ben distante dai 2.345 dol­lari spesi nel 2011 dalla Fin­lan­dia o i 2.224 della Spagna.

Tra tagli e “razio­na­liz­za­zioni”, dimi­nui­scono anche posti letto e ospe­dali. Con la pre­an­nu­ciata ridu­zione di 1 miliardo di euro al Sistema sani­ta­rio nazio­nale nel 2014 e nel 2015, spiega l’Istat, l’Italia scen­derà ben al di sotto della media euro­pea di 5,5 posti letto per mille abi­tanti: 3,7 per ogni mille abi­tanti. A livello regio­nale, nel decen­nio della spen­ding review alla spesa sani­ta­ria, il numero è crol­lato da 4,3 a 3,5 posti letto, con punte dram­ma­ti­che di 2,9 in Cam­pa­nia. Il numero delle strut­ture ospe­da­liere è pas­sato da 1.286 nel 2002 a 1.165 nel 2010. la dispa­rità tra il Sud e il Nord del paese ha aumen­tato il flusso di emi­gra­zione alla ricerca di rico­veri più degni ed effi­cienti. Si emi­gra di più dalla Cala­bria (17,2) e dall’Abruzzo (16,5).

La ridu­zione della spesa sani­ta­ria è uno degli aspetti dell’austerità che è ini­zata nel nostro paese ben prima della crisi del 2008. Gli ultimi cin­que anni hanno inciso gra­ve­mente sui bilanci fami­liari, al punto che l’Istat arriva a par­lare di «depri­va­zione». Il 24,9% delle fami­glie vive in una situa­zione di disa­gio eco­no­mico. Una fami­glia su quat­tro si trova in que­sta situa­zione. Ha almeno tre dei nove indici di disa­gio eco­no­mico: non può per­met­tersi di soste­nere spese impre­vi­ste, pagare arre­trati o per­met­tersi un pasto pro­teico ogni due giorni.

Col­di­retti sostiene che siano 10 milioni gli ita­liani che nel 2013 non pote­vano per­met­tersi que­sto pasto (+35% rispetto al 2012). La depri­va­zione col­pi­sce 4.068.250 per­sone povere. Tra que­ste ci sono oltre 428.587 bam­bini con meno di 5 anni e oltre 578 mila over 65 anni che sono costretti a chie­dere aiuti ali­men­tari. Con l’arrivo dell’euro, e il rad­dop­pia­mento di tutti i prezzi, aggiunge il Coda­cons, si può sti­mare che il 50% degli ita­liani fati­chi ad arri­vare alla fine del mese. Secondo laCon­fe­de­ra­zione ita­liana agri­col­tori (Cia) la ridu­zione della spesa per il cibo è dimi­nuita di 2,5 miliardi di euro dal tra il 2012 e il 2013.

Su que­sta situa­zione pesa l’aumento del peso fiscale al 44,1% (era al 42,5% nel 2011 e al 41,3% nel 2000). livelli simili alla Sve­zia (44,7%) che tut­ta­via garan­ti­sce un alto livello delle pre­sta­zioni del Wel­fare. Cosa che invece non accade in Ita­lia. Molto spesso, que­sta realtà viene usata dai soste­ni­tori delle poli­ti­che del rigore di bilan­cio come la giu­sti­fi­ca­zione dei tagli al Wel­fare. L’Istat sostiene invece che la spesa per la pro­te­zione sociale supera il 30% del Pil, un valore appena supe­riore alla media Ue. Per­si­ste la forte seg­men­ta­zione e dispa­rità tra le regioni del Sud e del Nord. La spesa sociale passa dal 2,5% della Cala­bria al 26,5% dell’Emilia Romagna.

I dati dell’Istat illu­strano la deser­ti­fi­ca­zione in atto nell’occidente capi­ta­li­stico, l’altro volto della finan­zia­riz­za­zione della vita eco­no­mica e dell’indebitamento delle popo­la­zioni. è un viag­gio a ritroso nel tempo acce­le­rato dalla reces­sione che ha ridotto il Pil pro capite in ter­mini reali sotto il livello del 2000 (-1,6%). Negli ultimi 10 anni è aumen­tato del 12,5%, la cre­scita più bassa in Europa. Nel 2014 il tasso di disoc­cu­pa­zione è sti­mato al 12,8% e al 12,9% nel 2015. La disoc­cu­pa­zione gio­va­nile è al 41,6%, la più alta dal 1977. Per quanto riguarda gli inat­tivi, l’italia è seconda alla sola Malta (36,3%), il lavoro som­merso coin­volge il 12% della popo­la­zione attiva. Gli occu­pati a tempo par­ziale sono il 17,1%, chi ha un con­tratto a ter­mine è il 13,8%. In gene­rale, in Ita­lia lavo­rano solo 61 per­sone su 100 tra i 20 e i 64 ani, un livello infe­riore di 14 punti rispetto alla media che l’Ue vuole rag­giun­gere nel 2020: il 75%. Le più col­pite dalla pre­ca­rietà e dalla disoc­cu­pa­zione sono le donne. Lavo­rano solo il 50,5%. Peg­gio fanno solo la Spa­gna (59,3%) e la gre­cia (55,3%).

Un ita­liano su due (49,4%) legge un quo­ti­diano almeno una volta a set­ti­mana e, tra que­sti, il 36,2% almeno cin­que giorni su sette. Nel rap­porto Istat «Noi ita­lia: 100 sta­ti­sti­che per capire il Paese in cui viviamo» emerge che il 43% degli ita­liani ha letto almeno un libro nel 2013. I let­tori più forti sono al Centro-Nord (49,5%). Si usa più spesso Inter­net per leg­gere gior­nali, news o rivi­ste: il 33,2%. I con­sumi cul­tu­rali delle fami­glie ita­liane restano tra i più bassi nell’Europa a 27 (7,3% con­tro l’8,8). Basso anche il tasso dei lau­reati: il 21,7% dei 30-34enni. Tra il 2004 e il 2012 è stato regi­strato un aumento di sei punti, insuf­fi­ciente rispetto all’obiettivo del 40% fis­sato da Europa 2020. La spesa per istru­zione e for­ma­zione è pari al 4,2% sul Pil, di gran lunga infe­riore alla media Ue del 5,3%. Pro­dotto anche del taglio di 10 miliardi di euro a scuola e uni­ver­sità sta­bi­lito dal governo Berlusconi-Tremonti-Gelmini nel 2008.

Sono oltre due milioni i gio­vani ita­liani tra i 15 e i 29 anni (il 23,9% del totale) che non sono inse­riti in un per­corso sco­la­stico o for­ma­tivo e non sono impe­gnati in un’attività lavo­ra­tiva. Com’è ormai noto, nella cate­go­ria del «Neet» iden­ti­fi­cata dalla sta­ti­stica inter­na­zio­nale, la mag­gio­ranza è dete­nuta le ragazze. Que­sta con­di­zione riguarda soprat­tutto chi vive nel mez­zo­giorno. Se si aumenta l’età del cam­pione di rife­ri­mento, come ha fatto l’Istat in una rile­va­zione pub­bli­cata il 14 dicem­bre scorso (vedi il mani­fe­sto dello stesso giorno) oltre il 27% delle per­sone tra i 15 e i 34 anni sareb­bero in que­sta con­di­zione. La per­cen­tuale cor­ri­sponde a 3,75 milioni, 300 mila in più rispetto al terzo tri­me­stre del 2012. Que­sta con­di­zione di «Neet» riguarda tanto i quin­di­cenni, quanto i trenta­quattenni, pra­ti­ca­mente una gene­ra­zione con per­sone di età, biso­gni e con­di­zioni socio-economiche com­ple­ta­mente diverse. Avere por­tato a 29 anni il tetto d’età per iden­ti­fi­care i «Neet» è già un’anomalia, per­ché un uso così esten­sivo può indurre la poli­tica a cre­dere che la pre­ca­rietà di un ultra-trentenne può essere affron­tata con gli stru­menti adatti ad un tee­na­ger. E viceversa.

Roberto Ciccarelli

Fonte: Il Manifesto

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Ieri mattina un gruppo di studenti e studentesse dell’Università Federico II di Napoli ha interrotto e contestato l’intervento di Anna Finocchiaro, senatrice del Partito Democratico, che era stata invitata dall’ateneo per una conferenza. Gli studenti, assieme ad alcuni precari, hanno fatto irruzione nell’aula poco dopo che l’esponente del PD aveva preso parola, srotolando uno striscione e distribuendo alcuni volantini che spiegavano le ragioni della contestazione. Il gruppo di studenti e precari ha denunciato la tendenza della Federico II ad usare gli spazi dell’ateneo come vetrina per cerimonie a cui di volta in volta vengono invitati personaggi sgraditi, come nel caso di ieri. Gli studenti hanno preso parola sottolineando come Anna Finocchiaro rappresenti in modo emblematico la politica del suo partito nell’appoggiare e sostenere l’operato del governo Monti; la senatrice, in particolare, durante l’estate si era distinta per aver lodato apertamente il ddl Fornero approvato nel mese di Giugno, che ha sferrato l’ennesimo attacco ad un mondo del lavoro precario e ricattabile. La contestazione ha poi messo l’accento sulla situazione in cui l’ateneo si prepara ad inaugurare un nuovo anno accademico: ulteriori aumenti delle tasse, aumento dei corsi a numero chiuso e nessuna garanzia per il futuro di chi accede oggi al mondo universitario. La contestazione si è chiusa ricevendo gli applausi di diverse persone presenti nell’aula.

Fonte: InfoAut

Oggi il movimento no tav ha occupato la sede di Equitalia di Susa. Di seguito alcune testimonianze video e il testo del volantino distribuito durante l’azione che ne spiega il significato e le motivazioni. Dopo il blocco il gruppo di no tav si è poi diretto al vicino mercato della cittadino dove è stato accolto dagli applausi dei presenti. Una pressione e una attività, quella di Equitalia ormai insostenibile.

PERCHE’ BISOGNA BLOCCARE EQUITALIA

Tu paghi le tasse e il governo, i politici, i finanzieri e le banche con i tuoi soldi o si arricchiscono o li sprecano costruendo opere inutili come il tav Torino Lione. Sì questo è quello che succede ai tuoi sacrifici, ai tuoi risparmi, alle tasse che tu paghi. Dalla busta paga, nelle bollette della luce e del gas, per ogni litro di carburante, nelle tasse scolastiche, in tutte le imposte che ci vengono fatte pagare c’è questo spreco, investimenti inutili che non migliorano la nostra vita, che non portano lavori utili e sani e che distruggono i territori in cui viviamo. Quando poi per tutti i motivi che conosciamo bene, le difficoltà della vita, la mancanza di lavoro e di uno stipendio dignitoso non riesci a pagare una bolletta, una tassa sulla tua casa, l’affitto o la semplice rata dell’asilo dei tuoi figli e molto altro ancora ecco che spunta EQUITALIA. Questa società di riscossione si comporta oggi come una banda di usurai che ti impicca nei tuoi debiti, li raddoppia, ti ruba la casa, ti blocca la macchina e ti porta via ingiustamente i sacrifici di una vita o peggio per chi è già in una situazione difficile anche il minimo per poter vivere. Tutto questo non è giusto e va fermato. Prima di ogni sacrificio, prima di ogni bolletta, di ogni multa, di ogni tassa ci sei tu, le persone a cui vuoi bene, la tua vita. Non dobbiamo sentirci sconfitti, non dobbiamo rimanere soli, dobbiamo avere il coraggio e la dignità di dire basta a queste rapine, a questi sequestri, a queste tasse che sono troppe e ingiuste. Come nella difesa del territorio valsusino il movimento no tav oggi ha deciso di dire no anche a questo. Un no chiaro per fermare una cosa sbagliata e proporre tante cose semplici e giuste.

Perché il referendum sull’acqua pubblica sia rispettato e le persone possano avere l’acqua anche se non riescono a pagare la bolletta e non si vedano arrivare a casa una raccomandata di riscossione o sequestro di beni.

Perché le tasse sui rifiuti siano diminuite e gli eventuali debiti dei cittadini siano valutati dai comuni e non da un ufficiale giudiziario il cui unico obiettivo è recuperare denaro e non aiutarli.

Perché se non riesci a pagare la bolletta della luce ti sia lasciata una fornitura minima per vivere e non ti venga staccato il contatore.

Perché sia garantita ai nostri figli la scuola, la mensa scolastica, i libri anche se non siamo in grado di pagare le rate e perché queste difficoltà non diventino dei debiti.

Perché la mancanza di lavoro e prospettive non è stata causata da noi ma da decenni di governi incapaci, da una casta di corrotti e da un sistema bancario di sanguisughe che trasforma le nostre difficoltà in debiti.

Perché il lavoro, la salute, l’acqua, la luce, il gas, la casa, l’istruzione sono dei diritti e non possono diventare dei debiti.

EQUITALIA ingigantisce i debiti non giusti e non veri di ognuno di noi ogni giorno. A Teramo, in una terra semplice e laboriosa come la nostra ad inizio agosto due anziani pensionati si sono impiccati abbracciandosi perché al loro figlio equitalia aveva pignorato la casa in cui viveva. Molte altre persone come loro si sono arrese e si sono suicidate in questi anni, noi pensiamo invece che si possa lottare insieme per superare queste difficoltà.

E’ NECESSARIO BLOCCARE EQUITALIA, SUBITO ORA E SEMPRE NO TAV !

Movimento No Tav

Aumentare le tasse ai ricchi, come prevede di fare il nuovo presidente francese Francois Hollande, con un’aliquota al 75% per i redditi superiori a 1 milione di euro, “è logico” in un periodo di crisi: lo dice in un’intervista che verrà pubblicata questo fine settimana sul magazine di Le Monde, la stella del calcio francese, Zinedine Zidane, che non si era mai espresso su argomenti politici, fatta eccezione per il suo intervento nel 2002 contro l’allora candidato alle presidenziali del Fronte Nazionale, Jean-Marie Le Pen. Nell’intervista, di cui sono stati pubblicati alcuni stralci, Zidane, che compie 40 anni il 23 giugno, si dice anche a favore del diritto di voto agli stranieri, un’altra misura del programma di Hollande. “Non ho mai avuto problemi col fatto di pagare le tasse, di versare 50 centesimi per ogni euro che guadagno”, afferma Zidane, aggiungendo: “Non vivo in Francia ma non sono nemmeno in un paradiso fiscale. Vivo in Spagna, pago le tasse come tutti. E oggi, con quello che succede, si andranno a chiedere i soldi a chi ne ha. È logico”. Quanto al diritto di voto agli immigrati nelle elezioni locali, Zizou, figlio di algerini, non ha dubbi: “Non voglio dilungarmi ma una cosa è chiara: chi contribuisce, pagando le tasse, alla vita attiva del Paese, ha diritto di voto”. “Io la penso così”, conclude Zidane.

Fonte: Ansa

“Lo Stato pretende da noi il rispetto delle regole, con il pagamento delle tasse, ma non mantiene gli impegni presi a dicembre con i 2.200 operai di Termini Imerese. Per questo stamattina abbiamo deciso di occupare la sede dell’Agenzia delle entrate del paese”. Queste le motivazioni esposte dal portavoce della Fiom di Palermo Roberto Mastrosimone, all’inizio dell’occupazione avvenuta alle 10,30. 400 operai con i sindacalisti Fiom Fim Cisl e Uilm  hanno occupato gli uffici  dopo una riunione ai cancelli dello stabilimento. I motivi della protesta vengono raccontati ai giornalisti presenti. “Il governo – continua Mastrosimone – non sta rispettando niente di quello che era stato stabilito dall’accordo dell’1 dicembre: ha stralciato le tutele promesse per i 640 esodati, che adesso rischiano di rimanere cinque anni senza un lavoro e senza pensione, e sta fallendo come garante del piano di riconversione del sito. E dobbiamo ricordarci che ci sono 100 lavoratori dei servizi di pulizia e mensa che da dicembre non hanno uno stipendio, perché per loro non è stata ancora autorizzata la cassa. Il passaggio della fabbrica alla Dr Motor di Massimo Di Risio non è stato ancora perfezionato per le difficoltà dell’imprenditore ad ottenere fondi dalle banche per capitalizzare la società. Sono complessivamente 2200 gli operai che temono per il proprio futuro, tra questi ci sono 600 esodati in attesa delle decisioni del ministro del Lavoro Elsa Fornero. I ministeri del lavoro e dello Sviluppo economico non hanno rispettato gli accordi sugli esodati e sul piano di reindustralizzazione del polo di Termini. Dell’imprenditore molisano Di Risio, peraltro, non si hanno notizie. E noi occupiamo un pezzo dello Stato. – dice Vincenzo Comella della Uilm – Chiediamo il rispetto dell’accordo  o non ci fermeremo qui”.  E infatti le tute blu sembrano decisi a non muoversi. All’esterno c’è la presenza massiccia delle forze dell’ordine. “L’obiettivo è di restare qui a lungo, non abbiamo deciso ancora fino a quando” spiega il sindacalista Comella. “Hanno tradito i patti – gridano anche gli operai – e resteremo qui fino a oltranza. Da qui parte una battaglia, colpiremo altri obiettivi simbolici. Siamo pronti a tutto, ora basta. Difenderemo le nostre famiglie senza guardare in faccia nessuno, dai politici ai sindacalisti nazionali: Bonanni e Angeletti hanno firmato gli accordi, fateli rispettare e subito. Non si scherza col pane dei nostri figli. Non ce la facciamo più, abbiamo quattro soldi della cassa integrazione ma non abbiamo più un posto di lavoro e lo Stato pretende il pagamento delle tasse”. I più disperati sono gli interinali, una cinquantina di operai che dal primo settembre non avranno più l’indennità di disoccupazione. Un altro operaio racconta: “Ho due figli, la maggiore va all’Università ed è costretta a lavorare perché io non sono in grado di pagarle le tasse. Come si fa con 800 euro al mese a campare, pagare le tasse, crescere i figli, fare la spesa. Mi mancavano due anni per avere la pensione, ad aprile dovevo entrare in mobilità ma dopo la riforma previdenziale tutto si è bloccato”.

Fonte: Global Project

Che la protesta per l’aumento delle tasse universitarie in Quebec fosse una cosa seria era chiaro a tutti, tranne che al governo del primo ministro Charest. Da due mesi gli studenti sono in sciopero, bloccano l’attività didattica delle università e scendono in piazza tutti i giorni scontrandosi spesso con la brutalità della polizia. In questo momento la minaccia maggiore che incombe sugli universitari (circa 160mila ancora in sciopero) è di perdere il semestre, tasto su cui rettori e governo premono ad ogni occasione, infatti tra poco saranno troppi i giorni di blocco delle lezioni per poterli recuperare. La reazione degli studenti?  Ieri sera sono scesi in piazza con un grande corteo che ha girato in notturna per le vie di Montreal sfidando i blocchi ed i divieti della polizia e guadagnandosi la libertà di muoversi per la città. In questo periodo diventerà uno spettacolo molto frequente a Montreal dove gli studenti si sono dati appuntamento tutte le sere alle 20.30 per fare cortei e blocchi in città. Venerdì scorso a Montreal alcuni studenti sono riusciti ad entrare nel palazzo in cui il primo ministro avrebbe dovuto tenere un discorso su un contestato piano di sviluppo economico. La polizia ha reagito caricando gli studenti all’interno della struttura, ci sono poi stati violenti scontri all’esterno che hanno portato all’arresto di 17 manifestanti. Nel frattempo il governo cerca come sempre di dividere il movimento, l’obbiettivo questa volta è l’organizzazione studentesca C.L.A.S.S.E:  il primo ministro Charest attacca rifiutandosi di ammettere al tavolo di confronto questa organizzazione perché non intende dissociarsi dalle violenze. Allo stesso tempo la ministra Beauchamp cerca di convincere gli studenti a interrompere lo sciopero proponendo di far avvenire l’aumento delle tasse in sette anni anziché in cinque. Il movimento da un’ulteriore (dopo quella delle scorse settimane) dimostrazione di maturità rifiutando la trappola della divisione tra buoni e cattivi e rispedendo al mittente la proposta farsa della ministra dell’educazione. Del resto nella popolazione del Quebec la simpatia per la protesta studentesca è grande, il comportamento autoritario del governo crea molto malcontento e data la situazione gli scontri con la polizia non scandalizzano nessuno, anzi sotto accusa è spesso la brutalità con cui le forze dell’ordine reprimono le manifestazioni. Quello che emerge è che la  protesta non riguarda solo più l’università ma mette in discussione un intero sistema economico, quello neoliberista. L’aumento delle tasse e l’austerity si accompagnano alle privatizzazioni dei servizi pubblici e alla svendita alle multinazionali delle risorse naturali di cui il Canada è ricco. Manovre che vengono presentate come necessarie (non solo dal nostrano governo dei professori!) ma rivelano tutta la loro politicità nel momento in cui diventa evidente la volontà del governo del Quebec di scaricare i costi della crisi verso il basso e favorire l’arricchimento dei grandi capitalisti. Nel movimento comincia a diffondersi l’uso di riferirsi a questo intenso periodo di lotta come alla “Primavera degli Aceri” (la foglia d’acero è il simbolo del Canada) richiamandosi esplicitamente alla primavera araba ed ai movimenti di contestazione al capitalismo finanziario diffusi in tutto il mondo. Intanto gli studenti stanno lavorando per costruire uno sciopero generale contro le politiche neoliberiste che coinvolga tutti i settori della società del Quebec … to be continued!

Fonte: CuaTorino.org

Esigevano le tasse dai loro concittadini, ma erano i primi a non pagarle. Per questa ragione,7 consiglieri comunali di Tropea sono accusati dalla Procura di Vibo Valentia di aver attestato il falso al momento della loro elezione. I politici, tra cui 4 assessori, avrebbero dichiarato di non avere motivi di incompatibilità con la carica che si candidavano a ricoprire. Invece, è emerso dalle indagini che i consiglieri erano debitori di parecchie migliaia di euro verso l’istituzione che volevano rappresentare. La vicenda merita di essere approfondita. A Tropea si votò nel marzo 2010, quando la lista di Adolfo Repice vinse le elezioni con soli tre voti di vantaggio sull’altro candidato, Gaetano Vallone. Questi vinse il ricorso presentato contro la vittoria di Repice e venne designato sindaco di Tropea dal Consiglio di Stato. Vallone diventò sindaco il 3 Agosto 2011, per un solo voto. Oggi 6 consiglieri della sua maggioranza (tra cui 4 assessori) e un ex membro dell’opposizione sono accusati di aver attestato il falso, avendo dichiarato al momento dell’elezione di non avere pendenze verso il comune di Tropea. Al contrario, le indagini hanno mostrato come alcuni consiglieri fossero esposti fino a 10mila euro verso l’istituzione che si candidavano a rappresentare, non avendo pagato le imposte di acqua, rifiuti e Ici. Secondo il “Testo unico per gli enti locali”, facente parte del decreto legislativo n.267 del 2000, «non può ricoprire la carica di sindaco, consigliere comunale … colui che, avendo un debito liquido ed esigibile, rispettivamente, verso il comune … è stato legalmente messo in mora». È proprio il caso del comune di Tropea, che aveva sollecitato più volte i 7 consiglieri a rifondere i debiti accumulati con l’ente, con pendenze che risalivano anche a 20 anni fa. Nonostante alcuni di loro avrebbero già cominciato a ripagare i loro debiti, al momento dell’elezione risultavano tutti ancora esposti verso il comune. Eppure, secondo l’ipotesi accusatoria, anziché rendere nota la loro situazione, avrebbero omesso il loro passato, attestando falsamente di non avere motivi di incompatibilità verso la carica che si candidavano a ricoprire. Così facendo, avrebbero infranto l’articolo 495 del Codice Penale, che punisce con la reclusione da uno a sei anni  «chiunque dichiara o attesta falsamente al pubblico ufficiale l’identità, lo stato o altre qualità della propria o dell’altrui persona». Se invece avessero manifestato il loro status di debitori verso il comune, non si sarebbero potuti neanche candidare. Proprio il precedente del ricorso al consiglio di Stato vinto dall’attuale sindaco Vallone, ha provocato la scintilla che ha fatto scoppiare il caso degli amministratori debitori. Infatti è stata l’attuale minoranza del vincitore delle elezioni del 2010 Repice, a presentare in Consiglio comunale un ordine del giorno, per discutere della vicenda dei 7 consiglieri. Da allora sono partite le indagini della procura e della Guardia di Finanza. Il caso ha suscitato molte polemiche, e se i politici coinvolti dovessero decidere di dimettersi, la famosa località turistica calabrese rischierebbe di dover fare i conti con la terza giunta in meno di due anni.

Fonte: www.linkiesta.it