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milanoSi è concluso a Piazza Fontana intorno alle 11,30 di questa mattina, proprio davanti al palazzo che ospitava la sede della banca nazionale dell’Agricoltura, il corteo degli studenti organizzato per ricordare la strage fascista che 43 anni fa fece 17 morti e 80 feriti. E che grazie ai depistaggi dei servizi segreti e alle coperture concesse dalla politica ai responsabili dell’eccidio, non ha né colpevoli né mandanti. Sull’edificio, che oggi ospita una sede del Monte dei Paschi di Siena, gli studenti hanno appeso uno striscione che denuncia l’ipocrisia delle celebrazioni ufficiali e le politiche implementate dall’UE: “Seminano austerità, fomentano fascismo e razzismo, tagliano le ore di storia e geografia non c’è futuro senza memoria”. Su un altro striscione, affisso a un furgone, c’era invece scritto “Distruggono la scuola. Tagliano la storia, ci vogliono ignoranti ci avranno ribelli”. Ma forse il gesto più significativo del corteo milanese – composto da un migliaio tra studenti, attivisti dei centri sociali e membri dei collettivi anarchici, è stato l’intervento sulle due lapidi che ricordano Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico incolpato ingiustamente di aver piazzato la bomba nella banca. E poi buttato giù da una finestra della Questura di Milano durante un interrogatorio nella notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969. La lapide apposta nei giardinetti di Piazza Fontana dal Comune è stata coperta con un manifesto che recitava “Sappiamo chi è stato, non c’è futuro senza memoria”. Lasciando in vista solo l’altra lapide, quella sistemata poco dopo la morte di Pinelli in nome degli studenti e dei democratici milanesi, e che chiarisce che il ferroviere fu “Ucciso innocente nei locali della questura di Milano”. Sulla scritta ‘Morto innocente’ che campeggia sulla lapide ufficiale alcuni studenti hanno piazzato un manifesto con su scritto ‘Pinelli assassinato’ e un disegno che riproduce l’immagine un uomo scaraventato fuori da una finestra. “Contestiamo il fatto – hanno detto alcuni studenti – che la strategia della tensione non sia stata provocata dalla sinistra ma dallo Stato”. Prima di raggiungere piazza Fontana, il corteo ha appeso sulla facciata di Palazzo Marino, in piazza della Scala, uno striscione che recitava “Chiudere i covi neri. Contro chi aggredisce e accoltella. Contro chi resta a guardare e non fa niente. Mentre l’Aler assegna sedi ai neofascisti”. La manifestazione era partita questa mattina poco dopo le 9.30 da piazza Cairoli e durante il percorso alcuni istituti bancari e alcuni sportelli bancomat sono stati sanzionati con scritte e uova per protesta contro la gestione autoritaria e antipopolare della crisi. Un gruppo composto da una ventina di giovani dei collettivi milanesi si è presentato in piazza Fontana per dare vita a un’azione simbolica nel 43esimo anniversario dalla strage. A pochi minuti dall’inizio delle commemorazioni ufficiali, gli antagonisti hanno colorato di rosso le acque della fontana in mezzo alla piazza a indicare il sangue. I manifestanti si sono poi stesi a terra sul marciapiede di fronte all’arcivescovado e hanno tracciato le proprie sagome per rappresentare le vittime della strage. L’azione è durata pochi minuti, prima che il gruppo si ritirasse verso l’università Statale, dove all’ingresso è stato appeso uno striscione con la scritta ’12 dicembre 1969, strage di Stato’.

Fonte: Contropiano

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Giornata incandescente quella appena trascorsa  a Taranto, l’inchiesta per “disastro ambientale”  si arricchisce di una nuova ondata di provvedimenti  giudiziari tra cui sette misure cautelari (4 in carcere e 3 domiciliari) che vedono coinvolti tra gli altri Fabio Riva, figlio del patron Emilio, nonché vicepresidente di Riva Group (attualmente irreperibile) e Michele Conserva ex assessore provinciale all’ambiente e il sequestro dei prodotti finiti, ovvero tutto ciò che è stato prodotto dal 26 luglio ad oggi da parte dello stabilimento Ilva nonostante il sequestro senza facoltà d’uso degli impianti dell’ area a caldo. Quello che emerge, finalmente con chiarezza, da questo nuovo filone di inchiesta è il cosiddetto “sistema Archinà” dal nome dell’ex addetto alle relazioni esterne dell’Ilva, un fitta rete di relazioni  volte a preservare lo stabilimento da possibili ingerenze da parte degli organi di controllo ambientale, primo tra tutti l’Arpa. Emergono quindi conversazioni con tra Archinà e i vertici delle istituzioni locali, dal sindaco Stefàno al presidente della Provincia Florido, i Parlamentari Vico (PD) e Franzoso (PDL), consiglieri regionali e soprattutto il Presidente della Regione Puglia, Vendola, accusato secondo l’ordinanza del Gip Todisco di essere addirittura il regista delle pressioni esercitate sull’Arpa ed in particolare al direttore generale Assennato, considerato poco gradito dall’azienda. Emerge inoltre una mail scritta da Emilio Riva ed indirizzata al segretario del Partito Democratico Bersani in cui si chiede di ammorbidire le posizioni espresse dal Senatore Dalla Seta che era stato evidentemente critico rispetto alla proroga (a gennaio 2013) dell’entrata in vigore dei nuovi limiti circa le emissioni di benzo(a)pirene. Da sottolineare inoltre il coinvolgimento degli organi di stampa locali e di un dirigente della Digos di Taranto, Cataldo De Michele, che informava l’azienda dei colloqui tra Procura e Assennato. Intanto l’azienda ha annunciato il ricorso ai provvedimenti di sequestro in quanto in contrasto con il rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale d parte del Governo e ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Taranto e degli stabilimenti sparsi sul territorio nazionale del Gruppo Riva. I lavoratori sono stati messi “in libertà”,  ovvero sono stati disabilitati i badge d’accesso allo stabilimento per gli operai dell’area a freddo; oltre alla assoluta illegalità del provvedimento fa riflettere la terminologia utilizzata dall’azienda, rimettere in libertà qualcuno presuppone che questi fosse precedentemente  in condizione di privazione e coercizione, il che chiarisce la politica aziendale nei  confronti dei lavoratori. La risposta dei lavoratori non si è fatta attendere e dalle 23 di ieri sera sono in presidio permanente dinnanzi alle portinerie “D”, in queste ore è un susseguirsi di assemblee e capannelli, in cui ci si prepara alle mobilitazioni da mettere in campo nel immediato. Lo scenario è quanto mai inquietante, il futuro di migliaia di famiglie è a repentaglio ma è evidente la volontà da parte dei lavoratori di pretendere diritti e dignità, la salute e l’ambiente non sono più sacrificabili in nome del lavoro e del salario. La giornata di oggi segna in punto di non ritorno nella storia recentissima della vicenda Ilva, la sensazione è che da questo momento si fa sul serio,  sarà compito dei movimenti misurarsi  e porsi all’altezza di una sfida che appare tanto ardua quanto inderogabile. Ci sarà da dare vita alle parole d’ordine che negli ultimi mesi hanno attraversato le mobilitazioni di Taranto, Ambiente, Salute, Reddito e Occupazioni non sono più slogan, da oggi vanno conquistati.  Veramente.

Alessandro Terra

Abbiamo aspettato un po’ prima di scrivere questo comunicato sperando in un passo indietro da parte di qualcuno, ma ciò non è avvenuto. Siamo allibiti e sdegnati nell’aver appreso che due rappresentanti dell’UDS Salerno si siano candidati alle elezioni per i rappresentanti d’istituto del liceo classico De Sanctis in una lista unitaria (“lista cambiamento”) assieme ad un militante di blocco studentesco. Siamo allibiti in quanto pensavamo che l’UDS ripudiasse il fascismo in tutte le sue forme perché da sempre, almeno a  parole, si dichiara antifascista; sdegnati perché nonostante le sollecitazioni fatte agli interessati si fa finta di nulla, come se tutto ciò fosse un fatto di poca importanza, anzi si assumono atteggiamenti tipici della più becera classe politica che governa il nostro paese. Non vogliamo né passare per i duri e puri della situazione, né buttare fango addosso ad altre organizzazioni distanti anni luce dal nostro modo di intendere la politica e la lotta studentesca, ma non potevamo restare in silenzio soprattutto alla luce di quanto successo nei giorni scorsi nei licei romani dove sono avvenute incursioni di blocco studentesco, alla luce di ciò che accade in Italia e nel resto d’Europa (vedi AlbaDorata in Grecia) e di ciò che accade nella nostra città: infatti proprio ieri si è celebrata l’ennesima udienza del processo contro 4 neofascisti salernitani (tra cui il portavoce di Casa Pound Salerno) accusati di apologia di fascismo, vilipendio ai partigiani, furto e devastazione dell’ex Asilo Politico ora Jan Assen. Non possiamo permettere che le nostre lotte vengano strumentalizzate da soggetti che pur presentandosi come antisistemici e rivoluzionari sono nella sostanza funzionali a consolidare determinati interessi di potere che di certo non metteranno mai in discussione l’autoritarismo delle istituzioni esistenti che sta portando nella miseria strati sempre più ampi della società, del resto è la storia a dimostrare ciò.Non possiamo accettare che qualcuno possa fare il gioco di chi tenta mediaticamente in tutti i modi di passare come “bravo ragazzo” ma che nella sostanza con parole diverse propaganda xenofobia, fascismo e odio verso i più deboli. A qualcuno potrà sembrare strano parlare di antifascismo nel 2012 soprattutto per chi è estraneo alla politica e alla militanza ma pensiamo che non sia  da nostalgici tenere viva la memoria di chi ha dato la vita per liberare il nostro paese da una feroce dittatura in quanto per noi l’antifascismo è soprattutto cultura e ci fa alquanto schifo chi per un seggio in consiglio d’istituto e per un po’ di notorietà si comporta da opportunista come il peggiore politicante. Se voi rappresentate il futuro stiamo davvero messi male!!!!!

Odio gli indifferenti. Odio chi non parteggia. Vivo, sono partigiano!!!

Rete Studenti Antifascisti – Salerno

Collettivo Autorganizzato Studentesco – Mercato San Severino

I primi blindati della polizia sono arrivati davanti alla sede della Cmc di Ravenna a metà mattinata. Per tenere sotto controllo la manifestazione di ieri pomeriggio la Questura ha chiesto i rinforzi e ha mobilitato 450 agenti; lungo il percorso sono stati rimossi tutti i cassonetti e sono stati sigillati anche i tombini. E per fare terra bruciata attorno ai manifestanti e alimentare un clima di paura totalmente ingiustificato, dopo gli articoli di stampa e le dichiarazioni allarmistiche dei giorni scorsi questa mattina la Questura «ha consigliato la chiusura degli esercizi al passaggio del corteo», mentre il Comune ha disposto la chiusura anticipata delle scuole del centro. Un migliaio di manifestanti si sono concentrati dalle 14 nel piazzale davanti alla stazione ferroviaria, provenienti dalla val di Susa e da Torino ma anche da varie altre città del centro nord. Obiettivo della protesta la multinazionale della devastazione ambientale, quella “Cooperativa Muratori e Cementisti” che si è aggiudicata molti degli appalti per le grandi opere sulle quali hanno puntato nel tempo prima i governi di centrosinistra, poi quello di centrodestra e oggi anche, nonostante austerity e spending review, anche quello Monti. La CMC gestisce in primo luogo il raddoppio della base statunitense di Vicenza e la grande torta della linea ad alta velocità tra Torino e Lione. Alla quale il governo cosiddetto tecnico ha destinato proprio in questi giorni altri 800 milioni di euro sottratti alla spesa sociale, alla sanità, alla cultura, alla scuola. Il corteo è partito intorno alle 15,30: ai manifestanti è stato proibito il passaggio nel centro storico della città con la scusa dello svolgimento del Festival Europeo del pane. Ma la marcia è potuta comunque arrivare a pochissima distanza dalla storica sede della Cmc in via Trieste, fortemente blindata dalla Polizia e dai Carabinieri in assetto antisommossa. Durante il corteo, determinato ma pacifico, sono stati gridati slogan con la Cmc, la Tav, le basi militari, e il PD. Slogan anche contro la partecipazione della Cmc ai lavori di costruzione del muro dell’apartheid in Palestina da parte di Israele. Scarsa la partecipazione di cittadini di Ravenna, mentre c’erano centri sociali e collettivi di tutta l’Emilia Romagna e quelli che si battono contro l’Expo di Milano. Davanti ai cancelli della cooperativa, ribattezzata ”Cemento morte e corruzione”, i manifestanti hanno allestito sistemato del terriccio sul quale sono state piazzate alcune piantine. Un segno di protesta, hanno spiegato, contro la cementificazione selvaggia di cui l’azienda sarebbe responsabile. A dimostrazione di una linea nota da tempo su questi temi, la direzione del Pd di Ravenna ha dichiarato la propria completa solidarietà nei confronti dei ”soci e dipendenti della cooperativa Cmc oggetto di una protesta ingiusta. C’e’ la sensazione che troppi ignorino la storia e la ricchezza di un’etica e una cultura che stanno alla base del movimento cooperativo ravennate, di cui la Cmc é parte integrante”. Un sostegno scontato, quello del PD, con una potente lobby economica il cui appoggio ha portato in questi anni all’elezioni di sindaci, consiglieri e deputati. Meno scontato e sconcertante invece il sostegno alla multinazionale del cemento giunta nelle scorse ore da parte dell’ Anpi di Ravenna il cui presidente, Ivano Artioli, ha sottolineato in una nota che ”i partigiani e patrioti che si sono impegnati” in tale cooperativa ”sono stati molti”. Una strumentalizzazione che gli iscritti all’associazione partigiani farebbero bene a contestare agli organi direttivi dell’Anpi. Scrivono i promotori della manifestazione: “Tutti stretti alla ditta che porta ancora il nome di Cooperativa ma che da sempre coopera insieme all’economia di distruzione che ci ha portato nella crisi che viviamo tutti. La CMC che ha incassato la penale sancita da contratto se non si fosse più costruito il ponte sullo stretto di messina, quella che costruisce le basi di guerra americane,come Sigonella in Sicilia e il Dal Molin a Vicenza, la stessa che ha devastato il Mugello prosciugando le falde acquifere ed inquinando i terreni, quella che vediamo scritta sulle tute all’interno del cantiere di Chiomonte, che asfalterà Milano per l’Exp, nelle Marche e l’Umbria e nell’immancabile “affaire” Salerno – Reggio Calabria. La manifestazione è contro quella CMC lì e contro tutte le cmc che benchè dotate di codice etico e farcite di grandi paroloni, sono il braccio della devastazione dei territori e dell’economia di guerra dichiarata ai conti pubblici”.

Fonte: Contropiano

“Non è un reato partecipare ad una manifestazione violenta No Tav” e pertanto il tanto paventato concorso morale, reato con il quale incriminare chiunque partecipi a una manifestazione notav, non esiste. Sono state pubblicate le motivazioni della sentenza per Nina e Marianna, che finirono assolta la prima e condannata la seconda in un processo farsa con testimonianze fumose che dimostrarono l’inconsistenza delle accuse nei confronti delle due notav. Fin dall’udienza preliminare presidiata dal Procuratore di Torino Caselli si capiva l’aria che tirava e che la procura voleva sentenziare nei confronti del movimento notav, e tentare di giocare la carta del “concorso morale” per munirsi di un altro strumento per intimorire il movimento. E invece neanche questa volta è passato l’esercizio da “legge speciale” che la procura di Torino ha tentato per l’ennesima volta dimostrando palesemente la volontà di dotarsi di strumenti adatti a fermare “all’origine” la mobilitazione popolare, come è stato fatto con i folgi di via, gli obblighi di dimora ed altri piccoli escamotage “legali” . Il tribunale, nelle motivazioni, cita un giudizio della Cassazione riferendosi alla pronuncia di assoluzione del senatore Giulio Andreotti (30 ottobre 2003) per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli…Il giudice comunque si lancia nelle considerazioni finali, emettendo a suo modo la sentenza nei confronti di MArianna e del Movimento, non ricordando bene che la condanna di Marianna (nata da una testimonianza assurda e mai verificata) è stata condannata perchè nel suo caso la pena “deve tener conto della gravità del fatto, inserito in quei pesanti disordini che sovente accompagnano le motivazioni No Tav soffocando e vanificando, con una violenza che troppo spesso nasconde la mancanza di idee e di ideali, la voce e le ragioni di coloro che cercano di dare la massima visibilità alla loro opposizione in modo civile, motivato, democraticamente rispettoso”.

Per fortuna la storia, nel nostro caso, non la scriveranno i tribunali!

Fonte: http://www.notav.info

Ieri, 31 luglio, agenti della digos di Torino si sono presentati presso le abitazioni di 12 No Tav e presso il campeggio No Tav di Chiomonte per notificare altrettante denunce per resistenza aggravata e lesioni, e alcune misure cautelari. I fatti contestati sono quelli dell’8 dicembre 2011, quando, nel giorno dell’anniversario della cacciata delle truppe del 2005, migliaia di persone si recarono in Val Clarea per ribadire la contrarietà più ferma alla presenza in valle delle truppe d’occupazione presenti dal 27 giugno, e alle recinzioni che delimitano l’area in cui dovrebbero svolgersi i lavori preliminari per il tunnel geognostico di Chiomonte. Fu una giornata di lotta, di sfida alle mafie Sì Tav e al loro apparato militare, cui le FFOO risposero con violenza estrema, lanciando gas lacrimogeni al CS non appena tentammo di avvicinarci alle reti, non senza cercare il ferito e magari il morto tra i manifestanti (in particolare puntando ripetutamente alla testa dei No Tav le granate lacrimogene). Un compagno perse un occhio per questo motivo, mentre Yuri, 16 anni, del Komitato Giovani No Tav, oscillò tra la vita e la morte per 24 lunghissime ore, per poi ristabilirsi soltanto parzialmente dopo mesi di cure. Ha infine completamente perso l’udito da una delle orecchie. Questa repressione fu brutale e premeditata, dimostrando ancora una volta che, quando interessi troppo grandi sono in ballo, la democrazia dell’austerity non esita a mettere a rischio la vita delle persone, pur di procedere nei suoi intenti. Proprio in quei giorni, d’altra parte, si insediava il governo Monti che, per voce del ministro Passera, ribadiva il carattere prioritario e irrinunciabile del Tav: non ci stupimmo, visto che i tecnocrati che ci governano hanno il compito preciso di scaricare i costi della crisi su tutti noi, per massimizzare ancora una volta i profitti di una cricca di parassiti capitalisti. Di una simile visione della società, e di simili interessi, il Tav è uno dei costituenti esemplari. Ancora una volta, la magistratura torinese si schiera contro la Val di Susa, imponendo restrizioni ai movimenti di 12 compagni colpevoli soltanto, come tutti noi, di avere difeso la nostra terra. Per l’ennesima volta, e a sette mesi dall’operazione coordinata da Caselli il 26 gennaio, si mostra di credere che le denunce e i processi possano fermare un movimento popolare di massa, un movimento resistente, che non arretrerà di un metro dopo questa operazione, come non ha arretrato dopo le precedenti. Operazione tanto più grave perché assume carattere persecutorio nei confronti di un compagno del Comitato di Lotta Popolare, Giorgio, che soltanto ieri aveva visto gli arresti domiciliari commutati in divieto di dimora in alcuni comuni della valle; da oggi gli si impone l’obbligo di dimora a Bussoleno e quello di permanenza presso la propria abitazione tra le 21 e le 7. Provocazione tanto più evidente perché un altro indagato, Max, è stato “prelevato” nella notte al campeggio di Chiomonte per la notifica di un obbligo di dimora mentre Luca, giovane del Comitato, è stato prelevato a casa sua, caricato in macchina e portato in Questura a Torino. Nulla di tutto questo fermerà il movimento o incrinerà la sua convinzione nelle proprie ragioni. Nulla di tutto questo cambierà la nostra opinione sul Tav e sulla necessità di una resistenza aperta contro di esso. Nulla di tutto questo cambierà la storia di vergognose violenze di polizia che ha contraddistinto la giornata dell’8 dicembre 2011. Nessuna denuncia e nessun processo intaccherà la fermezza del movimento nella lotta: ci vorranno tempo e sacrifici, ma infine una per una le recinzioni del cantiere verranno giù.

Comitato di Lotta Popolare di Bussoleno

Nessun profilo di illegittimità nelle sentenze di primo e secondo grado, che li hanno condannati a tre anni e mezzo (sei mesi indultati) per l’omicidio di Federico Aldrovandi, il ragazzo di diciotto anni ucciso in strada sette anni fa all’alba, durante l’intervento di due volanti della questura di Ferrara. La Corte di Cassazione, presieduta dal giudice Carlo Brusco, ha rigettato il ricorso presentato dai quattro poliziotti condannati per eccesso colposo per la morte di Aldrovandi: Monica Segatto, Paolo Forlani, Luca Pollastri e Carlo Pontani. La sentenza di ieri mette la parola fine a un caso tormentato e tragico, che però rappresenta un precedente importante nei casi di “malapolizia”, che troppo spesso non trovano giustizia nelle aule di tribunale. “Abbiamo scritto la storia. Ora basta parlare di autolesionismi, di deliri psicomotori. Questa è una sentenza che cambia la cultura nelle aulee di tribunale”. Sono state le parole “a caldo” subito dopo la sentenza della Corte dell’avvocato di parte civile Fabio Anselmo. E’ stato lui uno dei protagonisti delle sentenze di merito, e fa bene a ricordare che persino nella sentenza di primo grado veniva riconosciuto al pool di avvocati che ha seguito il caso il grande lavoro svolto. Perché altrimenti, se ci si fosse dovuti affidare alle prime indagini della polizia e della Procura, ci sarebbe stata un’omissione di giustizia. E’ stato un “percorso tormentato” quello del caso Aldrovandi, come ricorda anche il comunicato di Amnesty international. Che ancora ieri nella IV sezione penale ha visto qualche “coda”. In aula, a chiedere alla Corte di accogliere il ricorso dei quattro poliziotti, c’era un pool di primo ordine, con in prima fila l’avvocato Niccolò Ghedini, famoso per essere uno dei difensori di fiducia dell’ex premier Silvio Berlusconi. Insomma, un avvocato di tutto rispetto, una super star delle aulee giudiziarie. Che ha messo tutto il suo peso, la sua esperienza, e la sua faccia per difendere l’operato dei poliziotti di Ferrara. Tutto sommato un fatto di cronaca locale. Ma l’impegno profuso ad alti livelli perché fosse disinnescata la “mina Aldrovandi” dimostra che non è così. Ghedini e gli altri avvocati della difesa – in tutto sei – sono ritornati nella loro arringa su questioni già sviscerate nei precendenti dibattimenti. Elemento principe della linea difensiva è stato affermare – di nuovo – che nella morte di Federico non è stato tennuto in debito conto l’assunzione di droghe. Di nuovo Federico è stato descritto come un tossico, Ghedini si è appigliato a un passaggio della sentenza di appello in cui Federico viene definito “assuntore abituale”, nonostante le moltissime testimonianze che in questi anni hanno raccontato un ragazzo ben diverso. E, aldilà di tutto, nonostante nei campioni biologici di Federico non sia mai stata trovata traccia sufficiente per giustificare la ricostruzione abbastanza incredibile – non ci hanno creduto tre Corti – di ciò che sarebbe successo quella notte. Secondo il primo verbale della polizia – e questo hanno sostenuto gli agenti in tutti i gradi di giudizio, ieri ribadito dai difensori – l’intervento degli agenti è stato di legittima difesa, e anzi di soccorso nei confronti di un ragazzo praticamente impazzito, che ha aggredito con forza quasi sovrumana i quattro poliziotti. Che – secondo la versione ufficiale, messa in dubbio da entrambe le motivazioni delle sentenze di primo grado e d’appello – sono intervenuti solo in seguito alle telefonate arrivate da alcuni abitanti di via Ippodromo (una strada perfierica di Ferrara, teatro dell’omicidio) che sentivano qualcuno urlare in strada. I legali hanno inoltre sostenuto che la difesa è stata “menomata” dalla tardiva iscrizione dei quattro agenti nel registro degli indagati. Cosa vera, in effetti, anche se – come ha osservato il procuratore generale Gabriele Mazzotta – purtroppo questa mancanza va addebitata al lavoro del primo pubblico ministero che si occupò della vicenda, Maria Emanuela Guerra, e all’andamento delle prime fasi delle indagini che sono state più volte descritte come “un tentativo di depistaggio”. Secondo i legali il fatto che i poliziotti – non essendo indagati – non abbiano potuto partecipare all’autopsia sul corpo di Federico ha impedito loro di prendere in visione quella parte del cuore del ragazzo in cui è stato riscontrato lo schiacciamento del fascio di Hicks. E’ questa la causa della morte di Federico riconosciuta in una perizia che in qualche modo – anche in questo caso – fa storia. Non esiste infatti, finora, una vasta letteratura circa le morti causate da questa particolare forma di compressione della gabbia toracica, che potrebbe essere la spiegazione di diverse morti occorse in casi di interventi di forze dell’ordine. La morte di Federico insegna che non bisognerebbe mai mettere una persona a terra, prona, per diversi minuti dopo una colluttazione. Perché questo potrebbe determinarne la morte. Elementi importanti per chi voglia fare bene il mestiere di poliziotto. Ma ieri in aula si è disquisito molto su chi sia “il poliziotto perfetto”. Gli avvocati della difesa hanno chiarito che “il profilo professionale del poliziotto non è nè quello di un medico nè quello di uno psichiatra”. chiedendo alla Corte di dire “cosa avrebbero dovuto fare di fronte a un ragazzo completamente impazzito”, e ribadendo più volte che “gli agenti sono stati condannatio in due gradi di giudizio senza che nessuno abbia mai spiegato loro dove avrebbero sbagliato”. Il procuratore generale nella sua disamina in mattinata aveva dato qualche speranza ai famigliari di Federico, che comprensibilmente temevano un ribaltamento delle sentenze precedenti, e hanno seguito con il fiato sospeso e con molto tormento l’intera udienza, durata diverse ore. Mazzotta ha ricostruito sommariamente quanto avvvenuto, secondo le ricostruzioni giudiziarie, quella notte. Ha rilevato che i punti del ricorso dei quattro agenti lasciava intendere che avrebbero gradito un altro giudizio di merito “ma questo esula dal compito di questo tribunale”. E alla fine non ha risparmiato critiche all’operato degli agenti, ricordando che anche qualora qualcuno di loro avesse avuto ruoli meno “attivi” – Ghedini in effetti ha cercato di dire che in ogni caso il ruolo di Monica Segatto è stato secondario per ché “teneva soo le braccia del ragazzo” quando si trovava a terra – in ogni caso compito di un poliziotto è anche moderare i comportamenti degli altri colleghi, quando questi vanno oltre il loro compito. E quella sera Segatto, Pontani, Pollastri e Forlani hanno usato in modo eccessivo la forza. Il procuratore li ha definiti “schegge impazzite” contro un ragazzo “definito come un mostro dalla forza sovrumana” anche se alla fine il suo corpo era pieno di ematomi. “Finalmente ho trovato un po’ di pace” ha detto alla fine dell’udienza il padre di Federico, Lino.

Fonte: Il Manifesto