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La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio di cinque carabinieri coinvolti nell’indagine bis sulla morte di Stefano Cucchi, ovvero per i tre carabinieri che lo arrestarono, per i loro colleghi che avrebbero mentito per coprire le torture: chiesto il rinvio a giudizio.

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Ora un giudice di Roma dovrà stabilire la data dell’udienza preliminare perché c’è la richiesta di rinvio a giudizio per cinque dei carabinieri coinvolti nell’inchiesta bis sulla morte di Stefano Cucchi, il geometra trentenne deceduto una settimana dopo il suo arresto, nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale Pertini di Roma, nell’ottobre del 2009. Per i tre militari che lo arrestarono, l’accusa contestata dalla procura è quella di omicidio preterintenzionale, mentre altri due appartenenti all’Arma sono accusati di calunnia e falso.
L’ipotesi di reato di omicidio preterintenzionale riguarda Raffaele D’Alessandro, Alessio Di Bernardo e Francesco Tedesco, mentre il falso e la calunnia riguardano Roberto Mandolini e Vincenzo Nicolardi. All’epoca del fatto prestavano servizio alla stazione dei carabinieri di Roma Appia. Sono loro che arrestarono Cucchi in flagranza di reato perchè trovato in possesso di stupefacenti. Ai carabinieri Roberto Mandolini comandante interinale della stazione Appia vengono contestati i reati di calunnia e falso mentre l’accusa di calunnia è contestata ancora al carabiniere Tedesco nonchè a Vincenzo Nicolardi.
La Procura di Roma, dunque, contesta il reato di omicidio preterintenzionale ai tre carabinieri che arrestarono Stefano Cucchi. Ai tre carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale per la morte di Stefano Cucchi è contestata anche l’accusa di abuso di autorità. L’avviso di chiusura indagine, atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, dice che hanno sottoposto il geometra «a misure di rigore non consentite dalla legge». Per la procura con «l’aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi, riconducibili alla resistenza di Cucchi al momento del foto-segnalamento». Dalla prima ipotesi di lesioni volontarie si è passati all’ipotesi di omicidio preterintenzionale anche dopo una malintesa perizia, quella con cui, secondo Ilaria Cucchi, si tentava «di scrivere la sentenza finale del processo per i responsabili del violentissimo pestaggio a mio fratello». Il collegio peritale si era avventurato a formulare due ipotesi di morte. «La prima, per epilessia, che se in un primo momento viene ritenuta forse più probabile, nelle conclusioni la definisce ‘priva di riscontri oggettivi’. La seconda, dopo aver riconosciuto tutte le evidenze cliniche da sempre dai nostri medici legali evidenziate, riconosce il ruolo del globo vescicale come causa di morte in conseguenza delle fratture. A pagina 195 descrive compiutamente ‘un’intensa stimolazione vagale produce brachicardia giunzionale’, che ovviamente è conseguenza delle fratture, e poi della morte».
Malgrado tutto, gli unici dati oggettivi scientifici che la perizia riconosce sono: il riconoscimento della duplice frattura della colonna e del globo vescicale che ha fermato il cuore. «Abbiamo ottime possibilità di vedere processati gli indagati per omicidio preterintenzionale.
Un violentissimo pestaggio, dunque, toccò a Stefano Cucchi, già nella notte dell’arresto da parte di alcuni carabinieri del comando della stazione Appio che spunta solo dopo sei anni nelle ipotesi della Procura della Repubblica di Roma che, con un documento di 50 pagine, ha chiesto al gip a dicembre del 2015 di disporre lo svolgimento di un incidente probatorio per ricostruire tutti i fatti che hanno preceduto la morte di Cucchi, avvenuta il 22 ottobre del 2009 all’ospedale Pertini, «dopo aver subito – come si legge nel documento della procura – nella notte tra il 15 e 16 ottobre un violentissimo pestaggio da parte dei carabinieri appartenenti al comando stazione Appia».
Sempre più concrete, perciò, le ipotesi che emergevano con forza dalle primissime ricostruzioni e dalle evidenti contraddizioni dei carabinieri durante la prima inchiesta. Ma all’epoca, con un proclama perentorio, parve a tutti che il ministro della Difesa La Russa fosse intervenuto a gamba tesa per tenere lontana l’Arma da un’inchiesta. Così fu. Così, forse, non è più. Una consulenza del radiologo Carlo Masciocchi, consulente della famiglia Cucchi, accertò l’esistenza di una frattura lombare recente sul corpo del defunto.
Nella ricostruzione dell’accaduto e soprattutto sulle lesioni subite da Stefano Cucchi nelle carte si scrive che a pestarlo furono i carabinieri D’Alessandro, Di Bernardo e Tedesco. Il pestaggio avvenne in un arco temporale certamente successivo alla perquisizione domiciliare eseguita nell’abitazione dei genitori dello stesso Cucchi, un pestaggio che «fu originato da una condotta di resistenza posta in essere dall’arrestato al momento del fotosegnalamento presso i locali della compagnia Carabinieri Roma Casilina». Qui subito dopo la perquisizione domiciliare si legge nel documento Cucchi era stato portato. Secondo la ricostruzione fatta dal magistrato una volta nella caserma Casilina «fu scientificamente orchestrata una strategia finalizzata a ostacolare l’esatta ricostruzione dei fatti e l’identificazione dei responsabili per allontanare i sospetti dei carabinieri appartenenti al comando stazione Appia». In particolare nella ricostruzione decisa dai carabinieri «non si diede atto della presenza dei carabinieri Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo nella fase dell’arresto di Stefano Cucchi. Il nominato dei due militari infatti non compariva nel verbale di arresto, pur essendo gli stessi pacificamente intervenuti già al momento dell’arresto e pur avendo partecipato a tutti gli atti successivi».
Nel documento della Procura si sottolinea poi che «fu cancellata inoltre ogni traccia di passaggio di Cucchi dalla Compagnia Casilina per gli accertamenti fotosegnaletici e dattiloscopici al punto che fu contraffatto con bianchetto il registro delle persone sottoposte a fotosegnalamento». Poi si aggiunge che nel verbale di arresto non si diede atto del mancato fotosegnalamento e che Stefano Cucchi «non fu arrestato in flagranza per il delitto di resistenza a pubblico ufficiale perpetrato nei locali della compagnia carabinieri di Roma Casilina, nè fu denunciato per tale delitto. Omissione che può ragionevolmente spiegarsi solo con il fine di non fornire agli inquirenti alcun elemento che potesse spostare l’attenzione investigativa sui militari del comando stazione carabinieri di Roma Appia». Secondo il pubblico ministero fu taciuto agli altri carabinieri che avevano partecipato all’arresto di Cucchi.

da http://www.osservatoriorepressione.info/

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La procura di Roma ha chiuso l’inchiesta bis sulla morte di Stefano Cucchi (22 ottobre 2009) e ha contestato l’accusa di omicidio preterintenzionale ai tre carabinieri che lo arrestarono il 15 ottobre. I tre sono ritenuti responsabili del pestaggio del giovane geometra. Per altri due carabinieri sono ipotizzati i reati di calunnia e di falso.

Ai tre carabinieri  è contestata anche l’accusa di abuso di autorità, è detto nell’avviso di chiusura indagine, atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, per aver sottoposto il geometra “a misure di rigore non consentite dalla legge”. Per la procura con “l’aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi, riconducibili alla resistenza di Cucchi al momento del foto-segnalamento”.

Le accuse sono contestate ad Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, carabinieri in servizio, all’epoca dei fatti, presso il Comando Stazione di Roma Appia, che procedettero all’arresto di Stefano Cucchi in flagranza di di reato per detenzione di droga. Tedesco è accusato anche di falso. A Roberto Mandolini, comandante Interinale della stessa stazione di Roma Appia sono attribuiti i reati di calunnia e falso. Accusa di calunnia anche per lo stesso Tedesco, e per Vincenzo Nicolardi, anch’egli militare dell’Arma.

Pm, morte determinata da schiaffi, pugni e calci  – Stefano Cucchi fu colpito dai tre carabinieri che lo avevano arrestato con “schiaffi, pugni e calci”. Lo scrivono il procuratore della repubblica Giuseppe Pignatone ed il sostituto Giovanni Musarò nell’avviso di chiusura indagine. Le botte, per l’accusa, provocarono “una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale” che “unitamente alla condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Cucchi presso la struttura protetta dell’ospedale Sandro Pertini, ne determinavano la morte”.

Procura, morte non causata dall’epilessia – L’attacco epilettico del quale è stato vittima Stefano Cucchi nei giorni di detenzione dopo il suo arresto, citato in una perizia fatta in incidente probatorio, non figura tra le cause che ne hanno causato il decesso. Nella perizia svolta dal professore Francesco Introna, su incarico del gip, si faceva invece riferimento ad un attacco epilettico come una probabile causa della morte del giovane.

Ilaria: ‘Finalmente si parlerà di verità, è omicidio’ – “Non lo so come sarà la strada che ci aspetta d’ora in avanti, sicuramente si parlerà finalmente della verità, ovvero di omicidio”. Così Ilaria Cucchi commenta la notizia della chiusura dell’inchiesta bus sulla morte del fratello Stefano per l’accusa di omicidio preterintenzionale. “Ricordate la foto del mio pianto il giorno della lettura della sentenza di primo grado? – ha aggiunto -. Ci gettiamo alle spalle sette anni durissimi, di dolore, di sacrifici, di tante lacrime amare. Ma valeva la pena continuare a crederci”.

Legale CC, accusa non provabile in giudizio  – “La Procura ha esercitato una sua prerogativa e ha formulato il capo di imputazione che ritiene sussistente. Noi riteniamo, di contro, che tale contestazione non potrà essere provata nel giudizio in quanto gli elementi di fatto su cui fonda non sono riscontrabili in atti e, tanto meno, nella perizia disposta dal Gip con incidente probatorio”. Così l’avvocato Eugenio Pini, legale di uno dei carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale nell’ambito dell’inchiesta bis sulla morte di Stefano Cucchi.

Fonte: Ansa

“Le lesioni riportate da Stefano Cucchi dopo il 15 ottobre 2009 non possono essere considerate correlabili casualmente o concausalmente, direttamente o indirettamente anche in modo non esclusivo, con l’evento morte”…

Questo hanno scritto oggi nella loro perizia i quattro periti nominati dal gip Elvira Tamburelli nella relazione consegnata per l’incidente probatorio nel corso del processo bis per la morte di Stefano Cucchi!

Se questo è un morto per epilessia…

 

news_img1_66633_stefano-cucchi-300x225 Cinque condanne per omicidio colposo, è questa la richiesta del Procuratore Generale della corte d’Assise di Roma, Eugenio Rubolino nell’ambito del processo di appello-bis per la morte di Stefano Cucchi: 4 anni di reclusione per il primario del reparto lager dell’ospedale Pertini, e 3 anni e 6 mesi per altri 4 medici. Dura la requisitoria del PG, il quale ha così esordito “Non vorrei che Stefano Cucchi morisse per la terza volta: una prima volta lo hanno ucciso servitori dello Stato in divisa, si tratta solo di stabilirne il colore, la seconda volta lo hanno ucciso servitori dello Stato in camice bianco”, paragonando le sofferenze di Stefano alle torture subite da Giulio Regeni.
Sempre per quanto riguarda il caso Cucchi, domani invece nuova udienza per l’inchiesta bis che vede indagati cinque carabinieri: tre per lesioni personali aggravate e abuso d’autorità, e due per falsa testimonianza. I periti della difesa, che devono stabilire l’esistenza o meno di un nesso di causa-effetto tra il decesso di Cucchi e le lesioni che gli vennero inflitte durante il pestaggio la notte del suo arresto hanno chiesto altri 90giorni e così la prescrizione di avvicina. A prendere tempo è il professor Francesco Introna, ex massone, uomo di destra con un passato in Alleanza Nazionale, il quale nei giorni scorsi aveva sostenuto di “non avere ancora tutto il materiale”.
Il commento dell’avvocato della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo, al termine dell’udienza.Ascolta o scarica

http://www.radiondadurto.org/

alt INFOAUT– Ieri Ilaria Cucchi ha postato sul proprio profilo Facebook la foto di uno dei cinque carabinieri che hanno massacrato suo fratello Stefano.
Il fisico palestrato immortalato in spiaggia, degna di una foto per pubblicizzare una casa produttrice di costumi da bagno, era evidentemente sul profilo dello stesso aspirante modello. Il carabiniere, vistosi rimbalzato su ogni testata giornalistica, si è precipitato a toglierla e nello stesso tempo tramite il suo legale ha formalizzato una denuncia nei riguardi di Ilaria Cucchi ”per le sue affermazioni e per le numerose e gravissime ingiurie che sono state rivolte a lui e ai suoi familiari a seguito e a causa della Signora Cucchi”.
Forse è l’immagine che più ci si attendeva e che meglio si addiceva, quanto meno per uno di loro, quella dello sbirro tutto muscoli e niente cervello. Sul fatto che ci fosse stato un abuso da parte dei CC non vi era dubbio e le parole all’interno delle intercettazioni emerse negli ultimi giorni hanno fatto capire che cosa sono stati capaci di fare sul corpo di Stefano e come si fossero studiati anche un piano per tirare a campare (“ci diamo alle rapine”).
Al di là della valanga di commenti (alcuni del tutto condivisibili) apparsi in seguito alla pubblicazione, la questione di fondo rimane la pochezza di questi individui che continuano ad essere in servizio, spalleggiati dai loro colleghi nei secoli fedeli, mentre tra i comuni mortali basta molto meno per perdere il posto di lavoro. E’ stata la stessa Ilaria Cucchi a sottolineare poi che se si fosse trattato di un comune mortale a quest’ora non solo sarebbero usciti i nomi e le foto delle persone coinvolte, ma sicuramente si sarebbe anche concluso il processo con tanto di condanna. Invece a distanza di anni per il caso Cucchi ci troviamo ancora a parlare di soli indagati, personaggi senza arte né parte pronti ad indossare una divisa per poter accomunare lo stipendio con qualche potere in più, in questo caso sperando che quella divisa li protegga per quel pestaggio che in quella tragica notte ha spento la vita di Stefano.
Incapaci di assumersi le proprie responsabilità rispetto a quello che hanno fatto, tentano di rimanere il più possibile anonimi, salvo poi scandalizzarsi di fronte a quella che è una semplice foto di una persona con un nome ed un cognome. Ma si sa che ci sono persone che si prestano più alla vita nell’ombra che alla luce del sole e che agiscono e si sentono forti solo in branco.
altDi seguito riportiamo i messaggi postati da Ilaria Cucchi sulla sua pagina Facebook, da quello che accompagnava la foto del carabiniere a quelli in cui spiega il senso della propria scelta di fronte alla polemica che ne è seguita:
“Volevo farmi del male, volevo vedere le facce di coloro che si sono vantati di aver pestato mio fratello, coloro che si sono divertiti a farlo. Le facce di coloro che lo hanno ucciso”.
Dopo una serie di commenti pesanti indirizzati verso il carabiniere la sorella scrive: “Non tollero la violenza, sotto qualunque forma – precisa – Ho pubblicato questa foto solo per far capire la fisicità e la mentalità di chi gli ha fatto del male, ma se volete bene a Stefano vi prego di non usare gli stessi toni che sono stati usati per lui. Noi crediamo nella giustizia e non rispondiamo alla violenza con la violenza”.
A chi le chiede se avesse senso pubblicare la foto lei risponde:”Il senso è che Stefano era la metà di questa persona”.
In serata, decide di rompere ancora una volta il silenzio: “Sto ricevendo numerose telefonate anche di giornalisti su questa fotografia – scrive – La prima domanda che mi pongo è: se fosse stato un comune mortale, cioè non una persona in divisa, non ci si sarebbe posto alcun problema. Ho pubblicato questa foto perché la ritengo e la vedo perfettamente coerente col contenuto dei dialoghi intercettati e con gli atteggiamenti tenuti fino ad oggi dai protagonisti. Il maresciallo Mandolini (il primo indagato tra i militari, ndr) incurante di quanto riferito sotto giuramento ai giudici sei anni fa e non curandosi nemmeno della incoerente scelta di non rispondere ai magistrati ha avviato un nuovo processo a Stefano e a noi, che abilmente sarà di una violenza direttamente proporzionale alla quantità di prove raccolte contro di loro dai magistrati. E quindi io credo che non mi debba sentire in imbarazzo se diventeranno pubblici anche i volti e le personalità di coloro che non solo hanno pestato Stefano ma pare se ne siamo addirittura vantati ed abbia.o addirittura detto di essersi divertiti”. “Di fronte al possibile imbarazzo che qualcuno possa provare pensando che persone come queste possano ancora indossare la prestigiosa divisa dell’arma dei carabinieri io rispondo che sono assolutamente d’accordo e condivido assolutamente questo imbarazzo” scrive ancora la Cucchi.
Concludendo poi: “Quella di avere pestato Stefano è stata una scelta degli autori del pestaggio. Quella di nascondere questo pestaggio e di lasciare che venissero processato altri al loro posto è stata una scelta di altri. Così come quella di farsi fotografare in quelle condizioni e di pubblicarla sulla propria pagina Facebook è stata una scelta del soggetto ritratto. Io credo che sia ora che ciascuno sia chiamato ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Accollandosene anche le conseguenze. E il fatto che questo qualcuno indossi una divisa lo considero un’aggravante non certo un’attenuante o tantomeno una giustificazione”.

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“Io e la mia famiglia veniamo presi in giro da cinque anni quindi sicuramente l’abbiamo accolto con grande apertura, con quella disponibilità con la quale io e i miei genitori da soli, senza avvocati e senza nessuno, siamo andati dal procuratore capo della Repubblica di Roma siamo andati lì come famigliari di Stefano Cucchi a dire semplicemente questo: ‘bene procuratore capo, ci sono queste sentenze come si intende andare avanti per assicurare alla giustizia i responsabili di quel pestaggio’, questo era il nostro spirito”. Così Ilaria Cucchi, all’indomani dell’incontro con il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone. Pignatone  ha da una parte promesso alla famiglia di rivedere gli atti sull’omicidio di Stefano, dall’altra però ha anche elogiato il lavoro svolto dai pm Vencenzo Barba e Mria Francesca Loy che hanno condotto l’inchiesta.

Duro il commento di Ilaria che ha dichiarato “Io e la mia famiglia per 5 anni abbiamo combattuto, perchè così devo dire, un processo assurdo nel quale se non si fosse trattato della morte di mio fratello sarebbe sembrata una barzelletta. Abbiamo sentito dire di tutto e soprattutto abbiamo cercato con ogni forza sentir negare quelle fratture e le conseguenze di quelle fratture. Oggi abbiamo due sentenze che ci dicono che Stefano è stato pestato e ci dicono che non si è in grado di stabilire chi ne siano gli stato autori di quel pestaggio.

La famiglia del 31enne morto per mano poliziesca nell’ottobre 2009, assieme all’associazione Acad, ha organizzato per sabato prossimo a Roma alle 18.30 una fiaccolata dal titolo “Mille candele per Stefano. Accendiamo la verità”. Appuntamento davanti al Csm,: un luogo scelto non a caso, dopo l’incontro tra la famiglia Cucchi e il procuratore di Roma, Pignatone, che si era detto disponibile a riaprire il caso dopo la sentenza di assoluzione in Corte d’Appello “se in presenza di nuovi elementi”. Oggi lo stesso Pignatone ha annunciato che la stessa Procura Generale di Roma “valuterà la sussistenza di motivi” per ricorrere in Cassazione “dopo aver letto le motivazioni” della sentenza di assoluzione in appello degli imputati per la morte di Stefano Cucchi.

Fonte: Radio Onda d’Urto

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“Se lo Stato non è in grado di identificare gli autori di questo pestaggio, che è stato riconosciuto da tutti, non ci rimane altro che un’azione civile dei confronti del ministero. Una responsabilità del ministero c’è al di là dell’accertamento delle singole responsabilità”. L’avvocato Fabio Anselmo, avvocato della famiglia di Stefano Cucchi, avverte i giudici che l’accertamento della verità sulla morte dell’uomo, non si limiterà al ricorso in Cassazione. Stando infatti al risultato logico della sentenza di appello, tutto il procedimento sarebbe da rifare in quanto non sono state accertate le responsabilità. L’errore, semmai è aver portato indagini, accusato persone ed esibito prove che non c’entrano molto con la morte di Stefano Cuccni. “Siamo sereni – ha spiegato – non urliamo allo scandalo per questa sentenza ma quello che è uno scandalo è come si è arrivati a questa sentenza e che non sia servita né per identificare l’autore del pestaggio né per dire come è morto Stefano Cucchi – ha detto – Io critico le indagini, lo scandalo che la famiglia urla è per quello che ha dovuto subire. Di fronte a una perizia non idonea, io avrei voluto che la Corte disponesse un supplemento peritale per risolvere i dubbi sulle cause della morte”.  “Appena lette le motivazioni faremo ricorso in Cassazione”, ha aggiunto l’avvocato.

“E’ una magra soddisfazione ma sono contento di avere convinto la famiglia di Stefano ad accettare un risarcimento da parte della struttura ospedaliera, che comunque è un’assunzione di responsabilità”, ha concluso.

Anche Ilaria Cucchi spiega che “il prossimo passo è la Cassazione e la Corte europea. Non è finita qui. Se lo Stato non sarà in gradi di giudicare se stesso, faremo l’ennesima figuraccia davanti alla Corte europea. Sono molto motivata”.

Fonte: CopntrolaCrisi

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«Cosa vuol dire? Che Ste­fano è vivo, è a casa e ci sta aspet­tando?». Sono le prime parole che rie­scono a dire, la madre e il padre di Ste­fano Cuc­chi, il geo­me­tra tren­tu­nenne morto una set­ti­mana dopo il suo arre­sto (avve­nuto, per pos­sesso di stu­pe­fa­centi, il 15 otto­bre del 2009) nel reparto dete­nuti dell’ospedale San­dro Per­tini di Roma. Dopo nem­meno tre ore di camera di con­si­glio, il giu­dice Mario Lucio D’Andria, a capo del col­le­gio giu­di­cante della prima Corte di Assise d’Appello, legge la sen­tenza che nes­suno si aspet­tava, nem­meno nelle peg­giore — o migliore, a seconda del punto di vista — delle ipo­tesi. Tutti assolti, i dodici impu­tati, in alcuni casi per­ché il fatto non sus­si­ste, in altri per insuf­fi­cienza di prove. I reati con­te­stati, a seconda delle sin­gole posi­zioni, erano abban­dono di inca­pace, abuso d’ufficio, favo­reg­gia­mento, fal­sità ideo­lo­gica, lesioni ed abuso di autorità.

Can­cel­lata dun­que la sen­tenza di primo grado che aveva con­dan­nato solo i sei medici per omi­ci­dio col­poso (tranne una, rite­nuta col­pe­vole di falso), e con­fer­mata per i tre infer­mieri e i tre agenti di poli­zia peni­ten­zia­ria la pre­ce­dente asso­lu­zione. Rifiu­tata la richie­sta del pro­cu­ra­tore gene­rale di una con­danna per tutti gli impu­tati, sia pure con diverse respon­sa­bi­lità e per reati diversi, e riget­tata per­fino la richie­sta dell’avvocato di parte civile, Fabio Anselmo, di rin­viare gli atti alla pro­cura per ria­prire le inda­gini e appu­rare chi, se non gli attuali impu­tati, causò le lesioni riscon­trate — e accer­tate — sul corpo della vittima.

Appena letta la sen­tenza, a dispetto di quanto teme­vano i cara­bi­nieri in ser­vi­zio d’ordine nell’aula al secondo piano di via Romeo Romei, dai ban­chi dove erano seduti i fami­liari e gli amici di Ste­fano Cuc­chi non si è levata nem­meno una voce. Com­pren­si­bil­mente in festa, invece, gli impu­tati, con i loro legali e con­giunti. Ila­ria, la sorella di Ste­fano che in tutti que­sti anni ha com­bat­tuto stre­nua­mente per appu­rare la verità, non può trat­te­nere lacrime. «Ste­fano è morto di giu­sti­zia, cin­que anni fa, in que­sto stesso tri­bu­nale dove, in una udienza diret­tis­sima, dei magi­strati non hanno notato le sue con­di­zioni — dice — Le con­di­zioni di un ragazzo che sei giorni dopo si è spento tra dolori atroci, solo come un cane». «È stato ucciso tre volte, e lo Stato si è autoas­solto – aggiun­gono i geni­tori, Gio­vanni e Rita Cuc­chi – andremo avanti, non ci fer­me­remo mai, lo dob­biamo a lui e agli altri ragazzi morti men­tre erano nelle mani di chi avrebbe dovuto tute­lare la loro inco­lu­mità». Dopo un attimo di sco­ra­mento, l’avvocato Anselmo riac­cende la spe­ranza: «Aspet­tiamo le moti­va­zioni della sen­tenza e poi faremo ricorso in Cassazione».

Ieri mat­tina, prima che i giu­dici si riti­ras­sero in camera di con­si­glio, il pena­li­sta aveva chie­sto che la sen­tenza di primo grado venisse annul­lata e che venis­sero «resti­tuiti gli atti alla pro­cura per­ché la sen­tenza è nulla alla radice, visto che si è fatto un pro­cesso per lesioni senza aver prima con­te­stato il reato di omi­ci­dio pre­te­rin­ten­zio­nale». Fabio Anselmo, mostrando alla giu­ria alcune gigan­to­gra­fie del corpo di Cuc­chi, ha fatto notare che il rico­vero del gio­vane non era «avve­nuto per magrezza come qual­cuno vor­rebbe sup­porre, ma per poli­trau­ma­ti­smo. Cuc­chi — ha pro­se­guito Anselmo — non era tos­si­co­di­pen­dente. Lo era nel 2003, ma in quei giorni aveva una vita del tutto nor­male, come ci hanno rife­rito alcuni testi. Agli esami cli­nici il fun­zio­na­mento degli organi era nor­male». Ed è pro­prio que­sto pen­siero che addo­lora mag­gior­mente la fami­glia Cuc­chi: «Era un ragazzo che tra mille dif­fi­coltà stava cer­cando di ripren­dere in mano la pro­pria vita», mor­mora la signora Rita. Una sen­tenza «dis­so­nante con le con­clu­sioni della com­mis­sione d’inchieta del Senato», com­menta Igna­zio Marino che l’ha pre­sie­duta. «Molto sod­di­sfatti», invece i difen­sori dei medici e del pri­ma­rio dell’ospedale Per­tini secondo i quali «il punto nodale era ed è che esi­stono dubbi sulla causa di morte di Cuc­chi, e que­sto esclude la respon­sa­bi­lità del medici».

Ma chi pro­vocò a Cuc­chi le lesioni ver­te­brali accer­tate dagli esami autop­tici e dalle peri­zie di parte? Per i pm del pro­cesso di primo grado, il gio­vane fu “pestato” nelle camere di sicu­rezza del tri­bu­nale prima dell’udienza di con­va­lida del suo arre­sto. Una ver­sione rifiu­tata dai giu­dici della Terza Corte d’Assise secondo i quali Ste­fano morì in ospe­dale per mal­nu­tri­zione, tra­scu­rato e abban­do­nato dai sei medici che ieri, invece, sono stati assolti. Il pestag­gio ci fu, scris­sero i giu­dici nelle moti­va­zioni della sen­tenza di primo grado, ma «plau­si­bil­mente» fu opera dei cara­bi­nieri che lo ave­vano in custo­dia, non degli agenti penitenziari.

Di altra opi­nione, il pro­cu­ra­tore gene­rale della Corte d’Appello, Mario Remus, secondo il quale Cuc­chi fu pic­chiato dopo l’udienza di con­va­lida. Anche se ieri Remus, in fase di replica, ha tenuto conto del fatto che qual­che set­ti­mana fa, nelle ultime bat­tute del cor­poso iter pro­ces­suale che ha visto deporre davanti ai giu­dici quasi 150 testi­moni, la parte civile chiese l’acquisizione della testi­mo­nianza ine­dita dell’avvocato Maria Tiso che, in una mail inviata al col­lega Anselmo, ha rac­con­tato di essersi tro­vata quella mat­tina nel cor­ri­doio che con­duce all’aula 17 del palazzo di Giu­sti­zia e di aver visto Ste­fano scor­tato dai cara­bi­nieri «in con­di­zioni tali da far pen­sare a un pestag­gio subito». Prove evi­den­te­mente non suf­fi­cienti per la corte d’Appello che però non ha rite­nuto nem­meno di dover chie­dere un sup­ple­mento d’indagine.

Uno per tutti, il com­mento laco­nico di Amne­sty inter­na­tio­nal Ita­lia: «Verità e giu­sti­zia ancora più lontane».

Eleonora Martini

Fonte: Il Manifesto

Dopo la lettura della sentenza legata al caso Stefano Cucchi, nell’aula bunker del carcere di Rebibbia, qualcuno, alcune persone hanno reagito così contro gli amici e i parenti della famiglia Cucchi. La sorella di Stefano, Ilaria, ha definito questi gesti terribili.

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La prima corte d’assise d’appello di Roma, presieduta da Mario Lucio D’Andria, ha assolto tutti gli imputati nel processo per la morte di Stefano Cucchi, arrestato il 15 ottobre del 2009 e deceduto dopo una settimana nel reparto di medicina dell’ospedale Sandro Pertini. In primo grado erano stati condannati cinque medici mentre erano stati assolti tre infermieri e tre agenti della polizia penitenziaria. La formula adottata dal Tribunale è quella prevista dal secondo comma dell’articolo 530 che in sostanza rispecchia la vecchia formula dell’assoluzione per insufficienza di prove.

Lucia Uva, sorella di Giuseppe, morto nel giugno 2008 in ospedale, a Varese, dopo aver trascorso una notte in caserma, ha così commentato: “E’ uno schifo, i giudici si devono vergognare. Se fosse capitato ad un loro figlio, si sarebbero accontentati di questa verità? Non riesco a crederci. Sono vicina a Ilaria e mi dispiace per lei e per tutta la sua famiglia”. Per Amnesty international, come si legge in una nota, a questo punto ci si aspetta di sapere “perché la Corte abbia deciso di mandare tutti assolti. Quel che è certo è che, a cinque anni di distanza dalla morte di Stefano Cucchi, la verità processuale non sembra dirci nulla di quel che è accaduto davvero”, aggiunge il presidente di Amnesty International Italia, Antonio Marchesi.

Fonte: Controlacrisi