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98ba8db2-ae01-410f-8596-1d55209b3b37 INFOAUT.ORG – Ancora un attentato nel continente europeo, a Bruxelles. Verso le otto di questa mattina due esplosioni all’aeroporto di Zaventem nell’area check-in delle partenze verso gli Stati Uniti, qualche minuto dopo bombe anche a Maalbeek, fermata della metropolitana del quartiere “europeo” dove si trovano le principali istituzioni dell’Unione. Tutti i voli da Bruxelles sono stati sospesi, bloccata la circolazione dei treni con la Francia, le autorità hanno invitato tutti i cittadini a non muoversi fino a nuovo ordine e il palazzo di giustizia della capitale belga è stato evacuato per timore di nuovi attentati. Il bilancio provvisorio parla di almeno 28 vittime e diverse decine di feriti nei due attacchi.
Sui media mainstream si riattiva la retorica del terrorismo come una sorta di calamità naturale, imprevedibile e devastante. Il primo ministro belga, nelle prime dichiarazioni rilasciate alla stampa ha parlato di “Due attentati ciechi” e gli attacchi sono declinati sui media di tutto il mondo attraverso il registro della “follia assassina”. Una retorica che è sempre funzionale al tentativo d’impedire di tirare anche le più elementari conclusioni dal susseguirsi di eventi degli ultimi mesi: in Siria è in corso una guerra, alimentata, strumentalizzata, nascosta e agitata dalle potenze occidentali e dai loro alleati petro-monarchici del Golfo. Dopo cinque anni, 330’000 morti e cinque milioni di sfollati bussa con sempre più insistenza nel cuore dell’Europa. Un’ovvietà che dovrebbe essere il punto di partenza onesto di qualsiasi ragionamento sulla fase che attraversiamo.
Invece di ricostruire la sequenza che ci ha portato alla catastrofe in cui viviamo, gli attentati diventano degli episodi clinici: il terrorismo è una malattia, ci dicono i nostri governanti, lo stato di polizia è la cura. Stato di polizia che si rivela, per l’ennesima volta, incapace di aver la minima incisività nell’impedire le stragi, nonostante i finanziamenti generosamente elargiti a tutti gli apparati di sicurezza dai governi dei vari stati europei, nonostante le nuove leggi “anti-terrorismo” redatte alla lettera secondo le pretese degli apparati di intelligence e nonostante le limitazioni alla libertà di espressione, di circolazione e di manifestazione applicate in questi mesi di Stato di emergenza (per difendere le nostre libertà, bien sûr!).
L’Europa paga, tra l’altro, le conseguenze di una strategia che dagli attentati di Parigi nel Novembre scorso si è mostrata più attenta ai feedback dei sondaggi che alla volontà di combattere lo Stato Islamico. L’ignobile accordo sui migranti concluso pochi giorni fa con il padrino, principale alleato e appoggio logistico di Daesh, la Turchia, conferma la priorità dei capi di stato europei. Bisogna accontentare la destra xenofoba nella sua crociata contro una presunta “invasione” di rifugiati, anche al prezzo di sdoganare uno dei principali protagonisti di quell’Islam politico che a parole infesta gli incubi dei vari adepti della retorica dello scontro di civiltà. Tutto purché tengano le facce scure lontane dalla nostre coste e dalla vista del nostro elettorato. Un’alleanza, firmata col sangue dei migranti, che ha come effetto anche quello di isolare ulteriormente l’unica opzione politica realmente alternativa all’ISIS, quella dei curdi, che stanno subendo una repressione feroce da parte di Erdogan con bombardamenti e operazioni di polizia che continuano senza sosta da dicembre scorso.
In questo contesto, gli accorati appelli alla difesa della libertà e della democrazia europee suonano quanto mai fuori luogo e fischiano come fastidiosamente ipocrite anche nelle orecchie più abusate. Il loro complemento, ben più attrattivo a livello dell’opinione pubblica, è quello della guerra di religione. Più che uno spettro, una sponda necessaria per uno Stato islamico che spera che la stigmatizzazione dei musulmani in Europa porti a quello scontro di civiltà che eccita in egual misura jihadisti e razzisti. E le scene che ci arrivano da Molenbeek con i cani usati dalla polizia contro la popolazione come nelle peggiori cartoline coloniali, non lascia presagire nulla di buono.
Resta l’urgenza di costruire una nostra opposizione a questa loro guerra, fatta di droni e attentati, che da Bruxelles a Raqqa continua a fare solo i nostri morti.

Ne abbiamo lette di ogni colore oggi dopo che le due volontarie italiane rapite in Siria, Greta e Vanessa, sono state liberate forse anche dietro pagamento di un riscatto. “Potevano restare a casa”, “Si tratta solo di due p……”, “L’Italia per colpa di due ragazzine finanzia il terrorismo” e via del genere. ma è bello parlare quando si sta dietro a un pc e non si mette a repentaglio la propria vita per aiutare il prossimo sia esso in Italia o in altri parti del mondo come avevano scelto di fare le due nostre connazionali. Per questo motivo esprimiamo la nostra vicinanza a Greta e Vanessa contro questi attacchi strumentali e fuori luogo  ci stringiamo al fianco delle tante Greta e vanessa che ogni giorno mettono a repentaglio la propria vita per aiutare chi è più sfortunato mettendo anche repentaglio la propria esistenza.

Buco1996

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In primo piano ancora la vicenda Siriana. Non è passata al voto del parlamento britannico la mozione del governo a sostegno di un eventuale intervento in Siria (285 voti contrari, 272 a favore). Decisione che secondo fonti diplomatiche non è piaciuta agli stati uniti che invece continuano a cercare alleati decisi a intraprendere una azione in Siria, il segretario alla Difesa Hagel ha  ribadito che gli Usa continueranno a cercare di realizzare un’ampia coalizione internazionale.
Ieri Barack Obama e il collega francese François Hollande hanno  fatto un piccolo passo indietro sull’imminenza dell’intervento. “Non abbiamo preso nessuna decisione, ma se e quando la prenderemo sarà un intervento limitato” ha detto il presidente americano. Secondo un sondaggio oltre il 40 per cento degli americani è contrario ad ogni intervento Usa in Siria. La ricerca, condotta da HuffPost/YouGov dopo la diffusione delle notizie sulla strage con armi chimiche in un sobborgo di Damasco, ha rilevato che il 25 per cento degli americani e’ ora a favore di raid aerei contro il regime di Bashar al Assad, mentre il 41 per cento sono contrari e il 34 per cento non ha una posizione ben definita. Ciononostante la Marina degli Stati Uniti ha deciso di dispiegare una ulteriore nave da guerra nel Mediterraneo orientale, un cacciatorpediniere, che va ad aggiungersi ad altre quattro unità dello stesso tipo e un sommergibile, tutti armati con missili da crociera. L’analisi della nostra collaboratrice, la saggista Cinzia Nachira.

fonte: radio onda d’urto

usa

Un attacco limitato, della durata di ”non più di due giorni”, con missili lanciati dalle navi da guerra nel Mediterraneo. E’ questa l’opzione che il presidente americano Barack Obama starebbe valutando per attaccare la Siria. Si tratterebbe – riporta la stampa americana citando fonti dell’amministrazione – di un attacco per punire l’uso di gas che dovrebbe anche svolgere una funzione deterrente, mantenendo allo stesso tempo gli Stati Uniti estranei dalla guerra civile in atto.

L’attacco prenderebbe di mira obiettivi militari non direttamente legati alle armi chimiche, però. Obama – mette in evidenza l’amministrazione – non ha ancora preso alcuna decisione. Gli Stati Uniti continuano infatti le consultazioni con gli alleati e avrebbero scartato l’ipotesi di ottenere un’autorizzazione all’azione da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu, dato il certo veto della Russia. Proprio il Dipartimento di Stato comunica di aver rinviato il previsto incontro fra diplomatici americani e russi in programma domani a L’Aia in seguito ”alle consultazioni in corso per trovare una risposta appropriata” all’attacco del 21 agosto in Siria.

La tempistica dell’attacco – afferma il Washington Post – dipenderebbe da tre fattori: il completamento del rapporto dell’intelligence che determini la colpevolezza del regime di Assad, le consultazioni con gli alleati e il Congresso e una giustificazione a intervenire in base alla legge internazionale. Gli avvocati dell’amministrazione starebbero infatti esaminando una possibile giustificazione legale sulla base della violazione delle norme internazionali che vietano l’uso di armi chimiche o una richiesta di assistenza da parte di uno stato vicino, come la Turchia.

Nei prossimi giorni le agenzie di intelligence rappresenteranno informazioni che sostengono la tesi dell’uso di gas da parte del governo di Assad, incluse intercettazioni radio e telefoniche fra i comandanti dell’esercito siriano. ”Un’azione militare – afferma la stampa americana citando fonti – potrebbe essere ancora evitata in caso di un dietro front del governo di Assad e del governo russo che lo appoggia. Ma le attese che questo possa accadere sono basse”.

Fabrizio Salvatori

g8

Ci sarà il nodo della crescita, così come l’emergenza del lavoro per i giovani – tema fortemente voluto dall’Italia di Enrico Letta – e la lotta all’evasione e all’elusione fiscale. Ma il G8 che si aprirà oggi a Lough Erne, in Irlanda del Nord, sarà dominato dal dossier Siria.

Tutti temi che i quattro leader europei che siedono al tavolo del summit – Letta, Merkel, Holland e Cameron – cercheranno di affrontare con una voce sola, dopo essersi confrontati con i vertici europei – il presidente della commissione Jose Manule Barroso e quello del consiglio, Herman Van Rompuy – in un pre-vertice per mettere a punto una strategia comune. Sui temi economici ma anche e soprattutto sulla Siria dove le posizioni, nel vecchio continente, sono ancora a macchia di leopardo su un possibile sostegno ai ribelli.

Sul dossier siriano, riguardo al quale è arrivato oggi anche l’appello ai Grandi della Terra di Papa Francesco – che ha scritto al ‘padrone di casa’ David Cameron ”auspicando” un contributo del Summit per un ”cessate il fuoco” e per portare tutte le parti al tavolo dei negoziati -, i riflettori sono puntati sull’atteso faccia a faccia tra Obama e Putin. Con il presidente americano che è ormai convinto del superamento della ‘linea rossa’, l’uso delle armi chimiche da parte del regime, ed è pronto ad armare i ribelli. E quello russo, alleato di Bashar al-Assad, orientato invece a ribadire quello che già oggi a Londra ha ripetuto senza mezzi termini: niente armi ”a chi mangia le viscere dei suoi nemici”. Posizioni che ”restano lontane”, ha sintetizzato Cameron, che prima di partire per Lough Erne ha incontrato a Dowing Street proprio Putin.

Ma se la Siria farà da ‘piatto forte’ – con la politica estera al centro della cena di lavoro dei Grandi di stasera – il primo giro di tavolo, la prima sessione dei lavori, nel pomeriggio, sarà dedicata all’economia. O meglio a crisi e crescita, in un G8 che si pone come ‘crocevia’ verso il prossimo Consiglio Ue di fine mese e, in prospettiva, verso il G20. E dal quale – è il forte auspicio italiano – si attendono segnali sul fronte della lotta alla disoccupazione giovanile che Letta si è battuto divenga parte integrante del comunicato finale del vertice: con un ”riferimento” esplicito, è l’obiettivo del premier italiano, che a Lough Erne probabilmente cercherà la sponda di Obama, attento a quanto sta avvenendo in Europa e da sempre poco convinto della via ultra-rigorista preferita dalla Germania di Angela Merkel. Letta, che oggi incontrerà per la prima volta di persona l’inquilino della Casa Bianca, ha dalla sua anche il collega francese Francois Hollande che ha già detto di volere dal G8 ”un segnale forte su crescita e occupazione”.

Temi che i Grandi sono chiamati ad affrontare anche tra le righe del messaggio che rimbalza da Roma dal pontefice: ”Il denaro e gli altri mezzi politici ed economici devono servire e non governare, tenendo presente che la solidarietà gratuita e disinteressata è, in modo apparentemente paradossale, la chiave del buon funzionamento economico globale”.

Ma in un’Irlanda del Nord blindata in un’operazione di sicurezza senza precedenti nella zona – con no-fly e no-sail area (vista la zona di laghi e canali dove si trova il resort che ospita i leader) e almeno 8 mila agenti pronti a tenere a bada le proteste, previste soprattutto a Belfast – Cameron punta anche a spuntare un altro risultato della sua presidenza G8: un passo avanti nella lotta all’evasione e all’elusione fiscale. Attaccando non solo i paradisi fiscali (arriva a Lough Erne con in tasca un accordo appena concluso con i ‘regni’ dell’off-shore), ma anche cercando di portare a casa un primo passo, ‘una minimum tax’ sui profitti esteri delle multinazionali. Il tema delle tasse è la prima delle ‘3 T’ – unitamente a trasparency e trade – che la presidenza inglese del G8 si è posta come priorità. Puntando pure a segnare un ‘punto’ nella partita per l’avvio dei negoziati Ue-Usa sull’accordo di libero scambio. Di carne al fuoco al G8 di domani e dopodomani, dunque, ce ne è tanta – non ultimi la crisi libica ed il processo di pace in Mo – e il rischio dell’inconcludenza, come altre volte in passato, è alto. Con il formato a otto, che cerca disperatamente di riprendersi un ruolo che ormai appare offuscato dal G20, ancora una volta messo a dura prova.

Fonte: Ansa

La comunità internazionale continua a insistere per una “soluzione politica” al conflitto in Siria, dove però anche ieri si è continuato a morire per mano delle forze di sicurezza: almeno 39 i nuovi morti accertati in quello che è stato il 64mo venerdì di festa consecutivo, dall’inizio della rivolta nel marzo 2011, dedicato alle proteste, indetta dalle forze dell’opposizione dopo la tradizionale preghiera del venerdì. Frattanto la Russia, storica alleata del regime di Bashar al-Assad, è sempre più nel mirino delle critiche per l’appoggio che continua ad assicurare a quest’ultimo. Se è vero infatti che, in occasione dell’odierna visita ufficiale a Berlino, il neo-presidente russo Vladimir Putin ha concordato con il cancelliere tedesco Angela Merkel sulla necessità di una “soluzione politica” alla crisi siriana; e se lo stesso Putin, pur continuando a escludere qualsiasi ricorso alla forza che a suo dire “non porterebbe a nulla”, ha tuttavia ammesso esplicitamente che il Paese mediorientale è in “una situazione di grande pericolo” e rischia di sprofondare in una vera e propria “guerra civile”: tuttavia il ministero degli Esteri di Mosca ha diffuso un comunicato nel quale in sostanza avalla le conclusioni dell’inchiesta ordinata dal regime sul massacro di venedì scorso a Hulla, nella provincia centrale di Homs, costato almeno 108 morti tra i civili, compresi 49 bimbi. Nella nota russa si sostiene infatti che l’eccidio non solo è da imputarsi agli insorti, i quali avrebbero ordito una “azione ben pianificata” per vanificare tutti gli sforzi per risolvere il conflitto, ma è stato altresì il frutto degli aiuti prestati loro dall’estero. “La tragedia di Hula”, si afferma nel documento, “ha dimostrato quale possa essere il risultato degli aiuti finanziari stranieri, delle forniture di contrabbando di armamenti moderni ai ribelli, del reclutamento di mercenari e dell’intrattenere rapporti con vari generi di estremisti”. In termini del tutto simili ieri si era già espresso il regime. Contro Mosca ha così sparato l’ennesima bordata il segretario di Stato americano Hillary Rodham Clinton. “Sappiamo che, persino durante l’ultimo anno, c’è stato un traffico molto consistente di armi provenienti dalla Russia per la Siria”, ha denunciato Clinton nel corso di una conferenza stampa in Norvegia. “Riteniamo inoltre che le continue forniture di armi da parte russa abbiano rafforzato il regime di Assad. Da parte nostra”, ha rincarato la dose, “ha suscitato gravi preoccupazioni il fatto che la Russia abbia continuato ad appoggiare tale traffico, a fronte degli sforzi della comunità internazionale per imporre sanzioni al riguardo”. Dal canto suo il ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi, ha caldeggiato un “rafforzamento ulteriore delle sanzioni mirate alla classe dirigente” siriana, prima iniziativa da intraprendere per “proseguire” a premere sulle autorità di Damasco. In secondo luogo, ha osservato il titolare della Farnesina a margine della Conferenza sulla Somalia in corso a Istanbul, occorre “capire se conviene essere più precisi nel richiedere un intervento del Tribunale Penale Internazionale, che avrebbe un alto significato di pressione”. A Ginevra frattanto il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, riunito in sessione speciale, ha ordinato l’apertura di una “inchiesta indipendente” al fine di accertare le responsabilità nella carneficina di Hula: la relativa mozione ha ottenuto il voto favorevole di 41 Stati membri su 47: Italia compresa, la cui rappresentante presso le organizzazioni internazionali con sede nella città elvetica, Laura Mirachian, ha avvertito che “l’impunità non è più tollerabile”. In senso opposto si sono espresse soltanto la stessa Russia, la Cina e Cuba, che hanno definito “non equilibrato” il provvedimento; assenti le Filippine.

Fonte: Agi

Una fiamma che non si è ancora spenta. Un incendio, di proporzioni storiche. Alzi la mano chi avrebbe mai immaginato, un anno fa, di non vedere più saldamente al comando Gheddafi e Mubarak, Ben Alì e Saleh, piuttosto che Assad in grande difficoltà. Le proteste sono cominciate il18 dicembre 2010, il giorno dopo il gesto estremo di protesta del tunisino Mohamed Bouazizi, umile venditore ambulante del paesino di Sidi Bouzid, che si è dato fuoco in seguito a maltrattamenti da parte della polizia. Alla fine è diventato un brand, che raccoglie moti e storie differenti, dinamiche complicate. Un punto della situazione.

Marocco e Sahara Occidentale: Il reame di Mohammed VI è stato scosso, a suo modo, da un cambiamento epocale. Mai prima, infatti, gli islamisti avevano raggiunto il potere. In un Paese dove la corona unisce potere spirituale e temporale, avendo il monarca il titolo di ‘capo dei credenti’. Le manifestazioni per le strade di Rabat e delle altre principali città marocchine si erano fatte insistenti, guidate dal Movimento 20 febbraio, che chiedeva riforme e aperture alla società civile. Il re ha pilotato il malcontento, con le elezioni di novembre, che hanno portato al potere gli islamisti moderati. Una sorta di cambiamento pilotato, che ha tagliato fuori per ora i radicali e i giovani, che però non hanno mai impostato la lotta su un piano di scontro violento. Nessuna nuova, invece, dal Sahara Occidentale occupato nel 1975, dove la repressione regna sovrana e dove i giovani saharawi sono sempre più insofferenti alle promesse mai mantenute dalla comunità internazionale. Il rapimento di Rossella Orrù e degli altri cooperanti è il brutto segnale di un deterioramento delle condizioni di un territorio dimenticato per troppi anni.

Tunisia: Ben Alì e gli elementi più compromessi della sua famiglia non ci sono più. Questa è la buona notizia, che ne comporta – di conseguenza – altre meno belle. Il tappo della dittatura è saltato, liberando energie a lungo represse e spesso contraddittorie. La battaglia, a volte non solo politica tra laici e religiosi. L’Assemblea Costituente, tra mille difficoltà, continua i suoi lavori, mentre non si fermano le proteste contro il governo provvisorio del premier Hamadi Jebal.

Algeria: La memoria della guerra civile, terminata poco più di dieci anni fa, è stata da molti osservatori ritenuta responsabile di una scarsa propensione alla rivolta. Non sono mancati i movimenti di piazza, tesi a chiedere una riforma democratica della vita pubblica, ma si sono limitati ad Algeri e non hanno mai davvero cercato lo scontro con il sistema di potere del quale il presidente Abdelaziz Bouteflika è solo la punta dell’iceberg. La revoca dello stato d’emergenza, che restava in vigore dagli anni del conflitto, non cancella un irrigidimento della società. Sono tornati a farsi sentire gli islamisti radicali, con una serie di iniziative liberticide che vengono tollerate dal governo, che mantiene un atteggiamento ambiguo, quasi a volevo paventare un pericolo che solo un esecutivo forte può arginare.

Libia: Il barbaro linciaggio del colonnello Gheddafi resta la pagina nera che ha chiuso una lotta durata da metà febbraio a metà ottobre. Morte e distruzione, mentre al momento emergono le divisioni e le differenze tra le fazioni che hanno combattuto il regime del rais. I libici hanno affidato il governo di transizione, che dovrebbe restare in carica quattro mesi, al premier Abdelrahim Al Keeb, che ha il compito di pilotare il Paese alle elezioni. Si registra il grande assente della vicenda politica libica: la società civile. Tutto è avvenuto all’interno di equilibri che sono passati sulla testa dei libici, coinvolgendo la Nato e la comunità internazionale, che mentre si parla di elezioni lavora già alacremente alla spartizione dei profitti del petrolio.

Egitto: Mubarak resta sotto processo, anche se la sua condanna o assoluzione non sembra essere la priorità di un Paese che, di nuovo, ha visto i suoi figli in piazza Tahrir. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha mostrato, negli ultimi mesi, il suo volto più duro. Il processo elettorale, lungo e farraginoso, che durerà mesi, ha premiato i Fratelli Musulmani, come tutti prevedevano, e i salafiti in modo superiore alle aspettative. Grazie anche alle divisioni delle formazioni progressiste, che hanno fatto ricorso ancora alla piazza, ma non hanno saputo proporre un progetto unitario in sede elettorale. La sensazione è che il Parlamento sia già disegnato, mentre lo sono meno gli equilibri che porteranno all’elezione del presidente della Repubblica. L’esercito e i Fratelli Musulmani, in questa fase, per interessi differenti, sono lontani dal popolo di piazza Tahrir. Quando ci sarà da assegnare il vero potere, potrebbero non andare più tanto d’accordo, salvo che l’intervento di Usa (e Israele in seconda battuta) e Ue non spingano per una soluzione condivisa.

Israele e Palestina: Il movimento 15 marzo è stato, dopo tanto tempo, un’iniziativa che ha avvicinato politicamente Gaza e la Cisgiordania dopo anni. I giovani chiedevano ai due grandi partiti palestinesi, Hamas e Fatah, di mettere da parte le loro divisioni per affrontare uniti la grande battaglia per la fine dell’occupazione. L’accordo tra i due partiti, alla lunga, sembra giunto, anche se molte sono le cose da chiarire. Israele non muove un passo verso la riunificazione ‘politica’, anzi la vive con disagio e la boicotta. Come hanno fatto gli Usa, tagliando i fondi ai Palestinesi e a tutte le organizzazioni che hanno riconosciuto la Palestina. Nonostante un ricatto rispetto alla richiesta presentata dalla Palestina all’Onu per essere riconosciuta, il fronte interno palestinese sembra tenere.

Giordania: La monarchia hashemita vive una sorta di limbo. Mentre la Siria brucia, la Palestina è sempre pronta a esplodere, Amman ha conosciuto alcune dimostrazioni – il venerdì, ad Amman – che sono andate via via scemando. La sinistra e gli islamisti chiedono delle riforme democratiche al re Abdallah II, ma la struttura particolarmente clanica del Paese sconsiglia salti nel buoi che – per il momento – sembrano frenare i moti di rinnovamento.

Siria: Di tutti i sommovimenti iniziati l’anno scorso, quella siriana – oggi – è la situazione più rovente. Migliaia di morti, almeno 4mila per l’Onu, nella lotta tra il regime e i suoi oppositori. Le teorie sulle pressioni esterne per rovesciare Assad restano nell’ombra, tacciate di complottismo da alcuni, a scapito della lotta libertaria dei siriani, e di evidente manovra da altri, volta a rovesciare l’anello di congiunzione tra gli Hezbollah in Libano e l’Iran. Di sicuro la popolazione civile paga un prezzo alto, mentre l’arrivo degli osservatori della Lega Araba garantisce un momento di tregua. Ma non promette un futuro.

Libano: Beirut sta a guardare. Questo potrebbe sembrare il commento all’assenza della capitale libanese dai moti che hanno cambiato come mai prima il mondo arabo. Da un lato la memoria, dannatamente recente, delle sue ferite: la guerra civile prima, la guerra con Israele poi. Nel mezzo quella che, con ogni probabilità, è stata la madre di tutte le primavere: il movimento nato dopo l’omicidio dell’ex premier Rafiq Hariri nel 2005, che portò una folla oceanica in piazza, che chiedeva e ottenne la cacciata dei siriani. Ecco proprio il destino della Siria sembra legato a doppio filo con quello del Libano, ma per ora i libanesi stano a guardare.

Iraq: Il ritiro delle truppe Usa non ha posto rimedio all’inferno che l’invasione statunitense ha scatenato nel 2003. Le violenze sono diminuite di numero, per il ridimensionamento dei ranghi delle milizie, ma gli attacchi alla pace si concentrano in meno attentati ma sanguinosi. La società civile, piano piano, cerca di emergere nel frastuono delle autobombe e dalle macerie della guerra, ma movimenti che chiedevano una democratizzazione della vita politica e una maggiore trasparenza negli affari (petroliferi) del governo sono stati soffocati dalla repressione poliziesca. Nel silenzio dei liberatori dalla tirannide di Saddam.

Bahrein: La richiesta di riforme alla monarchia, in poco tempo, si è trasformata in un’insurrezione della maggioranza sciita contro la monarchia sunnita, che governa l’emirato con pugno di ferro a vantaggio di pochi. I due elementi non sono dissociabili: più libertà significa riconoscere agli sciiti pari diritti della minoranza sunnita. Qualcosa, almeno a parole, l’emiro ha promesso, ma nessuna forma di pressione è arrivata dall’Ue e dagli Usa, che mai hanno sostenuto per davvero il movimento in piazza a Manama, abbandonato al suo destino.

Kuwait: Le riforme possono attendere. Gruppi di giovani hanno occupato – per poco – Piazza Safat, a Kuwait City, con i cittadini di ogni età, per chiedere cambiamenti nel sistema politico del Paese. Tra le richieste principali dei giovani manifestanti sono state soprattutto modifiche all’infrastruttura politica del paese e lo sradicamento della corruzione. L’opposizione ha fatto fronte comune, ottenendo la sostituzione del premier, ma nulla di più. Anche qui, come altrove, i kuwaitiani sono stati lasciati soli, rispetto all’alleanza con una monarchia amica delle cancellerie occidentali.

Qatar: La vera primavera araba, in Qatar, è legata alla parabola di al-Jazeera. Il reame sembra vivere felice e contento, al riparo da qualsiasi denuncia, visto che il megafono delle libertà arabe non parla del Paese che la ospita. E finanzia. Da paladino della lotta senza quartiere alle ingiustizie dell’Occidente, on Iraq e in Afghanistan, per non parlare della Palestina, a sostenitrice di ogni moto rivoluzionario in giro per il mondo arabo. A volte in modo così zelante, da risentirne in termini di qualità dell’informazione, come dimostrano alcune dimissioni eccellenti all’interno del network.

Emirati Arabi Uniti: Un Paese in tutt’altre faccende affaccendato. La primavera, qui, non è mai arrivata a scardinare una società divisa in tre caste: gli emiratini, ricchi e viziati, gli stranieri che fanno affari, e i disperati che sostengono con il lavoro lavoro e le loro paghe da schiavi lo stile di vita di una minoranza. Le riforme, da anni, le chiedono Amnesty International e Human Rights Watch, ottenendo la liberazione di quei pochi dissidenti, incarcerati nell’indifferenza generale.

Arabia Saudita: Qui la primavera araba non si è vista. Per la censura, per una società che non possiede una cultura del moto di piazza, per una ricchezza diffusa che annacqua le ambizioni riformiste. Le lotte interne son quelle di sempre, rispetto ai diritti delle donne, ma l’altra metà del cielo non ha forza per ribellarsi fino in fondo a uno dei sistemi sociali più oppressivi che si possano immaginare. Questo non significa che non ci sia tensione, ma riguarda la contrapposizione tra la minoranza sciita e la monarchia di Riad. Proteste e manifestazioni, soffocate nel sangue, non interessano però i media occidentali, ammaestrati a vedere nei sauditi alleati chiave nella regione.

Oman: In uno dei paesi più tranquilli al mondo, all’improvviso, si sono levate voci contro l’amatissimo sultano Qaboos. Per la prima volta nella sua storia, il sultanato ha conosciuto scontri e proteste, iniziate e finite in fretta. Perché Qaboos ha saputo, negli anni, concedere benessere e sfruttare le entrate del turismo per condividere un minimo di sviluppo. La democrazia, per ora, può attendere, ma vanno riconosciute alcune piccole riforme che la corona ha comunque concesso.

Yemen: Dopo più di quaranta anni è finito il regime di Abdallah Saleh. L’uomo (forte) che ha riunificato il Paese, ha scelto Dubai per il suo esilio, dopo che la trattativa con gli Usa e l’Arabia Saudita gli ha garantito l’immunità. La sensazione è che Saleh fosse ormai diventato indifendibile, ma che un Paese strategico per gli interessi statunitensi e sauditi non poteva essere abbandonato ai moti di piazza. Sulla carta un governo pro tempore dovrebbe guidare la transizione, ma la società civile che ha partecipato alla ribellione potrebbe non essere protagonista del futuro del Paese.

Fonte: http://www.eilmensile.it

Dopo sei mesi dalla firma del “Trattato di riconciliazione” i dirigenti di Hamas e Fatah sono tornati ad incontrarsi per applicare finalmente quanto deciso e non ancora concretizzato. Dopo il meeting di giovedì scorso è stato fatto un ulteriore passo in avanti verso una gestione politica unitaria della partnership palestinese e Meshaal e Abu Mazen si sono dati appuntamento al 15 dicembre prossimo per stabilire la data delle elezioni e il nome del capo del governo provvisorio che condurrà i palestinesi alle urne. Nonostante il rinvio ad una data ulteriore per la decisione definitiva rispetto a questi due importanti scogli diplomatici, sembra che l’incontro sia stato positivo per quanto riguarda le questioni del rilascio dei prigionieri, la creazione di un ambiente favorevole alle elezioni e la promozione della resistenza popolare contro l’occupazione e le colonie israeliane. L’ostacolo principale all’attuazione dell’accordo di riconciliazione tra Hamas e Fatah resta l’atteggiamento di quest’ultima rispetto al ruolo americano nella crisi palestinese. Se gli Usa hanno per anni tenuto in ostaggio la dirigenza di Fatah, controllandone la politica con elargizioni economiche e corrompendone i vertici, l’inevitabile naufragio delle finte trattative con Israele ha messo Abu Mazen nell’angolo costringendolo a trattare con Hamas l’unità nazionale. Il recente passo per il riconoscimento dello Stato palestinese alle Nazioni Unite ed all’Unesco ha spinto infatti Washington a schierarsi scopertamente con i sionisti e il governo Netanyahu, rischiando così di perdere quel ruolo di finto soggetto “super partes” in grado di condurre in maniera imparziale le trattative tra israeliani e palestinesi. Una farsa, quella degli pseudo incontri di pace, rivelata dai cablo segreti scoperti da Wikileaks. Gli americani hanno semplicemente tenuto in ostaggio la dirigenza di Fatah mentre Israele circondava i territori di Cisgiordania con la creazione di numerose colonie, come mostra in maniera evidente questa aggiornata mappa interattiva degli insediamenti degli estremisti sionisti nella regione : http://peacenow.org/emap.php. Nel frattempo l’acuirsi della crisi nella regione mediorientale sta portando Washington a intervenire pesantemente contro gli alleati storici di Hamas ed Hezbollah, minacciando un’escalation militare sia contro l’Iran che contro la Siria. Contro il regime di Assad sembra ormai certo un impegno della Turchia tramite la creazione di un esercito di disertori manovrato dall’estero che porti in breve tempo ad uno scenario di guerra civile di tipo libico. Ovviamente sbarazzarsi dello storico nemico siriano, agendo peraltro indirettamente come contro Tripoli, sarebbe un colpaccio per gli Usa quasi quanto una possibile emarginazione di Teheran e ciò non potrebbe che avere delle pesanti ricadute sulla gestione della crisi palestinese aggravando la colonizzazione e l’accerchiamento imposto da Netanyahu contro Gaza e Cisgiordania : http://nena-news.globalist.it/?p=14961. La politica estera di Obama, ormai alla fine del suo primo mandato presidenziale, si caratterizza dunque per un’aggressività ed un presenzialismo a tutto campo sullo scacchiere imperialistico globale. Anche in Asia gli americani fanno sentire pressante la loro forza, si guardi alle recenti manovre militari contro la Corea del Nord. Martedì scorso il Comando Supremo dell’Esercito Popolare Coreano ha diffuso una dura dichiarazione in merito alle esercitazioni militari messe in atto dalle forze militari sudcoreane su cinque isole, e nelle loro acque circostanti, del mare occidentale di Corea: http://www.korea-dpr.com/users/italy/page19/files/58519bf121a732ea99d40d8816a75fd8-205.html.

lnm

Vengo a sapere con molto piacere, che Amina Arraf Abdallah, blogger arrestata in Siria è con molte probabilità una blogger “fantasma”: nessun fatto violento di repressione, oltre la violenza nel mistificare e usare la  donna che fa informazione, come altre, reali. In compenso mi arriva un video dove mi si segnala: nel Qatar, la polizia segreta arresta delle donne contro il regime. Il 16 marzo scorso, Rim Khalifa, sorride descrivendo il ruolo che stanno recitando le bahrenite nella lotta contro la monarchia e il governo, per ricostruire il paese su nuove fondamenta. Nel Bahrein la polizia ha sparato durante una manifestazione di donne. In Bahrein le donne sono protagoniste, dicevano in occasione dell’8 marzo su un articolo pubblicato il 6 marzo dal Manifesto. Nena News “Lungo gli ampi viali che partono da Piazza della Perla ieri erano le donne a comporre buona parte della catena umana simbolo dell’unità del paese. Siamo protagoniste di questa rivolta. Lottiamo per la democrazia, per un Bahrein senza discriminazioni tra sunniti e sciiti ma anche per i nostri diritti”. Il 12 giugno, forse, c’è stato il processo per Ayat al-Gormezi, che non è morta ma è VERA. Ricordo che avevo scritto per questa donna e me ne scuso: “Donne rivolta poesia stupri e morte ammazzate Ayat al-Ghermezi. Ayat al-Gormezi era già comparsa il 2 Giugno 2011 davanti al tribunale militare di Manama, poi il processo è stato aggiornato a domenica 12 Giugno per la delibera del verdetto. Ayat è la prima donna ad andare a giudizio in seguito alle agitazioni avvenuta nel regno del Golfo Persico e si teme che, se riconosciuta colpevole, possa andare incontro ad una lunga e sicuramente difficile detenzione”. La condanna c’è stata: un anno di carcere. Dal sito Artists Speak Out: “Colpevole delle accuse di incitamento all’odio del regime e in un comizio ad incitare a commettere crimini. Ayat può  impugnare il verdetto presso la Corte d’appello. La polizia mascherata, arrestò Ayat a casa sua il 30 marzo per avere recitato una poesia, che criticava la monarchia durante una manifestazione pro-democrazia nella capitale Manama nel mese di febbraio. L’Independent di Londra ieri ha segnalato che Ayat, ventenne insegnante e studentessa, è stata picchiata in tutta la faccia con un cavo elettrico, ha trascorso nove giorni in una cella minuscola con l’aria condizionata, stabile sulla temperatura congelamento, ed è  stata costretta a pulire con le mani nude i servizi igienici, appena usati dalla polizia. E mi dico allora che così scrivendone, i gatti lo sapranno. Un piccolo estratto della poesia incriminata: “We do not like to live in a palace And we are not after power We are the people who Break down humiliation And discard oppression With peace as our tool We are people who Do not want others to be living in the Dark Ages”. (Non ci piace vivere nello stesso posto. E non vogliamo il potere siamo la gente che distrugge  l’umiliazione, lo abbandona usando la pace come nostro strumento. Siamo la gente che non vuole che altre persone vivano nell’era oscura).
Ripenso a certi Gatti Persiani, che cantavano la Libertà a Teheran, forse ancora una volta ho visto un film.

Doriana Goracci