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E’ cominciato al magazzino di Amazon di Castel San Giovanni, nel polo logistico piacentino, lo sciopero indetto per il Black friday dai dipendenti per chiedere un maggior salario. Davanti al cancello del magazzino ci sono molti lavoratori, con le bandiere di Cgil, Cisl, Uil e Ugl che hanno inscenato una protesta pacifica. Non ci sono ancora dati sull’adesione che comunque i responsabili sindacali giudicano soddisfacente. Il magazzino e le consegne, tuttavia non si sono fermate nel giorno clou del commercio online, anche grazie al lavoro dei quasi 2000 contratti interinali, quasi nessuno dei quali ha aderito allo sciopero.

 

“Non basta lo sciopero, nel giorno del Black Friday serve il blocco delle merci e la chiusura dei cancelli”. “Sciopero oggi e sciopero domani”. Urlando questi slogan un centinaio di aderenti ai Cobas si sono presentati nel parcheggio del sito logistico di Amazon a Castel San Giovanni, nel piacentino. A 50 metri di distanza, un picchetto dei sindacati delle sigle Ugl, Cisl, Cgil e Uil sta scioperando dalle 6 di mattina. Le forze dell’ordine, all’arrivo dei Cobas, si sono schierate in tenuta antisommossa. I Cobas, con i megafoni, hanno chiesto agli altri sindacati di presentarsi “uniti contro i padroni di Amazon”.

USA: SCIOPERO DELL'HAMBURGER, LAVORATORI FAST FOOD IN PIAZZA

Il 15 aprile i lavoratori dei fast food di 35 paesi nel mondo scenderanno in sciopero per tornare a rivendicare l’aumento dell paga oraria 15 dollari. La loro lotta va avanti da anni. Eppure non mollano. “Fight for 15” è il loro slogan. In particolare i dipendenti di McDonald’s che giudicano l’ultimo aumento a dieci dollari “troppo basso”, “ed in più riguarda – e’ l’accusa – solo un numero limitato di lavoratori, quelli impiegati nei ristoranti direttamente gestiti da McDonald’s. ”Stiamo facendo progressi. Se continuiamo a batterci, finiremo per vincere” affermano. La decisione di McDonald’s di aumentare i salari segue quella di molti altri big americani. Wal Mart in febbraio ha annunciato un aumento del salario all’ora a nove dollari per mezzo milione di dipendenti. Poco dopo e’ stata la volta di Target. Il salario minimo federale e di 7,25 dollari l’ora.

Dopo McDonald’s, anche Domino’s Pizza aumenterà la paga minima. Secondo quanto ha detto l’amministratore delegato del gruppo leader nella distribuzione a domicilio di pizza, Patrick Doyle, in un’intervista alla Cnbc, si tratta di un misura necessaria per rimanere competitivi. “Lo chiede il mercato, dobbiamo farlo – ha detto Doyle – per assicurarci la gente giusta per il nostro business”.

Secondo una delle ultime rilevazioni, l’aumento dei salari medi all’ora del settore privato è stato dello 0,3% rispetto a febbraio, oltre le attese degli analisti ma completamente insignificante per i lavoratori che da anni chiedono l’aumento del 100% della paga minima, ferma intorno ai sette dollari.

Fabio Sebastiani

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«Siamo noi il Quarto stato. Io vivo con 650 euro al mese ma allo scio­pero non rinun­cio». Giu­seppe Augello, dele­gato mila­nese di McDonald’s è carico, pronto per incro­ciare le brac­cia insieme a tutti i suoi col­le­ghi che nel mondo frig­gono panini e bat­tono scon­trini alla cassa. Cap­pel­lino e uni­forme di ordi­nanza, i ragazzi degli archi dorati si pre­pa­rano a cor­tei, volan­ti­naggi e flash mob per riven­di­care salari più alti, il diritto a un lavoro full time e ritmi umani.

Giu­seppe è Rsa Fil­cams Cgil da cin­que anni, da quando cioè ha comin­ciato a lavo­rare per la mul­ti­na­zio­nale del panino: da allora, McDonald’s lo ha spe­dito prima a Ber­gamo e poi in ben due locali desti­nati alla chiu­sura, pur di costrin­gerlo ad andar­sene («per­ché io rompo e metto i paletti»), ma lui ha resi­stito. Giu­seppe ha citato l’azienda davanti al giu­dice, per con­te­stare un appren­di­stato lungo tre anni ma senza for­ma­zione (il recente decreto Poletti sug­ge­ri­sce qual­cosa?): McDo ha accet­tato di con­ci­liare, ha dovuto assu­merlo a tempo inde­ter­mi­nato e pagar­gli tutti gli arretrati.

Giu­seppe è solo un esem­pio, parla di un mondo di lavo­ra­tori che non si arrende. Per oggi la IUF (Inter­na­tio­nal Union Food, sin­da­cato glo­bale della risto­ra­zione) ha indetto una gior­nata di ini­zia­tiva mon­diale, la #Fast­Food­Glo­bal, a cui l’Italia ade­ri­sce – con lo scio­pero di domani, che in realtà riu­ni­sce tutti i lavo­ra­tori del turismo.

«Il nostro con­tratto non è un menù», dice il volan­tino dei mila­nesi in scio­pero. «Su Milano e in tante altre città por­te­remo i lavo­ra­tori in cor­teo», annun­cia Gior­gio Orto­lani della Fil­cams. In effetti la mobi­li­ta­zione ita­liana è stata indetta da Cgil, Cisl e Uil soprat­tutto per il con­tratto: per­ché la Fipe-Confcommercio – cui ade­ri­sce McDonald’s, con i suoi 16 mila dipen­denti – ha disdetto il con­tratto nazio­nale, lan­ciando una sfida senza pre­ce­denti al sindacato.

Il gesto della Fipe è dav­vero «rivo­lu­zio­na­rio», visto che l’associazione che riu­ni­sce grossi mar­chi come Auto­grill, MyChef, Che­fEx­press, vor­rebbe ideal­mente pas­sare al supe­ra­mento del con­tratto nazio­nale, per appli­care dei rego­la­menti azien­dali uni­la­te­rali. Abbat­tendo gli scatti di anzia­nità, i per­messi retri­buiti, le mag­gio­ra­zioni per not­turni e festivi, la quat­tor­di­ce­sima. «La disdetta ci era stata comu­ni­cata a par­tire dal primo mag­gio 2014 – spiega Cri­stian Sesena, segre­ta­rio nazio­nale Fil­cams Cgil – Poi hanno deciso di pro­ro­garla al 31 dicem­bre: forse adesso vogliono sedersi a un tavolo».

A minac­ciare i prin­ci­pali isti­tuti con­trat­tuali, anche se non hanno scelto di disdet­tare il con­tratto, anche gli alber­ga­tori ade­renti a Con­fin­du­stria e Confesercenti.

Una situa­zione – quella di un con­tratto che non si rie­sce a rin­no­vare ormai da un anno (se si eccet­tuano Fede­ral­ber­ghi e Faita cam­peggi, unici ad aver fir­mato) – che mette gli addetti ancora più in crisi, se già non bastas­sero con­di­zioni di lavoro spesso pre­ca­rie e al con­fine con la povertà.

Sesena di recente è stato a New York, dove ha par­te­ci­pato al sum­mit indetto dalla IUF per orga­niz­zare le mobi­li­ta­zioni: «Il fatto posi­tivo è che stiamo cer­cando di uscire dal loca­li­smo – spiega – McDonald’s ha un’organizzazione del lavoro simile in tutto il mondo, che si ripete un po’ nei 33 paesi che hanno ade­rito alla pro­te­sta. E uguali sono i metodi di for­ma­zione. È impor­tante creare un coor­di­na­mento delle lotte glo­bali: che però non deve essere fatto solo di azioni estem­po­ra­nee, per gua­da­gnare visi­bi­lità, pure fon­da­men­tale. Serve una stra­te­gia sindacale».

Negli Usa, ad esem­pio, si chiede il rad­dop­pio della paga ora­ria: da 7,25 dol­lari a 15 (tenendo conto che non è un netto: i lavo­ra­tori con que­sta cifra devono pagarci anche l’assicurazione sani­ta­ria). Ecco il senso della cam­pa­gna #fightfor15.

In Ita­lia, sep­pure il tema del red­dito sia impor­tante – non solo sul piano del con­tratto nazio­nale, ma anche sulla obbli­ga­to­rietà di fatto del part time – la ver­tenza va anche su altri temi: «Si deve par­lare di orari, di con­ci­lia­zione vita-lavoro, di tutela delle donne e delle mamme – dice Sesena – Non dimen­ti­cando che McDonald’s non ha mai voluto sedersi per discu­tere un integrativo».

A Milano, tra l’altro, si parla anche di Expo: come lavo­re­ranno nel 2015 gli addetti di risto­ranti e alber­ghi se non avranno un contratto?

Quindi ecco le cam­pa­gne che la Fil­cams Cgil ha lan­ciato per gli addetti dei fast food, spesso gio­vani e un po’ a digiuno di cono­scenze sin­da­cali, inter­cet­ta­bili però sui social net­work: la cam­pa­gna «Fac­cia a fac­cia con la realtà» è diven­tata un blog (www​.fast​ge​ne​ra​tion​.it) dove i lavo­ra­tori si rac­con­tano (su Twit­ter l’hashtag è#fast­ge­ne­ra­tion).

Antonio Sciotto

Fonte: Il Manifesto

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Ieri centinaia di lavoratori e lavoratrici dei fast food newyorkesi hanno preso parte ad un’intera giornata di sciopero chiedendo aumenti dei salari e il diritto di associazione. Ad essere coinvolte sono stati tutte le maggiori catene di fast food statunitensi, da McDonald’s a Burger King a Wendy’s.

Durante lo sciopero i lavoratori si sono radunati all’esterno delle filiali bloccandone gli accessi e chiedendo ai clienti di non entrare per supportare la loro protesta e hanno denunciato le paghe da fame con cui centinaia di giovani vengono assunti nel business dei fast food: si parla di poco più di 7 dollari all’ora per un impiego stressante che spesso prevede molte ore di lavoro senza alcuna pausa e di una cifra assolutamente insufficiente a far fronte al costo della vita di una città come New York (considerato inoltre che a differenza di altri impieghi i lavoratori dei fast food non possono nemmeno contare sulle mance per arrotondare lo stipendio).

I lavoratori che ieri hanno incrociato le braccia hanno chiesto un aumento del salario a 15 dollari all’ora e la fine di tutta una serie di pratiche di lavoro abusivo, invitando poi i propri colleghi di tutto il paese a far proseguire la protesta anche nel resto degli Stati Uniti.

La campagna ‘Fast Food Forward’ (lanciata lo scorso anno per combattere la proliferazione di lavori sottopagati e al limite dello sfruttamento nata nel contesto della crisi) ha infatti organizzato altri scioperi attraverso il paese per tutta la settimana.

Fonte: InfoAut

 

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Migliaia di lavoratori e lavoratrici della Sabrina Garnent Manufactoring, l’azienda taiwanese cui è subappaltata la produzione della Nike in Cambogia, stanno scioperando per le condizioni lavorative e salariali misere in cui versano. Tra i 5mila dipendenti dello stabilimento, circa 4mila stanno scioperando. Durante lo sciopero di ieri, centinaia di poliziotti sono intervenuti dopo che sono salite le tensioni tra scioperanti e chi invece ha continuato a lavorare. Secondo alcune fonti di informazione, in seguito all’intervento della polizia all’interno della fabbrica, almeno 11 dipendenti e otto operai sono rimasti feriti, mentre sette persone sono state arrestate.

Motivo principale dello sciopero è il rifiuto da parte dei dirigenti della fabbrica di alzare la paga minima mensile da 74 a 88 dollari al mese, una decisione che ha scatenato le reazioni dei lavoratori e delle lavoratrici, sotto lo sguardo preoccupato della multinazionale statunitense Nike in uno dei suoi cinque stabilimenti in Cambogia, declinando ogni responsabilità alla fabbrica Sabrina Garnent Manufactoring.

Eppure, le dinamiche delle grandi multinazionali che hanno esportato a suo tempo le fabbriche di produzione in Cambogia, Bangladesh e così via, hanno una responsabilità diretta nel momento in cui, nella logica economica del profitto si ricercano più guadagni a basso costo, mentre alto è quello che pagano le migliaia di lavoratori e lavoratrici che vengono sfruttati all’interno delle fabbriche. Basti pensare che in Cambogia, l’industria dell’abbigliamento è il più grande percettore di esportazione che impiega circa 500mila persone in più di 500 fabbriche di calzature e abbigliamento. Solo l’anno scorso, lo stato del sud est asiatico ha spedito più 4 miliardi di dollari di prodotti negli Stati Uniti e in Europa.

Fonte: InfoAut

“A sostegno del diritto alla salute e al reddito di tutti i dipendenti dell’azienda e delle imprese di appalto”, questa mattina 1500 lavoratori dell’Ilva hanno avviato uno sciopero a oltranza e un presidio permanente. Insieme hanno approvato all’unanimità un documento secondo il quale l’azienda dev’essere “espropriata e nazionalizzata immediatamente”. A dichiararlo è l’Usb. Ma hanno anche chiesto “Il fermo e il rispristino degli impianti maggiormente inquinanti – è scritto nel documento – e di garantire i posti di lavoro a tutti i dipendenti Ilva e a quelli dell’indotto. Cgil Cisl Uil – aggiunge l’Usb – siano state ormai sfiduciate dai lavoratori dell’Ilva e considera non più rinviabile il rinnovo delle Rsu, affinché queste rappresentino la reale espressione degli interessi dei lavoratori”. Intanto questa sera Antonio Catricalà, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha convocato per questa sera alle 19.30 a Palazzo Chigi un vertice d’urgenza sulla situazione dell’Ilva con Mario Monti, i ministri degli Interni, dello Sviluppo Economico, dell’Ambiente, i segretari di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, il presidente di Confindustria Squinzi, e il presidente dell’Ilva Bruno Ferrante.

Fonte: Controlacrisi

Mentre gli studenti dopo la giornata di mobilitazione di ieri continuano a organizzarne altre per dare continuità allo sciopero di ieri e proseguire a contrastare il governo Monti per affermare i loro diritti e molti altri di loro sono davanti a Regina Coeli per i compagni che dopo gli scontri sono stati fermati, la violenza che ha tentato di macchiare lo sciopero ha dato voce, oggi, anche ad Amnesty Italia. “Le forze di polizia hanno precisi obblighi di diritto internazionale e interni di protezione dei manifestanti, compreso quello di disperdere eventuali proteste violente con un uso proporzionato e legittimo della forza, mentre le immagini a disposizione mostrano episodi di eccessi nell’uso della forza nei confronti di singoli manifestanti che meriterebbero un’indagine rapida e approfondita. Riteniamo che chiarire le responsabilità sarebbe importante tanto per le persone colpite, quanto per le forze di polizia”. Dopo i gravi scontri e tafferugli avvenuti ieri durante lo sciopero europeo contro il governo Monti e le politiche di austerità del governo questa è la dichiarazione di Carlotta Sami, direttrice generale di Amnesty International Italia. “Abbiamo visto – ha spiegato Sami – per tutta la giornata di ieri, immagini che destano preoccupazione. Le proteste sociali e i loro contenuti rischiano di essere oscurati e schiacciati da un contesto caratterizzato da atti di violenza da parte di alcuni manifestanti, nell’ambito del quale nell’ambito del quale l’operato della polizia, per quanto complesso, avrebbe dovuto mirare a proteggere le persone, anche attraverso un uso proporzionato e legittimo della forza”. Proprio il 25 ottobre, Amnesty International ha diffuso un rapporto che riporta l’uso eccessivo della forza nelle manifestazioni pacifiche che si sono svolte in diversi paesi europei, tra cui Grecia e Spagna. E così, nell’ambito della campagna “Operazione trasparenza: polizia e diritti umani”, Amnesty International Italia chiede alle istituzioni italiane di “rispettare gli standard internazionali sull’uso della forza e delle armi, ma chiede anche prevenire le violazioni dei diritti umani e assicurare indagini rapide e approfondite e procedimenti equi per l’accertamento delle responsabilità quando emergano denunce di violazioni, anche attraverso adeguate modifiche alla legislazione tra cui in primo luogo l’introduzione del reato di tortura”. La campagna, partita nel luglio 2011, ha già raccolto oltre 20.000 adesioni.

Fonte: www.controlacrisi.org

Welfare? No, Warfare! Giovedì a La Sapienza di Roma, guerrafondai di ogni ordine e grado si riunivano per una conferenza con un titolo raccapricciante “Armi cibernetiche e processo decisionale”, evento patrocinato dal Ministero della Difesa e dal consiglio dei ministri in collaborazione con grandi aziende come Finmeccanica e Ibm. L’incontro era finalizzato a creare una “sinergia” tra ricerca tecnologica pubblica e privata. L’accordo, già firmato Magnifico rettore romano, Frati, punta non solo a garantire una costante entrata di fondi privati nell’ambito della ricerca, direzionandola secondo le esigenze di mercato ed in particolare verso quelle militari, ma, soprattutto, a garantire una formazione adeguata ai nuovi lavoratori della guerra. Un nuovo corso di studi, come dichiara in un’intervista uno dei dirigenti Finmeccanica, finalizzato a produrre tecnici in costruzione di armi cybernetiche. Gli studenti e le studentesse romane, mobilitati da giorni per la costruzione dello Sciopero Generale Europeo della settimana prossima, hanno dato il benvenuto agli sgraditi ospiti al grido “Fuori la guerra e i profitti dall’Università”, tentando di bloccare il convegno e riempiendo di uova marcie il rinfresco di militari, padroni e baroni vari, ribadendo che nelle università non ci sono certamente per divenire bassa manovalanza di un sistema repressivo e guerrafondaio, ma che il loro sapere e le loro coscienze è finalizzato, al contrario, a combatterlo.

Fonte: InfoAut

Uno sciopero dei trasporti pubblici non annunciato ha paralizzato ieri l’intera città di Tunisi. La protesta dei lavoratori si è scatenata per chiedere la liberazione di un loro collega che era stato arrestato nella giornata di martedì dopo un incidente stradale avvenuto mentre era in servizio. Lo sciopero, proclamato ad oltranza dai lavoratori fino alla liberazione del collega, ha raggiunto l’obiettivo, ottenendo la scarcerazione dell’uomo nel pomeriggio di ieri. Alcuni gruppi salafiti hanno invece deciso di osteggiare lo sciopero non annunciato (che già il Ministero dei Trasporti aveva bollato come ‘illegale’) e hanno cercato di attaccare la sede del sindacato Ugtt che invece appoggiava la protesta, causando l’intervento della forze dell’ordine che hanno cercato di impedire lo scontro tra le due parti. Nel frattempo, però, la fiammata di rabbia si era velocemente estesa dal settore dei trasporti al resto della popolazione, che nelle ultime settimane è scesa più volte in piazza contro le politiche del governo e contro la situazione di povertà e disoccupazione che continua ad affliggere buona parte del paese. Ne sono nati violenti scontri con la polizia che sono proseguiti per diverse ore in diversi quartieri di Tunisi, sfidando anche gli orari del coprifuoco. La situazione è poi tornata alla normalità ma il clima di tensione nel paese permane e nuovi scioperi sono previsti per le prossime settimane.

Fonte: InfoAut

Vi proponiamo la diretta integrale dello sciopero generale che ieri ha paralizzato i Paesi Baschi. La diretta è stata a cura di Contropiano…

E’ cominciato a mezzanotte nelle quattro province basche dello Stato Spagnolo – Bizkaia, Gipuzkoa, Araba e Nafarroa – lo sciopero generale indetto dalla maggioranza sindacale basca contro i tagli del governo allo stato sociale, al lavoro, alla sanità, all’istruzione. Alla mobilitazione generale convocata sia nel settore pubblico che privato da Lab, Ela e altre sigle di settore – ESK, STEE-EILAS, EHNE, Hiru, CGT-LKN e CNT – hanno aderito centinaia tra partiti politici della sinistra indipendentista, organizzazioni studentesche, di immigrati e di donne, collettivi sociali e mezzi di informazione. Si tratta del quinto sciopero generale nei Paesi Baschi in tre anni – nell’insieme della Spagna i sindacati ne hanno realizzato due – da quando i governi locali e di Madrid, sull’onda della crisi finanziaria, hanno iniziato un assalto senza precedenti ai diritti economici, politici e sociali dei cittadini per ripianare i debiti di banche e sistema finanziario.
Uno sciopero, quello di oggi, dal netto carattere politico visto che i governi locale e statale vengono tacciati di essere ‘sottomessi’ ai diktat delle istituzioni economiche e politiche internazionali. Ha detto ieri Ainhoa Etxaide, la segretaria generale del sindacato Lab (espressione della sinistra indipendentista): “la ricchezza c’è ma viene distribuita in maniera ineguale, e inoltre i governi rubano a coloro che hanno meno per riempire le tasche di chi è già ricco”. “Il terrore che viene imposto ai lavoratori – ha detto invece il segretario di Ela Adolfo Muñoz – può essere respinto solo con la lotta e l’organizzazione collettiva”. “E’ intollerabile – che sia la popolazione quella che paga una crisi generata dal potere economico (…) La via intrapresa dei poteri neoliberisti dell’Unione Europea ci porta ad una economia di sterminio” ha denunciato la rappresentante basca della Marcia Mondiale delle Donne.

10.30: Il governo regionale della Comunità Autonoma basca, guidato dal socialista Patxi López, in accordo col Ministero Spagnolo dei trasporti ha aumentato il livello minimo dei servizi essenziali all’interno di settori come trasporti e sanità nel tentativo di boicottare lo sciopero generale in corso. Di fatto nei trasporti è previsto che almeno il 30% funzioni nonostante lo sciopero, mentre nella sanità il livello minimo sotto il quale non si può scendere è quello normalmente garantito nei giorni festivi. Provvedimenti simili nella scuola dell’infanzia.

10.45: Già durante la notte centinaia di lavoratori hanno realizzato picchetti nelle stazioni dei treni, degli autobus e davanti alle grandi fabbriche per informare i lavoratori sui motivi dello sciopero. Nella località di Orduña (provincia di Bilbao) l’Ertzaintza(polizia autonoma basca) ha arrestato un lavoratore mentre collocava una barricata sui binari della locale stazione della Renfe. A Bilbao finora sono stati 4 gli autobus urbani ‘sanzionati’ perché in circolazione nonostante lo sciopero. Un conducente è rimasto leggermente contuso dopo un attacco.

11.00: alla giornata di lotta hanno deciso di non partecipare le sezioni basche dei sindacati spagnoli Ugt e Ccoo che d’altronde, non hanno ancora indetto uno sciopero generale a livello statale contro i 40 miliardi di euro di tagli a lavoro e stato sociale indetti dal governo Rajoy. In alcune fabbriche e uffici però allo sciopero hanno dato la loro adesione anche alcuni delegati dei sindacati spagnoli.

11.15: la Polizia Nazionale in assetto antisommossa ha caricato duramente il corteo dei lavoratori a Pamplona. Dure proteste del deputato della sinistra indipendentista Sabino Cuadra colpito dalle manganellate dei poliziotti nonostante mostrasse le sue credenziali di deputato alle Cortes di Madrid per la coalizione Amaiur.

11.20: cariche della Polizia contro i lavoratori che stavano realizzando un picchetto davanti all’ingresso del grande magazzino Corte Ingles a Pamplona.

11.30: la Polizia autonoma basca ha caricato il corteo dei lavoratori a Bilbao. Gli agenti hanno usato i manganelli e sparato gas lacrimogeni e pallottole di gomma contro i manifestanti. Un giovane è stato colpito ad un occhio da una pallottola di gomma ed è stato portato in ospedale.

11.50: Questa mattina alle 9:00 quattro militanti del sindacato Lab si sono incatenati all’interno di una sede del Banco Santander a Pamplona. Un’azione per denunciare la quantità di enormi fondi pubblici sottratti al lavoro e allo stato sociale e regalati alle banche e alle finanziarie da parte dei governi locali oltre che statale. Lab denuncia i fondi investiti per realizzare una linea ad alta velocità al quale i cittadini si oppongono sia per i costi enormi sia per i danni ambientali e sociali che la Tav produce. Gli attivisti sono rimasti a lungo all’interno della banca mentre altri lavoratori protestavano all’esterno. Poi è intervenuta la Polizia che ha identificato e sgomberato i 4 attivisti incatenati.

11.55: I lavoratori e le lavoratrici dell’Agencia Navarra de Emergencias obbligati a lavorare dalle disposizioni sui servizi minimi durante lo sciopero hanno deciso di devolvere il loro stipendio di oggi ad alcune associazioni che si occupano dell’assistenza a coloro che hanno perso casa e lavoro.

12.15: l’Ertzaintza ha caricato i lavoratori in sciopero a Portugalete, località a pochi chilometri da Bilbao. Decine di migliaia di persone stanno sfilando in corteo nei 4 capoluoghi di provincia mentre stamattina presto presidi, picchetti e blocchi si sono svolti in almeno un centinaio di località.

13.30: Nuove cariche a Pamplona, questa volta la Policia Nacional ha sparato pallottole di gomma e manganellato contro migliaia di persone che affollavano il Paseo de Sarasate, piazza a ridosso della parte vecchia del capoluogo navarro. Molti i manifestanti contusi e feriti.

15.00: Dopo i presidi e i picchetti di questa mattina realizzati in centinaia di città, paesi e quartieri, e i partecipatissimi cortei nei 4 capoluoghi ed in altre località, oggi pomeriggio tra le 17,30 e le 18 i sindacati di ambito basco, con il sostegno di numerose forze politiche e sociali, hanno indetto manifestazioni in circa 100 comuni.

16.30: cominciano ad arrivare i primi dati sull’adesione allo sciopero che è stata molto alta ovunque, nonostante la repressione, i ricatti aziendali e una norma dell’ultimo minuto che alzava il livello dei servizi minimi da garantire nonostante la mobilitazione nei trasporti, nella sanità e nell’istruzione. Punte molto alte di adesione da parte dei lavoratori – vicine al 100% – in Gipuzkoa, nel Nord della Navarra e dell’Araba e nella cintura operaia di Bilbao. Adesione considerevole, intorno al 50%, nel resto dei territori baschi. Questa mattina le città avevano un aspetto spettrale – negozi, bar e uffici chiusi – così come i poligoni industriali rimasti bloccati dallo sciopero. Come è possibile vedere in questo video girato questa mattina in alcuni quartieri popolari di Donostia/San Sebastian.

17.45: sono in tutto 6 i manifestanti arrestati nella giornata di oggi nei Paesi Baschi: uno a Orduna, un altro a Gasteiz, tre a Pamplona e uno a Villaba.