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Con le prime luci dell’alba, giovedì mattina, la polizia in assetto antisommossa è arrivata di nuovo a piazza Indipendenza, a Roma, per disperdere i rifugiati eritrei che dormivano sulle aiuole da cinque giorni, dopo lo sgombero del palazzo in cui vivevano a via Curtatone, vicino alla stazione Termini. Poco dopo le sei di mattina, gli agenti si sono fatti strada con gli idranti e hanno caricato le persone che dormivano sulle aiuole e i marciapiedi.
Come fanno da giorni, i rifugiati eritrei hanno cercato di opporre resistenza: dal primo piano del palazzo di via Curtatone hanno lanciato oggetti e barattoli di vernice. Questa volta la polizia ha usato la violenza. I poliziotti si sono messi a rincorrere chi scappava. Secondo Medici senza frontiere, nelle cariche sono state ferite 13 persone e due sono state portate in ospedale. “Hanno picchiato diverse persone, anche delle donne”, racconta Simon, un rifugiato eritreo che al momento dello sgombero si trovava al primo piano del palazzo di via Curtatone insieme a una cinquantina di persone, tra cui venti bambini.

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Dopo aver sgomberato la piazza, gli agenti sono entrati nel palazzo occupato. I bambini dal balcone dello stabile gridavano: “Vogliamo giocare, vogliamo giocare”. I poliziotti hanno costretto le persone all’interno dell’edificio a seguirli in questura. “Ci siamo nascosti, ma quando ci hanno trovato ci hanno manganellato per costringerci a uscire, due donne sono state picchiate”, racconta Simon. Nella piazza sono rimaste le valigie e gli oggetti delle famiglie sgomberate, e la polizia ha detto ai pochi ancora sulla piazza di recuperare le loro cose. “Non sappiamo che succederà ora, in questura siamo una cinquantina di persone, non sappiamo dove ci vogliono portare”, afferma Simon, mentre aspetta di sapere che ne sarà della sua vita. Almeno tredici persone sono state medicate da Msf.
Dopo lo sgombero di sabato, mercoledì c’era stato un primo tentativo di dispersione degli occupanti della piazza da parte della polizia. Mussie Zerai, il prete candidato al premio Nobel per la pace, che da anni è un punto di riferimento per la comunità eritrea italiana, alle 7.51 aveva mandato un messaggio a tutti i suoi contatti: un appello al ministro dell’interno Marco Minniti. “La prego d’intervenire, la polizia sta usando la forza per sgomberare le persone anche dalla piazza, ma queste persone non hanno dove andare”, era scritto nel messaggio che poi è stato ripreso da diverse agenzie di stampa. “Vi prego di trattarli come esseri umani”, concludeva.

Due ore dopo l’appello di Mussie Zerai, un gruppo nutrito di giornalisti, attivisti e operatori umanitari si era raccolto sulla piazza, a pochi passi dalla stazione Termini di Roma, senza che gli fosse concesso di avvicinarsi al palazzo o agli occupanti. Ma di politici o rappresentanti delle istituzioni nemmeno l’ombra. L’assessora ai servizi sociali di Roma, Laura Baldassarre, non è stata raggiungibile al telefono per tutta la mattina. La prefetta Paola Basilione ha convocato una riunione d’emergenza in prefettura.
Dopo una lunga negoziazione, la sala operativa sociale del comune di Roma ha proposto agli sgomberati 80 posti in un centro d’accoglienza del servizio Sprar a Torre Maura e un’altra ottantina di posti a Rieti per sei mesi, messi a disposizione dalla proprietà dell’edificio di via Curtatone. Le organizzazioni non governative, le associazioni e alcuni sacerdoti hanno fatto da mediatori, ma gli eritrei di piazza Indipendenza hanno rifiutato la proposta. C’è da considerare che molti degli occupanti non possono comunque beneficiare dei posti nei centri Sprar perché hanno ottenuto l’asilo da più di sei mesi.
Per sistemare tutte le famiglie dell’edificio sgomberato, inoltre, sarebbero necessari almeno altri trecento posti. Infine chi ha figli piccoli teme che un trasferimento possa impedire il regolare rientro a scuola dei minori tra qualche settimana. La verità è che la resistenza degli occupanti eritrei nessuno se l’aspettava. “Abbiamo fatto la guerra d’indipendenza, siamo scappati da una dittatura, abbiamo attraversato il Mediterraneo, resistiamo e andiamo avanti”, dice Simon.
Soluzioni improvvisate
Nella mattinata di mercoledì sui social network c’è stata un’esplosione di domande: “C’è un piano?”, “Dove li portano?, “Come si fa a sgomberare gli sgomberati?”, “Li sgomberano dalle aiuole per portarli in altre aiuole?”. Queste domande sono state rivolte ai giornalisti, che a loro volta le hanno rivolte ai politici, senza ricevere risposta per ore. “Quando si arriva allo sgombero si tratta di un problema di ordine pubblico”, ha dichiarato il sottosegretario del ministero dell’interno Domenico Manzione, intervistato da Daniele Biella di Vita.
“Come ministero, possiamo e stiamo cercando di mettere a disposizione strutture di accoglienza temporanee”, ha aggiunto. La sindaca Virginia Raggi per ora non ha commentato l’accaduto. Lo sgombero di piazza Indipendenza, tuttavia, è stato l’ultimo di una serie di provvedimenti, che negli ultimi anni ha affidato a soluzioni improvvisate la gestione dell’accoglienza nella capitale.
Questa tendenza può essere riassunta in tre punti: l’assenza strutturale di politiche di lungo corso su un tema così complesso come quello dell’integrazione dei richiedenti asilo e dei rifugiati a Roma, la mobilitazione autorganizzata degli stessi richiedenti asilo e rifugiati – sostenuti da organizzazioni umanitarie e associazioni – per difendere i loro diritti nella città in cui vivono e lavorano da anni, e infine il ruolo decisivo, ma spesso ambivalente, dei mezzi d’informazione.
Tre anni fa raccontai la storia di tre ragazzi eritrei minorenni – Robiel, Bilal e Mengis – scappati dall’Eritrea per sottrarsi alla leva obbligatoria che nel paese si trasforma spesso in servizio militare a vita. Nella primavera del 2015 Robiel, Bilal e Mengis avevano trovato rifugio a Roma nel borghetto occupato di Ponte Mammolo, sgomberato l’11 maggio 2015 dalla giunta di Ignazio Marino senza una soluzione alternativa per gli occupanti di quella baraccopoli che sorgeva a pochi passi dalla stazione della metropolitana.2.jpg
I tre ragazzi, dopo aver dormito qualche giorno al centro Baobab di via Cupa e poi in un convento di suore nel rione Monti, decisero di raggiungere illegalmente la Germania e la Svizzera dove avevano conoscenti e familiari e dove sapevano che avrebbero potuto lavorare con più facilità. Robiel e Mengis, che oggi sono maggiorenni, vivono ad Amburgo, in Germania, dove hanno ottenuto asilo politico. Il governo locale gli ha trovato una sistemazione in un appartamento vicino al centro della città e gli ha concesso un piccolo contributo mensile. In questi tre anni hanno frequentato corsi di tedesco e scuole professionali, che gli stanno permettendo di gettare le basi per trovare un lavoro e integrarsi nella società tedesca, versare le tasse e diventare cittadini. Bilal vive a Zurigo, in Svizzera, in condizioni simili.
La vita dei tre ragazzi eritrei è migliorata radicalmente da quella notte di giugno in cui salirono su un treno per Bolzano alla stazione Termini di Roma. Invece il sistema di accoglienza per i migranti e i richiedenti asilo nella capitale italiana è decisamente peggiorato. “Mai più situazioni come Ponte Mammolo, senza un piano alternativo prima di uno sgombero”, aveva detto ai volontari della Baobab experience e agli operatori di Medici per i diritti umani (Medu) all’indomani del suo insediamento l’assessora ai servizi sociali Laura Baldassarre, che prima di assumere l’incarico nell’amministrazione cinquestelle ha maturato una lunga esperienza nell’Unicef.
Eppure i tavoli istituzionali sull’immigrazione aperti dalla giunta guidata da Virginia Raggi sono tutti naufragati e nel corso del tempo non è stata elaborata nessuna strategia a lungo termine per l’accoglienza, nessuna alternativa agli sgomberi, che creano allarme sociale e rafforzano nel senso comune l’idea che la migrazione sia legata all’ordine pubblico, alle misure contro il terrorismo e a un’ipotetica invasione fuori controllo. “Siamo rifugiati, non terroristi”, era scritto in uno degli striscioni appesi al palazzo sgomberato di via Curtatone.

Numeri sotto controllo
Secondo i dati della prefettura di Roma, nella capitale risiedono meno richiedenti asilo di quelli previsti dall’accordo tra stato e regioni. Nei centri di accoglienza romani ci sono circa ottomila richiedenti asilo (5.581 nei centri di accoglienza straordinaria e 3.028 nei centri Sprar), una cifra molto al di sotto degli undicimila previsti dall’Anci. A questi si devono aggiungere i circa novemila richiedenti asilo e rifugiati che vivono in emergenza abitativa, cioè in stabili occupati, in situazioni di fortuna o per strada. Inoltre ogni giorno arrivano a Roma decine di transitanti: cioè migranti di passaggio che vogliono raggiungere i paesi del Nordeuropa. Ma nella capitale non esistono centri per accogliere questo tipo di migranti, anche se erano stati progettati già dall’ex assessora ai servizi sociali Francesca Danese nel giugno del 2015.
A tre anni dallo sgombero di Ponte Mammolo, i migranti che transitano dalla capitale dormono per strada o si rivolgono ai volontari dell’associazione Baobab experience, che hanno organizzato un presidio a loro spese e senza l’autorizzazione delle autorità, insieme ad altre associazioni come Medici per i diritti umani (Medu), il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), Intersos, Action, Radicali Roma e A buon diritto. Il presidio si trova in un parcheggio dietro alla stazione Tiburtina, chiamato dai volontari piazzale Maslax (in ricordo di un richiedente asilo somalo di 19 anni che si è suicidato dopo essere stato rimandato in Italia dal Belgio a causa del regolamento di Dublino). Ma è stato costretto a cambiare varie sedi ed è stato sgomberato venti volte in tre anni.

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Nell’ultimo sgombero di piazzale Maslax, l’ingresso del parcheggio è stato chiuso con dei blocchi di cemento per impedire ai volontari di entrare con l’auto a scaricare il cibo, l’acqua e i vestiti per i migranti. Oggi nel presidio dormono circa cento persone, affermano i volontari. La promessa, che era stata fatta dall’amministrazione capitolina, di istituire un centro informazioni vicino alla stazione Tiburtina per l’orientamento logistico e legale dei migranti non è stata mai mantenuta. Infine c’è una struttura d’emergenza gestita dalla Croce rossa a via del Frantoio che dà ospitalità a un’ottantina di persone, di solito i casi più vulnerabili come le donne e le famiglie con bambini che sono segnalati dai volontari della Baobab experience. Ma per sua stessa natura la struttura è temporanea e la convenzione che la istituisce viene rinnovata ogni sei mesi.
Un dibattito tossico
Qualche giorno fa in un bellissimo articolo sulle condizioni dei campi di detenzione per i migranti in Libia, Domenico Quirico sulla Stampa ha scritto: “Il mestiere che faccio non è discutere se una politica è efficace o no, è semplicemente raccontare quali sono le conseguenze della politica sugli esseri umani. Alla fine di tutto, ogni volta, c’è sempre una scelta morale. Poi deciderete, ma dovete sapere qual è il prezzo che fate pagare. Non potrete dire: ignoravo tutto, credevo, mi avevano detto”. Con le dovute differenze, penso che lo stesso ragionamento possa valere per qualunque politica dell’immigrazione anche al livello locale.
Perché nessun rappresentante delle istituzioni si è affacciato a piazza Indipendenza in questi giorni? Perché Roma da anni non riesce a varare un piano per l’accoglienza? La risposta è semplice nella sua brutalità: i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati che vivono nelle nostre città non sono considerati parte delle nostre comunità, anche se sono al nostro fianco e nelle nostre vite da anni.
Negli ultimi mesi il dibattito pubblico sui migranti in Italia ha assunto toni ancora più foschi, perché abbiamo cominciato a desiderare o ad augurarci che si facciano da parte, che spariscano. Mi ha colpito la conclusione del messaggio di Mussie Zerai al ministro Minniti: una supplica a considerare “esseri umani” gli occupanti eritrei di piazza Indipendenza. Evidentemente abbiamo dimenticato che lo sono.

https://www.internazionale.it/

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Bisognava soltanto attendere. La logica omicida che sta dietro ogni ondata securitaria si infrange sempre, per prima cosa, sulle persone più deboli. E i più deboli in assoluto, in questo momento, sono i migranti. Peggio ancora per i più anziani di loro, che debbono sommare alla debolezza dei diritti e al colore della pelle (che facilita l’individuazione come bersaglio) anche la debolezza dell’età.

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Roma, ambulante senegalese morto durante fuga a Lungotevere de Cenci
„Il giorno dopo il “pattuglione” stile Scelba messo in scena alla stazione di Milano a beneficio di Salvini in astinensa da selfie, a Roma un’insolito squadrone di vigili urbani è stato inviato a rastrellare il centro storico a caccia di venditori ambulanti. Il “decoro urbano” lo chiede…
Alla vista delle divise, come sempre, hanno raccolto alla bell’e meglio la propria mercanzia nei borsoni e si sono dati alla fuga. Uno di loro, Nian Maguette, un cittadino senegalese di 53 anni, che faceva parte di un gruppo che correva in direzione di Lungotevere de’ Cenci – all’altezza del Ghetto, davanti all’isola Tiberina – si è accasciato a terra. Diverse le versioni sull’accaduto. Alcuni suoi compagni hanno riferito che: “E’ stato investito da un motorino dei vigili urbani in borghese mentre scappava dal controllo. E’ caduto e ha battuto la testa”.  Secondo la versione ufficiale, invece, sarebbe stato probabilmente vittima di un infarto (ma il rapporto lo definisce “il giovane”…). il personale medico intervenuto sul posto non ha comunque potuto far altro che constatarne il decesso.
Sembrava un episodio come tanti, per quanto tragico. Ma la goccia scava la pietra, e anche la paziente sopportazione dei migranti trova in qualche caso il suo limite.
Gli altri venditori ambulanti, quasi tutti africani, hanno messo in atto una protesta, bloccando laa circolazione tra largo dei Vallati e largo Arenula.
La risposta, cieca come soltanto le polizie sanno essere, si è materializzata con l’intervento dei carabinieri e della polizia, comprensiva di agenti del Reparto Mobile in tenuta antisommossa. Come se servisse una seconda vittima per farsi capire meglio…

http://contropiano.org/

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E’ partito poco dopo le 15 da piazza Porta San Paolo e ha attraversato il quartiere Testaccio senza nessun problema di ordine pubblico: il corteo Eurostop è stato assolutamente pacifico. Poi a piazza Bocca della Verità la polizia ha effettuato un blocco per non fare arrivare la seconda parte del corteo nella piazza dove era prevista la conclusione della manifestazione. Attimi di tensione, con i manifestanti e le forze dell’ordine a fronteggiarsi, ma senza nessun tipo di scontro.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

AGGIORNAMENTO ORE 17.30: Incredibile atto di forza contro il corteo da parte del ministero dell’Interno a guida Minniti, che dal nulla ha circondato il corteo che stava procedendo verso Bocca della Verità cercando di sequestrare il camion e di impedire ai manifestanti di muoversi! Lo show offerto ai grandi d’Europa è inaccettabile in parallelo alle vuote parole di democrazia e diritti di cui ci si è riempiti la bocca nelle cerimonie! Vogliamo passare!

AGGIORNAMENTO ORE 18.00: Quanto è successo a Roma getta la maschera della natura reazionaria di Minniti e della sua gestione poliziesca delle questioni sociali! Il corteo ora ha ripreso a muoversi per raggiungere bocca della verità!

AGGIORNAMENTO ORE 18.20: Dopo una conferenza stampa a bocca della Verità, il corteo si ricompone con la parte da cui era stato diviso e insieme si muove per la città denunciando la provocazione intollerabile respinta oggi e tenendo alta l’attenzione sui 150 compagni ancora tenuti reclusi a Tor Cervara! Altro che democrazia, l’UE sbarca a Roma all’insegna di repressione e limitazioni ai diritti..come al solito del resto!

CLICCA QUI E GUARDA COSA E’ SUCCESSO ALLA BOCCA DELLA VERITA’

Fermato il pullman che da Torino sta portando a Roma i manifestanti che oggi volevano partecipare alla manifestazione No-Euro in programma nella Capitale dove si celebra il 60° dei Trattati di costituzione dell’Unione Europea. Il tutto per un coltellino da formaggio trovato addosso a un 60enne.

La cosa strabiliante, come viene mostrata da questa foto che ci è stata inviata da una fonte diretta, è chi ha fermato il pullman di attivisti che nulla avevano fatto: un agente che ha chiare visioni politiche.

AGGIORNAMENTO ORE 15.56: I manifestanti ancora bloccati nel cortile della stazione di Polizia manifestano inneggiando il loro dissenso.

 

 

Nel quadro delle indagini sulle nomine dei dirigenti al Comune di Roma, la Procura ha interrogato ierifino a tarda sera la Sindaca Virgina Raggi. Nelle maglie dell’indagine è emersa una nuova pagina anomala e fino ad ora sconosciuta: l’esistenza di una polizza assicurativa a nome della Raggi sulla vita di Salvatore Romeo, il funzionario comunale elevato a capo della segreteria politica della sindaca. Inizialmente il beneficiario della polizza indicato da Romeo non era Virginia Raggi maun’altra persona (l’ex fidanzata, ndr). Nel gennaio del 2016 Romeo muta il beneficiario. Il soggetto che può incassare la somma accumulata diventa così Virginia Raggi, la quale di lì a poco si presenterà alle cosiddette “comunarie”, (le primarie online interne al M5S) per essere poi candidata alla carica di sindaco di Roma.

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A febbraio Virginia Raggi si candida contro Marcello De Vito (allora capogruppo comunale del M5S) e lo batte, diventando così il candidato ufficiale del M5S a sindaco di Roma. Si è appreso che la Procura di Roma ha aperto un fascicolo anche sulla vicenda del presunto dossier che avrebbe contribuito a sconfiggere Marcello De Vito alle primarie del M5S nella corsa alla Campidoglio, spianando così la strada alla candidatura della Raggi a sindaco. Un episodio e una modalità decisamente inquietanti, soprattutto alla luce di quello che sta emergendo. Quattro mesi dopo infatti Virginia Raggi viene eletta sindaco sconfiggendo al ballottaggio Roberto Giachetti del Pd. Tre settimane dopo nomina il funzionario comunale Salvatore Romeo come capo della sua segreteria politica.
Con il nuovo incarico, la retribuzione di Romeo passa da 39 mila euro annui a 110mila euro. A quel punto l’Autorità Anticorruzione emette un parere che consiglia – ma non obbliga – il Comune di Roma, (come per altri casi) a fissare un tetto alla retribuzione del neodirigente. Dando seguito alla segnalazione dell’Anac, la Raggi riduce la retribuzione di Romeo da 110 mila a 93mila euro lordi, comunque una retribuzione due volte e mezzo superiore rispetto al precedente stipendio da dipendente comunale. Slavatore Romeo lascerà il suo incarico il 17 dicembre 2016 a seguito l’arresto dell’amico Raffaele Marra, finito in carcere con l’accusa di corruzione. Marra, insieme a Romeo, al fratello Michele e alla stessa Raggi, sono i soggetti di una chat privata denominata “Quattro amici al bar” abbondantemente monitorata e spiata dalla magistratura che comincia a indagare sulle nomine (e le dimissioni lampo) dei dirigenti comunali nella nuova amministrazione Raggi. Interrogata dai magistrati, la Raggi ha affermato di non sapere nulla della polizza assicurativa a suo nome e dunque che è stata accesa “a sua insaputa” (obiettivamente una linea difensiva che abbiamo già sentito in altre occasioni e da altri personaggi politici di potere).
Fin qui, se si va a vedere nel merito, materia di rilevanza penale ce n’è ancora poca (abuso d’ufficio e falso nel peggiore dei casi) e certamente non sufficiente a giustificare l’accanimento giustizialista e mediatico contro la Raggi di giornali espressione dei poteri forti come Corriere della Sera, La Repubblica e la Stampa. A questo si attengono anche le poche dichiarazioni ufficiali del M5S: “Per Roma non esiste nessun piano B. Il comportamento che Virginia Raggi e il MoVimento 5 Stelle devono tenere nel caso di vicende giudiziarie è esplicato nel codice etico e nel codice di comportamento che hanno firmato i portavoce eletti in consiglio comunale a Roma. Siamo vicini a Virginia in questo momento difficile e la giunta ha la nostra fiducia” si legge in un post del M5S pubblicato sul blog di Beppe Grillo.
Emerge invece una questione di rilevanza politica e morale che non attiene sicuramente – né deve farlo mai e per nessuno – ai tribunali.
Sembra ormai assodato che i “Quattro amici al bar” hanno agito come gruppo di pressione prima dentro il M5S riuscendo a far candidare la Raggi a sindaco, e poi hanno agito come gruppo di potere dentro la nuova amministrazione comunale orientando nomine di dirigenti ed elevando retribuzioni consistenti. Insomma un modello di comportamento apertamente in contrasto con le ragioni sociali su cui il M5S è nato ed ha incassato successi politici ed elettorali.

raggi-kqmc-835x437ilsole24ore-web-720x300Torniamo a sottolineare come il mantra sull’onestà e sulla legalità sia fuorviante e contraddittorio. La prima perchè l’onestà non ha solo una valenza giudiziaria, la seconda perchè troppo spesso entra in contrasto con i princìpi di giustizia sociale. Infine e per emtrambi, perchè arrivare ad amministrare una grande, complessa, disuguale area metropolitana come Roma senza averne una visione politica a tutto campo, diventa una capitolazione o un suicidio.
Nel primo caso la pressione dei poteri forti sulla e nella Capitale (quel “mondo di sopra” tenuto tuttora al riparo dalle inchieste su Mafia Capitale), non ha esitato a giocare sporco per addomesticare o liquidare la nuova giunta comunale. Costruttori, affaristi, faccendieri, ma anche multinazionali straniere, vogliono mettere a profitto Roma in ogni aspetto della sua vita economica e sociale: dalle Olimpiadi allo Stadio di Tor di Valle, dai Piani di Zona ai Punti Verde Qualità, dal turismo di massa agli studios di Cinecittà, dalle privatizzazioni delle municipalizzate alla gestione dei grandi eventi.
Nel secondo caso perchè i “Quattro amici al bar” non si sono resi conto che il clima nelle amministrazioni pubbliche è cambiato e “monitorato”, per cui certe spregiudicatezze non passano più inosservate. Il problema è che la complicità reciproca e l’avventurismo di questo gruppo di “amici” sta facendo cuocere sulla graticola e compromette la credibilità del M5S come fattore di discontinuità rispetto alle amministrazioni del passato. Difficile credere che tutto possa andare avanti come se nulla fosse. Il tappo sulla pentola a pressione imposto da Grillo e Casaleggio o salta, consentendo un dibattito aperto nella e con la base del M5S, oppure può diventare una lapide.
I sondaggi possono anche confermare i consensi alla giunta Raggi tra i cittadini romani, soprattutto perchè le alternative del passato o quelle momentaneamente futuribili fanno ancora più schifo. Ma è una rendita di posizione che non può durare ancora a lungo. Soprattutto se a incalzare le contraddizioni della giunta comunale non saranno più o solo i poteri forti ma i movimenti sociali e sindacali metropolitani che su una visione alternativa di Roma hanno proposte da avanzare, gambe sociali per concretizzarle e nessuna intenzione di fare sconti a nessuno.
Per martedi prossimo, 7 febbraio, questi movimenti (Carovana delle Periferie, Decide Roma, Forum Salviamo il Paesaggio, Unione Sindacale di Base) hanno convocato una seconda assemblea popolare in Campidoglio. In quella precedente del 4 ottobre, il cerchio magico di Raggi, Marra, Romeo impose il veto alla partecipazione e al confronto. Ma il clima è cambiato e la posta in gioco su Roma ormai ha assunto una valenza tutta politica e sul piano nazionale.

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Da Radio Città Aperta

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Metropoli in profonda crisi, sindaci indagati o dimezzati… Ne parliamo con Guido Lutrario, dell’Unione Sindacale di Base di Roma. Ciao Guido buongiorno.

Ciao, buongiorno a tutti…

Cominciamo da Roma per una questione cronologica, perché è più recente l’arresto di Raffaele Marra. Questa mattina i carabinieri hanno arrestato quello che è il braccio destro di Virginia Raggi. Un nome che è sulla bocca di tutti ormai da mesi proprio perché personaggio decisamente “poco limpido”. C’era da aspettarselo, era nell’aria… Come è possibile che si sia arrivati a questo punto, quando gran parte degli osservatori e anche degli stessi membri del Movimento 5 Stelle segnalavano rispetto a Marra una “criticità”?

Noi l’abbiamo chiesto pubblicamente, alla sindaca Raggi, di disfarsi di questo personaggio, ma abbiamo anche capito. nell’arco di questi mesi. che la relazione stretta con Marra evidentemente rappresentava un gruppo che ha gestito l’amministrazione comunale in questi mesi. Noi abbiamo chiesto che venisse rimosso, che non svolgesse funzioni di responsabilità, che non gli venissero affidati incarichi rilevanti come quello di direttore del personale. Lui veniva già da un’esperienza alla regione Lazio, con la giunta Polverini; ed era stato contestato proprio nel ruolo di direttore del personale… Noi ci siamo chiesti: ma perché i dipendenti capitolini, che già sono martoriati da tutta la vicenda del salario accessorio, del non rinnovato contratto, ecc. devono subire questo personaggio che non ci piace, anche perché viene da una storia politica che non avrebbe niente in teoria a che fare con il Movimento 5 Stelle. Viene dall’amministrazione di destra della Polverini, dall’amministrazione Alemanno, è un personaggio con un curriculum che non ha niente a che fare con il Movimento 5 Stelle e che quindi non aveva le carte in regola per realizzare il programma con il quale il Movimento 5 Stelle ha vinto le elezioni comunali di Roma. In realtà questo personaggio è stato tenuto in ruoli di grande responsabilità a dispetto di tutti; perché la richiesta non è venuta solo dall’Unione Sindacale di Base, è venuta anche all’interno stesso del Movimento 5 Stelle. Ma la sindaca Raggi ha resistito e ha voluto mantenere questa relazione, che ovviamente per noi ha rappresentato un dato preoccupante. Perché, evidentemente, non si poteva disfare di un personaggio chiave. Oggi noi diciamo chiaramente alla sindaca: ora c’è la possibilità di una svolta, torniamo al programma. Ci siamo liberati di un personaggio discutibile, che sicuramente non aveva nessuna intenzione di mettere in pratica il programma, c’è nell’amministrazione comunale di Roma un insieme di dirigenti che esprimono una posizione di destra, che stanno conducendo una vera e propria guerra contro i poveri nella nostra città. Avviene sul tema delle abitazioni, sulle mancate revoche dei piani di zona, che sono una evidente truffa ai danni di decine di migliaia di cittadini romani e su cui l’amministrazione aveva preso degli impegni che finora non sono stati, purtroppo, rispettati. Ci sono vicende legate alla gestione dei servizi, alle aziende partecipate… c’è un intreccio tra affari e funzionari dell’amministrazione pubblica. Finché una giunta non avrà la forza e il coraggio di liberarsi di questo mondo dell’amministrazione che condiziona la vita della città, la stessa possibilità di governare in modo trasparente e vicino ai cittadini la città, il rinnovamento non sarà possibile. Questo lo avevamo chiesto a chiare lettere. Peraltro, è abbastanza sintomatico che per l’assemblea che noi avevamo organizzato il 4 ottobre, in Campidoglio, ci venne negata la sala della Protomoteca proprio da un signore che stanotte è stato assicurato alla giustizia… Anche se non abbiamo mai augurato il carcere a nessuno, però diciamo “ma guarda un po’, proprio il sig. Marra che voleva impedire ai lavoratori e ai cittadini romani di riunirsi in assemblea in Campidoglio per chiedere cosa? Il rispetto del programma su cui l’amministrazione Raggi è andata al governo della città”. Noi speriamo che ci sia un cambio di passo, che questo sia l’opportunità per invertire una tendenza che non ci piace, per ripristinare l’agenda che sta scritta nel programma elettorale del Movimento 5 Stelle e che noi vorremmo vedere realizzata negli interessi di tutti quelli che hanno sperato in un rinnovamento vero.

Ma tu credi davvero che…

… è un’opportunità, speriamo che la giunta la sappia cogliere.

Tu credi che ci sia questa volontà, cioè la volontà voltare pagina, mettere un punto e ripartire – come dicevi poco fa – dal programma? Ti chiedo questo perché non si tratta di un personaggio che un po’ a sorpresa viene scoperto essere coinvolto in vicende poco chiare. Parliamo di un personaggio sulla bocca di tutti ormai da mesi, molto vicino a tutto il giro dell’amministrazione Alemanno, insieme a Panzironi, quindi anche Mafia capitale, già ai tempi del Ministero delle Politiche agricole. Insomma, è un personaggio che dal 2006 caratterizza in maniera non trasparente la politica italiana e, in particolare, quellaromana. Quindi che venga scelto un personaggio così fa venire qualche dubbio sulla reale volontà di un cambio di passo, del cambio di passo a cui facevi riferimento tu…

Finora questa volontà non si è manifestata, c’è poco da fare. Noi quello che speriamo è che adesso, di fronte a fatti evidenti… Peraltro non abbiamo parlato dell’altro soggetto che è stato arrestato. Fa parte di una storia che è quella dei costruttori e del condizionamento che i costruttori hanno sempre esercitato sulla vita della città, sul futuro, sul suo sviluppo, sulle sue dinamiche urbanistiche…

Parliamo – scusami se ti interrompo – di Sergio Scarpellini, costruttore e immobiliarista romano.

Sì, di Scarpellini. Una delle tante famiglie di costruttori che a Roma – sempre gli stessi nomi dell’arco di 30-40 anni – che hanno condizionato pesantemente la vita della città; in particolare sul tema abitativo, che resta uno dei drammi irrisolti di questa città e su cui, purtroppo, questa amministrazione sta semplicemente ripercorrendo quello che hanno o non hanno fatto le precedenti amministrazioni. Io dico che c’è una opportunità, cioè che di fronte a questo dato di fatto non c’è solo la sindaca che “deve intervenire per cambiare il ruolo o ridimensionare le funzioni di un direttore, di un amministratore, di un funzionario”. C’è un dato di fatto. C’è la magistratura che interviene e c’è un personaggio che viene tolto di mezzo. E’ una opportunità. Adesso la giunta è di fronte ad un bivio e speriamo che imbocchi la strada giusta, che, ripeto, è quella del programma. Lo vuole fare o non lo vuole fare? E’ chiaro che l’alternativa è andare a casa. Non è che ci siano molte altre strade, perché una amministrazione che si presenta ai cittadini nel segno del rinnovamento e che poi non agisce in questo senso, che conserva funzionari compromessi con le passate stagioni, che non mette in pratica il programma di cambiamento sociale atteso soprattutto dalla grande periferia della città… Beh, è una amministrazione che poi non ha un grande futuro davanti. Io voglio sottolineare anche un fatto, sotto gli occhi di tutti. Mentre il sindaco di Milano si autosospende per la vicenda dell’Expo, passano praticamente pochi minuti e arriva un provvedimento forse tenuto nel cassetto e tirato fuori nel momento opportuno. Bisognava pareggiare quello che succedeva a Milano con la situazione di Roma. Questo fa parte di un sistema che, nel complesso, viene screditato ogni giorno di più. Io penso che anche per il Movimento 5 Stelle ci sia adesso un po’ una necessità ultimativa: o questa amministrazione – questa sindaca romana su cui sono gli occhi puntati di tutto il paese, su cui è cominciata dal giorno stesso del suo inserimento un’attività anche di boicottaggio mediatico – cioè, questa amministrazione è stata immediatamente attaccata in tutte le forme e con motivazioni non sempre solide… Ma il Movimento 5 Stelle, al centro di questo attacco, ha difeso l’amministrazione, ma l’ha anche in qualche modo sollecitata a comportamenti diversi, a partire dalle nomine. Sono problemi che dovranno gestire loro, ovviamente, però mi pare che sono di fronte ad una necessità di prendere decisioni importanti e noi speriamo che queste decisioni vadano nella direzione – ripeto – di porre mano al programma. Noi abbiamo assistito quest’estate, come tanti romani, al balletto delle nomine; e abbiamo formulato una domanda semplice semplice. Questo cambio di assessori, questi rimbalzi, queste sostituzioni… sono legate a una volontà dei singoli soggetti di rispettare il programma o rispondono ad altre logiche? Purtroppo questa domanda non ha trovato risposte, specie sul programma – che è la cosa che a noi ci interessa di più, per esempio la salvaguarda del carattere pubblico delle aziende partecipate, la reinternalizzazione di molti servizi, ecc… Oggi leggo che la sindaca parla di razionalizzazione delle aziende partecipate. E’ un termine equivoco, perché in questi anni razionalizzazione ha sempre significato riduzione del personale…

Esatto. In questi anni è stato chiarissimo, purtroppo, come termine-..

Giustamente. Però lo si usa oggi in modo equivoco nei confronti degli ascoltatori, dei cittadini, dell’elettorato. Razionalizzare… Qui non si razionalizza niente, si taglia. Noi avevamo ascoltato invece altri progetti, per esempio la reinternalizzazione di molti servizi che certamente è anche utile ad evitare sprechi, perché sappiamo che reinternalizzare molte attività corrisponde anche ad una riduzione di costi. Per esempio viene abbattuto in automatico il profitto per quelle aziende private che sono esattamente le gestrici del servizio esternalizzato. Ma di questo però non c’è finora alcun segnale. Noi non abbiamo ravvisato nulla in questo senso; né nella gestione rifiuti, né nella gestione dei servizi collegati al trasporto pubblico… Su Acea erano stati lanciati dei segnali, ma poi sono scomparsi… E poi sulle politiche abitative, che riteniamo la cosa più grave, perché proprio su quel terreno erano stati lanciati segnali più incoraggianti; ma purtroppo molto è andato per il momento deluso. C’è ancora tempo, ovviamente, per affrontare le questioni… Ma si tratta di salvare il patrimonio pubblico, di allargare questo patrimonio, perché c’è una fetta di povertà nella nostra città in crescita esponenziale. Ma non si interviene su questo. C’è invece una sorta di istigazione ad una guerra tra poveri. La vicenda di San Basilio è abbastanza evidente. Non la voglio fare troppo lunga. Io penso che ci sia una possibilità oggi e che questa possibilità l’amministrazione la deve cogliere. Se non la coglie, a questo punto, evidentemente, non c’è nessuna volontà di andare nella direzione giusta.

E staremo a vedere. Senti, ci siamo un po’ allungati ma non posso non chiederti una battuta anche su Milano. Già hai fatto un piccolo riferimento alla necessità di “pareggiare” un’inchiesta che coinvolge il Pd a Milano con qualcos’altro che coinvolga in questo caso i 5Stelle a Roma. Ed è già una prima chiave di lettura. Sala viene indagato per concorso in falso ideologico, sul più importante appalto economico di Expo… Senza entrare nel merito, trovo che uno spunto interessante di riflessione sia proprio la questione delle grandi opere che ciclicamente ritorna in Italia. Ed Expo ci è sempre stato proposto come l’esempio per cui le grandi opere vanno fatte. “Vedete, Expo è stato un successo, tutto è andato benissimo”… Ora piano piano comincia ad emergere che Expo forse non è stato così un successo e che anche lì qualcosa di strano è accaduto

Sì. Sulla vicenda Expo c’è stata una controinchiesta dei movimenti proprio su tutta la vicenda degli appalti, di come si andava ad utilizzare quell’enorme spazio su cui poi è stata realizzata la struttura dell’esposizione universale. Io ricordo, un po’ a grandi linee, quella vicenda, ma su questo i movimenti avevano parlato chiaro… C’era stata una enorme speculazione, erano stati gonfiati i costi alla grande e questa è la solita storia dei grandi eventi nel nostro paese. Sono occasioni per avvicinare grandi investitori privati i quali, però, arrivano con l’obiettivo di saccheggiare il territorio, depredarlo, utilizzarlo, spremerlo al massimo e poi ritirarsi senza che sul territorio resti niente, se non il disastro e un intervento a tempo determinato. Chiusa la vicenda si chiudono anche le opportunità che ci sono state, il lavoro a tempo parziale… E poi – diamine – Expo è stato anche il laboratorio del lavoro gratuito nel nostro paese…

…dello sfruttamento intensivo…

Si sono inventati anche le nuove forme di sfruttamento che ormai, purtroppo, sono diffuse anche nel resto del paese. E’ stato un po’ un esperimento pilota. La vicenda dei grandi eventi, indubbiamente, è questo. “Intervengo per far venire investitori dall’estero”, che però vengono con questa logica di rapina, e l’amministratore sta esattamente al centro di questo processo. Attira e stabilisce relazioni con investitori, ma non si preoccupa del futuro del proprio territorio. E’ sempre un investimento a tempo determinato, però l’amministratore – che può essere il sindaco, il direttore di una società costituita ad hoc per la gestione degli appalti, un assessore di volta in volta diverso – svolge questa funzione di cerniera, per cui il capitale privato è determinante nello stabilire gli obiettivi, le modalità di gestione, a cosa deve servire, quanto tempo deve essere l’investimento, quando finisce l’utilizzo di quel finanziamento… E questa è la logica perversa con cui stanno devastando il territorio prendendoci in giro e facendoci credere che arrivano i soldi per lo sviluppo; ma questo sviluppo in realtà non arriva mai. Che poi in questa vicenda la classe attualmente al governo ci sia dentro fino al collo… questo è talmente evidente, talmente ci siamo talmente abituati, che quasi non fa più notizia. La notizia è invece che il sindaco – l’unico di cui hanno potuto fregiarsi nella passata tornata elettorale delle amministrative – fa parte dello stesso sistema. Che poi lui in particolare sia implicato fino in fondo, o non lo sia, francamente non ritengo sia neanche molto importante. Il meccanismo è sempre lo stesso. C’è una gestione affaristica in cui l’interesse del territorio e dei cittadini non è nemmeno contemplato.

E non va, e non può sicuramente andare bene in questo modo. Grazie Guido per essere stato con noi.

Ciao, grazie a voi.

claudia-pestata-poliziotto-roma

Era la scorsa domenica quando dal cortile condominiale di un comprensorio di Castel di Leva, Claudia Ursini ha segnalato prima al 113 e poi al 118 di essere stata aggredita e picchiata da un poliziotto: trasportata all’Ospedale Sant’Eugenio, i medici hanno accertato fratture al cranio e alle costole.

Il presunto responsabile è stato prima sospeso dal servizio e poi arrestato con l’accusa di tentato omicidio, erano vicini di casa e lui l’ha pestata selvaggiamente con una mazza da baseball e poi colpita con calci e pugni.

La signora Ursini ha contattato Ilaria Cucchi per raccontarle il fatto (già lo scorso luglio aveva denunciato l’uomo per averla spintonata e presa a schiaffi in una lite con altri condomini) e chiederle aiuto, tanto più che il suo presunto assalitore non era stato immediatamente posto in stato di fermo; Ilaria Cucchi ha poi scritto una lettera aperta alla Presidente della Camera, l’onorevole Laura Boldrini, per portare anche alla sua attenzione questo fatto di cronaca e per chiederle di “restare sensibile e attiva contro ogni violenza da chiunque commessa, contro le donne e contro gli ultimi”

Dovrei avere paura anche io che ne ho scritto? Cosa si aspetta a dare una giusta punizione a chi attenta in questo modo alla vita e si copre con una divisa, sporcandola nel più misero e vigliacco dei modi, in tutti i sensi?Come mai non è dato sapere nome e cognome di costui?E se non avesse chiesto la signora Claudia l’ aiuto di Ilaria Cucchi, questa notizia dove era finita?

Doriana Goracci