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Formalmente la sfida referendaria di ieri se la sono aggiudicata il premier Matteo Renzi e quella parte del Partito Democratico che ha esplicitamente invitato a boicottare il voto. La tracotanza del premier diffusa a piene mani nel corso del videomessaggio mandato in onda a reti unificate subito dopo la chiusura delle urne, ieri sera, parla chiaro. Ma se Renzi ha sentito la necessità di precisare con tanta foga e urgenza che ha vinto lui è forse perché, al contrario, la sua vittoria di ieri non è poi così schiacciante ed univoca.
Il Renzi indispettito, vendicativo, rancoroso di ieri dimostra infatti che per l’attuale governo la situazione è meno rosea di quanto non appaia ad una lettura superficiale.
Data la specificità del quesito ed il fatto che di per sé la vittoria dei sì e il raggiungimento del quorum non avrebbe portato ad una ‘rivoluzione’ nel campo delle politiche energetiche di questo paese, il referendum di ieri si è caricato di un chiaro valore politico generale. Un referendum pro o contro Renzi e il suo sistema, di fatto, oltre che un pronunciamento a favore della tutela delle nostre coste e del nostro ambiente e di un’economia basata sul turismo e sullo sviluppo sostenibile fondato sulle energie rinnovabili.
Nonostante il silenzio stampa mantenuto fino all’ultimo in modo scientifico dal sistema mediatico a disposizione del governo, nonostante la scarsissima mobilitazione delle forze politiche che pure si erano espresse formalmente a favore del ‘si’, nonostante il terrorismo diffuso da chi ha lavorato a boicottare la consultazione affermando che la vittoria dei si avrebbe portato alla perdita di migliaia di posti di lavoro, a votare ieri sono andati quasi 16 milioni di italiani e di italiane. Il 32% del totale degli aventi diritto, soglia che aumenta sensibilmente se dal computo si escludono 4 milioni di cittadini residenti all’estero che nella maggioranza dei casi non sapevano affatto dell’esistenza del referendum. Dei sedici milioni di votanti più di tredici, l’85% del totale, si sono espressi a favore del ‘si’. Una minoranza, certamente, ma una minoranza assai consistente e resistente che ha scelto di recarsi al seggio disobbedendo apertamente all’invito ad andare al mare rivolto ad una società stanca e in altre faccende affaccendata tanto da Matteo Renzi quanto dall’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Un risultato non di poco conto, un altolà ad un governo che si è rifiutato di prendere atto della netta contrarietà di 10 regioni italiane alla normativa che concede campo libero e illimitato alle imprese petrolifere all’interno delle 12 miglia dalla costa, e che ha imposto il referendum negando oltretutto l’abbinamento del voto sulle trivelle alle elezioni amministrative di giugno. Il voto separato è costato circa 350 milioni di euro proprio quando il governo e l’Unione Europea impongono l’austerity e i sacrifici a senso unico alle classi popolari e ai ceti sociali più deboli.
Senza la costituzione di veri e propri comitati per il sì radicati e operativi nei territori, senza la raccolta delle firme – il referendum è stato chiesto da nove regioni – che costituisce l’inizio e uno dei momenti salienti della campagna elettorale, senza l’abbinamento alle amministrative il raggiungimento del quorum ieri sarebbe stato un vero e proprio miracolo.
renzi-impaurito-300x200 Un miracolo che – e questo va sottolineato – negli ultimi decenni è stato raggiunto assai poche volte in Italia, sempre meno man mano che lo strumento referendario si è logorato – anche perché spesso il verdetto dei referendum è stato disatteso dai governi – e che il rifiuto della società nei confronti della politica e dei partiti è cresciuto. Di fatto in un paese in cui al voto ormai si reca poco più della metà della popolazione, con tassi di astensione sempre più anglosassoni, il raggiungimento del quorum rappresenta un ostacolo insormontabile e obsoleto all’espressione della volontà popolare che aveva senso fino alla fine degli anni ’80 ma che oggi non lo ha più. Che in queste condizioni alle urne si sia recato il 32% degli aventi diritto non è, quindi, un risultato disprezzabile, come fanno notare questa mattina anche numerosi commentatori non certo tacciabili di essere ostili a Renzi o al Pd.
Anche perché tra pochi mesi, probabilmente ad ottobre, gli italiani saranno chiamati a votare il peggioramento della Costituzione in un referendum che, paradossalmente, non prevede alcun quorum. Il premier continua a caricare quell’appuntamento della valenza di un plebiscito popolare a favore suo e della sua politica, ma se alle urne dovesse andare una quota non proprio debordante di elettorato il colpo non sarebbe indifferente. Questo senza considerare il passaggio delle elezioni locali di giugno che non si presenta certo positivo per il PD appesantito da scandali e da un segretario che ornai è sempre più simile all’ultimo Berlusconi.
Se è vero che – almeno dal punto di vista formale – la sfida di ieri è stata vinta dagli ambienti più reazionari del Partito Democratico e del suo sistema di potere, è altrettanto vero che Matteo Renzi ha dovuto pagare un alto prezzo politico per portare a casa il risultato, esplicitando per l’ennesima volta il suo schieramento a favore dei poteri forti, ed in particolare della lobby petrolifera,  proprio mentre emergevano numerosi scandali per corruzione che hanno coinvolto esponenti dell’entourage governativo e pezzi non secondari di altre istituzioni centrali nella governance di questo paese come le Forze Armate e la Confindustria. Il fatto che il quorum ieri sia stato raggiunto proprio in Basilicata, la regione di ‘Tempa Rossa’ ma anche tradizionale feudo del Pd, alle orecchie di Renzi deve esser suonato come un preoccupante campanello d’allarme.

Rete dei Comunisti

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Da tempo andiamo sostenendo che nell’area metropolitana napoletana è in atto una vera e propria Emergenza Democratica la quale segnala la diffusione di un crescente autoritarismo sul versante delle relazioni sociali, sindacali e della gestione dei conflitti. E’ oramai prassi consolidata da parte della polizia e della Procura della Repubblica – con il pieno avallo delle varie istituzioni locali – l’utilizzo di una brutale modalità di governance delle variegate forme del conflitto. Una abusata prassi che prevede, esclusivamente, la terapia del manganello per le manifestazioni di piazza e una pioggia di provvedimenti giudiziari che punta all’azzeramento dei movimenti di lotta, all’intimidazione degli attivisti politici e sindacali ed all’opacizzazione delle ragioni costitutive che stanno alla base dell’effervescenza  sociale che attraversa il territorio partenopeo. Dalle pagine di Contropiano, ma anche da altre testate giornalistiche indipendenti ed autonome, abbiamo, nel corso degli anni documentato e denunciato, in sintonia con la pratica dei movimenti di lotta, questo corso repressivo ed antisociale che assegna alla Procura della Repubblica napoletana il primato italiano nei numeri degli attivisti coinvolti in inchieste e provvedimenti coercitivi attinenti alle lotte sociali. Torniamo ora sul tema dell’Emergenza Democratica a Napoli per segnalare una nuova ed inquietante tappa di questa escalation repressiva consumatasi nei giorni scorsi ai danni di due compagni dei Precari BROS. A seguito di una protesta svoltasi nel porto di Napoli, per evidenziare il cronico criminale ritardo della Regione Campania circa lo sblocco dei finanziamenti attinenti la Vertenza dei Precari BROS, che ha comportato il blocco di alcune ore dell’ingresso delle navi nella rada del porto, la polizia ha denunciato alcune decine di precari arrestandone due (Luigi e Ciccio). Non che questo episodio, identico, purtroppo, a tanti altri che si consumano quotidianamente costituisca una novità ma, questa volta, ci tocca evidenziare la vendetta giudiziaria e i caratteri di evidente cattiveria antiproletaria che la Procura della Repubblica ha squadernato contro i due compagni. Dopo due giorni di carcere ai due compagni, al momento della concessione della libertà, la Procura ha imposto loro il divieto di soggiorno, con effetto immediato dal momento dell’avvenuta scarcerazione, nel comune di Napoli. I due compagni (Luigi e Ciccio) sono stati descritti, nel dispositivo giudiziario, come due pericolosi agitatori i quali non possono vivere a Napoli in quanto la loro sola presenza in città sarebbe un fattore di turbamento dell’ordine pubblico e di innesco di proteste violente. I due compagni, disoccupati e padri di famiglia, subito dopo l’uscita dal carcere di Poggioreale hanno dovuto coattivamente lasciare la città, chiedere solidarietà umana e materiale a compagni ed amici che non abitano a Napoli ed hanno lasciato la città con tutto il triste corollario di problemi personali, di relazioni e di vera e propria sopravvivenza che attanaglia i loro congiunti e le loro vite. Di fronte a questa nuova accelerata delle dinamiche repressive, che segue di poco la passata vicenda delle contestazioni contro Equitalia dove pure è stato messo in atto tutto l’armamentario della scientifica dis/informazione contro le ragioni sociali di quelle proteste, non abbiamo colto quel sussulto di indignazione e di rabbia che necessiterebbe per porre un deciso stop a questa operazione di mortificazione e di annientamento del conflitto sociale metropolitano. E’ noto che a Napoli, anche in virtù delle peculiari caratteristiche con cui si manifesta il conflitto sociale, agisce uno specifico pool di magistrati (coordinato dal giudice Giovanni Melillo) che inchiesta le lotte sociali, monitora i protagonisti e i soggetti che danno vita alle varie mobilitazioni e, soprattutto, si sforza di dimostrare, attraverso vari filoni di inchiesta, l’esistenza di una fantomatica associazione a delinquere che opererebbe a ridosso delle mobilitazioni con l’esplicito obiettivo di estorcere posti di lavoro e garanzie sociali. Questo pool – di fatto – sta assumendo la funzione di tribunale speciale contro le lotte attraverso, non solo l’elargizione di anni di carcere e di provvedimenti restrittivi e limitanti la libertà, ma anche mediante l’utilizzo di norme e codicilli del Testo Unico di Pubblica Sicurezza che mai erano stati applicati ai protagonisti del conflitto. Si tratta, secondo chi scrive, di una allucinante trasposizione di una modalità investigativa programmata contro le organizzazioni camorristiche e trasferita, meccanicamente, contro il conflitto sociale e le sue manifestazioni di piazza. Del resto i reati che vengono puntualmente proposti da parte di questo pool di magistrati hanno una storia giurisdizionale ed una prassi concreta ed attuativa tutta afferente la criminalità organizzata ed alle sue forme di azione e di organizzazione tipica del moderno crimine organizzato. Il moltiplicarsi degli avvenimenti repressivi, la generalizzazione delle inchieste, la loro centralizzazione in un unico contenitore processuale e il perverso intreccio  tra azione penale e gestione mistificante ad opera dei media costituisce una pericolosa soglia politica e materiale su cui occorrerà rilanciare la denuncia politica di questa pericolosa tendenza in corso nella nostra città. In questo contesto – anche alla luce delle oggettive difficoltà in cui sono immersi i movimenti sociali e le diverse forme della soggettività antagonista agente – assumono, ai fini di una auspicabile campagna di lotta e di organizzazione contro l’intensificarsi delle forme della repressione statale, alcuni appuntamenti già fissati nelle prossime settimane. Lo Sciopero Generale del prossimo 22 giugno, con manifestazioni a Roma e Milano, contro la politica economica e sociale del governo Monti, la manifestazione in programma a Napoli, il prossimo 30 giugno (Rivoltiamo il paese/Ripartiamo dal Sud) potranno essere utili momenti di possibile connessione tra il complesso delle contraddizioni sociali e la sacrosanta denuncia di queste derive autoritarie e criminalizzanti che si stanno palesando nell’area napoletana. Su tale versante contribuiremo a questa auspicabile sinergia consapevoli che per contrastare, per davvero l’Emergenza Democratica che pesantemente avvertiamo, sarà necessario il massimo sforzo di unità, articolazione e generalizzazione di questa campagna politica.

Rete dei Comunisti – Napoli