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Le vicende giudiziarie che stanno trascinando il Pd renziano verso l’implosione, a partire dalla principale – l’affare Consip, centrale degli acquisti per le amministrazioni pubbliche – non stupisce nessuno. La classe dirigente italiana – imprenditori e politici, funzionari e corpi militari – è un abisso da cui ogni persona onesta vorrebbe distogliere lo sguardo.
Eppure una cosa stupisce: l’asimmetria palese tra dimensioni colossali degli affari o delle ambizioni e il nanismo imbarazzante delle filiere in competizione per accaparrarseli.

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In questa oscena faccenda saltano fuori faccendieri più o meno improvvisati, quasi sempre figli, padri, fratelli, amici di infanzia e di famiglia. Tutti referenti di piccoli “imprenditori”-prestanome di altrettanti amici, parenti, famigli. Vien quasi da rimpiangere la Prima Repubblica, i grandi partiti divisi da visioni del mondo strutturate, in cui gli affari sporchi erano affidati a militanti provatissimi, pronti ad immolarsi anche in carcere pur di salvaguardare gli interessi del partito (Severino Citaristi per la Dc, Primo Greganti per il Pci, ecc). Crollate le fedi, volatili le appartenenze, individualizzate le ambizioni, non resta che affidarsi alla famiglia, al giro stretto di quelli che “io ti ho creato, io ti distruggo”. Come nella n’drangheta…
Solo uno spaccato sintetico per capirci qualcosa, utilizzando le cronache giudiziarie. Il “povero” Alfredo Romeo aspira all’affare della sua vita puntando all’appalto per le pulizie dei palazzi del potere situati nel centro storico di Roma. Un business da 100 milioni facili facili (con il jobs act si possono fare miracoli imprenditoriali pagando quasi nulla i lavoratori precari) dagli importanti risvolti “politici”. Pulire i cessi del potere è già di per sé uno stare nelle stanze del potere, no? Una volta lì, da cosa può nascere cosa….
Cerca un contatto con il padre di Renzi tramite un ragazzotto poco più che trentenne che però conosce bene sia il padre Tiziano che lo stesso (allora) premier. Può vantare – diventa la sua dote principale, nel resoconto che sarebbe stato fatto a Luca Lotti – di essere affidabile perché capace di tenere la bocca chiusa anche se rinchiuso in carcere (come era avvenuto qualche anno fa, poi assolto). Il padre Tiziano è sospettato – dallo stesso Romeo e dagli inquirenti – di fare “il doppio gioco”, perché c’è un concorrente (la Cofely del piemontese Bigotti, ora in mani francesi) che però sarebbe “vicinissimo” a Denis Verdini. Con il quale  Tiziano Renzi ha una innegabile conoscenza pluridecennale (era il distributore del Giornale di Toscana, in qualche modo proprietà del Verdini ieri condannato anche per questioni connesse a quel giornale).
Usciamo da questi maleodoranti anfratti e cerchiamo di respirare – speranza vana – innalzandoci alle vette della polichetta italiana. Qui “l’affaire Consip” sta destabilizzando il percorso del congresso del Pd, voluto proprio da Renzi il più rapido e sbrigativo possibile (idee e progetti da discutere non ce ne sono, perché perder tempo…). Più passano i giorni, più consistenti pezzi della vecchia maggioranza renziana si vanno sbriciolando. Per paura che il purosangue si sia dimostrato un ronzino molto dopato (la botta della sconfitta al referendum avrebbe determinato la sua scomparsa, in un paese normale), per vaghe tentazioni egemoniche (Franceschini, più che Orlando o Emiliano), per le incertezze sul futuro (tra un sistema politico balcanizzato dalla legge proporzionale e una ormai certa presa di controllo del paese da parte dell’Unione Europea, se le elezioni in Francia e Germania non produrranno sconquassi inimmaginabili).
Sorprende, insomma, che le prevedibili traversie giudiziarie di una filiera corta come il “giglio magico” possano esser diventate il detonatore in grado di far esplodere ciò che resta del sistema politico italiano. Se il Pd – come si ammette ormai quasi apertamente – è sul punto dell’implosione per motivi così bassi, non esiste nessuna alternativa che possa risultare credibile ai mitici “mercati”, alla Troika e non da ultimo alla popolazione di questo paese. I Cinque Stelle non lo sono per una lunga serie di motivi, che la giunta Raggi si è incaricata di esemplificare. E comunque, una qualsiasi offerta politica che possa risultare gradita a Bruxelles o Francoforte è ipso facto invisa a un elettorato dal “vaffa” facile. Anche se nell’immediato fosse possibile presentargliela con una “narrazione” fascinosa, tempo pochi mesi e le cose si chiariscono bene…
Filiera cortissima, quella fiorentina. Un “comitato d’affari” ristretto in pochi chilometri quadrati, rivelatosi incapace di rappresentare una soluzione efficace per ciò che resta della borghesia di questo paese; incapace di qualsiasi “visione” più concreta di un acido lisergico, intellettualmente nano e concentrato unicamente sui propri interessi personali; una compagnia di ventura a chilometri zero.
Che è poi la vera cifra del “pensiero politico” diffuso in ogni ambiente di questo paese: vista corta, miope, con molti gradi di astigmatismo.

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Mancano ormai due settimane al referendum del 4 dicembre. Renzi ormai è in preda al furore e accusa il fronte del NO di essere un “accozzaglia”.  Come in tutti i referendum, le opzioni politiche dei vari partiti si schierano in base alle proprie valutazioni, incluse quelle di opportunità. Ma è sul piano degli interessi materiali, gli interessi di classe dovremo dire, che è importante vedere quali sono gli schieramenti. E qui appare in tutta evidenza che chi sostiene il Si e Renzi, sono esattamente le forze che hanno rovinato e stanno rovinando la vita a milioni di persone, soprattutto lavoratori, disoccupati e pensionati.  Lo fanno in base alla loro collocazione sociale e a interessi materiali ben definiti.  Renzi  “è stato messo lì da loro” come ha detto Marchionne un paio d’anni fa. E sono queste forze ad avere interesse che prevalga il Si in un referendum che destruttura l’assetto costituzionale esattamente come richiesto dalla banca d’affari JP Morgan.
La Repubblica riporta che, secondo un sondaggio condotto dall’agenzia di stampa Bloomberg, su 42 top manager di grandi aziende italiane, ben 41 intendono approvare il referendum fortemente voluto dal premier Matteo Renzi .Bloomberg ha inoltre raccolto le posizioni di 100 tra presidenti e amministratori delegati delle principali aziende italiane: anche in questo caso la maggioranza a favore del sì è schiacciante. Esattamente il contrario di quanto sta invece emergendo nel resto della società dove il No sarebbe in testa.
Banche d’affari, multinazionali e affaristi puntano alla vittoria di Renzi. Il capo economista della Deutsche Bank afferma ad esempio che “un’Italia senza riforme starebbe meglio fuori dall’euro” (magari diremmo noi). Il si al referendum, scrive invece un rapporto della Morgan Stanley, “sarebbe una precondizione importante per continuare il processo di riforme italiane”.
Contemporaneamente però gli stessi apparati finanziari – diversamente dalla strumentale analisi della Banca d’Italia – diffondono previsioni rassicuranti in caso di vittoria del NO al referendum. “La sconfitta di Renzi sarebbe un risultato negativo ma gestibile” sostiene la Morgan Stanley. Mentre per il Credit Suisse “ci sarebbe volatilità dei mercati (stessa categoria usata da Banca d’Italia) ma non problemi sistemici”. Prudenza o sufficienza dei cosiddetti mercati? No. Il problema è che dopo la Brexit britannica, dove gli interessi di classe dei due schieramenti coincidono con quelli in campo in Italia nel referendum, non possono negare che dopo la vittoria del “live” in Gran Bretagna, l’economia non è affatto crollata come minacciavano allora gli araldi del capitale finanziario e i giornali liberaldemocratici. Anzi.
Anche in Italia, dunque, da una parte sono schierate le banche, i comitati d’affari, la Confindustria, i grandi giornali, dall’altra ci sono lavoratori, disoccupati, strati popolari. Con una divergenza così, non c’è alcun dubbio su dove schierarsi. Così come in Gran Bretagna ci saremmo schierati per la Brexit, oggi occorre fare tutto il possibile per far vincere il NO al referendum controcostituzionale del 4 dicembre, e fare in modo che sia soprattutto un NO Sociale. Un No di popolo dunque, ma dentro a questo occorre ormai riportare alla luce interessi di classe definiti e rincomporli in una alleanza politica e sociale antagonista agli interessi del big business.

protesta-milano.jpgBuona ? Caos, precarietà e trattamenti diversi da provincia a provincia, a pochi giorni dall’inizio della .
Per questo mercoledì sera a Salerno studenti e docenti (da Uds ai Cobas) hanno contestato la ministra dell’istruzione , una delle menti della disastrosa che sta facendo iniziare l’anno scolastico in condizioni di caos e precarizzazione mai raggiunte, nemmeno dalla Gelmini.
A pochi giorni dall’apertura delle classi, lunedì, sono ancora migliaia gli insegnanti che non sanno se né dove insegneranno, mentre i tempi del concorso si allungano biblicamente: a primavera le promesse del governo parlavano di immissioni in ruolo per settembre.
Settembre è arrivato ma non solo non ci sono i posti in ruolo, ma neppure i vincitori del concorso: finito lo scritto, con percentuali di bocciature altissime, inizia il mare magnum delle prove orali, e non si sa quando verranno terminate. In più, il precariato dilaga, tra ricorsi e lungaggini, diritti negati e la retorica insultante del “merito”.
Milano, per fare un esempio, le cattedre vacanti sono ancora duemila, oltre ad altri duemila per il sostegno. Nel capoluogo lombardo i precari della scuola, in particolare i diplomati magistrali da anni truffati dallo Stato, e il Coordinamento lavoratori della scuola 3 ottobre, mercoledì hanno bloccato il Provveditorato di via Pola e stamattina, giovedì, sono tornati in presidio, ribloccando gli uffici e ottenendo un incontro con i funzionari, con la promessa di inserimento corretto nelle graduatorie e da lì al ruolo. (qui la cronaca e gli aggiornamenti della lotta)
Da Milano sentiamo Olga, del Coordinamento lavoratori della scuola 3 ottobre.
Ascolta o scarica qui.
A Brescia, facendo le proporzioni, il caso è ancora più acuto, con uno dei provveditorati tradizionalmente più allineati ai diktat della Gelmini prima e della Giannini poi, anche attraverso il proprio reggente attuale Mario Maviglia
Lo stesso Maviglia oggi, giovedì 8 settembre, in un’intervista al Corriere della Sera – Brescia, sostiene che  la buona scuola di Renzi” ha tanti aspetti positivi ma forse avrebbe meritato tempi più lunghi di attuazione”. Risultato: mai, a Brescia, a poche ore dall’anno scolastico ci sono state così tante cattedre – almeno 900 – senza assegnatari, con continue decisioni – da parte dello stesso Provveditorato – contro particolari categorie di insegnanti, come a esempio i cosiddetti diplomati magistrali, che in tutta Italia – a suon di ricorsi – vengono immessi in graduatoria, mentre a Brescia no, e quando vengono ammessi sono spesso inseriti a zero punti e di fatto ultimi delle liste. Come a dire, di fatto, non inseriti. Uno dei tanti esempi di una situazione scolastica, quella bresciana, ben sotto la “media” – di per sé già disastrosa – della buona scuola renziana nel resto d’Italia.
Sui dati bresciani sentiamo Thomas Bendinelli, giornalista del Corriere della Sera – Brescia, autore dell’articolo.
Ascolta o scarica qui.

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EDITORIALE: http://contropiano.org/

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Le vicende romane, al di là del dato specifico della Giunta Raggi, pongono una questione più generale che sta venendo in primo piano: è possibile un’amministrazione della cosa pubblica che non risponda agli interessi dei gruppi imprenditoriali e di potere consolidati?
È una domanda che investe tutta la sfera della politica, perché – in fondo – anche il governo nazionale è ormai un “ente locale” nella gerarchia dei poteri amministrativi concentrati nell’Unione Europea. Lo è a partire dalla “cessione di sovranità” per cui la più importante legge dello Stato – la legge finanziaria, ora chiamata “legge di stabilità” – è sub judice della Commissione Europea (il “governo” dell’area). Controllo rafforzato dall’obbligo al pareggio di bilancio, inserito addirittura nella Costituzione (abolirlo sarebbe una delle tante “riforme costituzionali” che voteremmo volentieri), dai trattati relativi a tutte le questioni economiche (Fiscal Compact, Six Pack, Two Pack, ecc), fino al progetto di “esercito europeo con chi ci sta” avanzata nei giorni scorsi dal governo italiano insieme a Francia e Germania.
Esiste insomma una cornice ferrea – una gabbia, più precisamente – che va da Bruxelles fino all’ultimo comune di montagna, per cui ogni decisione gestionale deve avvenire all’interno del cosiddetto “patto di stabilità”.
Qualcuno dirà: “sì, va bene, ma qui c’è anche tanta corruzione…” Certo. Da un lato la stretta dell’austerità riduce i margini di manovra e di spesa, quindi anche le risorse pubbliche “conquistabili” dalla corruzione; dall’altra le vecchie consorterie di potere aumentano la competizione per accaparrarsi quel poco di grasso pubblico che ancora resta.
La situazione è insomma apparentemente senza via d’uscita. I grandi gruppi multinazionali e finanziari determinano le grandi scelte della politica globale, magari anche in competizione tra loro. I gruppi di potere meno potenti rovistano nei sottoscala, nella gestione degli appalti, delle “grandi opere” o delle concessioni su reti costruite dal pubblico, delle “occasioni di crescita” fornite da qualche grande evento (Olimpiadi, Expo, ecc).
Ciò che rimane assolutamente fuori dalla possibilità di farsi valere sono gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione, che di questo s’è accorta ormai da tempo. La fuga dalla partecipazione politica e dalle urne ne è una testimonianza, così come l’investimento su qualsiasi raggruppamento “nuovo” prometta di cambiare radicalmente le cose. Il fenomeno chiamato impropriamente “populismo” investe ormai tutto il pianeta (Trump è solo l’ultimo esempio) e segnala il distacco progressivo tra establishment capitalistico e popolazioni, tra business e consenso politico. Un voto da “ultima spiaggia”, per la democrazia parlamentare occidentale, oltre cui nessuno osa guardare e che motiva ovunque scelte istituzionali verticistiche, elitarie, oligarchiche, in modo più o meno esplicito. Avete già dimenticato quanti liberal, dopo il voto sulla Brexit, hanno chiesto di restringere il diritto di voto solo a quelli “che ne capiscono”?
I Cinque Stelle, in Italia, sono i beneficiati temporanei di questa radicalità senza progetto di cambiamento sociale, di questo “populismo” più o meno benintenzionato secondo cui basterebbe gestire “onestamente” la macchina amministrativa e il business perché tutti ne traggano un grande beneficio. Sul piano culturale è un’idea alquanto vecchiotta – il capitalismo darebbe il benessere a tutti, se non intervenissero “i ladri” – ma che sta vivendo una nuova giovinezza dopo l’eclissamento dell’opzione comunista. E’ una idea che seleziona un “quadro militante” piuttosto eterogeneo, con competenze specifiche magari anche alte (informatici, ingegneri, avvocati, tecnici ambientali ecc), ma senza molte cognizioni sul funzionamento vero della società attuale.
Ovviamente, alla prova dell’amministrazione concreta di grandi città questa nuova “classe dirigente” arriva come un bambino al primo giorno di scuola, spesso accompagnata da marpionissimi “amici” espressione di lobby storiche (il caso di Raffaele Marra, ex braccio destro di Alemanno o dei dirigenti ereditati dal Commissario Tronca sono solo i più evidenti), inviati a conservare il massimo di potere possibile o a far deragliare il trenino del “rinnovamento”.
Tutto molto prevedibile e previsto, fin da quando immaginavamo la reazione feroce del potere vero a questo “intralcio”. Reazioni “cilene”, senza peraltro avere davanti qualcosa di nemmeno lontanamente paragonabile a Salvador Allende. Per ora abbiamo visto all’opera solo la scimmiottatura delle inchieste giudiziarie all’incontrario, con mail e telefonate (anche di parlamentari) allegramente passate da uffici tribunalizi e questura sui tavoli dei media controllati dai boss del business capitolino e governativo. Non ci stupiremmo di vedere presto anche qualcosa di equivalente ai camionisti cileni, ovvero corporazioni reazionarie in grado di paralizzare o riempire di rifiuti la città.
Fantascienza? Ricordiamo che nella civilissima Gran Bretagna è stata sacrificata – inutilmente, peraltro – addirittura una deputata laburista pur di sbarrare il passo alla Brexit. La rapidità con cui il fatto è stato cancellato dalle cronache, anche britanniche, ricorda molto da vicino i comportamenti del potere italico ai tempi della “strategia della tensione”.
Altro potrà avvenire e avverrà pur di eliminare quanto di “incontrollabile” ci può essere in un’amministrazione grillina. Che questo avvenga facendo fallire completamente una giunta (non solo a Roma, ovviamente), oppure “epurando i puristi” e facendola così rientrare nella “normalità” del business as usual, non possiamo ovviamente dire. I Cinque Stelle sono comunque una ancora troppo flebile perturbazione negli equilibri di potere, una finestra di incertezza attorno a cui si affannano i conservatori, per richiuderla.
Quello che possiamo dire con certezza, invece, è che questa finestra di incertezza va spalancata facendo scendere in campo una soggettività radicale e un protagonismo di massa all’altezza della sfida. Questo autunno diventa così uno spartiacque per il prossimo futuro. Bloccare la spinta reazionaria di Renzi e della Ue, bocciando con il NO al referendum la controriforma costituzionale, è ampiamente nelle possibilità. Si tratta di mobilitare al massimo tutte le forze antagoniste e democratiche, sapendo che la “macchina del fango” del potere si attiverà anche contro questo schieramento.
Si tratta di unificare tutte le resistenze e i malesseri sociali innescati da una serie ormai lunghissima di stravolgimenti della “costituzione materiale” di questo paese. Jobs Act, pensioni, sanità, scuola, casa, ammortizzatori sociali, avventure militari, sono temi decisamente più importanti – a livello popolare – che non la discussione sul Senato.

«Noi abbiamo un’altra intuizione, l’intuizione che la storia ritorna, ma non si ripete».

Da un appello del 22 marzo degli studenti francesi

In queste ore Renzi si trova in Cina per il G20, e anche qui non manca di rilanciare dichiarazioni tutte centrate sul contesto italiano. Da qualche tempo il premier è impegnato a contrastare e a riposizionare la valenza del prossimo referendum, ossia il rischio della propria fragorosa caduta. L’all in giocato sulla vittoria del Sì si rivela sempre più come un azzardo ingestibile per lui e più in generale per la governabilità del sistema-paese (e non solo). E’ in particolare su un piano del dispositivo temporale che ora Renzi tenta di imbrigliare la possibile disfatta e la sua uscita dal tavolo.

«All’Italia spetterà la presidenza di uno dei prossimi G20, che non abbiamo ancora ospitato. Non so se sarà nel 2019, nel 2020 o nel 2021, comunque io ci sarò». Sono queste le parole con cui si conclude la sua conferenza stampa a Hangzhou. E hanno da un lato un sapore scaramantico, ma dall’altro segnano una profonda transizione nel discorso renziano. Ve la ricordate la campagna per le primarie? Lo slogan era “Adesso!”, e ci si prometteva di rottamare il vecchio. La paura del cambiamento è un’altra delle retoriche agitate dal renzismo, che tuttavia adesso si agita e sta cambiando verso. Ancora Renzi dichiara:

«Spesso per vedere i risultati delle riforme ci vogliono anni. Il futuro viaggia veloce e può impaurire […] Tutti vogliamo una crescita inclusiva ma abbiamo un nemico comune: la paura». Ecco dunque il nuovo imprimatur: prendere tempo, allungare l’orizzonte dell’azione di governo, sconfiggere la paura del futuro. Non si gioca più sull’immediatezza della politica dei tweet, ma si prova a ridefinire un’azione politica che esca dal presente e dalla continua ricerca dell’evento che legittimi l’agire del leader. Non a caso pochi giorni fa al Forum Ambrosetti di Cernobbio sempre Renzi faceva ricorso a una metafora dal sapore maiosta:

«L’Italia prosegue una lunga marcia: il 2016 si chiuderà meglio del 2015, che si è chiuso meglio del 2014, questo è un risultato inoppugnabile», fino ad aggiungere una frase illuminante: «Nella dittatura dell’istante abbiamo bisogno di tempo e noi non abbiamo fretta». Poco dopo fa addirittura ricorso a metafore bibliche per depotenziare il peso politico accumulatosi sul referendum: se «vince il no, non c’è l’invasione delle cavallette, non c’è la fine del mondo: resta tutto così».

Il tentativo di inversione di rotta non potrebbe essere più lampante. Comescrivevamo dopo le ultime amministrative, il ciclo renziano ha attraversato in fretta il solco tra innovazione riformatrice e appartenenza alla “casta”.

Il problema nel quale si ritrova invischiato Renzi muove tuttavia su acque ben più profonde. La sua traiettoria è, pur compressa in pochi anni, mimetica di un mutamento più intenso nella percezione della temporalità politica. Per gli antichi il tempo era una spirale ciclica di continuo decadimento dei sistemi politici rispetto a un mitico passato di benessere. La stasis, la guerra civile, un pericolo costante alla quale si rispondeva con l’oblio, la rimozione dal ricordo. La modernità si struttura cambiando radicalmente i termini del gioco. La guerra civile deve essere continuamente ricordata come monito perché non si ricada in tale passato. Il tempo è tutto rivolto al futuro, al suo progetto di costruzione. Questo tempo progressivo, di cui si era dotato in senso rivoluzionario anche il movimento operaio, è stato profondamente riorganizzato dalla restaurazione neoliberale a partire dalla metà degli anni ’70. In parallelo con l’affermarsi delle tecnologie cibernetiche, è il presente a divenire l’orizzonte temporale prevalente – ma all’interno di una narrativa che pone la crescita costante come sostegno dell’eterno presente.

Oggi la promessa del continuo progresso si infrange sempre più contro la burrasca del presente, e si inizia a insinuare una nuova percezione temporale che nuovamente ridefinisce i vettori temporali. E’ Massimo Cacciari a darne un lampante esempio, in un’intervista concessa alla festa del Fatto Quotidiano:

«I 5 Stelle […] io mi auguro che crescano, maturino, perché il disfarsi di questa aggregazione importante, almeno quantitativamente importante, aggraverebbe ancora il disfarsi di questo paese […] quindi è augurabile che almeno il 25-30% di questo elettorato si ritrovi all’interno di questa casamatta perché altrimenti il liquido diventa gassoso in questo paese […]. Sta mancando strategia, politica, classe dirigente, debolezza patologica del paese […]. Una crisi che dura dagli anni ’70. […] Il grande rischio è che il futuro ci presenti una catastrofe, cioè un mutamento radicale di scena con tutto quello che ciò comporta».

E sì che fino a poco fa Cacciari era uno dei più duri fustigatori dei 5 Stelle. Ma l’avvicinarsi di scenari foschi e difficilmente prevedibili conducono il filosofo veneto a sperare anche nei 5 Stelle come forma di tenuta sistemica, pur di fronte alle convulsioni della giunta Raggi e alle (apparenti o di sostanza?) divaricazioni interne tra “movimentismo” e “governismo”, per prevenire esplosioni a suo parere catastrofiche.

Ecco, la catastrofe che si profila nel futuro è una spia rilevante di una temporalità frammentata che sta uscendo dalle coordinate moderne, o quantomeno da quelle consolidate. Quali siano le possibilità per opzioni sociali antagoniste di incidere sulla definizione del piano temporale nei tempi a venire saranno unicamente le lotte a poterlo determinare. Ma è all’interno di questo tempo globale interconnesso, fluttuante, rapsodico, che si definiscono i terreni politici del momento che attraversiamo. E che riemerge, all’interno delle contraddizioni del presente, il peso della storia. Passa anche per la riscoperta di progetto e di un gioco temporale fatto di una superficie vischiosa ma costituito di rarefazioni e precipitazioni, frenesie e attese, l’agire politico oggi.

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CkmIpaTWEAA7nsD Più che “la gente”, la scorta del presidente del Consiglio Matteo Renzi, leader di un Pd sempre più delegittimato anche dalle urne elettorali, continua a essere “l’agente”. Cariche anche oggi pomeriggio, stavolta a Lucca, per difendere il premier dalle contestazioni di piazza che lo attendevano all’esterno del convegno “Festival Crescita 2016”, dov’era stato invitato a intervenire. Mentre dentro il luogo del festival andava in scena la solita retorica su una crescita che, nella quotidinanità delle persone, non c’è, fuori un massiccio dispositivo poliziesco manganellava un corteo –  contro le politiche del Governo, per i diritti, il reddito e la dignità – difeso da una rete-scudo, la quale a sua volta sorreggeva uno striscione: “Dalla Francia all’Italia, tout le monde deteste la police!”.

Da Lucca sentiamo Andrea, compagno del collettivo Torpedo Ascolta o scarica

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I risultati elettorali nelle grandi aree metropolitane indicano una meritata e sonora sconfitta per il PD, il partito di Renzi e del suo progetto di governance autoritaria e antipopolare. Il Pd si rivela  ormai come il partito dei “ricchi”, dei banchieri, della Confindustria. Per questo salutiamo positivamente il risultato, in particolare quello di Napoli e in modo diverso quello di Roma, dove, così come a Torino, decisivo è stato il voto nelle periferie.
Il fatto che le due più popolose aree metropolitane abbiano sconfitto già dal primo turno il Pd è un segnale importante,  soprattutto per le contraddizioni che questo risultato può aprire nel prossimo futuro.
Come Carovana delle Periferie già molto prima delle elezioni avevamo indicato che chi avesse contribuito alla sconfitta del PD era meritevole di attenzione. Ma adesso si aprono partite assai più complicate e pesanti di un passaggio elettorale.
3 Sia De Magistris a Napoli che il M5S a Roma, qualora dovessero confermare la vittoria ai ballottaggi, si troveranno a fare i conti con il boicottaggio e le campagne ostili orchestrate dal governo e dai suoi terminali locali. Ma si troveranno soprattutto a fare i conti con la camicia di forza rappresentata dai vincoli di bilancio imposti dall’alto da Bruxelles e dalla Legge di stabilità del governo. Su Roma pesa l’ipoteca dei vincoli imposti con il DUP del commissario Tronca, il ricatto dell’enorme debito accumulato in questi anni, l’obbligo di pareggio di bilancio che intende impedire qualsiasi spostamento di risorse verso interventi sociali, per convogliarle nella fornace del pagamento degli interessi e del debito.
2Una gabbia condannata anche dalla Corte Costituzionale che si è espressa contro la spending review imposta ai Comuni già dal governo Monti. Una gabbia che le modifiche controcostituzionali di Renzi vorrebbero legittimare affidandone le chiavi all’Unione Europea.
Le nuove giunte comunali a Roma e Napoli, se vorranno tentare la strada della discontinuità e dell’alternativa al massacro sociale e al degrado attuale delle città, dovranno in ogni modo sottrarsi a questa camicia di forza. Se non vogliono farlo da soli e solo sul piano istituzionale – che inevitabilmente porta a sanzioni, commissariamenti, pressioni fortissime da Bruxelles e Palazzo Chigi – dovranno pensare, cercare e realizzare un’alleanza con i movimenti sociali, popolari, sindacali, ambientali che in questi anni si sono opposti alle privatizzazioni, alla speculazione urbanistica, agli sfratti, all’appropriazione privata delle risorse pubbliche.
La Carovana delle Periferie mette oggi in campo a Roma due percorsi autonomi di confronto e iniziativa sui quali far convergere tutte le forze che hanno contribuito alla sconfitta del Pd e alla discontinuità con il sistema trasversale di Mafia Capitale:

  • Il primo su alcune proposte come i sette punti elaborati dalla Carovana delle Periferie, che indicano una visione alternativa della città: piano metropolitano per il lavoro, piano metropolitano per le abitazioni, stop alla cementificazione, trasformazione della tassa di soggiorno in una imposta di scopo dedicata alle periferie, definizione dell’Agenda Urbana, aumento del peso decisionale dei municipi, comitati popolari di controllo sulle decisioni che attengono ai territori. Condizione preliminare per attuare questo percorso è la decisione di non accettare più i diktat sulle privatizzazioni dei servizi pubblici locali e il ricatto del debito che grava sul Comune di Roma taglieggiandone il bilancio e le risorse; il no a grandi opere speculative come le Olimpiadi;
  • Il secondo è che già dai ballottaggi inizia la nostra campagna referendaria per far vincere il No al referendum/plebiscito del 2 ottobre voluto da Renzi per demolire la Costituzione italiana, così come richiesto dalle grandi banche d’affari come la JP Morgan e dalle oligarchie dell’Unione Europea.

Battiamo il PD e la destra renziana nei ballottaggi del 19 giugno a Roma, Napoli, e magari anche a Torino, per prepararci già da giugno allo sciopero generale e alle mobilitazioni di settembre per  mandare a casa a Renzi con il No al referendum controcostituzionale di ottobre.

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