Posts contrassegnato dai tag ‘potere’

dibattito_euro_940-720x300

http://contropiano.org/ – C’è una patologia che corrode dall’interno, come un tumore, le istituzioni, i partiti, i sindacati, le organizzazioni di massa: è la propensione all’obbedienza, è l’acritico istinto autoconservativo degli apparati che consiglia prudenza, sino all’autocensura, ogniqualvolta si tratta di esprimere delle opinioni che comportano un’assunzione di responsabilità.
All’obbedienza – atteggiamento moralmente peggiore del fideismo perché non richiede intima convinzione – si viene educati da chi detiene il potere.
Qui opera un patto talvolta implicito, talaltra esplicito, in ogni caso consapevole in entrambi i contraenti: “tu rinunci alla tua indipendenza, alla tua creatività e ti affidi a me; io ti ricompenserò assicurandoti protezione, garanzia di carriera…sotto il mio ombrello non avrai nulla da temere, purché il tuo appoggio mi sia sempre assicurato”.
Fatalmente, saranno i mediocri più ossequienti a superare di slancio questa selezione: mediocri, ma affidabili, perché proni al comando, quale che esso sia.
L’obbedienza non è pura cupidigia di servilismo. Essa si regge sulla paura: la paura della punizione, il timore di tornare ad occupare quel solo posto che le proprie modeste qualità consentirebbero.
Il potere è centripeto, guarda all’interno, non possiede velleità persuasive, la fascinazione che genera è perversa: esso costringe, blandisce, ricatta, premia o punisce, tiene in scacco.
La sua forza non viene (quasi mai) dal consenso che riscuote, ma dal timore che incute.1
E’ così che proliferano stuoli di cortigiani, solerti nel sostenere le tesi del capo, anche quando queste si rivelano manifestamente infondate.2
La clonazione, a cascata, di un funzionariato acefalo conferisce all’organizzazione una finta immagine di forza e di coesione interna, ne mimetizza la crisi latente ma – contemporaneamente – ne accentua la separatezza dal proprio corpo vivo. Allora, la distanza fra rappresentanti e rappresentati (fra governanti e governati) si allarga sino a diventare incolmabile.
E’ soprattutto nei momenti di stagnazione sociale che le organizzazioni si sclerotizzano, che i luoghi della rappresentanza si autonomizzano e degenerano nell’autoreferenzialità.
Organo e funzione si separano, i mezzi divorziano dai fini, la democrazia come partecipazione avvizzisce e lascia il posto ai riti plebiscitari.
Il leaderismo non è la variante di una democrazia venata di autoritarismo, ne è l’esatto contrario. E’ la rinunzia al proprio ruolo, al pensare in proprio.
C’è un Cesare che pensa ed opera per me. Egli non può sbagliare: se cade, tutto precipita.
Il dissenso diventa allora il peggiore dei delitti, la fenditura che incrina la diga. In esso, nella rivendicazione di criticità, si intravede il rischio della dissoluzione o di un indebolimento delle inossidabili certezze e, soprattutto, del potere costituito.
Il suo intrinseco monolitismo non sa (non può) riconoscere la ricchezza della dialettica. Che invece dovrebbe essere stimolata e accolta come una benedizione da parte di chi lavora per la democrazia.
Per mettere alla prova la realtà occorre vederla camminare sulla corda tesa, perché “solo quando le verità si fanno acrobati possiamo giudicarne il valore”.3
Quando invece si rinuncia alla ricerca del vero, che sempre confligge con l’inerzia della realtà data, si impone la “verità rivelata”, appannaggio di una casta sacerdotale che custodisce l’ortodossia e la brandisce come una clava contro chiunque vi si opponga.
Chi dissente è un eretico, un seminatore di discordia, da eliminare o da neutralizzare. Saranno soltanto i tempi, le circostanze, i metodi in auge a stabilirne il modo.
Anche il potere rivoluzionario tende fatalmente ad autocelebrarsi, ad ossificarsi, a vedere nella dialettica che si produce al suo interno un imminente pericolo dissolutivo ed eversivo del nuovo ordine.
Ma negando il dissenso la rivoluzione nega se stessa: nata per abbattere il dispotismo diventa essa stessa dispotica, si converte nel suo opposto.
Ecco perché quando si insedia un potere, di qualsiasi natura, è indispensabile fare nascere degli anticorpi, perché è nella fisiologia del potere mantenersi ad ogni costo.4
Quando il carattere democratico di un’organizzazione viene meno, quando la regola si dissolve nell’arbitrio, allora è necessario ribellarsi: “la disobbedienza, per chiunque conosca la Storia, è la virtù originale dell’uomo. Con la disobbedienza il progresso è stato realizzato; con la disobbedienza e la rivolta”.5
La disobbedienza, infatti, non è mai soltanto oppositiva. In essa c’è sempre, più o meno consapevolmente, un nucleo “costituente”. Occorre rendere esplicito e organico quel nucleo, far vivere fino in fondo, marxianamente, lo “spirito di scissione”.6
Ciò significa gettare nella lotta tutte le proprie risorse intellettuali, politiche e morali.
Se ciò non avviene, si cade inesorabilmente nella subalternità, si apre una fase di “rivoluzione passiva”.
Sindacato e Partito democratico – ciascuno nel proprio ambito – condividono lo stesso processo regressivo: il primo rinunciando, in quanto ritenuta velleitaria e rétro, ad un’autonoma soggettività del lavoro e rinculando dentro la cultura d’impresa; il secondo riducendosi ad una variabile più potabile del pensiero liberale, lungo una traiettoria ormai del tutto estranea all’ispirazione costituzionale.
Il nostrano riformismo ne è un eloquente esempio: introdurre piccole dosi di nuovo per salvare il vecchio, per consolidare l’egemonia delle classi dominanti.
Senza una critica radicale e senza una conseguente lotta sociale la crisi del capitalismo, per quanto profonda, si risolverà in una ristrutturazione: il capitalismo si rinnoverà trovando in se stesso le risposte che ne consentano la perpetuazione.
In altri termini, se il governo senza (separato dalla) società genera privilegi castali, corruzione, degenerazione della democrazia, derive oligarchiche, la sinistra senza (separata dalla) società, o introietta questi vizi omologandosi e, dunque, disintegrandosi, oppure diventa proteiforme, paralizzata da un sincretismo culturale che la rende incapace di elaborare una visione unitaria della realtà.7

Al contrario, essa deve rifondare se stessa riscoprendo le proprie radici sociali nella classe lavoratrice nella quale e per il riscatto della quale è nata,8 nella inestirpabile contraddizione fra capitale e lavoro, nella realtà non esorcizzabile dello sfruttamento, nella rivendicazione della libertà e dell’uguaglianza, nell’antagonismo fra il modo capitalistico di produzione e le condizioni di riproduzione della specie umana come ente naturale.

——————–

1 Si rammenti il capitolo XVII del Principe di Machiavelli (De crudelitate et pietate, et an sit melius amari quam timeri, vel e contra) dove il segretario fiorentino spiega che per il principe che vuole mantenere il potere l’ideale sarebbe potere essere amato e temuto insieme, ma poiché le due cose si trovano raramente congiunte, dovendo scegliere, è meglio essere temuto, perché l’amore può passare, ma la paura non viene mai meno (Niccolò Machiavelli, Il Principe, Einaudi, Torino, 1961, pp.79-84).

2 Si veda con quale lucidità Antonio Gramsci denunci i pericoli di quella degenerazione autoritaria che esalta i “corifei” e mortifica il pensiero critico, libero e indipendente: “(…)Tizio lancia un grido e tutti applaudono e si entusiasmano; il giorno dopo la stessa gente che ha applaudito e si è entusiasmata a sentire lanciare quel grido finge di non sentire, scantona, ecc.; al terzo giorno, la stessa gente rimprovera Tizio, lo rintuzza e anche lo bastona. Tizio non ne capisce nulla; ma Caio che ha comandato Tizio, rimprovera Tizio di non aver gridato bene, o di essere un vigliacco o un inetto, ecc. Caio è persuaso che quel grido, elaborato dalla sua eccellentissima capacità teorica deve sempre entusiasmare e trascinare, perché nella sua conventicola infatti i presenti fingono ancora di entusiasmarsi” (dai Quaderni del carcere, nella versione curata da Platone, intitolata Passato e presente, Einaudi, Torino, 1952, p.70).

3 Oscar Wilde, Aforismi, Edizioni economiche Newton, Roma, 1993

4 Cfr il saggio di Cesare Musatti, Il contrario, in Chi ha paura del lupo cattivo, Editori Riuniti, Roma 1987, pp.150-9

5 Oscar Wilde, Aforismi, Edizioni economiche Newton, Roma 1993

6 Vedi il saggio di Giuseppe Prestipino Dialettica, in Le parole di Gramsci, per un lessico dei Quaderni del carcere, a cura di Fabio Frosini e Guido Liguori, Carocci, Roma, 2004, pp.55-73

7 Il mito racconta che Proteo, ministro di Poseidone, dio del mare, fosse capace di trasformarsi in ogni creatura per sottrarsi al compito profetico di rivelare agli uomini la verità e il loro futuro

8 Il mito racconta che Anteo moltiplicasse le proprie forze sino a rendersi invincibile ogniqualvolta toccava la terra, sua madre. Anteo viene abbattuto da Ercole solo quando questi riesce a tenerlo sollevato per aria, prosciugando la fonte delle sue energie

1236599778130_008

Settembre, andiamo, è tempo di ricominciare ed è con una triste, ma divertita, nota di amarezza che rispondiamo alla campagna di inizio anno accademico di quei “bravi ragazzi” del FUAN . Ogni settembre suona più o meno così e con l’avvicinarsi dell’inverno il FUAN torna a cercare visibilità. Quest’anno tirano in ballo l’EDISU – ente per il diritto allo studio – e il cambio politico al governo: Cota non c’è più ed è tornata la sinistra dei salotti bene per la quale l’“Antifascismo” è solo una aulica parola con la quale pulirsi la bocca dalla Sala Rossa di piazza castello o dal palazzo della Regione. Il motivo di tanto stridor di denti è la presa di posizione del FUAN contro la riforma dei componenti dell’EDISU: 3 saranno nominati dall’ente, 1 dall’università e uno sarà uno studente eletto con elezioni universitarie.

Questa scenetta ci pare molto toccante, si macchiano però di una colpa: ci stanno dicendo una grande bugia, perché il FUAN non è nient’altro che la sezione universitaria di Fratelli d’Italia (ma pur sempre fascisti sono!) ex AN – che con il loro operato politico, con il loro supporto ed i loro voti, hanno contribuito a costruire l’odierna situazione universitaria: la ministra Gelmini faceva capo alla loro coalizione, di questa situazione universitaria – e non solo – sono complici, ma si sa che ogni settembre è tempo di riprovarci a tornare allo scoperto ed ogni notizia, od onda mediatica è buona da cavalcare per gente come il FUAN. Nella loro ultima demagogica impresa di questo nuovo anno universitario, hanno tacciato il nostro Collettivo di essere amico e complice della giunta Chiamparino. Ora, che siano dei perfetti idioti lo sappiamo e non ci stupiamo più di tanto, ma in tutti questi anni pensavamo avessero almeno capito da che parte stiamo.

Forse, ingenui noi, hanno solo deciso di ritornare nelle piazze, insieme alla gente comune, perché nella politica dei salotti e delle belle sale i due esponenti in quota FUAN – FdI, Maurizio Marrone e Augusta Montaruli, non hanno fatto granché. Anzi, come pecoroni hanno imparato le buone abitudini dell’uso dei soldi pubblici a scopo personale e oggi abbiamo la Montaruli indagata per peculato con una cifra da 41000 euro, lei che faceva le pulci in senato accademico e puntava il ditino ai ragazzi dei collettivi. Meglio tornare per strada tra la gente comune, almeno non si è tentati di fare come tutti quelli che urlano al cambiamento con la pancia satolla e con nessuna intenzione di muoversi da quella situazione agiata.

Ciò detto verrebbe quindi da chiedersi: esattamente i “bravi ragazzi” del Fuan dov’erano quando la Regione operava i numerosi tagli alle borse di studio? Ve lo diciamo noi, non c’erano. In merito all’università in questi anni il FUAN non si è mai mosso – se non per volantinare a Palazzo Nuovo con l’ausilio delle forze dell’ordine (vedi foto…), prontamente cacciato dagli studenti, essendo la nostra Università da sempre orgogliosamente antifascista: il Dott. Trabucco, ex presidente EDISU era nelle loro quote e dalla loro parte politica e, chiediamoci scioccamente, cosa avrà mai fatto? Ha attuato delle misure più restrittive per accedere ai fondi regionali per il diritto allo studio e messo in vendita ai privati le residenze universitarie (ricordate la Verdi15?), per riempire le vuote casse dell’ente e per veicolare meno fondi agli studenti bisognosi distribuendoli attraverso un criterio di puro “merito” senza tenere minimamente conto del reddito. Chi ha la famiglia che lo può mantenere e affrontare le spese universitarie, prendendo buoni voti, viene anche premiato per il suo operato, senza tener conto di tutti quelli che avrebbero le possibilità senza la disponibilità economica per poterle attualizzare: un’università per pochi che premia quelli che possono permettersela senza aiuti da parte dell’ormai inesistente welfare.

Ci chiediamo dunque cosa voglia il FUAN se non, oltre ad ottenere visibilità mediatica, provocare quelle persone che senza il diritto allo studio non potrebbero accedere al diritto all’università, senza scordare i borsisti che, dimenticati da tutti, potrebbero essere la prossima carta mediatica che i Nostri si giocheranno per apparire sui quotidiani prezzolati dei pennivendoli di regime.

Lasciamo dunque cadere questa provocazione di bassa lega nel vuoto. E finché i neofascisti del FUAN avranno voce per strillare, noi di fiato ne avremo sicuramente molto di più sia per rispedire ai mittenti le loro vergognose idee di regime, sia per non lasciare impuniti i loro amichetti di partito.

Collettivo Universitario Autonomo Torino

bann15n

Il 19 Ottobre è stato un esempio ed un momento fondamentale di indirizzo e individuazione delle controparti per gli studenti medi. Consci di non aver attraversato questa data con una partecipazione diretta e di massa, ma allo stesso tempo dell’importanza che essa ha avuto nel porre in maniera forte e decisa delle pratiche e dei linguaggi che si sono dimostrati estremamente efficaci, lanciamo una nuova data di mobilitazione nazionale il 15 Novembre.

Questa giornata vuole porsi in continuità con il 19 Ottobre, ma allo stesso tempo rilancerà la mobilitazione studentesca e i contenuti portati in piazza dagli studenti medi a partire dal 4 Ottobre. Da un lato quindi si esprimerà la forza e il conflitto generato dalla trasversalità e dalla pluralità di soggetti e realtà che contribuiranno alla mobilitazione; tutta la componente giovanile nella sua varietà, non solo come studenti, ma soprattutto come generazione che subisce particolarmente il peso della crisi vivrà questa piazza: migranti, universitari, sfrattati, precari… Dall’altro lato si esprimerà la rabbia che nasce e cresce dalle contraddizioni di una scuola sempre meno a misura di studente, che ha perso quella tanto sbandierata capacità di essere ascensore sociale e che copre l’assenza di spazi e saperi altri con una gestione sempre più autoritaria.

Sappiamo bene che l’unico e vero ruolo del governo Letta è quello di mantenere la “governabilità”. Questo ruolo viene svolto attraverso campagne mediatiche che parlano di riforme e provvedimenti che nella maggior parte delle volte servono a portare avanti il piano di austerità a spese della popolazione e nelle poche volte che sembrano andare verso una risoluzione dei problemi delle famiglie sono semplicemente ridicoli ed inconsistenti. Questo l’abbiamo ben visto per quanto riguarda l’ambito della scuola. La ministra Carrozza ha continuato l’opera disastrosa di valorizzazione dei test INVALSI (in perfetta continuità con i precedenti ministri Profumo e Gelmini) e allo stesso tempo, con un abile strumentalizzazione dell’informazione, ha stanziato un irrisoria somma per l’edilizia scolastica che non basterà nemmeno per risolvere i problemi più basilari.

La data del 19 ottobre ci insegna però che a questo governo che è a tutti gli effetti un governo “tecnico” si può e si deve contrapporre il conflitto dal basso, senza farsi abbindolare dagli specchi per le allodole della politica istituzionale. Il 15 Novembre ci metteremo quindi nuovamente in gioco in prima persona, attraverso le pratiche dell’assedio ai palazzi del potere e della sollevazione generale. Altrettanto importante è già da subito considerare questa data non come un punto di arrivo ma come un passo di una mobilitazione sempre più vasta e determinata. In quest’ottica è centrale il tema della riappropriazione di spazi e tempi nelle scuole, spazi un cui esprimere il nostro rifiuto dei modelli di formazione autoritari, riproponendo le pratiche di autoformazione e controinformazione.

Le occupazioni saranno il momento in cui portare la sollevazione studentesca all’interno degli istituti, consapevoli di come questi luoghi si collochino nel quadro più ampio e articolato di una metropoli ormai da anni inserita in un contesto di crisi che comporta la perdita di spazi di socialità e di aggregazione.

E’ quindi fondamentale partecipare attivamente a questa giornata che esprimerà, in continuità con questo autunno di lotte, grande conflittualità e radicalità.

STUDAUT

Qui di seguito i luoghi e gli orari dei concentramenti: Brescia – Piazza Garibaldi h 9:00; Bologna – incrocio della Stazione Fs- Viali h 9:00; Cosenza – Piazzale Loreto h 9:00; Firenze – Piazza Santissima Annunziata h 9:00; Massa – Piazza Garibaldi; Modena – Piazza Sant’ Agostino h 8:30; Milano – Largo Cairoli h 9:30; Napoli – Piazza del Gesù h 9:30; Palermo – Piazza Politeama h 9:00; Pisa – Piazza Vittorio Emanuele II h 9:00; Piacenza – Stazione h 7:30; Ravenna – Piazza Caduti h 9:00; Torino – Piazza Arbarello h 9:00; Roma – Piazza della Repubblica h 9:00.

 

turchia

Si allarga in tutto il paese la protesta gandhiana del Uomo in Piedi. Migliaia di persone sono tornate anche ieri a sfidare la “prova muscolare” del Governo fermandosi immobili in strade e piazze di tutto il paese. Il giro di vite imposto dal premier però continua. Altre 13 persone sono state arrestate a Smirne e accusate di avere fomentato la protesta. Cento sono già finite in manette due giorni fa a Istanbul e Ankara. Scontri si sono registrati a Mersin, dove ieri si sono inaugurati i giochi del Mediterraneo.

L’aspetto più paradossale della vicenda turca riguarda l’accanimento di Erdogan contro i mass media e i nuovi mezzi di comunicazione, con una intensificazione dell’offensiva contro twitter: Hurriyet riferisce che il governo ha lanciato investigazioni sui 5 milioni di tweet della protesta. Sono indagati 105 siti e 262 account di twitter.

Ma intanto qualche crepa comincia a vedersi anche nella struttura dell’esecutivo. Secondo la stampa ci sarebbe stato uno scontro fra Erdogan e Bulent Arinc, il numero due del governo. Arinc ha però negato. Si sta incrinando anche il rapporto con Fetullah Gulen, carismatico leader del piu’ influente movimento religioso del paese. Gulen è per un Islam moderno e moderato. Un progetto che oggi stona con l’immagine muscolare e autoritaria di Erdogan. Situazione difficile anche sul fronte internazionale, soprattutto per quanto riguarda il rapporto con l’Europa. Il pianista turco Fazil Say, noto oppositore di Erdogan, condannato in aprile per ‘blasfemia’,ha lanciato un appello alla cancelliera Merkel perche’ non blocchi i negoziati di adesione della Turchia all’Ue. Parlando a nome di ”tutti coloro che hanno resistito a Gezi Park, difendono la libertà, la democrazia, l’ambiente, dei ‘turchi occidentalizzati’, del popolo laico”, Say sottolinea la centralità di questa fase in cui ”milioni di persone in Turchia che meritano l’Ue”. Erdogan potrebbe reagire duramente a uno stop. Secondo Hurriyet Ankara potrebbe sospendere la cooperazione politica con l’Ue e riportare le relazioni ai livelli del 1997. Anche una offerta di aprire un capitolo su democrazia e diritti nell’ambito della procedura di formazione del dossier Turchia, dopo la pioggia di condanne degli ultimi giorni, farebbe perdere la faccia al ‘sultano’ di Ankara. A meno che forse l’Ue non proponga trattative sui due fronti.

Fonte: Controlacrisi

Alle 5.30 del mattino di venerdì 10 agosto, una cinquantina tra polizia e carabinieri in assetto antisommossa, digos, civis e operai dopo aver bloccato via Marzolo (Padova) e le vie adiacenti hanno scassinato la porta d’ingresso della baracca e hanno fatto irruzione urlando, portando in questura e schedando cinque compagni studenti che dormivano all’interno. Quando sono entrati hanno distrutto lavandini, sanitari, impianto elettrico e finestre, nonché smantellato armadietti, tavoli e sedie con il supporto di operai tecnici. Gli studenti presenti al momento nello stabile si sono visti sequestrati i cellulari, sono stati portati in questura, schedati, accusati di occupazione e danneggiamentato e rilasciati 6 ore dopo. Questo vile atto di forza è chiaramente interpretabile in previsione del possibile riemergere di un movimento di protesta ampio e radicale in risposta alle politiche di austerità che coinvolgono anche l’università, attraverso la già approvata riforma Profumo, che comporterà l’ulteriore aumento delle tasse, la riduzione dei servizi (mense, alloggi, borse di studio, aule studio, trasporti, libri, ecc.). Lo sgombero si colloca anche in un clima di intimidazioni nei confronti dei frequentanti, portato avanti dal pro-rettore all’edilizia dell’università di Padova Gennaro. Gli spazi universitari occupati, come la Baracca, fanno paura perché permettono agli studenti di trovare spazi, tempi e modalità per confrontarsi tra loro e quindi analizzare, criticare, opporsi alla trasformazione dell’università in una fabbrica di futuri precari e in una istituzione alla mercé di banche e aziende private. Coscienti di tutto questo, inizialmente ci si era riappropriati di questo spazio lasciato abbandonato dall’università, all’interno del quale è stato quindi possibile studiare in tempi non imposti e senza essere videosorvegliati, e vivere una socialità non “mordi e fuggi”, come quella a cui ci vogliono abituare. Ma la Baracca occupata non è stata solo un’aula studio. Quello che l’occupazione ha permesso di fare è stato rendere possibile un’alternativa: gli studenti avevano il potere di decidere direttamente quali attività fare, e come (cineforum, corso di teatro, ecc.). Hanno avuto luogo moltissime iniziative e dibattiti, politici e culturali. La gestione dello spazio era collettiva ed aperta a tutti e ciascuno poteva prenderne parte attivamente. Un’occupazione che quindi si poneva in antitesi a un’università che non è slegata dall’organizzazione politica ed economica della società, ma è anzi il fulcro di riproduzione dell’ideologia della classe dominante e uno dei mezzi con i quali quest’ultima porta avanti il proprio potere, rendendoci servili e ricattabili. In quanto studenti, questo è il trattamento che ci riservano; in quanto lavoratori, siamo precari, sottopagati, sfruttati, e minacciati di licenziamento (vedi la recente controriforma del mercato del lavoro); in quanto persone, ci tolgono sanità, servizi, istruzione… Ci vogliono togliere tutto quello che abbiamo conquistato e quel poco che ancora ci rimane, e lo vogliono fare nel silenzio e nella completa rassegnazione.

Non staremo a guardare, e ci riprenderemo tutto!

A sarà dura!

La Baracca

La città di Genova ieri mattina ha rivisto il film del G8. La polizia, in tenuta antisommossa, è arrivata nel centro storico e ha iniziato lo sgombero dell’edificio al civico 19 di via dei Giustiniani, dove dal 29 ottobre scorso era stato allestito un centro sociale piuttosto funzionante. Non tutto è filato liscio. La presenza di un gruppo di giovani che, nel frattempo, si era radunato sotto il palazzo per contrastare lo sgombero, ha fatto scattare la scintilla. Tra polizia e manifestanti è scoppiata una piccola guerriglia. Alla fine alcuni manifestanti sono rimasti contusi e Genova ha uno spazio di cultura e socialità in meno. Nei tafferugli tra agenti e occupanti, tre ragazzi sono stati feriti a colpi di manganellate. Alla fine sono trenta le persone identificate. Tutte rischiano una denuncia. Dopo lo sgombero del palazzo, l’atmosfera nel centro storico è rimasta incandescente anche nel pomeriggio.  «Poliziotti servi del potere, ridateci la nostra casa», hanno continuato a urlare i ragazzi che avevano deciso di occupare il palazzo. Quest’ultimo è peraltro di proprietà del Demanio,  quindi è proprietà pubblica, vincolato dalla Sovrintendenza, eppure da sei anni in completo stato di abbandono. Qui, da ormai dieci mesi, era stato creato un centro sociale dove venivano organizzati incontri, concerti, dibattiti e iniziative culturali. Secondo quanto raccontato da un ragazzo dei “Giustiniani 19” questa mattina intorno alle 9, la Digos di Genova, approfittando del generale agosto, ha trattenuto negli uffici uno di loro che si era recato in Questura per le firme quotidiane, poi costretto a consegnare le chiavi della casa occupata di via dei Giustiniani 19 e il cellulare, in modo che non potesse avvisare i compagni. A quel punto alcuni poliziotti, Digos e scientifica sono entrati nel palazzo con le chiavi, mentre altri agenti si sono calati dal tetto e provenivano dalla strada. Il palazzo di via dei Giustianiani è uno stabile di sette piani che fino all’inizio del 2006 ospitava al piano terra e al primo piano le attività della Comunità di Sant’Egidio rivolte ai poveri con la distribuzione di vestiario e generi di sussistenza, al secondo piano la sede storica dell’associazione onlus il Ce.Sto che svolgeva attività ludiche e sociali con bambini e ragazzi del quartiere. Nell’edificio era stato allestito anche un dormitorio per detenuti appena usciti dal carcere, gestito dalla Compagnia della Misericordia, mentre i piani superiori erano abitati da alcuni nuclei famigliari. Già sei anni fa gli inquilini e le associazioni erano state forzatamente allontanati perché il Demanio aveva dichiarato il palazzo inagibile, circostanza in seguito rivelatasi dubbia. Alla fine del 2011 un altro gruppo di persone aveva deciso di tornare a occupare il civico 19 per rispondere alla drammatica esigenza di spazi abitativi e per restituire al quartiere un luogo vitale di socialità. “Abbiamo occupato perché c’è bisogno di case, di luoghi in cui vivere dignitosamente, perché siamo stanchi di buttare i nostri miseri stipendi in affitti indecenti”,  avevano scritto i “nuovi inquilini” in un manifesto pubblico affisso per i vicoli del centro storico. Lo stesso manifesto così continuava: “Siamo uomini e donne diversi per età e percorsi di vita, ma uniti da bisogni concreti molto simili e dalla comune volontà di organizzarsi per soddisfarli. Abbiamo occupato perché abbiamo bisogno di spazi in cui costruire ciò che non abbiamo: un luogo di incontro dove costruire rapporti di mutuo appoggio, un ambito in cui discutere e divertirsi, uno spazio per noi e per il quartiere, per mangiare e per studiare, per adulti e per bambini, uno spazio di tutti coloro che lo vivono e lo sentono proprio”. C’è di più: gli inquilini avevano fatto ispezionare il palazzo da ingegneri, architetti e restauratori. Nessuno avrebbe rilevato pericoli sulla stabilità della struttura. L’occupazione quindi è servita anche per sistemare  il piano terra, adibito a spazio sociale, dove sono state organizzate svariate attività, proiezioni cinematografiche, cene sociali e spettacoli teatrali. Che adesso non si terranno più. Genova, che non abbonda di spazi per la cultura e la socialità, adesso ne ha uno in meno. Adesso il Comune spieghi dove andranno i ragazzi.

Fonte: http://www.ilvostro.it

In prefettura si è tenuta la riunione del comitato regionale per la sicurezza, nella quale il presidente della regione Antonio Saitta chiede lo sgombero del campeggio notav, definito dallo stesso Saitta “un campo militare”. È da qualche giorno che politici, sindacati di polizia, digos, giornalisti utilizzano vocaboli senza senso, lontani dalla realtà, usati solo per fare “scoop”, per non dover ammettere che in val susa c’è una resistenza popolare in atto, che risponde all’arroganza del potere, che si dice democratico ma che non ascolta una valle intera che si oppone contro una scellerata opera. Ovviamente Saitta non poteva esimersi dal non citare, nel suo intervento, la retorica della legalità tanto cara ai politici come ai magistrati, sapendo però bene che proprio il cantiere è illegale perché installato senza nessun progetto di lavori esecutivi. Allo stesso modo si comporta il siulp, sindacato di polizia, che chiede al ministro dell’interno l’intervento dell’esercito, sapendo bene che il cantiere illegale di Chiomonte è già sito strategico di interesse nazionale e che le forze militari, con reparti speciali stanziano da mesi al suo interno. La val di susa è già militarizzata e si è potuto appurare nuovamente a Bussoleno la notte scorsa durante il presidio notav- nonuk contro il passaggio del treno radioattivo. Quindi il siulp forse vuol lasciare intendere che di fronte ad una opposizione popolare ci vogliono i carri armati e fucili spianati? Alla richiesta di sgombero chiesta dai soliti Cota ed Esposito, quindi si aggiunge a gran voce Saitta al quale proprio non va giù sapere che a Chiomonte c’è un campeggio popolare, autogestito, dove si fanno dibattiti, incontri, spettacoli, dove si mangia bene e si sta tutti insieme, uniti dalla lotta contro il tav. Nessun campo militare, nessun sentiero ad ostacoli sul quale allenarsi alle pratiche di guerriglia, nessuna gerarchia militare. Nel campeggio notav ci sono donne e uomini, giovani e giovanissimi che non hanno bisogno di campi militare per sapere come si difende il proprio territorio, come circondare un cantiere che nessuno vuole e che tutti insieme si decide di smontare, riuscendoci anche molto bene…Questa è la val susa, questo è il movimento notav, che decide quando, dove e come fare le iniziative. Guarda la conferenza stampa di presentazione alla marcia popolare notav di sabato 28 luglio nella quale il Movimento invitata tutti a parteciparvi.

Fonte: Infoaut

“Per quanto mi riguarda ho sempre ispirato la mia condotta e le mie decisioni ai principi della Costituzione e dello Stato di diritto e continuerò a farlo con la stessa convinzione nell’assolvimento delle responsabilità che mi sono state affidate in questa fase”. A dichiararlo è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni De Gennaro, in merito alla sentenza sui fatti al G8 di Genova. “Resta comunque nel mio animo un profondo dolore – aggiunge – per tutti coloro che a Genova hanno subito torti e violenze ed un sentimento di affetto e di umana solidarietà per quei funzionari di cui personalmente conosco il valore professionale e che tanto hanno contribuito ai successi dello Stato democratico nella lotta al terrorismo ed alla criminalità organizzata”, conclude De Gennaro. “Le parole di De Gennaro però non sono certo quelle che si aspettano da un uomo che ha giurato di servire le istituzioni e che oggi rappresenta il governo. Sono parole simili a quelle di un capobanda che, dopo aver subito una sconfitta, resta consapevole dell’enorme potere di cui ancora dispone”. A dichiararlo è Vittorio Agnoletto portavoce del GSF al G8 di Genova commentando la dichiarazione del sottosegretario De Gennaro. “Nelle parole dell’ex capo della polizia – aggiunge – non c’è nemmeno l’ombra delle scuse che, se pur solo formalmente, ha chiesto il suo successore Manganelli. De Gennaro, con arroganza rivendica ogni cosa e – prosegue – sfottendo i giudici osa addirittura affermare, che tutto si è svolto secondo la Costituzione, lui che a Genova nel 2001 era il capo della polizia e quindi il responsabile della gestione dell’ordine pubblico. Nemmeno una critica -rileva Agnoletto – verso i dirigenti di polizia condannati per reati estremamente gravi, ai quali va anzi la sua solidarietà. La stessa solidarietà in nome della quale per undici anni i vertici della polizia hanno cercato di impedire l’azione dei pubblici ministeri e di bloccare i processi. Per tutti gli altri resta solo un generico dolore; nemmeno un accenno alle vittime della violenza provocata dai suoi sottoposti. In qualunque altro Paese europeo – conclude Agnoletto – De Gennaro sarebbe stato sospeso dall’incarico già nel 2001; è inaccettabile – conclude – che resti al governo nel silenzio colpevole di tutto il parlamento”.

Fonte: http://www.controlacrisi.org

Oggi il primo turno delle presidenziali francesi. Nell’articolo di Anna Maria Merlo pubblicato ieri su “Il Manifesto” vediamo come sta la sinistra d’Oltralpe…

Salario minimo a 1700 euro, rafforzamento dei diritto del lavoro, messa sotto controllo delle banche, rilancio dei servizi pubblici, ritorno della pensione a 60 anni, tassazione dei redditi più alti («sopra i 300mila l’anno, io prendo tutto»), VI Repubblica, al limite «rottura» con l’Unione europea se Bruxelles impedirà la realizzazione del programma del Fronte de Gauche. Jean-Luc Mélenchon, 61 anni, eurodeputato, ex socialista di origini trotzkiste che è stato ministro nel governo Jospin, ha già detto chiaramente che «non parteciperemo a un governo che non si inscrive chiaramente in una politica di rottura». Mélenchon è stata la grande sorpresa delle presidenziali del 2012: ha riempito le piazze e fatto scuola, seguito da Hollande e Sarkozy, con questo nuovo metodo di campagna en plein air. È alla testa di una coalizione di partiti e piccole formazioni, di cui fa parte il Pcf, che per la prima volta nella sua storia non presenta alle presidenziali un candidato che esce dai suoi ranghi. Mélenchon ama parlare, cita i grandi della storia della sinistra, non disdegna di far ricorso alla retorica. Incita: «prendete il potere», per mettere «l’umano al primo posto». Dice basta a una società dove la finanza domina tutto, anche i valori, si presenta come l’anti-bankersters. La destra lo accusa di «populismo», solo perché guarda con preoccupazione il ritorno della politica nelle classi popolari: era da anni che il «popolo» non si faceva vedere, che non osava prendere la parola, dire ad alta voce quale è il «sogno» di una civiltà che rispetti tutti. Il sogno di Mélenchon è di arrivare almeno al terzo posto, di superare Marine Le Pen e l’estrema destra. Al ballottaggio, i suoi elettori voteranno in maggioranza per Hollande. Mélenchon avrà dimostrato che il «popolo» non è perso per sempre dalla sinistra. Questo voto avrà un’incidenza sulla linea di Hollande, in caso di vittoria: sul piano dei valori, Mélénchon ha dimostrato che non è assurdo nel XXI secolo parlare di collaborazione invece che di concorrenza, di solidarietà, di giustizia sociale, di redistribuzione.

Il vicepresidente egiziano Omar Suleiman ha annunciato in televisione che il presidente Hosni Mubarak ha rinunciato al suo mandato presidenziale e ha incaricato le forze armate di gestire gli affari dello stato. La piazza Tahir ha accolto con un immenso boato l’annuncio. Un tripudio di bandiere egiziane sventolate in piazza Tahrir con sottofondo di fischi e grida di giubilo ha accolto l’annuncio delle dimissioni di Mubarak. Da un lampione viene agitato un fantoccio impiccato che era stato appeso già giorni fa. Questo il testo integrale del breve discorso alla televisione di stato in cui il vice presidente egiziano Omar Suleiman ha annunciato le dimissioni del presidente Hosni Mubarak. “Cittadini, in nome di Dio misericordioso, nella difficile situazione che l’Egitto sta attraversando, il presidente Hosni Mubarak ha deciso di dimettersi dal suo mandato e ha incaricato le forze armate di gestire gli affari del paese. Che Dio ci aiuti”. Il Consiglio supremo delle Forze Armate egiziane garantirà “…il pacifico passaggio dei poteri” ed “…elezioni libere” nel Paese. Lo sottolinea il comunicato n.2 dei militari dopo una riunione del Consiglio. I militari si fanno inoltre garanti – recita il comunicato – delle “…riforme legislative e costituzionali” promesse dal presidente Hosni Mubarak. Il testo è stato letto alla Tv di Stato da uno speaker e uno da un portavoce dell’esercito. Il palazzo è presidiato all’esterno dai manifestanti, che hanno impedito l’accesso ad alcuni ospiti previsti nei programmi mattutini, e costringendo la Tv a scusarsi per le assenze. Lo stato di emergenza verrà tolto in Egitto “…una volta che saranno finiti i disordini”. L’Esercito egiziano fa appello perché “…si torni a una vita normale. Invitiamo le persone nobili che hanno condannato la corruzione e chiedono le riforme, a tornare a una vita normale”, recita il comunicato.

Fonte: Ansa