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RADIO ONDA D’URTO – Si riunisce oggi, dopo vent’anni, al Palazzo di Vetro dell’ a New York la sessione speciale sulle Droghe (UNGASS) per mettere a punto una risoluzione sulle nuove linee guida nella lotta alla diffusione delle sostanze stupefacenti, che faccia meno affidamento sulla repressione e più sulla prevenzione.
L’appuntamento era previsto per il 2019, ma su pressione di Colombia, Messico e Guatemala, paesi duramente colpiti dal narcotraffico, la data è stata anticipata. La guerra internazionale alla , in questi anni, anziché risolvere, ha inasprito delle problematiche di salute pubblica, alimentando carcerazioni, corruzione, violenza e il mercato nero. Numerosi governi chiedono ora un nuovo approccio al tema teso anche a riformare le politiche e le legislazioni nazionali.
A New York sono presenti anche numerose ONG,  movimenti sociali e altermondisti, che in contemporanea al meeting hanno organizzato una serie di iniziative sul tema dell’antiproibizionismo di cui ci parla Enrico Fletzer, nostro collaboratore e membro dell’ENCODE, al Coalizione Europea per le politiche sulle droghe giuste e efficaci. Ascolta o scarica

fonte: INTERNAZIONALE

L’alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, António Guterres ha ammesso che “il mondo è un caos” e “non è possibile aiutare” molti dei quasi 60 milioni di migranti forzati. Oggi si celebra la giornata mondiale del rifugiato e Guterres hadenunciato la “totaleincapacità da parte della comunità internazionale a lavorare insieme per fermare le guerre e costruire e mantenere la pace”.

L’ultimo rapporto dell’agenzia dell’Onu per i rifugiati (Unchr) ha riferito di un forte aumento del numero di persone costrette a fuggire dalle loro case, pari a 59,5 milioni alla fine del 2014, contro i i 51,2 milioni del 2013, sottolineando come più della metà dei rifugiati a livello mondiale siano bambini. Secondo l’Unhcr, nel 2014 ogni giorno 42.500 persone diventate rifugiate, richiedenti asilo o sfollati interni, e in tutto il mondo una persona ogni 122 è attualmente un rifugiato, uno sfollato interno o un richiedente asilo.

Tra le cause principali, il fatto che negli ultimi cinque anni sono scoppiati o si sono riattivati almeno 15 conflitti: otto in Africa (Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, Nord-Est della Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e quest’anno Burundi); tre in Medio Oriente (Siria, Iraq e Yemen); uno in Europa (Ucraina) e tre in Asia (Kirghizistan, e diverse aree del Myanmar e del Pakistan). Nel frattempo permangono da decenni le condizioni di instabilità e conflitto in Afghanistan, Somalia e in altri Paesi, rendendo costante il flusso di migranti da questi luoghi.

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Saf­wat è tutto sudato, è appena tor­nato da Khu­zaa, dal “fronte meri­dio­nale”, così come a Gaza ora chia­mano tutta la zona sudo­rien­tale di Khan Yunis, la seconda città della Stri­scia. Lavora come pro­du­cer per una nota tele­vi­sione araba e girare imma­gini, fare delle dirette dalle zone più a rischio, mette ogni giorno in peri­co­loso la vita dell’intera troupe. «E’ pro­prio dif­fi­cile lavo­rare lì, gli israe­liani spa­rano in con­ti­nua­zione, non smet­tono un minuto. Ad un certo punto siamo stati costretti a tor­nare all’auto e ad andare via». Saf­wat non ha dubbi che a Khu­zaa stia avve­nendo un altro mas­sa­cro, come dome­nica a Shu­jayea. «Quando lasce­ranno por­tare via morti, ci ren­de­remo conto che è stata un’altra strage», dice scuo­tendo la testa. I primi bilanci che arri­vano da quell’area par­lano di 10 morti e nume­rosi feriti. Ma diversi corpi sono ancora sul campo, inclusi, pare, quelli di quat­tro coman­danti mili­tari del Jihad. I bilanci rife­ri­scono anche della fuga di migliaia di abi­tanti, in preda al panico. Vanno ad aggiun­gersi ai 140mila che vivono ammas­sati in 83 scuole ed isti­tu­zioni dell’Unrwa (Onu).

Le scene sono simili a quelle viste dome­nica a Shu­jayea, popo­loso quar­tiere orien­tale di Gaza city. Khu­zaa è un cen­tro agri­colo alle porte di Khan Yunis usato come base di lan­cio, dice Israele, dei razzi spa­rati verso il sud dello Stato ebraico. Il can­no­neg­gia­mento è stato inces­sante, ci dicono, e feroci sono stati gli scon­tri tra truppe israe­liane e com­bat­tenti di Hamas, appog­giati da mili­tanti di varie fazioni, isla­mi­ste e di sini­stra. Com­bat­tono un po’ tutti ma non i sala­fi­sti di Rafah che, ci spie­gano, non inte­dono par­te­ci­pare alla guerra dei rivali Hamas con­tro Israele. I live blog dei gior­nali israe­liani par­lano di almeno 210 uomini di Ezze­din al Qas­sam uccisi da quando è comin­ciata l’offensiva di terra. Ma pesa anche il numero dei sol­dati israe­liani morti, 32, molti dei quali appar­te­nenti alle unità scelte della Bri­gata Golani. Gli ultimi tre ieri. I pale­sti­nesi, scri­vono gli stessi ana­li­sti israe­liani, stanno dimo­strando una buona orga­niz­za­zione mili­tare, ben supe­riore a quella che si atten­de­vano a Tel Aviv. Sono in dif­fi­coltà di fronte ad un eser­cito tra i più potenti al mondo, che fa abbon­dante ricorso all’aviazione e all’uso dei mezzi coraz­zati, eppure rie­scono ancora ad osta­co­lare i piani mili­tari israe­liani. E sono sem­pre in grado di lan­ciare razzi — anche se il loro numero è dimi­nuito negli ultimi 2–3 giorni – e alla fine hanno rag­giunto lo scopo di bloc­care i voli inter­na­zio­nali da e per l’aeroporto di Tel Aviv (260 sino a ieri sera), con grave danno per il set­tore turi­stico israe­liano. «La chiu­sura dello spa­zio aereo è una grande vit­to­ria della resi­stenza», ha com­men­tato con evi­dente sod­di­sfa­zione il por­ta­voce di Hamas, Sami Abu Zuhri. Israele è stato per­ciò costretto ad aprire il pic­colo aero­porto di Ovda, nel Neghev, per invo­gliare le com­pa­gnie aeree inter­na­zio­nali a non inter­rom­pere i collegamenti.

Ieri non era­vamo a Khu­zaa ma alle porte di Sha­jayea, in attesa della tre­gua uma­ni­ta­ria di due ore chie­sta dalla Croce Rossa – anche per Beit Hanun — e con­cessa dalle due parti. Per ore sono rima­sti con i motori accesi le ambu­lanze e mezzi dei vigili del fuoco, un con­vo­glio al quale poi è stato dato il via libera. I gior­na­li­sti invece sono stati fer­mati. Qual­che foto­grafo è riu­scito ugual­mente ad entrare. Ma non avremmo visto molto. Come era acca­duto già dome­nica scorsa, la tre­gua in realtà non c’è stata. I can­no­neg­gia­menti sono ripresi subito, seguiti dall’abituale scam­bio di accuse tra le due parti. Tutto ciò men­tre giun­ge­vano gli echi del bom­bar­da­mento aereo dell’ospedale Wafa che — afferma Israele — era stato occu­pato da com­bat­tenti di Hamas. Al ritorno i soc­cor­ri­tori hanno pro­nun­ciato una frase da far gelare il san­gue: «Shu­jayea sem­bra essere stato inve­stito da un ter­re­moto». Dalla memo­ria col­let­tiva pale­sti­nese sono rie­mersi i mas­sa­cri del pas­sato: Deir Yas­sin, Tel al Zaa­tar, Sabra e Sha­tila, i campi di Jenin e di Nahr al Bared. Nomi scol­piti nel sangue.

La gente di Shu­jayea abbiamo avuto modo di incon­trala a qual­che chi­lo­me­tro di distanza, sul piaz­zale davanti all’ospedale Shifa e nei giar­di­netti. Almeno 3 mila sfol­lati del quar­tiere ora vivono all’aperto nell’area occu­pata dalla strut­tura sani­ta­ria più impor­tante di Gaza, con­si­de­rata il luogo più sicuro della Stri­scia. Fino ad un certo punto, però. Per­chè ieri sono girate voci di una “inti­ma­zione” data da Israele al per­so­nale medico dello Shifa ad abban­do­nare l’ospedale, poi smen­tite dal mini­stero della salute palestinese.

Israele ha rea­gito con rab­bia alla riso­lu­zione appro­vata dal Con­si­glio dell’Onu per i Diritti Umani che chiede una com­mis­sione di inchie­sta inter­na­zio­nale per con­durre un’indagine su tutte le vio­la­zioni nella Stri­scia di Gaza. Il testo è stato appro­vato dai 47 paesi mem­bri e punta ad accer­tare i cri­mini di guerra com­messi dall’inizio dell’operazione “Mar­gine Pro­tet­tivo”. Secondo Tel Aviv è una con­giura con­tro lo Stato di Israele che si sarebbe solo difeso dal lan­cio di razzi pale­sti­nesi. «La deci­sione del Con­si­glio Onu per i diritti umani è una paro­dia e dovrebbe essere riget­tata da ogni per­sona decente ovun­que», ha com­men­tato il pre­mier Netan­tyahu. I numeri della guerra però par­lano chiaro, non lasciano spa­zio a dubbi. Negli ultimi due giorni a Gaza, ogni ora è stato ucciso un bam­bino, 147 dal 7 luglio, ha denun­ciato ieri la vice­se­gre­ta­rio gene­rale Onu per gli Affari uma­ni­tari Kyung-wha Kang. «Dal 7 luglio, più di 600 pale­sti­nesi sono stati uccisi a Gaza ed altri 3.504 sono stati feriti in seguito al lan­cio dell’operazione mili­tare israe­liana ‘Pro­tec­tive Edge’ in cui sono stati col­piti più di 2.900 ber­sa­gli in Pale­stina», ha affer­mato Kyung wha Kang inter­ve­nuta al Con­si­glio dei Diritti Umani. A Gaza, ha aggiunto, 443 vit­time, pari a più del 74% delle per­sone uccise, sono civili e un terzo dei civili morti fino ad ora sono minorenni.

Ieri sera era atteso un discorso in tv di Kha­led Mashaal. Il lea­der poli­tico di Hamas ha riba­dito che una tre­gua sarà pos­si­bile solo se sarà tolto l’assedio di Gaza.

Michele Giorgio

Fonte: Il Manifesto

 

preti

Da ieri è ufficiale: contro la pedofilia nella Chiesa di Roma c’è la condanna della comunità internazionale. E non nel senso della maggioranza dei Paesi del mondo, ma nel senso dell’Onu. Una condanna e una precisa prescrizione: consegnate i preti che si sono macchiati di questo orrendo crimine. Insomma, stavolta l’Organizzazione delle nazionali unite sembra proprio che non abbia usato mezzi termini. Uno schiaffo talmente forte che ha costretto il Vaticano a scomodare alcune categorie come quella dell’ideologia. Detto da loro è tutto un programma. Insomma, nei confronti della Chiesa ci sarebbero dei pregiudizi ideologici.

L’Onu chiede di rimuovere immediatamente, consegnandoli alle autorità civili i preti responsabili di pedofilia. A muovere le accuse è stato il Comitato per i diritti dell’infanzia del Palazzo di Vetro in un rapporto messo a punto dopo che a metà gennaio aveva ascoltato i rappresentanti del Vaticano. “Il Comitato”, si legge, “è gravemente preoccupato dal fatto che la Santa Sede non abbia riconosciuto l’ampiezza dei crimini commessi, non abbia preso le necessarie misure per affrontare i casi di abusi sessuali e per proteggere i bambini, e abbia adottato politiche e pratiche che hanno portato a una continuazione degli abusi e all’impunità dei responsabili”.

Le vittime secondo i conti dell’Onu sono “decine di migliaia”. La Santa Sede renda accessibili i propri archivi in modo che chi ha abusato e “quanti ne hanno coperto i crimini” possano essere chiamati a risponderne davanti alla giustizia.

Il Vaticano, insomma, ha violato la Convenzione dell’Onu sui diritti dell’infanzia, ha affermato la presidente del Comitato Onu sui diritti dell’infanzia, Kirsten Sandberg: “Non hanno fatto tutte le cose che avrebbero dovuto fare”, ha aggiunto. La Santa Sede ha incassato, ma al tempo stesso ha preferito non replicare nel merito. Il Vaticano si prende del tempo per valutare il documento attraverso “minuziosi studi ed esami”. Nei giorni scorsi monsignor Silvano Tomasi, capo della Delegazione della Santa Sede al comitato dell’Onu per i Diritti del Fanciullo, aveva sottolineato l’impegno della Chiesa per affrontare questo “crimine orrendo e abnorme” degli abusi, tanto a livello centrale della Santa Sede, con l’approvazione di ‘Linee guida’ per le Chiese locali, quanto a livello di base, nelle diverse articolazioni ecclesiali, in particolare nelle strutture educative.

Il rapporto del Palazzo di Vetro ha suscitato la reazione di diverse ong, da Save the Children – che ha sottolineato la “necessità di predisporre procedure efficaci per la tutela di bambini e adolescenti nei luoghi che frequentano abitualmente”- all’organizzazione antipedofilia Caramella Buona, che segue diversi casi di minori abusati da preti in Italia e ha invitato il Vaticano a “fornire la lista dei sacerdoti o ex sacerdoti condannati dal rito canonico e, al tempo stesso, rimuovere i vescovi che hanno favorito, spesso con il loro silenzio, gli abusi avvenuti anche recentemente, nel nostro paese”.

E’ il commento di Franco Grillini Psicologo e Presidente di Gaynet Italia, è “agghiacciante e documentato” l’atto d’accusa della commissione Onu per i diritti dei minori nei confronti del Vaticano a proposito dei preti pedofili.

“Ma di fronte a questa enormità incredibilmente in Italia – osserva Grillini – tutti tacciono. Tace la politica che non osa mai criticare il Vaticano nemmeno di fronte a questo disastro, tace il mondo della scuola che dovrebbe proteggere per primo i minori, tacciono tutte quelle organizzazioni che urlano contro le adozioni alle coppie gay, contro le tecniche di inseminazione assistita e contro la Gpa. Tacciono coloro che hanno inscenato manifestazioni omofobe in Francia e in Italia additando gli omosessuali come pericolo per i minori”.

Per il presidente di Gaynet, le misure prese finora dal Vaticano per contrastare questa piaga “sono solo pannicelli caldi perché il difetto sta nel manico ovvero nella struttura e nell’identità del clero”. “Imporre un’impossibile astinenza nonché il celibato al clero cattolico è un fatto incontestabilmente contro natura (ci si consenta di rispedire al mittente l’accusa bimillenaria che il Vaticano ha brandito contro gli omosessuali)” spiega Grillini secondo il quale bisognerebbe vietare al clero di porre domande sulla vita sessuale dei bambini in confessionale e lo stesso divieto dovrebbe valere per gli insegnanti di religione.

Fabio Sebastiani

061351620-ca899edf-19ee-4e99-a1f9-141bbe8c3dfbSi svolgeranno venerdì prossimo 8 marzo i funerali di Hugo Chavez. Il Venezuela osserverà sette giorni di lutto mentre le scuole rimarranno chiuse per tre giorni. La presidenza della repubblica è stata assunta ad interim dall’attuale vicepresidente Maduro. Da ieri pomeriggio nei pressi della clinica, gli uomini e le donne del ‘pueblo’ chavista hanno dato vita nella piazza antistante l’ospedale militare dove Chavez ha trascorso gli ultimi giorni ad un grande raduno di commemorazione. Nel centro della città e in altri quartieri molti negozianti hanno chiuso le serrande. In molte delle strade nel centro e nell’area dell’Hospital è comparso un fiume di gente. E anche nelle altre città del paese sono stati migliaia i simpatizzanti del presidente a radunarsi in centro, nelle ‘Plaza Bolivar’ che si trovano in lungo e in largo in Venezuela. Maria Gabriela Chavez, una delle figlie del presidente venezuelano ha pubblicato un messaggio sul suo account di Twitter nel quale indica di ”seguire il suo esempio: dobbiamo continuare a costruire la Patria”. Grandi dimostrazioni di solidarietà sono giunte da tutta l’America Latina.

Brasile: La presidente brasiliana, Dilma Rousseff, ha cancellato la sua prevista visita ufficiale in Argentina di venerdì e sabato prossimi. Rousseff, molto legata a Chavez, ha rilasciato immediatamente, con la voce rotta dall’emozione, una dichiarazione di cordoglio in cui parla di ”grande vuoto” e di ”perdita irreparabile”, ha così reso omaggio allo scomparso: ”Il presidente Chavez è stato senza dubbio un leader impegnato per il bene del suo Paese e per lo sviluppo dei popoli latinoamericani”. Una figura con la quale ”in molte occasioni il governo brasiliano non è stato completamente d’accordo, ma a cui riconosciamo una grande leadership”, ha concluso. ”Ho appreso la notizia della morte del presidente Hugo Chavez con grande tristezza ma sono sicuro che il suo esempio di amore per la patria e la sua dedizione alla causa dei meno fortunati continuerà illuminando il futuro del Venezuela”, ha detto l’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva. ”Sono orgoglioso di aver lavorato con lui per l’integrazione dell’America latina e per un mondo più giusto”, ha aggiunto Lula, esprimendo il proprio cordoglio.

Argentina: La presidente argentina Cristina Fernandez ha sospeso a sua volta tutte le attività ufficiali in segno di lutto. L’annuncio è stato dato dall’agenzia ufficiale argentina Telam appena 15 minuti dopo la notizia della morte data da Caracas. Chavez e il marito defunto della presidente Fernandez, l’ex presidente argentino Nestor Kirchner sono stati stretti alleati e buoni amici durante gli anni del loro mandato.

Perù: Il presidente peruvuano, Ollanta Humala, ha espresso da parte sua ”profondo cordoglio al fraterno popolo del Venezuela”. Il parlamento del Perù ha osservato un minuto di silenzio. Il presidente dell’assemblea, Walter Isla, ha chiesto a tutti i deputati di Lima di alzarsi in piedi e di rendere omaggio a Chavez.

Cuba: La tv cubana ha intanto sospeso le trasmissioni televisive per dare l’annuncio della morte del presidente venezuelano, amico fraterno e solido alleato di Fidel Castro e di suo fratello Raul, che all’Avana gli avevano garantito ospitalità e cure mediche. Per Fidel Castro, Hugo Chavez era ”come un vero figlio”, si legge in una nota del governo cubano, che precisa: ”Ci sarà sempre un’eterna lealtà nei confronti della memoria del comandante presidente”. ”Chavez è anche cubano”, continua ancora il comunicato dell’Avana, che indetto tre giorni di lutto nel paese, fino all’8 marzo.

Ecuador: Il governo dell’Ecuador ha espresso ”profondo cordoglio” per la morte di Chavez, definito ”leader di un processo storico in America Latina”.

Bolivia: ”E’ morto un compagno rivoluzionario, che ha lottato per l’America Latina, che ha dato la sua vita per la liberazione del continente”, ha detto il presidente boliviano, Evo Morales, nel suo primo commento dopo la morte di Chavez. Morales, che ha mostrato tutta la sua commozione, ha sottolineato ”il coraggio e la forza” del presidente venezuelano: ”Continuerà a essere una fonte di ispirazione per chi lotta per l’America Latina. Sarà sempre con noi”.

Onu: Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, è ”rattristato” per la morte del presidente venezuelano Hugo Chavez. Ban in una nota ha espresso le sue condoglianze alla famiglia, al governo e al popolo del Paese latinoamericano. ”Chavez si è battuto per le aspirazioni e le sfide delle persone più vulnerabili – ha affermato il leader del Palazzo di Vetro – fornendo un impulso decisivo per i nuovi movimenti di integrazione regionale, pur mostrando solidarietà verso altre Nazioni del mondo”. Per il segretario generale il contributo del presidente venezuelano nei colloqui di pace tra il governo colombiano e le Forze Armate Rivoluzionarie è stato ”di vitale importanza”. Ban ha infine rinnovato l’impegno dell’Onu a lavorare a fianco del governo venezuelano per lo sviluppo e la prosperità del Paese.

Usa: ”Gli Stati Uniti ribadiscono il loro interesse per la creazione di rapporti costruttivi”, auspica il presidente Barack Obama, che parla di ”nuovo capitolo” che si apre. L’amministrazione Usa respinge con forza le accuse di complotto che arrivano da Caracas, bollate dal Dipartimento di Stato americano come ”assurde”. ”Gli Stati Uniti ribadiscono il loro sostegno al popolo venezuelano e il loro interesse per lo sviluppo di un rapporto costruttivo con il governo venezuelano”.

Fonte: Controlacrisi

Forse non eravamo poi così tanti, ma era importante starci. Forse anche a causa di una non perfetta organizzazione da parte dei promotori ed una quasi assenza di pubblicità da parte dei media e internet, se si esclude quella fatta da noi e dalle associazioni presenti a Vienna. I lavori del “Drug peace Festival”, sono iniziati in mattinata venerdì 9 marzo, con una conferenza stampa presso il famoso Cafè Landtmann di Vienna, dove sono intervenuti i delegati di Encod, tra cui l’italiano Enrico Fletzer, e le rappresentanze delle associazioni europee che partecipavano. Si è proseguito nel pomeriggio, presso l’università di Vienna, con la proiezione di alcuni filmati, tra cui anche il film ‘L’era Legale’, e l’intervista documentario all’organizzazione del festival Reggae Rototom. Sabato mattina abbiamo spedito al quartier generale dell’UNODC il bollettino degli arresti del 2011 e una raccolta di testimonianze sull’ingiustificata repressione in atto in Italia a danno di semplici coltivatori e consumatori in proprio e saranno due documenti che debitamente protocollati dovranno essere messi agli atti della corrispondenza effettuata e ricevuta durante il meeting e con questo gesto abbiamo voluto simbolicamente affermare la nostra presenza e la nostra vigilanza sui lavori della conferenza. Sabato pomeriggio la manifestazione pubblica nelle strade della capitale austriaca, partita da Schwedenplatz, iniziata alle ore 14 ed è terminata dopo 3 ore sotto la sede dell’ONU al Vienna International Centre. Fin dall’inizio era evidente di come le forze dell’ordine austriache fossero state esageratamente messe in allerta per una manifestazione festaiola e pacifica e il numero degli agenti e delle auto della polizia era suppergiù uguale a quello dei manifestanti. Ma nonostante la forte imponenza della Polizia austriaca, si notava il maggiore clima di tolleranza che si respirava nella capitale d’oltralpe. Si è ripetuta in qualche modo la sintesi della manifestazione per i diritti dell’uomo che si è svolta a Roma il 10 dicembre scorso e come lì, pochi erano i manifestanti, ma forte era rappresentato il vasto ed eterogeneo panorama del mondo antiproibizionista. A livello internazionale erano presenti le delegazioni di ENCOD, Piraten Partei, Medijuana e gli austriaci di Legalize, ma la rappresentanza più nutrita era quella italiana a dimostrazione di come la Fini-Giovanardi sia il collante dei vari disagi espressi dalle associazioni. Erano presenti le delegazioni di PIC (Pazienti Impazienti Cannabis), L’Associazione Luca Coscioni, Canapuglia, Osservatorio Antiproibizionista – Canapisa, la rete dei Centri Sociali (Livello 57, Forte Prenestrino, etc), MMM, Rototom, e naturalmente noi di ASCIA, in rappresentanza di centinaia di migliaia di persone assurdamente criminalizzate dalla legislazione italiana sulle droghe. Era inoltre presente una delegazione dei NO TAV. Terminata la marcia verso la sede dell’UNODC, una rappresentanza italiana si è diretta verso l’ambasciata italiana di Vienna, per cercare di consegnare i dossier, ma l’assenza di qualsiasi impiegato all’interno dell’edificio della rappresentanza italiana ci ha fatto desistere, non senza aver lasciato degli striscioni all’ingresso. Ora dobbiamo aspettare che i lavori finiscano e che escano le nuove indicazioni per la politica sulle droghe per poter pianificare una strategia di azione, per ora gli abbiamo solo ricordato che ci siamo, e ci saremo fino a quando le cose non cambieranno!

Fonte: Ascia (Associazione per la canapa autoprodotta in Italia)

La trama di questo intrigo sembra scritta apposta per una serie tv americana di quelle che trasmette raidue, tipo NCIS o Numb3rs, ma la storia di questa vicenda spionistica sta scuotendo le relazioni internazionali a tal punto da far risuonare ancora una volta i tamburi di guerra fra paesi ostili. Il giallo è di pochi giorni fa, siamo al confine tra Messico e Stati Uniti, nel territorio violento dove spadroneggiano i sanguinari cartelli della droga come il clan Zeta e proprio a questo gruppo criminale si rivolge un cittadino di origini iraniane proponendo ai sicari messicani un ottimo affare : uccidere per un milione e mezzo di dollari l’ambasciatore dell’Arabia Saudita a Washington, Adel al-Jubeir. I narcos Zeta però sono infiltrati da agenti Fbi (anche se questo, evidentemente, non permette ancora di fermare il quotidiano massacro degli squadroni della morte) e la trattativa salta al momento della consegna dell’acconto dei primi cinquantamila dollari. L’uomo di origini iraniane viene arrestato ed un altro riesce a fuggire in Iran, mentre le autorità Usa rivelano al mondo il progetto dell’attentato denunciando la regia del governo di Teheran. Obama in persona scende in campo e dichiara che il complotto “è stato diretto da persone del governo iraniano” e per la risposta contro l’Iran, oltre un inasprimento delle sanzioni già in atto “nessuna opzione viene esclusa”. Si riaffaccia dunque lo spettro dell’attacco militare statunitense contro il regime di Teheran, attacco che potrebbe innescare una spirale bellica di cui nessuno al momento può prevedere gli esiti. Colpevole o meno di aver progettato l’attentato, il governo di Ahmadinejad non è però paragonabile al fragile regime libico del deposto Gheddafi e dunque una strategia di “regime-change” non è francamente ipotizzabile per Teheran, il paese non è simile allo “scatolone di sabbia” con le sole città costiere ora in mano al Cnt di Bengasi ma rappresenta una potenza regionale popolosa ed  economicamente forte oggi ostile in una zona decisiva per gli interessi Usa. Per questo, oltre alla secca smentita del governo iraniano, che tramite il proprio ambasciatore all’Onu afferma che “l’Iran condanna in modo categorico questa vergognosa asserzione e deplora ciò come un complotto diabolico in linea con la politica americana anti-iraniana”, fanno molto più impressione le parole dell’ex presidente iraniano, il “moderato” Khatami che, dopo aver criticato Ahamadinejad per la sua spregiudicatezza che rischia di isolare il paese, accusa esplicitamente Obama di voler sfruttare il conflitto diplomatico con l’Iran a scopo elettorale e per risolvere i propri problemi interni. In effetti, mentre la guerra in Afghanistan si sta dimostrando sempre di più un problema per gli americani e quello che veniva visto come un calendario programmato di un loro ritiro oggi potrebbe apparire quasi come una fuga da una sconfitta clamorosa, alzare la voce ripetutamente contro Teheran, veridicità o meno del complotto contro l’ambasciatore saudita, appare il solito modo di mostrare i muscoli in politca estera da parte di un Premio Nobel per la Pace che, però, non sembra proprio voler fare niente per meritarsi il riconoscimento di Oslo di due anni fa. La sola idea di scatenare un conflitto del genere è  una cosa assolutamente devastante e appare, se si vuole leggere con un minimo di obiettività questa ennesima crisi diplomatica tra i due paesi, una dimostrazione di estremismo. Se aggiungiamo le recenti manovre per bloccare il riconoscimento della Palestina quale nuovo membro delle Nazioni Unite, cedendo così alle manovre della potente lobby filo-israeliana della destra americana, riesce davvero difficile cogliere in questo frangente delle differenze marcate tra la politica estera di Obama con quella del suo predecessore George W. Bush. In questo senso ha ben ragione Khatami quando ricorda in quale contesto e con quali scelte l’attuale presidente Usa ha deciso di affrontare la campagna per la sua rielezione. La corsa verso il secondo mandato è resa scivolosa per il diffuso malcontento interno prodotto dalla crisi economica, vedi anche le recenti proteste del movimento “Occupy Wall Street ”, in presenza però di una destra repubblicana tanto aggressiva quanto divisa al suo interno.

lnm

Comincia oggi la discussione al Consiglio di Sicurezza dell’Onu sulla richiesta palestinese di entrare a far parte dell’organismo internazionale. Una discussione che potrebbe durare al massimo 5 settimane, e che si preannuncia molto difficile. Con soli 6 voti certi a favore della richiesta palestinese –  Cina, Russia, Sudafrica, India, Brasile (o BRICS, blocco delle potenze emergenti) e Libano – gli Stati Uniti non avrebbero bisogno di porre il veto all’adesione dello stato di Palestina: risparmierebbero così un’ulteriore fonte d’imbarazzo internazionale per l’instancabile supporto dell’amministrazione Obama a Israele, in netto contrasto con i valori di libertà e di autodeterminazione sostenuti invece dagli americani nei confronti di una folta schiera di popoli oppressi in giro per il mondo. Tra i membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza i cui voti sono ancora incerti, Gabon, Nigeria e Bosnia-Herzegovina sono quelli che l’Autorità palestinese spera ancora di portare dalla propria parte. Ma le speranze sembrano già infrante: il Gabon, dipendente dalla vecchia madrepatria Francia, non rischierebbe le sue relazioni economiche e politiche per la Palestina. Stesso discorso per la Bosnia-Herzegovina, che lotta per farsi accettare dall’Unione Europea. La Nigeria ha invece fatto capire chiaramente che non vuole rischiare di infastidire gli Stati Uniti né Israele. In questi 35 giorni che mancano al verdetto finale, sembra che gli sforzi diplomatici per permettere un ritorno ai negoziati subiranno un’impennata, soprattutto per cercare di coprire il caos provocato dal niet americano alla richiesta palestinese. Il Quartetto (Russia, Usa, Ue e Onu) ha proposto ora un piano “temporale” più che sostanziale per un ritorno ai negoziati diretti: un incontro tra Israele e palestinesi entro un mese per stilare un nuovo calendario di colloqui, che porterebbero a un accordo di pace entro la fine del 2012 assieme alla creazione di uno stato palestinese accanto a Israele. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accolto positivamente il piano del Quartetto, e in un’intervista alla Nbc ieri ha enfatizzato la sua mano tesa ai palestinesi per costruire una pace “senza precondizioni” da parte loro; una pace fatta invece secondo le sue precondizioni che dovrebbe portare a “una Palestina demilitarizzata che riconosca il carattere ebraico dello stato di Israele”. Abu Mazen, dal canto suo, ha rifiutato il nuovo piano di pace: “Non ci saranno negoziati senza la legittimità internazionale allo stato di Palestina e senza la sospensione della colonizzazione ebraica (della Cisgiordania e di Gerusalemme est, ndr )”, ha dichiarato ieri davanti alla folla che lo ha accolto al suo ritorno a Ramallah. Un punto su cui Abu Mazen insiste dall’anno scorso, quando i negoziati subirono una battuta d’arresto per il rifiuto di Israele di congelare gli insediamenti illegali. Il ministro israeliano degli affari esteri Avigdor Lieberman ha minacciato i palestinesi di “pesanti ripercussioni” se avessero insistito sulla via del riconoscimento internazionale e gli fanno eco alcune frange repubblicane del Congresso e del Senato americano, per arrivare addirittura alla risoluzione presentata dal parlamentare Joe Walsh perché Israele annetta la Cisgiordania. Ma i coloni ebrei stanno già punendo «l’insolenza» palestinese di desiderare uno Stato su quelle che considerano le regioni bibliche di Giudea e Samaria, su cui i loro antenati avrebbero vissuto migliaia di anni fa. Gli attacchi dei coloni ai villaggi palestinesi si sono triplicati nell’ultimo mese e la violenza che è nuovamente esplosa ha portato due giorni fa alla morte di un palestinese per mano dell’esercito israeliano.

Giorgia Grifoni

Fonte: http://www.nena-news.com

La Norvegia è pronta a sostenere uno Stato palestinese e sollecita ulteriori aiuti finanziari dai paesi coinvolti, lo dichiara il Ministro degli Esteri norvegese Jonas Gahr Støre. “I palestinesi devono mostrare la volontà di ricominciare i negoziati sulle questioni definitive dell’istituzione del loro Stato. Il testo deve riconoscere il diritto di Israele ad esistere e non delegittimarlo, direttamente e indirettamente”. Il Ministro degli Esteri norvegese Jonas Gahr Støre ha rilasciato queste dichiarazioni al quotidiano norvegese Aftenposten, dicendo “Come amici sia di Israele che dei palestinesi, ma soprattutto del processo di pace, è questo il messaggio che abbiamo trasmesso (ai palestinesi)”, aggiungendo che questo punto vista ha un ampio sostegno del governo norvegese. “Ci si dovrebbe vincolare ai moderni principi di Stato contenuti nella Carta dell’ONU, quali l’universalità dei diritti umani e la sovranità della legge, quando si parla di Stato palestinese”, continua il Ministro degli Esteri, aggiungendo di avvertire un ampio supporto dell’intero governo anche su questo. Il Ministro approva con cautela la proposta dell’ONU di riconoscimento della Palestina del luglio scorso, a seguito di colloqui e di un pranzo di lavoro con il presidente palestinese Mahmoud Abbas. La Norvegia si dice d’accordo anche per la presenza di un’ambasciata palestinese a Oslo, che permetta a un rappresentante palestinese di avere l’incarico di ambasciatore, come ulteriore sforzo per favorire i legami tra i due paesi. “I palestinesi hanno il diritto di andare all’ONU. La Norvegia sosterrà questa opzione ed è pronta a riconoscere lo stato palestinese” ha fatto sapere Støre sulla sua pagina di Facebook alla fine della scorsa settimana. Ieri ha presieduto la Commissione di Contatto Ad Hoc (AHLC) che si è riunita ieri all’ONU a New York, dove ha particolarmente raccomandato a entrambe le parti, palestinesi e israeliani, di mantenere il loro spirito di cooperazione e il loro positivo contributo alle deliberazioni”. “I progressi che abbiamo visto nei territori palestinesi sotto la direzione del primo ministro Salam Fayyad, costituiscono un percorso di successo, uno dei più fruttuosi periodi di progettazione per la costruzione di uno Stato. E’ questo il risultato di uno sforzo comune, in primo luogo dei palestinesi, ma con un grande contributo anche dei paesi coinvolti negli aiuti e di Israele”, ha detto Støre in un comunicato stampa. Il gruppo infine ha riaffermato il suo impegno per una soluzione pacifica e sicura per entrambi gli Stati e per il sostegno dei colloqui di pace israelo-palestinesi in piena aderenza ai vincoli della Road Map. (…) La Commissione ha invece espresso preoccupazione per la fragile situazione economica della Palestina, a causa di un rallentamento della crescita e di un aumento della disoccupazione. “L’economia palestinese deve affrontare rischi crescenti (…) Lo scivolamento è dovuto alle continue restrizioni fiscali, che diminuiscono gli aiuti dai paesi coinvolti e creano di conseguenza una crisi di liquidità. (…) La Banca Mondiale fa presente che l’acuirsi della crisi fiscale accompagnata dal rallentamento della crescita economica può compromettere i risultati della costruzione delle istituzioni che stata messa in piedi negli ultimi. Per agevolare la condizione palestinese il gruppo dice che Israele e i paesi che erogano gli aiuti devono cooperare con l’Autorità Palestinese e arrivare a misure tali da garantire “assistenza nella costruzione di una fase di transizione verso un’economia autonoma senza compromettere i progressi istituzionali realizzati negli ultimi anni”.(…) Il settore privato dell’economia dovrebbe essere sostenuto attraverso un ulteriore smantellamento delle restrizioni sull’attività economica nella West Bank a Gaza e i paesi finanziatori dovrebbe provvedere all’assistenza per i costi correnti del periodo di transizione”.
Støre ha aggiunto che “Il contributo non sopperisce al bisogno di una crescita economica sostenibile nel settore privato .Le restrizioni di Israele all’accesso alle risorse naturali e al mercato dovrebbe essere rivisto secondo una visione più ampia di quella precedente, solo così può essere rafforzata la crescita”, come espresso nel rapporto delle Nazioni Unite, della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale”. (…) Il Presidente Mahmoud Abbas vuole fare una proposta al consiglio di sicurezza dell’ONU, per una piena rappresentanza palestinese alle Nazioni Unite invece della condizione di osservatore non- membro all’assemblea generale. La sua proposta ha trovato l’opposizione degli Stati Uniti e di Israele, argomentata dal fatto che questo potrebbe minare le possibilità di una ripresa dei colloqui di pace, e che la sola via per istituire uno stato sono i negoziati. Nonostante il veto USA che blocca quest’offerta, tuttavia il Presidente Abbas non ha fatto marcia indietro perché, dice, non resta altra possibilità. “Il popolo palestinese e la sua leadership attraverseranno un periodo molto difficile dopo la proposta dei palestinesi alle Nazioni Unite attraverso il Consiglio di Sicurezza. Ma sin da ora io dico che noi abbiamo una sola scelta: andare al Consiglio di Sicurezza. Il Ministro degli esteri norvegese Støre teme invece che la decisione di Abbas sia fraintesa, e non rafforzi la richiesta palestinese. “Il mio principale messaggio è stato di opposizione a questa richiesta, poiché è ovvio che il risultato sarà un no, sia a causa del veto USA che della mancanza di una maggioranza favorevole alla richiesta palestinese. Credo che questo potrebbe trasformare gli amici in nemici e i palestinesi non hanno bisogno di questo” ha dichiarato all’Aftenposten.

Fonte: The Foreigner
(Traduzione Anna Cotone)

Mancano ormai solo pochi giorni e finalmente a inizio ottobre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite dovrà esprimersi sulla richiesta della Palestina di far riconoscere il proprio territorio come il 194° stato presente all’Onu. La campagna politica palestinese sta raccogliendo molte adesioni e si stima che ben 140 paesi, sui 193 componenti l’Assemblea, siano disposti a proclamare l’indipendenza dello Stato Palestinese sulla base delle frontiere del 1967. Recentemente anche lo stesso segretario generale dell’Onu, il coreano Ban Ki-moon, si è dichiarato favorevole all’iniziativa esprimendo un deciso sostegno senza mezzi termini: “La visione di due stati che permettono a Israele e ai palestinesi di vivere fianco a fianco in pace e in sicurezza, è una visione sempre valida e la sostengo pienamente”, ha dichiarato Ban ai giornalisti durante una visita in Australia. “Sostengo l’aspirazione dei palestinesi a (dotarsi di) uno stato palestinese indipendente e sovrano. Dovrebbe esistere da tempo”, ha affermato il Segetario Generale dell’Onu. Se, dunque, la campagna palestinese procede con importanti adesioni e un buon seguito a livello internazionale, naturalmente Israele non se ne sta con le mani in mano e mette in campo tutta la propria influenza per ostacolare il progetto palestinese che, se dovesse ottenere l’avallo delle Nazioni Unite, costituirebbe un vero e proprio smacco alla politica oltranzista di Netanyahu. In prima linea a sostegno degli israeliani è scesa in campo l’amministrazione americana di Obama, che sta facendo un pesante pressing per scoraggiare l’iniziativa diplomatica palestinese, puntando sul forte ruolo che riveste a livello internazionale e sul peso del proprio fermo e categorico “no” alla proclamazione della Palestina indipendente. Il voto alle Nazioni Unite di ottobre rappresenterebbe, per la diplomazia di Obama, un “atto unilaterale” che bloccherebbe il processo di pace proposto dagli Usa stessi che, però, stenta a fare passi avanti. Se gli Usa cercano un difficile equilibrio di negoziato con il governo estremista di Netanyahu, poco disposto a intraprendere reali nuovi percorsi diplomatici che portino ad accordi tipo quello di Oslo, proprio su questo punto del voto all’Onu sembra che invece i palestinesi abbiano trovato una rinnovata ed inattesa unità interna con Hamas e Fatah finalmente concordi. Sono cambiate, inoltre, le condizioni generali dei rapporti di Israele con paesi un tempo vicini o alleati, come ad esempio Egitto e Turchia, che oggi appaiono meno disposti a subire l’arroganza e la violenza israeliana senza fiatare. Ad agosto sul confine gli israeliani hanno ucciso “per errore” cinque poliziotti egiziani e le proteste sono esplose al Cairo dove l’ambasciata israeliana è stata sgomberata dopo pesanti e sanguinosi scontri. Allo stesso modo i rapporti tra Israele e la Turchia sono messi in discussione dalla maniera brutale con cui Gerusalemme ha represso alcuni aiuti umanitari diretti verso Gaza provenienti dalla Turchia: il governo di Ankara ha sospeso le forniture militari per le mancate scuse  per il blitz sulla Freedom Flotilla del 2010 (dove furono massacrati a sangue freddo i componenti dell’equipaggio). Insomma il vento sta cambiando e pare che Israele sia costretto a fare i conti con una realtà diversa rispetto al passato recente, quando portava avanti finti colloqui di pace e nel frattempo rinchiudeva in un vicolo cieco i palestinesi nei territori occupati spezzettati in piccole enclave e circondati dai coloni. Il voto di ottobre dell’Onu potrebbe aprire una pagina nuova nel difficile cammino verso la libertà del popolo palestinese.

lnm