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Stavolta gli Usa hanno attaccato la Siria. Ne parliamo con Fulvio Scaglione, giornalista, da anni vicedirettore di Famiglia Cristiana. Buongiorno Fulvio, grazie per essere con noi.

Grazie a voi, buongiorno a tutti.

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Ci siamo svegliati questa mattina con l’attacco, con i 59 missili statunitensi lanciati sulla Siria e quindi con una guerra che è un po’ più vicina ancora?

No, io non credo che questo sia il prologo di una terza guerra mondiale, come molti dicono e anche con qualche legittima preoccupazione. Penso invece che sia l’ennesima recita, l’ennesima messa in scena di questa guerra che da sei anni; oltre ad essere un grottesco incredibile massacro, è anche una rappresentazione. Io credo che i russi fossero avvisati di questa operazione americana, che è un’operazione molto mirata, condotta per fare, in realtà, il minimo dei danni e per non dare l’idea che si tratti di una rappresaglia indiscriminata. Credo che questa operazione non sia stata varata da Trump per le ragioni dichiarate. Certamente non è un’operazione che contribuisce ad eliminare il terrorismo, come ha dichiarato Trump. Certamente non è un’operazione che farà cadere il regime di Bashar al-Assad. Credo che Trump avesse bisogno di lanciare un segnale al proprio elettorato e all’opinione pubblica interna americana, un segnale che dica: “non è vero che sono succube dei russi, non è vero che sono disposto a qualunque compromesso per compiacere Vladimir Putin”. Questo il senso. D’altra parte è un’operazione militare che ci dice anche altre cose. Per esempio ha fatto più danno a Bashar al-Assad in una notte Trump di quanti anni abbia fatti in due anni e mezzo Barack Obama all’Isis con i suoi presunti bombardamenti. Anche questa è una cosa da rilevare. Naturalmente resta invariata la situazione nella provincia di Idlib, dove c’è stato l’attacco dell’altro giorno che tanti morti ha fatto; perché, per quanto si faccia sfoggio di sdegno e di pietà, la situazione nella provincia di Idlib resta questa: i “ribelli moderati”, quelli che dovrebbero essere, secondo alcuni, la speranza della Siria del futuro, sono in fortissima difficoltà, perché la prevalenza militare nella provincia è tutta a favore dei jihadisti di Al Nusra, che sono militanti di Al Qaeda. Quindi la situazione lì è quella; cioè che il terrorismo sta avendo la prevalenza netta in questa provincia che ancora sfugge al controllo di Russia e diAssad.

Quello che mi colpisce di questa situazione, e di altre in passato, è come non si riesca a capire quali sono le conseguenze di certi atti. L’attacco terroristico globale che stiamo vivendo negli ultimi anni certamente non è scollegato dalle politiche che l’Occidente ha tenuto nell’area per 25 anni. eppure il metodo sembra continuare ad essere lo stesso. Mettiamo mano, facciamo quello che ci serve nel momento contingente, senza nemmeno un briciolo di sguardo di medio o lungo periodo. E’ una lettura possibile?

E’ sicuramente è una lettura possibile. Però io insisto, anche la presunta “guerra al terrorismo” che fu proclamata nel 2001 dopo gli attentati alle torri gemelle è, a sua volta, una rappresentazione. Dal 2000 al 2016 i morti per opera del terrorismo islamico, che è al 95% terrorismo islamico sunnita, sono cresciuti di 9 volte. Quindi non c’è alcun risultato in questa lotta al terrorismo, perché, secondo me, non c’è alcuna vera guerra al terrorismo islamico. Non può esserci nessuna vera guerra al terrorismo islamico finché i paesi occidentali – per primi gli Usa, ma anche Regno Unito, la Francia, l’Italia stessa – sono i migliori amici, i migliori partner commerciali, i migliori alleati militari dei paesi che, in base a tutto ciò che noi sappiamo, sono i principali sponsor e finanziatori e ideologhi del terrorismo. Cioè le petromonarchie del Golfo Persico. Questa non è un’opinione, è un dato di fatto. Tutto ciò che noi di serio, di scientifico, sappiamo, ci dice che i paesi che ispirano e finanziano il terrorismo islamico nel mondo sono quelli: l’Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait. Quelli, e sempre quelli, da 40 anni. D’altra parte questa nostra conoscenza ci è stata confermata anche dalle e-mail di Hillary Clinton, cheWikileaks ha rivelato prima nel 2010 e poi nel 2015. Basta andare a vedere sul sito diWikileaks, leggersi le cose che la Clinton scriveva ai suoi collaboratori in queste occasioni. E’la stessa Clinton che dice che i governi di Arabia Saudita e Qatar sono i finanziatori dell’Isis. Quindi, siccome noi non prendiamo provvedimenti contro questi paesi, ma prendiamo provvedimenti contro paesi che hanno magari altre responsabilità, ma non quelle – come abbiamo fatto con l’Iraq, con la Libia, la Siria – è ovvio che nessuna guerra al terrorismo esista realmente e nessun risultato sarà ottenuto.

E’ inquietante questa ricostruzione, anche perché molto attinente alla realtà. Cosa ci possiamo aspettare invee nei rapporti tra Stati Uniti e Russia, anche alla luce di quello che lei diceva poco fa: i russi erano stati avvisati dell’imminente attacco.

Io credo che in Medio Oriente e Nord Africa, tra Stati Uniti, Russia, Israele, Siria, ecc. si stia giocando una partita molto complicata. E’ di queste ore, ad esempio, la notizia che la Russia ha deciso di riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale dello stato di Israele; che è una presa di posizione abbastanza clamorosa. E’ la stessa presa di posizione che aveva ventilato Trump, eche era stato criticatissimo per questo. La stessa Israele, peraltro, che ha sostenuto, appoggiato Trump nei suoi bombardamenti contro la Siria. Quindi in tutta quest’area, questa vasta vasta area destabilizzata, si sta giocando una partita tra potenze regionali e potenze globali molto complessa, molto complicata, che evidentemente in parte sfugge anche ai migliori osservatori. E’ una partita di cui, probabilmente, vedremo le conseguenze solo tra qualche tempo.

Chiarissimo. Fulvio io ti ringrazio per essere stato con noi e per averci aiutato a fare un po’ di chiarezza in questo quadro così complesso.

Grazie a voi.

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Il 16 gennaio le piazze gridino No alla guerra CONTROPIANO.ORG – Il prossimo 16 gennaio, una giornata di manifestazioni a livello nazionale ricorderà l’inizio di quella che possiamo definire come “La Guerra dei Trent’anni”.  La prima Guerra del Golfo con i bombardamenti sull’Iraq del 16 gennaio 1991, indica infatti l’apertura di quel Vaso di Pandora della guerra che si manifesta ormai con una escalation di cui è difficile – e allo stesso tempo inquietante – prevedere una conclusione.
La convocazione della giornata di mobilitazione nazionale contro la guerra si è rivelata opportuna davanti al totale e assurdo vuoto di iniziativa politica su questo terreno (a parte le manifestazioni di Napoli, Firenze, Trapani, Capo Teulada).  Di fronte ad una escalation che ogni giorno può presentare il “casus belli” scatenante,  abbiamo visto ex attivisti del movimento pacifista diventati nel frattempo ministri della difesa o altissimi responsabili della sicurezza europea; una parte della sinistra che ha letteralmente sfarfallato di fronte a quanto accadeva in Libia e Siria, ostinandosi a leggere come rivolte popolari quelle che si sono rivelate ben presto come interventi di “regime change” da parte delle potenze imperialiste; un governo italiano che gioca sul consueto doppio binario della “cautela” sul piano bellico ma su atti concreti di coinvolgimento militare nei teatri di guerra (armi all’Arabia Saudita, invio di soldati in Iraq, flotta davanti alle coste libiche, sanzioni a Siria e Russia). Era tempo dunque che un pezzo di questo paese riprendesse la parola e le piazze per riaffermare quel concetto semplice e importante che dice basta guerre, le guerre sono le vostre ma i morti sono sempre i nostri.
Alla presa di responsabilità di chi ha rotto gli indugi ed ha convocato le manifestazioni del 16 gennaio, non potevano mancare i consueti “ lamenti delle vedove”,  eterni assegnatari di mutande al resto del mondo che riescono a leggere le motivazioni della mobilitazione del 16 gennaio in modi diametralmente opposti (troppo filo russo-siriana o troppo anti russa-siriana, piattaforma troppo generica o piattaforma troppo escludente etc. etc.). Per chi ha memoria del recente passato non c’è da meravigliarsi. Meraviglia invece questo soffermarsi sulle righe e sulle sfumature piuttosto che sulla posta in gioco e l’urgenza di far entrare in campo un pezzo di società – ancora minoritario per ora – che dichiari pubblicamente il proprio No alla guerra e all’attacco alla democrazia che ne deriva in tutti i paesi coinvolti.
La guerra del XXI Secolo oggi sta devastando la Siria, l’Iraq e la Libia, ha prodotto morti e macerie in Ucraina, prima ancora aveva devastato Jugoslavia, Cecenia, Afghanistan e l’Iraq, sollecita tensioni ricorrenti in Asia. Non sono state vissute come guerre nelle agende politiche o nell’opinione pubblica occidentali, ma paesi come la Somalia, il Sudan, le repubbliche africane sono stati destabilizzati e tribalizzaie con l’intervento militare decisivo delle potenze neocoloniali – dalla Francia agli Usa, dalla Gran Bretagna all’Italia.
La Guerra dei Trent’anni cominciata dagli Usa usciti egemoni e vittoriosi nel 1991 dallo scontro globale con l’Urss, è oggi uno scenario agente che conformerà più o meno bruscamente anche il mondo che abbiamo conosciuto, anche in una Europa che molti si ostinano ad assolvere come mera esecutrice delle manovre statunitensi riducendone così le responsabilità e i pericoli che ne derivano.
Sullo sfondo di una competizione globale, feroce e a tutto campo, tra le maggiori potenze  imperialiste o non ancora tali come il polo islamico costituitosi intorno alla petromonarchia saudita, la guerra sta uscendo dalla narrazione storica o dalla testimonianza diretta delle vecchie generazioni, per entrare di prepotenza dentro l’attualità e la vita quotidiana. In molti avevano ritenuto di poter rimuovere questo scenario limitandosi ad osservare il suo manifestarsi in paesi lontani. Non erano bastate le stragi di Madrid e Londra negli anni scorsi,  ci sono volute quelle più recenti di Parigi per strappare il velo dagli occhi e far capire che se anche gli stati europei portano la guerra in giro per il mondo, prima o poi qualcuno la guerra te la restituisce anche dentro casa. La risposta dei governi non è la fuoriuscita dalle guerre e dagli interventi in cui sono coinvolti ma lo stato d’emergenza e l’aumento delle spese militari.
Meglio dunque che qualcuno cominci a denunciarlo nelle piazze piuttosto che correre come criceti sulla ruota rimanendo sempre fermi.  Altre iniziative potranno seguire,  crescere e qualificarsi successivamente al 16 gennaio. La giornata di mobilitazione offre finalmente una cornice di mobilitazione No War che ognuno potrà declinare con i propri contenuti. Riteniamo che questo possa e debba essere l’auspicio di chi scenderà in piazza il 16 gennaio, per gridare già da ora: basta con la guerra.

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Dopo il Medio Oriente toccherà all’America Latina ? Nelle strategie economiche e militari della NATO e nelle pianificazioni di medio e lungo termine che, storicamente hanno sempre contraddistinto la politica degli Stati Uniti d’America e dei suoi fedelissimi (Turchia ed Israele) il vecchio e nuovo Dis/Ordine Mondiale non può non prescindere dall’opera di destabilizzazione di quei paesi che tendono all’autodeterminazione. Visto che il Lupo perde il pelo ma non il vizio, banale spiegazione riferita alla politica imperialista degli Stati Uniti, principale promotore del Pensiero Unico Globale. Gli USA mal tollerano che i paesi dell’America Latina diano slancio all’opera di consolidamento, di autonomia e di rifiuto della dipendenza dal neo-colonialismo degli Stati Uniti.
I paesi dell’America Latina (Cile, Argentina,Venezuela) liberi dalle atroci dittature finanziate e sostenute dagli USA, in questi ultimi anni si stanno caratterizzando come laboratori politici in cui vengono sperimentate forme di socialismo moderno nei confronti delle quali la sinistra europea volge interesse.
Dall’Argentina a Cuba, tutte le nazioni latino americane daql 23 Febbraio hanno costituito la CELAC la cui prospettiva fondante è sintetizzata nel – El nuevo ciudadano del siglo XXI (il nuovo cittadino del XXI secolo)
Nuestro objetivo final es formar al nuevo ciudadano suramericano del siglo XXI: más solidario en lo social, más productivo en lo económico, más participativo en lo político y más comprometido en la defensa de su futuro, que es la preservación del medio ambiente.
La CELAC – Comunità degli Stati Latino-Americani e Caraibici fondata il 23 Febbraio 2010, non ne fa parte il Canada, gli Stati Uniti e i paesi europei con territori nel continente americano (Francia, Paesi Bassi e Regno Unito): Argentina – Bolivia – Cile – Colombia – Costa Rica – Cuba – Rep. Dominicana – Ecuador – El Salvador – Guatemala – Honduras – Messico – Nicaragua – Panamà – Paraguay – Perù – Uruguay.
Con Tabarè Vazquez in Urguay, Evo Morales in Bolivia, Maduro in Venezuela le spinte di un autonoma emancipazione dell’intera America Latina, svincolata dalla globalizzazione del Pensiero Unico, fa preoccupare il suo maggior interprete, gli Stai Uniti che, non si limiteranno al ruolo di osservatori, in quanto, oltre al Medio Oriente nella pianificazione del nuovo Dis/Ordine mondiale un’altra area geopolitica da destabilizzare a medio termine sarà appunto l’America Latina.
E, visto che il buongiorno si vede dal mattino, Mauricio Macri, non appena annunciata la sua vittoria già con le prime dichiarazioni “non consideriamo gli Stati Uniti con acredine”, di fatto ha comunicato l’intenzione ed essere considerato come loro fedele alleato e riferimento degli Estados Unidos.
Ecome se Renzi, che ci sta trascinando nella guerra in Libia con Francia, Turchia, Germania e sicuramente Israele – Possiamo stare sereni.

C.S.A. Jan Assen (Ex Asilo Politico)
Associazione Culturale Andrea Proto

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Gli ultimi dati ISTAT evidenziano l’impoverimento, la precarietà sociale ed economica, ESISTENZIALE del 70% della popolazione italiana. Un italiano su quattro è a rischio povertà, nel Sud è preoccupante. Un meridionale su due è a rischio!
Per qualsiasi governo democratico, mosso dal buon senso e dalla consapevolezza di rendere civile la propria nazione, sarebbe bastato un solo dato previsionale sul rischio povertà dei propri concittadini per mettere in atto misure efficaci ed evitare il disagio, i problemi sociali-esistenziali causati dalla precarietà! In Italia, il ventennio berlusconiano, dopo una breve e insipida parentesi governativa di Prodi/Bertinotti, risulta essere contiguo con il governo “Renziano” nel passaggio di testimone, rappresentato non solo dalladistruzione dello stato sociale in sè ma, addirittura della memoria e del semplice pensiero.
Figurarsi ora con i contesti europei ed internazionali, con i trattati economici e finanziari del FMI, dell’UE, con i conflitti militari convergenti nel Dis/Ordine Mondiale dettato dalle potenze occidentali (in primis  gli USA), se il mantenimento dello “Stato Sociale” rientra nei parametri e nelle priorità nei principali assertori, compresa l’Italia, del “Pensiero Unico Globale” che si fonda unicamente sull’universalità delle privatizzazioni. Sarà un caso ma, l’ISIS nelle politiche internazionali sta dando un enorme contributo ai grandi della terra nell’opera di consolidamento ed internazionalizzazione del Pensiero Unico Globale, basta osservare i mercati finanziari ed il borsino delle società finanziarie del petrolio, delle armi e del software i cui profitti lievitano a vista d’occhio.
IL PARADOSSO: a smuovere il mercato internazionale è il rapporto import-export (petrolio, armi, software) tra le potenze occidentali e quegli stati arabi finanziatori dell’ISIS, i cui marchi pubblicitari sponsorizzano le divise sportive delle principali squadre di calcio europee. In nome del patriottismo ed in difesa dei princìpi capitalisti occidentali val bene sacrificare lo stato sociale, in Italia e nel resto d’Europa, a favore di una economia di guerra globalizzata contro l’ISIS.
Per il patriottismo è giusto sacrificare il reddito di cittadinanza, la sanità, la scuola pubblica, il diritto alla pensione e la difesa dell’ambiente, poiché i conti ed i finanziamenti dello Stato devono essere indirizzati per la sicurezza!
A fronte di tutto questo è verificato che, dall’inizio dell’anno, lo stato italiano ha speso 24,6 miliardi di euro per le voci di bilancio Difesa e Sicurezza del Territorio e Ordine Pubblico e Sicurezza figuriamoci ora, dopo gli attacchi di Parigi.
Nel “Bilancio della Difesa dopo le spese per il personale, la voce più rilevante è l’acquisto di mezzi aerei, quasi 750 milioni di euro. Dal cielo al mare – per l’acquisto di mezzi navali per la difesa in 10 mesi sono stati spesi 165 milioni di euro, a seguire fabbricati militari (63 milioni), hardware (21 milioni) e vestiario per altri 20 milioni. 16 milioni di euro vanno in combustibili e 60 mila euro per la fornitura di strumenti musicali.
Al di là delle valutazioni politiche, delle problematiche determinate dall’aumento della precarietà, che colpisce il 70% della nostra popolazione, dei timori crescenti di un escalation militare mondiale (vedi jet russo colpito dai missili aria/aria turchi), dei tragici scenari futuri possiamo solo intuire le ripercussioni.
A pagare le conseguenze sarà, come sempre, la “povera gente”.
A tal proposito non stona una dissacrante esclamazione in dialetto campano che rende l’idea di ciò che siamo e che saremo se non si cambia lo stato delle cose: Simm’ semp’ curnut’ e mazziat’…

C.S.A. Jan Assen (Ex Asilo Politico)
Associazione Culturale Andrea Proto

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IL MANIFESTO – Muoviamo da una ipotesi non nuova e piuttosto diffusa: Daesh è uno stato e non lo è. Potremmo definirlo un centro di irradiazione, piuttosto o, per così dire, una Mecca ideologico-militare del Jihad. Lo stato islamico interpreta a suo modo, e cioè in una forma violenta e totalitaria, la vocazione antinazionalista dell’Islam, quella che si rivolge alla comunità dei credenti aldilà da qualsiasi frontiera nazionale. Per questa ragione il suo insediamento a macchia di leopardo, dal Medio oriente all’Africa settentrionale e sub sahariana, fino alle periferie delle grandi metropoli europee non costituisce una debolezza, ma una forza.
Una realtà del tutto coerente con i principi a cui si ispira, un elemento di coesione e non di frammentazione. Del resto l’islamismo radicale contemporaneo, quello in armi, nasce nella fase conclusiva della guerra fredda come un’arma rivolta contro i nazionalismi “progressisti” e laici, cresciuti nella stagione delle lotte anticoloniali e presto degenerati in sistemi autoritari e corrotti di governo. Su questo terreno convergeranno, ma per poco, la strategia antisovietica americana e diffusi sentimenti popolari contro le caste burocratico-militari subentrate al dominio coloniale. Per principio, dunque, Daesh non può scendere a patti con nessuno stato nazionale, e nemmeno, fino in fondo, con quelli ideologicamente affini da cui riceve aiuto e sostegno, che può al massimo considerare come utili assetti di potere transitori nell’inarrestabile espansione della comunità islamica combattente. Anche l’Arabia saudita gioca dunque con il fuoco nel momento in cui si illude di poter ridurre l’entità jihadista a uno strumento docilmente asservito ai propri interessi nazionali e dinastici di egemonia regionale.
Questi brevi cenni, che non rendono certo giustizia alla estrema complessità della questione, solo allo scopo di chiarire come in nessun modo, per via diretta o indiretta, Daesh possa rappresentare un soggetto di interlocuzione diplomatica, neanche sul piano elementare dello scambio di prigionieri (fatta salva la vendita di ostaggi). La stessa ideologia e pratica del martirio lo impedirebbero. Solo ai bordi dell’Is, in un contesto allargato, la pressione delle cancellerie potrebbe forse conseguire qualche risultato, a patto di rinunciare però a voler salvare capra e cavoli, affari e diritti umani.
Dunque, la guerra. Che questa sia in atto è una circostanza innegabile, che non sia semplicemente interpretabile in termini teologici è altrettanto evidente, ma anche che senza il richiamo allo spazio potenzialmente illimitato della comunità dei credenti, intesa come esercito potenziale, non potrebbe mai raggiungere l’intensità e le ramificazioni che la contraddistinguono. Resta il fatto che la Mecca jihadista di Raqqa e Mosul, dove i giovani musulmani radicalizzati d’Occidente si recano in una sorta di pellegrinaggio, qualcosa di più di un semplice addestramento militare, prima di tornare ad agire nei rispettivi paesi, non si sgretolerà più senza un’azione di forza. C’è un punto oltre il quale la dimensione della guerra non è più revocabile. Così le sue retoriche risuonano da ogni parte. Chi invoca la “guerra totale”, come Goebbels nel celebre discorso del febbraio 1943, chi la civiltà contro la barbarie, chi la guerra identitaria, chi la guerra globale di lunga durata contro il terrorismo sulla scia della dottrina Bush. Converrà, tuttavia, mettere da parte proclami e rullar di tamburi, ma anche, per vederci un poco più chiaro, disertare il terreno dell’etica, le dispute su quanto valgono i “valori” e cioè il tema scivoloso della “guerra giusta”, per rivolgere l’attenzione a quello, assai più banale, della “guerra utile”. Una “guerra giusta” la si può anche perdere, ma una “guerra utile”, va da sé, non può che essere vincente, pena trasformarsi nel suo contrario.
Ma che cosa significa esattamente vincente? Un tempo le cose erano molto più chiare: vincere significava annettere o assoggettare un territorio imponendo alla sua popolazione le leggi (e le imposte) dei vincitori. Poi è venuto il tempo dei “governi fantoccio” e delle forme sempre più indirette, ma non per questo poco efficaci, di dominio. Oggi, per semplificare all’estremo, significa stabilizzare un’area attraversata da conflitti e turbolenze, imponendo un compromesso tra gli interessi che vi insistono (compresi naturalmente i propri), garantito da strutture politiche il più possibile solide e affidabili. E a questo scopo è necessario cancellare senza residui e con ogni mezzo necessario, i fattori irriducibili a una qualsiasi condizione di equilibrio. Nel nostro caso Daesh.
Se ci atteniamo a questo banale schema, nessuna delle guerre condotte in Medio oriente o in Africa dagli Stati uniti e dalle diverse coalizioni internazionali che si sono succedute nel tempo regge alla prova della “guerra utile”. Né la guerra in Afghanistan, né le due guerre irachene, per non parlare degli interventi in Somalia e Mali o dell’impresa di Libia possono definirsi in alcun modo vincenti. E il conflitto in Siria è ben avviato su questa stessa strada. Le innumerevoli vittime che hanno mietuto e i molteplici, incontrollati focolai di conflitto che hanno alimentato rappresentano il risvolto sanguinoso di questa inutilità. Gli strateghi geopolitici, imperversano da decenni come dilettanti allo sbaraglio, incassando una sequela interminabile di scommesse perse. Resta il fatto che lo Stato islamico con le sue mostruose manifestazioni deve essere spazzato via in tutte le sue articolazioni, al centro come alla periferia. Non si può certo attendere che la sua forza propulsiva si esaurisca e i suoi adepti si convincano col tempo ad abbandonarne i costumi e le insostenibili forme di vita. Le vittime non possono essere lasciate al loro destino.
La “guerra giusta” contro questa forma di fascismo confessionale deve però dimostrarsi anche utile. Alla qual cosa non gioveranno né spirito di vendetta, né esibizioni patriottiche ad uso interno dei governanti europei, né il revanscismo russo. Quale sia la strada, giunti a questo punto, è difficile a dirsi, se non che non sarà in nessun modo pacifica. Di certo, la situazione non consente più di manovrare le popolazioni della regione come marionette secondo logiche di potenza peraltro disorientate e governate dall’improvvisazione. Sarà una Yalta tra Iran e Arabia saudita e una guerra fredda tra sciiti e sunniti, l’esito del conflitto? Con i kurdi nella parte dei non allineati? Non abbiamo che fantasie e vecchi parametri, in fondo, saperi storici recenti o remoti, per leggere gli eventi. Saremo anche in guerra, ma certo è che non sappiamo come combatterla. Un criterio però si dovrebbe adottare.
Se Daesh punta a stringere il legame tra il fascismo islamista con la sua Mecca mesopotamica e l’emarginazione metropolitana in Europa, noi dovremmo puntare a reciderlo. Non in chiave nazionalpatriottica, ma sul terreno dei desideri di libertà e di benessere che attraversano le periferie metropolitane e non solo i frequentatori del Bataclan.
L’ennesima “guerra inutile” e perdente sarebbe quella contro le cosiddette “classi pericolose”. Possiamo solo sperare che i ragazzi di Saint Denis e dei grandi ghetti della cintura metropolitana parigina gettino via le cinture esplosive per tornare a incendiare le banlieues contro i loro colonizzatori, islamisti o repubblicani che siano. Poliziotti razzisti o predicatori barbuti. Ogni sovversivo in più sarà un terrorista di meno.

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GLOBAL PROJECT – Gli attacchi omicidi avvenuti nella notte di venerdì 13 novembre sono stati organizzati da cellule, interne al territorio europeo, delle formazioni armate islamiche per colpire i governi dei Paesi che intervengono militarmente nelle regioni investite dal conflitto che coinvolge la Siria, l’Iraq, l’Iran, la Turchia e il Libano. La cronaca di quella che si può definire una guerra urbana diffusa parla di decine di morti e feriti. Certo il numero degli zeri cambia rispetto alle città del lontano Medio Oriente, ma questi numeri parigini indicano il livello militare della guerra che l’Europa, la Francia, ha saputo esportare e poi importare in questi ultimi anni.

Per quanto si potrà sapere dalle ormai infinite indagini sul campo di battaglia, dentro ed oltre i maledetti confini geografici e politici europei, l’intero percorso che porta agli attentati rivendicati dall’esercito islamico sembra indicare chiaramente che la loro organizzazione si sviluppa in Europa come avviene nei paesi nordafricani, arabi e in quelli mediorientali. I campi di addestramento che da qualche decennio accolgono migliaia di persone provenienti dai paesi occidentali in realtà, oggi, servono più a combattere nelle metropoli europee che nelle zone di guerra. Campi di addestramento ideologico sono anche le carceri europee, come l’insieme, seppur differenziato, delle aree urbane e popolari dove si cresce e si vive senza alcuna prospettiva di affermazione sociale a partire dal quartiere, dalla scuola, dalla formazione professionale. Non ci stupiamo, infatti, che la prima identità a cui si è risaliti di un attentatore sia appartenente ad un residente delle banlieue francesi; allo stesso modo, i due belgi arrestati provengono da un quartiere popolare di Molenbeek.

Nessun piano a lungo termine o provvedimento sono riusciti a frenare la progressiva integrazione di un’ampia fascia di giovani, uomini e donne, ai movimenti politici di stampo religioso: non ci sono riusciti i miliardi spesi nella riqualificazione escludente dei quartieri ‘sensibili’ come quella dei centri storici popolari nelle città francesi, non ci sono riusciti i numerosi piani di riforma territoriale, e di programmi che promuovono la “mixité” etnica che, in Francia, corrisponde ad una vera e propria geografia sociale, non ci sono riusciti i decreti che difendono la “laicità”, neanche gli interventi che investono dall’alto la progettazione politica locale. Allora è arrivato il momento, anche se forse è tardi, di fare guerra all’assimilazione dell’islam al terrorismo. Bisogna impedire che ci creino le condizioni di possibilità perché il consenso attorno ad un progetto totalitario, autoritario e terroristico cresca sempre di più.

Il brutale risveglio questa volta coinvolge direttamente, come nel caso di tutti gli attentati, dall’attacco in una scuola confessionale eseguito da Merah, all’assalto al TGV, così come due giorni dopo la carneficina nella redazione di “Charlie” , con la strage nel supermercato ebraico a Vincennes.  E come in passato a Parigi. I cittadini, gli abitanti, i passanti, i conoscenti sono toccati. Ci sentiamo feriti sempre più vicino, la guerra diventa familiare, come lo possono essere le vittime del terrorismo contemporaneo. Ma anche come lo è la guerra che si scatena contro le jungles a Calais, a qualche centinaio di km da Parigi.

La guerra contro i migranti è la stessa che ci tiene chiusi in casa, che blocca i trasporti pubblici e chiude i musei e le biblioteche, le università e i mercati di Parigi per “sicurezza”. Le manifestazioni previste questo fine settimana per il Kurdistan e con i rifugiati sono state vietate. Il divieto, introdotto dallo stato d’emergenza, è stato dichiarato dalla polizia per un mese. Le autorità prefettizie e le forze dell’ordine tramite il Ministero dell’Interno gestiranno le competenze territoriali insieme al ministero della Difesa. L’esercito è stato mobilitato per assicurare la protezione di luoghi e cittadini. Fino a tutto il giorno di sabato ai cittadini di Parigi veniva intimato di restare in casa e di non muoversi. Una misura di precauzione, certo, che però esaspera questo stato di guerra rendendolo permanente e cerca la soluzione con gli stessi mezzi agli attentati. Il dispositivo di sicurezza messo in atto provoca l’effetto che vogliono generare gli attentatori: paura, chiusura, e attraverso questa polarizzazione della società. Divisione immediata tra amici e nemici lungo una linea che interseca soprattutto la provenienza etnica ma anche l’estrazione sociale. La paura genera identità ermetiche, crea delle appartenenze nazionali all’interno di uno stesso territorio. L’unità sociale non è data dalla cooperazione tra le differenze che abbatte le frontiere interne per generare coabitazione e benessere, bensì un sentimento verso lo Stato che rischia di dimenticare tutte le responsabilità politiche delle élites al comando, quelle che adesso vorrebbero proteggere la cittadinanza quando per anni non hanno fatto altro che creare divisioni. Per questo lo stato di guerra aperta non va visto soltanto nelle sue manifestazioni più violente che riportano l’Europa direttamente sui campi bellici oltre le nostre porte. La guerra simulata è quotidiana, agisce in maniera molecolare, crea quei confini interni per cui molti continuano ad essere percepiti come invasori, nemici, un altro da sé che non può e non potrà mai godere dei diritti di cittadinanza: i profughi, i migranti economici, coloro che non sono contemplati interamente dalla previdenza sociale. In tutto il loro parassitismo politico opportunista, è proprio ciò che stanno cercando di fare le destre europee, senza guardare in faccia alle reazioni umane e alle tragedie che si sono consumate. Prima fra tutte a non distinguersi da questa tendenza la Lega Nord di Salvini.

Non vogliamo cadere in facili sociologismi della povertà, sebbene la composizione delle banlieue e degli esclusi non possa essere tenuta a parte dall’analisi degli attentati: non è un caso per la terza volta consecutiva questi siano accaduti in Francia. E’ vero che il terrorismo islamico affascina e coinvolge individui la cui situazione economica e sociale non è riconducibile alla povertà materiale. Ma la povertà non è mai soltanto questione di indigenza, è una posizione che si situa in un campo economico, simbolico e culturale. Il dominio coloniale e, successivamente, quello post-coloniale che si è generato dentro le città francesi è sempre stato trasversale alle classi sociali, la sua matrice è etnica.

La guerra stessa non è del resto uno stato trasversale che investe l’intero corpo sociale? Questa condizione, come ricordano tutti i filosofi che hanno trovato le fondamenta concettuali dello Stato moderno in antitesi alla guerra, ha proprio la capacità di annullare le differenze per compattare i singoli in popoli, contrapposti tra loro. E tale dinamica assieme politica e psicologica ha continuato ad esistere anche dopo il declino degli Stati nazioni o delle grandi guerre in seno all’Europa, a causa degli interventi bellici coloniali e imperialistici, nonché internamente all’Impero globale negli ultimi quindici anni, come ha dimostrato la strategia statunitense dopo le Twin Towers. Cosa ci aspetta in quell’Europa che aveva dimenticato, da tempo, la guerra, relegandola a questione estere?

Qualsiasi ragionamento e discorso sulla necessità di un’Europa federale a seguito di questi fatti è ipocrita e falsa completamente l’importanza di questo tipo di assetto politico del nostro continente. Se la base di costruzione trova radici ideologiche e politiche sull’accentramento dei poteri e un dispositivo transnazionale securitario-militare, si accentuerebbe ancora di più questa polarizzazione. La possibilità di un’Europa democratica, fondata su di un confederalismo tra territori e città autonome, diventerebbe impensabile. La costruzione di uno spazio europeo libero dai confini e dalla religione dell’austerità diventerebbe complicata: accentramento, poteri prefettizi, stato di emergenza permanente andrebbero a legittimare l’ineluttabilità delle politiche che definiscono questa Europa, come unica alternativa esistente alla barbarie dello Stato islamico. Quando basterebbe guardare proprio in Siria, in Rojava, dove la guerra aperta è quotidiana, per capire che un legame sociale fondato sul mutualismo e l’inclusione, l’estensione dei diritti individuali e collettivi, un potere decisionale nelle mani della cittadinanza è l’unica alternativa che abbiamo per uscire da un futuro che presenta in tutta la sua oscurità. Combattere il fascismo della jihad significa avanzare un modello di società che non riproduce in altre forme esclusione e diffidenza diffusa. Significa sapersi difendere rendendolo impossibile.

Perché il nemico che si vorrebbe combattere non è un’entità estranea e straniera, che arriva da fuori, oltre i confini, è interno al corpo sociale europeo che lo ha prodotto e tenuto in vita nel corso degli ultimi quindici-vent’anni. Ci appartiene tanto quanto ci ripugna e ci interroga.

A Vicenza il 7 Settembre si è svolta la manifestazione Vicenza Libera dalle Servitù Militari organizzata dal Presidio Permanente No Dal Molin che è partita dal Festival No Dal Molin intorno alle 15.30 e si è diretta verso il sito militare operativo “Dal Molin”.Un corteo, quello di oggi, contro la presenza di basi militari in città e contro la possibilità di un’ennesimo intervento militare delle truppe Usa, questa volta in Siria.
Questa è la prima manifestazione dall’inaugurazione ufficiale della nuova base.Retour ligne automatique
Intorno alle 15.00 all’interno del Festival No Dal Molin si è radunato un gran numero di persone che nel giro di una mezzoretta hanno cominciato ad animare la piazza del Festival aspettando la partenza del corteo. Intorno alle 16:00 migliaia di donne e uomini hanno dato il via a una manifestazione che si è snodata lungo le strade della città fino ad arrivare in viale Diaz, accompagnate dalle Murghe italiane ritrovatasi per l’occasione.
Il corteo, una volta arrivato in Vale Diaz, è stato fermato dallo schieramento di digos e forze dell’ordine, come previsto dalla prescrizione consegnata agli organizzatori in mattinata. La prescrizione data al corteo dalla Questura implicava infatti l’impossibilità di arrivare alla rotatoria di Viale Ferrarin per questioni di ordine pubblico, alla luce dei fatti avvenuti nei giorni precedenti.
I manifestanti hanno deciso di violare la prescrizione e avanzare a mani alte verso la rotatoria; all’avanzamento del corteo composto da donne e uomini di ogni età la Digos e i reparti celere hanno cominciato ad arretrare e, infine, il corteo è riuscito a conquistare la rotatoria di viale Ferrarin e a bloccare l’unica entrata e uscita dell’installazione militare. Alla rotatoria si sono susseguiti numerosi interventi e, per festeggiare la riapproppriazione della rotatoria vicentina, sono stati sparati razzetti e fuochi d’artificio.
Finita l’occupazione della rotatoria, la manifestazione si è rimessa in strada per tornare al punto di partenza: il Festival No Dal Molin dove si è ricordata l’importanza di continuare la lotta contro la guerra e contro le servitù militari e ci si è dati appuntamento per affrontare la questione Martedi 10 settembre al Festival NoDalMolin per una grande cena e una grande assemblea.

fonte: global project