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6 / 8 / 2017

Riportiamo le parole della madre di Fabio, uno dei ragazzi arrestati durante il contro-vertice del G20 ad Amburgo, che ad oggi resta in carcere in attesa di processo e che da venerdì sera è in regime restrittivo, in questa continua ricerca di un capro espiatorio da parte della giustizia tedesca.

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«Sono ad Amburgo da quasi tre settimane, che ho trascorso affrontando l’ostruzionismo della burocrazia tedesca: avere permessi di visita, consegnare cambi di vestiario, far arrivare a Fabio dei libri, dei francobolli, il permesso di telefonare, tutti i suoi diritti, sono stati resi incomprensibilmente complessi o addirittura palesemente osteggiati.
Ho incontrato grandi difficoltà nel mettermi in contatto con l’ufficio visite del carcere per fissare e per confermare le visite:  il numero è sempre occupato oppure, se suona libero, nessuno risponde.
Anche con il permesso a telefonare non sta andando meglio: dopo un mese di detenzione ancora Fabio non ha ancora potuto usare il telefono del carcere. Prima ci era stato detto che non era possibile, poi i moduli da compilare erano scritti solo in tedesco e non era previsto che nessuno potesse aiutarlo a compilarli, alla fine la tessera telefonica gli è stata consegnata ma non era operativa.
Abbiamo incontrato lo stesso ostruzionismo anche per fargli ottenere i francobolli per poter inviare delle lettere.
Inoltre la mancanza di una corretta informazione sulla modalità e sulla frequenza di consegna di vestiario e altri beni consentiti ha fatto si che ciò che sono riuscita con fatica a recapitargli fosse ben al di sotto di quanto consentito dalla legge. Ora, oltre al danno la beffa: un paio di giorni fa ho scoperto che la prossima consegna potrò farla solo l’11 novembre!
Addirittura fargli arrivare dei libri è una impresa ardua: Fabio ha compilato la richiesta con i titoli di 5 libri e l’ha presentata per l’autorizzazione. I libri possono non essere autorizzati, se i titoli sono considerati non adatti. Sembra siano stati autorizzati, quindi ho provveduto all’invio, ma ad oggi non so se gli sono stati consegnati.
La maggior parte dei problemi che Fabio sta incontrando derivano dal fatto che non conosce la lingua tedesca, come non la conosco io del resto. Per fare un esempio, per qualsiasi richiesta deve compilare un modulo, che è presente solo in tedesco. Nemmeno il poco inglese che sa parlare non lo aiuta, visto che gran parte del personale del carcere non riesce a comunicare in inglese. Nonostante queste difficoltà linguistiche siano state fatte presenti, solo ieri sono venuta a conoscenza che all’interno del carcere lavora un’impiegata responsabile dei rapporti con gli stranieri che parla in italiano e che in queste quattro settimane non ha mai incontrato Fabio!
Ma il peggio deve ancora venire: da ieri sera (venerdì sera ndr), Fabio è sottoposto a un regime di detenzione restrittivo. Tutte le visite dovranno essere autorizzate dal tribunale e potranno avvenire in presenza della polizia e di un interprete. Tutte le sue telefonate, se per caso decidessero di iniziare a lasciargliele fare, dovranno essere autorizzate e saranno controllate. Tutta la sua posta in uscita e in entrata sarà acquisita dalla Procura, tradotta e controllata. Tutti i pacchi dovranno sottostare agli stessi controlli.
Lui è stato avvisato di ciò, ed è molto amareggiato per questa decisione. Lo sono anch’io, soprattutto perché questo nuovo regime non mi permetterà di visitarlo nei prossimi giorni come già concordato e potrebbe arrivare ad annullare ogni possibilità di contatto con lui.
L’atto ufficiale di restrizione ancora non è stato consegnato, quindi non ne conosco le motivazioni. Posso supporre siano collegate a possibili comunicazioni con la stampa. L’avvocatessa di Fabio considera questa decisione illegittima, in quanto Fabio si trova in custodia preventiva solo per evitare il pericolo di fuga. Quindi non può essere limitato in alcun modo il suo diritto di comunicare con l’esterno del carcere. Valuterà in che modo procedere contro questa assurda decisione.
Io continuerò a scrivergli lettere lunghissime, ricopiando anche testi di libri, canzoni, poesie. Per farlo sentire meno solo, in questo momento che stanno rendendo sempre più pesante».
Questa testimonianza non fa che aumentare il senso di rabbia e rivalsa nei confronti di quella che sta assumendo sempre più le forme di una “vendetta di Stato”. Ma non mancano le continue espressioni di solidarietà verso le persone ancora detenute. Oggi si terrà una manifestazione di solidarietà ad Amburgo, con appuntamento alla fermata del tram Billwerder-Moorfleet e diretta al carcere di Billwerder.

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A starli a sentire, pare davvero che i cambiamenti climatici siano in cima alle loro preoccupazioni. Proprio come il terrorismo. Solo che i cambiamenti climatici non li puoi bombardare, e le soluzioni capaci di fermare il riscaldamento globale – le soluzioni vere, intendo – passano attraverso la realizzazione di una democrazia dal basso e di un cambiamento radicale del nostro modello di civiltà, non più basato sul consumo ma sui diritti, di cui sono loro il primo ostacolo. I leader mondiali riescono a contraddire se stessi anche solo passando da un microfono all’altro; da una conferenza stampa dove annunciano svolte green e quella dove spiegano la necessità di combattere il terrorismo distribuendo bombe e democrazia sui vari califfati. Senza considerare che guerre e bombardamenti sono tutto tranne che… eco compatibili! Oltre che morti, fame e povertà producono pure Co2 e finanziano una industria bellica che non gode certo del bollino verde!
Il problema è, che nessuno di quei politici che oggi sono lì “per decidere come salvare la terra”, per dirla col francese François Hollande, ha una aspettativa di vita (politica) superiore ai due o tre, massimo, mandati. Le decisioni che la storia li chiamerebbe a prendere risulterebbero decisamente impopolari ed in aperto contrasto con quegli stessi poteri forti che li hanno messi sulla poltrona. Nessuno di loro ha voglia, o levatura politica e culturale, di giocarsi le prossime elezioni sostenendo, al di là delle dichiarazioni di intenti, le battaglie necessarie a contenere la temperatura mondiale entro i 2 gradi entro anno 2070.
Alla fine dei conti, la strategia economica delle grandi potenze, fatto salvo qualche concessione alle Green Economy (finché il settore “tira”), non è poi così distante da quella dell’Isis, l’ultima reincarnazione del braccio violento del capitalismo: vendere e acquistare petrolio, finché ce n’è. E se le riserve sono in scadenza… motivo di più per farne alzare il prezzo. Economico, politico e militare. E qui ci sta tutto il divario tra chi gioca in borsa e chi no, tra i ricchi ed i poveri della terra, tra chi ha e chi non ha. I primi sono i principali responsabili delle emissioni che stanno massacrando tutto il vivente di questa terra. I secondi ne pagano le conseguenze e non hanno nessuna intenzione di fermarsi, senza adeguata contropartita, sulla strada per quel modello di “sviluppo” del quale abbiamo già visto gli effetti e che, loro credono o sperano, li porterà prima o poi ad entrare nel club dei ricchi.
Il problema è stabilire il prezzo. L’inquinamento è una merce come le altre. Questo è l’unico accordo che verrà siglato a Parigi: quanto i Paesi ricchi daranno ai Paesi poveri per poter continuare ad inquinare come prima. Perché nessuno del membri dell’esclusivo Vip Club, mette realmente in discussione lo stile di vita proprio e dei propri elettori.
Mettiamoci in testa che quello che sta passando per Parigi, non è l’ultimo treno per fermare i cambiamenti climatici. Quello è già partito venti o trent’anni fa e non è più passato per nessuna stazione. Oggi, la mutazione del clima è una realtà con la quale bisogna convivere. Il punto della questione è quanto salato sarà il conto e chi dovrà rimetterne le spese. E facciamo attenzione che il conto potrebbe essere così salato da rivelarsi insostenibile per l’intera civiltà umana, oltre che per tante altre specie animali e vegetali della terra. Siamo alla svolta: apocalisse o rivoluzione. E’ su questo treno che dobbiamo salire. Come ha affermato il presidente boliviano, Evo Morales, una delle poche voci fuori dal coro “aspetta e spera” dei leader mondiali, è la shock economy, l’economia che trasforma i disastri in capitale, e non il clima, che dobbiamo combattere. “Il capitalismo – spiega il presidente indigeno – provocherà la scomparsa della vita sul pianeta”.
A Parigi si cercano soluzioni, ma l’unica soluzione è quella di riscrivere il significato del concetto di “economia” allacciandolo a vincoli di sostenibilità e di giustizia. Perché, come sostiene Naomi Klein, la crisi climatica è anche una crisi morale. “Ogni volta che i governi dei paesi ricchi evitano di affrontare il problema, dimostrano che il nord del mondo sta mettendo i suoi bisogni e la sua sicurezza economica davanti alla sofferenza di alcuni dei popoli più vulnerabili della Terra”. Non è un caso quindi che a Parigi nessun microfono sia stato offerto e nessun palco abbia ospitato i portavoce di quei popoli che già subiscono le conseguenze dei cambiamenti climatici e che già hanno pagato le spese di un nuovo stile di vita: i migranti climatici. Loro – gli unici che avrebbero avuto tutte le carte in regola per spiegare perché è necessario costruire una diversa economia – non hanno avuto voce nei palchi parigino.
Chi ha provato a manifestare in nome loro, è stato picchiato ed arrestato. Come se fossero loro, gli ambientalisti, gli amici dei “terroristi islamici” e non piuttosto questa economia capitalista che alza il prezzo dei combustibili fossili proprio perché sono in esaurimento, invece di puntare a nuove energie rinnovabili e pulite ma che non danno gli stessi interessi in borsa.

Polizia-in-azione
GLOBAL PROJECT – La volontà di criminalizzare ogni opposizione allo stato d’emergenza si è data con centinaia di fermi e 317 arresti. Questo è il bilancio della giornata di mobilitazione mondiale contro il clima a Parigi.
Migliaia di persone hanno manifestato per l’intera giornata in città , nei luoghi o nei punti nevralgici previsti dalle differenti assemblee dei comitati territoriali, della regione Île-de-France e dalle organizzazioni francesi e internazionali organizzate per questi dieci giorni della Conferenza mondiale sul clima.
Dalla Marcia per il Clima ai collettivi ‘zadisti’, senza nominare l’insieme delle 130 organizzazioni, associazioni e ONG, sindacati, ecc. ,tutti hanno deciso di denunciare il modello di sviluppo che devasta le nostre vite e in primis – viste le circostanze dello stato d’emergenza in Francia – la politica riduttiva che impone il clima di coprifuoco nelle piazze e negli spazi pubblici con il pretesto della “sicurezza”. Annunci contraddittori e assurdi: trasporti pubblici gratuiti ma ingiunzione a rimanere in casa, divieto di vendita di prodotti infiammabili fino al 1 dicembre, stazioni di metro chiuse per rendere inaccessibili i luoghi degli appuntamenti previsti dai manifestanti, e facile propaganda mediatica per alimentare l’ansia e la paura.
Tutto è stato pianificato per intimidire cittadini e manifestanti con lo scopo di scoraggiare la partecipazione alle mobilitazioni previste a Place de la République.Il modello minority report per prevenire azioni terroriste con oltre 2000 interventi polizieschi, perquisizioni, arresti domiciliari, denunce arbitrarie – dal 14 novembre e dal voto in parlamento delle leggi d’eccezione – si è materializzato con sfacciata evidenza domenica 29 novembre in Place de la République dove 3000-4000 persone che manifestavano pacificamente hanno subito continui attacchi dalle forze dell’ordine, lanci di lacrimogeni e cariche per ore.
Nonostante l’azione violenta e sconsiderata dei CRS, corpo antisommossa della gendarmeria nazionale, centinaia di manifestanti hanno reagito rivendicando il diritto di esprimere il proprio dissenso. Ignobili dichiarazioni politiche per dividere i manifestanti ambientalisti “veri” da quelli in “cattiva fede”, mentre la polizia intrappolava migliaia di persone, tra cui molte famiglie con bambini, anziani e turisti, nel perimetro della piazza gasandole a ripetizione e lanciando granate assordanti. Nonostante gli attacchi centinaia di manifestanti hanno presidiato i boulevard che partono dalla piazza, mentre all’interno della piazza un lancio di scarpe rispondevano alle cariche della polizia. Chi deplora l'”offesa” al memoriale alle vittime sappia che sono stati i lacrimogeni verso i manifestanti che si erano radunati al centro della piazza ad aver distrutto fiori, ceri e omaggi della cappella ardente parigina.L’emergenza del terrorismo ha oscurato, in tutte le sue prevaricanti forme totalitarie, l’urgenza climatica.Le organizzazioni istituzionali che difendono la causa ambientale hanno lanciato il grido d’allarme ed espresso una formale solidarietà alla libertà di manifestare ma hanno anche dimostrato quanto vuoto politico esista tra le buone intenzioni e le pratiche di movimento.
Lo stato d’emergenza ha fatto brutalmente emergere questi limiti in piazza con la scelta di convergere nella ‘catena umana’ autorizzata all’ultimo momento senza cogliere la volontà e scelta comune di altre migliaia di persone che si oppongono alla negazione dei diritti fondamentali, tra cui quello di manifestare liberamente. Inutile dichiarare lo “stato d’emergenza climatico” delegando il destino delle notsre libertà come quello del pianeta ai responsabili delle guerre e del disastro di oggi.Chi era in Place de la République ha manifestato contro la legittimità di reprimere grazie ad una legislazione che fa dell’arbitrarietà la regola. Lo stato di polizia non lotta contro i terroristi, né protegge dagli attentati, ma costruisce la paura, instilla questo pericoloso veleno nel corpo sociale con lo scopo di controllare le nostre vite. Si è installato un clima di tensione permanente che giustifica per esempio centinaia di arresti per qualche migliaio di manifestanti pacificamente determinati a non chiudersi in casa e ad uscire non solo per fare lo shopping di Natale.
Mentre nei pittoreschi arrondissements di Parigi si difende la civilissima libertà di poter bere in ‘santa pace’ l’aperitivo, qualche chilometro più in là si sventrano case pericolanti per dare l’assalto ai presunti assassini dell’ISIS insieme ai miseri abitanti, attualmente espulsi e senza casa, si saccheggiano le moschee individuate come covi dell’islam radicale, si terrorizzano i clienti dei ristoranti Hallal e si perquisiscono abitazioni di ‘barbuti’ poco hipster.
Allo stesso tempo, cosa può trovare l’antiterrorismo in un’azienda agricola che coltiva prodotti biologici?  Quale sicurezza è garantita dagli  arresti domicilari preventivi di militanti ambientalisti, occupanti di case e attivisti politici?
La gestione della crisi va insieme alla creazione del nemico interno: i musulmani e i militanti che contestano la COP2 sponsorizzata dall’industria nucleare francese e dai responsabili della devastazione e del saccheggio ambientale.  Manifestare non per sfidare lo stato d’emergenza ma per dire insieme in piazza che non c’è lotta contro il riscaldamento climatico se non ci si oppone allo stato d’emergenza e alla criminalizzazione dei movimenti.

affiche_fini6-2-f4bfc-c0598RADIO ONDA D’URTO – “Dal 28 Novembre al 12 Dicembre, ci mobiliteremo a contro la COP21. 195 capi di Stato e un numero incalcolabile di industriali si riuniranno per cercare soluzioni inutili per ridurre le emissioni di gas serra. In pratica, si tratterà di stabilire la quantità ragionevole di inquinamento che gli industriali potranno emettere in atmosfera. Le nuove quote di CO2 non saranno nient’altro che un nuovo modo per i paesi ricchi di continuare a concedersi il diritto di inquinare impunemente. Non permetteremo agli unici responsabili del riscaldamento climatico e della mercificazione della vita di tenere la loro ennesima mascherata tranquillamente! L’unica soluzione per risolvere questo problema è la fine del sistema capitalista e produttivista, non un summit in una zona militarizzata. Che tutt* quell* che non ne possono più di questo sistema letale, di Europa e del mondo, convergano verso Parigi contro la COP21!”.
Inizia cosi’ l’appello internazionale che gli attivistiimg_20151129_200354-bc0c5-ba3abanticop21 hanno diffuso nelle settimane scorse per lanciare le mobilitazioni in occasione della conferenza internazionale sul clima. Quella di domenica 29 novembre è stata la prima di una serie di azioni che si svolgeranno a Parigi nei prossimi giorni: saranno rese pubbliche quelle del 4 e 12 dicembre , ma tante altre azioni saranno diffuse sul territorio la maggior parte delle quali a sorpresa. Se ne discutera’ nella riunione promossa dall’Assemblea parigina contro la Cop21 nella serata di martedi 1 dicembre.
img_20151129_200805-88504-e791eNella stessa riunione si parlera’ di repressione e stato di emergenzaanche alla luce di quanto accaduto il 29 novembre  con le violente cariche contro il movimento anticop21 che ha portato al fewrmo e all’arresto di diverse decine di attivisti la maggior parte dei quali sono ( e saranno ) stati scarcerati in queste ultime ore.
Ma cosa è successo veramente in quella piazza? chi sono le persone scese in piazza e perche’ contestano la Cop21 ? Ne parliamo con Alix dell’Assemblea parigina contro la Cop21.  Ascolta
Quale narrazione è stata fatta nel nostro paese sui fatti accaduti domenica 29 novembre a Parigi ? Ne parliamo con Marco Bascetta giornalista del Manifesto . Ascolta 
per info:
http://anticop21.org/
www.facebook.com/Anticop21

30 / 11 / 2015
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GLOBAL PROJECT – Cominciamo da ieri, da Place de la République. A Parigi, come in tante città del pianeta, i movimenti sociali e le opposizioni al COP21 (XXI Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) hanno invaso le strade con marce e mobilitazioni partecipatissime.
A Parigi, città destinata prima del 13 Novembre ad essere centrale nella geografia delle mobilitazioni di ieri perché sede dell’imminente vertice, ieri è accaduto comunque  un fatto straordinario, potente, che dà speranza. Questo ci pare il punto di partenza.
Nel pieno di quel coprifuoco imposto a chi dissente chiamato état d’urgence, circa 4500  manifestanti hanno scelto di scendere in strada nonostante i divieti, hanno attraversato la piazza ermeticamente isolata dal resto della città da un dispiego di circa 85000 unità del corpo di Polizia. Non è un segnale di poco conto. Indica di sicuro una disponibilità collettiva a rompere l’ordine di discorso che strumentalizza la paura per occludere le libertà.  A farlo in nome di urgenze sociali ed ecologiche che non possono essere derubricate dall’agenda dei movimenti a causa di assurde prescrizioni alle piazze. La crisi climatica è qui ed ora e se non si agisce collettivamente per sollevare la questione è a rischio la sopravvivenza degli ecosistemi, del mondo come lo abbiamo conosciuto. Se ci fosse uno ”stato d’urgenza” da dichiarare questo sarebbe certamente il climate change ed è chiaro che gli attivisti che ieri hanno manifestato a Parigi avevano esattamente questa certezza ad animare la determinazione della piazza.
Ieri, bisogna essere onesti, non era affatto semplice violare i divieti. Ogni passo in più verso i cordoni di polizia era un passo che sanciva la volontà di non rispettare l’eccezione, ed era pure però un segno di indisponibilità a leggere i fatti del 13 Novembre come vorrebbero i governi europei. E quando la tua città piange centoquaranta morti innocenti, le violazioni delle retoriche dominanti sono un’operazione di verità che rischia l’isolamento, la marginalizzazione.
Eppure è successo e questo forse è il segno che c’è, a Parigi ma non solo, lo spazio per generare una prassi della rottura del divieto in grado di deflagrare questa assurda coltre di retorica securitaria che recita datemi la vostra libertà e vi restituiremo pace e sicurezza. Un mantra che ha incantato la Francia  e che si sta espandendo in tutta Europa con una impressionante rapidità.

La gestione dell’ordine pubblico messa in campo in piazza a Parigi ieri pomeriggio aveva di fatti già il sapore di un esperimento in questo senso. L’utilizzo incessante degli spray al peperoncino sulla folla, colpevole semplicemente di “stare” in strada invece che a casa propria, le cariche continue volte  a disperdere caparbiamente il concentramento, sono alcuni dispositivi utilizzati dalle forze dell’ordine francesi per sfiancare i manifestanti, ridurne il numero per poi alla fine accerchiare gli ultimi rimasti e chiudere la giornata con quasi trecento fermi. Un messaggio chiaro. Chi disobbedisce rischia e se ne assume la responsabilità.
Così la piazza di ieri ci restituisce l’immagine plastica  dello spazio che ha l’esercizio di potere coercitivo totalmente arbitrario se autorizzato dall’eccezione.
Il COP21 e soprattutto i movimenti di opposizione ad esso non hanno nulla a che fare con lo Stato d’emergenza, è fin troppo ovvio. Lo stato di emergenza dovrebbe riguardare il pericolo di subire nuovi attentati ed invece rapidamente finisce per legittimare assurde incursioni a casa di attivisti della sinistra radicale,  sequestri, sgomberi, intimidazioni, violenze. Si pensi ai 58 manifestanti identificati e denunciati dalla Polizia, due dei quali in libertà vigilata, in seguito alla manifestazione tenutasi in solidarietà ai migranti domenica 22 Novembre,  o ancora, al coprifuoco dichiarato nella banlieue di Conakry. Come se lo stato cercasse vendetta e l’obiettivo diventa tutto ciò che non “contiene”.
D’altra parte in Italia sappiamo bene come si possono utilizzare i dispositivi di controllo e di repressione del “terrorismo” spalmandoli efficacemente su qualunque forma di opposizione popolare, frontale, collettiva ad un progetto scelerato che ad un certo punto arriva a scontrarsi con i cordoni di polizia. Quei cordoni, quelle camionette, quei presidi di occupazione dei territori scelti per questa o quella grande opera di devastazione, diventano simbolicamente il corpo dello Stato. Chi attenta a quel corpo è, secondo un uso del lemma arbitrario e strumentale messo in opera dalla magistratura, un terrorista. Non solo. In realtà è a partire dall’undici settembre 2001 che in occidente tutti i programmi di prevenzione e contrasto di quella che in gergo securitario si chiama “radicalizzazione” propongono maglie sufficientemente larghe da comprendere agilmente anche le forme del dissenso. Non importa se queste si organizzano e si propongono nella società attraverso linguaggi, pratiche, azioni assolutamente opposte alla pratica di reclutamento clandestino tipica delle organizzazioni terroristiche. Non importa se la stessa dimensione pubblica dovrebbe di per sé smentire i teoremi, perché si sa, quando si maneggia la paura collettiva, la ragionevolezza non ha più quasi nessun ruolo nella formazione della pubblica opinione.
 
Torniamo a Parigi.  Lo stato d’emergenza approvato da Hollande dopo gli attentati  è un dispositivo contenuto in una legge votata il 3 aprile 1955, e che fino ad ora non aveva mai visto attuazione sull’insieme del territorio francese. Tra i vari, esso consente al prefetto di ciascun dipartimento di vietare la circolazione o permanenza di persone nei luoghi e alle ore stabilite tramite ordinanza, autorizza le autorità amministrative menzionate nell’articolo 8 ad eseguire perquisizioni domiciliari di giorno e di notte, e vieta ogni forma di aggregazione pubblica o privata che possa costituire fonte di disordine. Facilita in ultima istanza l’assegnazione della libertà vigilata a coloro i quali violino le decisioni trasmesse tramite ordinanza dalle suddette autorità.
L’”état d’urgence” è pratica in realtà da sempre connaturata, incorporata e complementare all’esercizio ordinario del potere sovrano, anche se la Francia non ne aveva mai conosciuto un utilizzo così “complessivo”. Esso si presenta storicamente nella forma dell’eccezione alla norma costituita dall’ordinamento giuridico, conferendo allo Stato un potere potenzialmente illimitato. Si tratta di un’eccedenza del politico sul giuridico, che pone come legale ogni intervento ritenuto necessario dall’istituzione statale. La bussola che nella modernità ha orientato il suo utilizzo è la salvaguardia dellaragione di stato a ridosso di qualunque potenziale o effettivo rischio della sua messa in crisi sotto i colpi sferrati da qualunque forma di destabilizzazione. La modernità mostra una opacizzazione sistematica del potere direttamente proporzionale alla necessità di mettere a riparo la stessa Ragion di stato e, in questo senso, l’eccezione come forma straordinaria di governo non è un’anomalia contemporanea.
La storia del potere statuale moderno è una storia di concatenate eccezioni che hanno progressivamente costruito lo spazio extra-normativo per nuove stabilizzazioni. Vero. Eppure siamo convinti che l’utilizzo dello stato di emergenza oggi assuma dei tratti inediti,  legati alla crisi radicale del concetto stesso di ragion di stato come  punto di equilibrio tra ethos e kratos, e alla sua sostituzione con un coacervo di poteri amministrativi ed economici che in era neo-liberale utilizzano costantemente lo spazio extra-legale per afferrare e sedimentare i propri interessi privati. L’eccezione è un paradigma sistematico che non sembra più affannarsi per la stabilizzazione in nessuno dei casi del suo utilizzo eclatante. Piuttosto esso mira a farsi permanente e a normalizzare tale morfologia del potere straordinario. Gli accidenti diventano delle occasioni di universalità della pratica governamentale sperimentata nella crisi e così lentamente l’occlusione degli spazi del dissenso (o di semplice “eccedenza” anche individuale alle pratiche normative) si attesta su una fase di costante emergenza che giustifica qualunque azione di contenimento. Basti pensare, restando solo sul tema della sicurezza anche se gli esempi sarebbero davvero infiniti, al caso britannico e a quanto, a partire dagli attentati del 2001 negli Stati Uniti, lo stato ha organizzato dei programmi di controllo che entrano nei luoghi della formazione (a partire della scuola primaria!!) e monitorano stabilmente il linguaggio e le attitudini dei bambini, in modo da poter arginare i segnali di possibile “radicalizzazione”. Questa pedagogia dai tratti autoritari, che consente agli insegnanti di chiamare la polizia ogni volta che un ragazzino dice o fa qualcosa considerato fuori posto, non solo non ha trovato opposizione nella pubblica opinione in nome del mantra della sicurezza, ma non è un programma straordinario legato a eventi straordinari. E’ piuttosto una prassi, fondata sull’individuazione di alcuni stigma sociali che mette a sistema proprio grazie al procedimento retorico che dalla universalizzazione e generalizzazione delle emergenze, la normalizzazione delle sue contromisure straordinarie.
Ecco perché, in questo senso l’indisponibilità a rispettare i divieti a cui abbiamo assistito ieri a Parigi diventa importantissima. Essa è una ribellione sana a un dispositivo che dietro la retorica eccezionale mira a trasformare la Francia in una democrazia dell’emergenza, ove l’esecutivo ha poteri discrezionali e l’esercizio dell’autorità è assolutamente arbitrario.
 Sono stati gli attivisti e le attiviste che hanno attraversato le strade di Parigi in questi giorni, ad aver costituito l’unico limite opponibile a tale arbitrarietà, attraverso l’esercizio libero del dissenso, nelle forme conflittuali ma collettive e pubbliche che da sempre riconosciamo come efficaci. Probabilmente, nel caso di ieri, non si è trattato neppure di un’opposizione di principio allo stato di emergenza, quanto  piuttosto di pratiche che esprimono desideri e istanze politiche che, al contrario, alcuno stato di emergenza potrà mai arginare. Una indisponibilità radicale e profonda che dovremmo contribuire a rigenerare e riprodurre ovunque. Sotto il cartello delle coalizioni dei “buoni” che lottano “la barbarie” del terrorismo, si nascondono cinici interessi politici ed economici che utilizzano le vittime di Parigi e lo stato di guerra in cui siamo precipitati dal 13 Novembre, per attentare alla nostre  libertà.  Dire chiaramente che non siamo disposti ad alcun sacrificio per alimentare la giostra degli interessi dei governi che hanno prodotto e costruito meticolosamente la destabilizzazione odierna che ha generato, tra le altre cose, anche l’avanzata e la diffusione della fascinazione jihadista.
Si può avere paura. La paura è legittima quando succedono fatti come quello della notte parigina, ma non bisogna regalare la gestione di un sentimento così privato a quella macchina infernale che lo trasformerà in alibi per la costruzione di nuove gabbie e di nuovi confini. Bisogna restare con lo sguardo fisso a terra.  Bisogna guardarle quelle scarpe che ricoprivano ieri Place de la République e dirsi che quelle scarpe, poste là come immagine di indisponibilità a farsi silenziare, come beffa nei confronti di una piazza in assetto di guerra, sono le nostre scarpe, sono le scarpe di una generazione che rifiuta di tornare a casa, che rifiuta il coprifuoco perché innanzitutto  non riconosce di essere in guerra.
La guerra, ammesso che questo sia il nome più adatto alla barbarie di questo tempo, non sarà mai nostra e ogni divieto impostoci in nome della sua perpetuazione vedrà, come accaduto ieri, l’assedio di migliaia di corpi pronti a denunciare che la democrazia dell’emergenza ha costruito un’emergenza democratica alla quale bisogna porre rimedio prima che sia troppo tardi e prima di finire  a rendere tutti omaggio collettivo alle domeniche delle salme, quella in cui all’ora dell’aperitivo non si odono fucilate e c’è solo il gas esilarante a presidiare le strade.

Per la Cassazione l’intervento della polizia giudiziaria per verificare la situazione all’interno della scuola Diaz-Pertini (la sera tra il 21 e il 22 luglio 2001) è stato eseguito “con inusitata violenza, pur in assenza di reali gesti di resistenza nei confronti delle persone, molte straniere, presenti per trascorrervi la notte”. Dell’irruzione violenta alla Diaz la suprema corte parla nelle motivazioni del proscioglimento dell’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro, dall’accusa di concorso in falsa testimonianza. La suprema corte, nella sentenza 20656, rileva che le indagini “rapidamente promosse dalla procura di Genova” hanno consentito “di chiarire subito i profili di abusività e ingiustificata durezza dell’azione portata a compimento nella scuola Diaz-Pertini”. Le sentenze di primo e secondo grado già emesse, per il filone processuale delle violenze alla Diaz, sono state esaminate dalla Cassazione perché corredate agli atti della vicenda De Gennaro. Invece, il processo che vede imputati numerosi agenti e funzionari di polizia per le violenze alla Diaz, è fissato in Cassazione per il prossimo 11 giugno. Tuttavia, già nel verdetto su De Gennaro, la Cassazione ricorda che “è ben presto emerso che nessuna bottiglia incendiaria è mai stata reperita e realmente sequestrata nei locali della scuola Pertini in possesso dei manifestanti ivi tratti in arresto”. Era stato il falso ritrovamento delle due molotov a “legittimare” a posteriori l’arresto in flagranza dei 93 no-global della Diaz.

Fonte: Ansa

Nonostante il divieto imposto dalle autorità, la protesta del movimento anticapitalista Blockupy è proseguita ieri a Francoforte, nel quadro di un’azione di quattro giorni che culminerà con una manifestazione oggi contro i piani di austerità decisi dall’Europa per fronteggiare la crisi dei debiti sovrani. Circa 400 persone sono state fermate, secondo la polizia. Per i dimostranti invece sarebbero 500 e la polizia sarebbe ricorsa anche a brutali pestaggi. Accuse queste respinte della polizia. Le forze dell’ordine, avanzando anche con gli idranti, hanno circondato il distretto finanziario e cominciato con lo sgombero delle zone occupate. I dimostranti però non demordono e hanno portato avanti imperterriti la loro protesta. Gli agenti hanno rimosso i blocchi di dimostranti accampati in alcune aree del distretto finanziario – come il grattacielo dove ha sede la Goldman Sachs – e disperso alcuni cortei di mille persone. “Fame? – recitava uno striscione davanti alla sede della nota banca di investimenti americana – mangia un banchiere”. Mercoledì era stato disperso senza violenza un sit-in di protesta davanti dalla Bce. Giovedì erano stati fermati anche 45 dimostranti italiani rimessi poi in serata in libertà. Una portavoce della polizia ha definito “molto tranquilla” ieri la situazione. Circa 5.000 poliziotti di diversi Laender sono stati mobilitati. Un cordone di sicurezza è stato eretto in molti punti strategici della città e molti snodi chiave, come le stazioni della metropolitana del centro e altre fermate, sono stati chiusi: “La zona di sicurezza resterà fino a tutta domenica”, ha detto una portavoce. Le principali banche commerciali, Commerzbank, Deutsche Bank e anche la Banca centrale europea Bce, hanno segnalato di non avere avuto problemi: “Eravamo preparati, la nostra attività operativa non è stata inficiata”, ha detto un portavoce. Secondo i dimostranti invece, che sono sfilati attraverso il distretto bancario urlando slogan, facendo baccano e occupando incroci stradali, il loro obbiettivo è stato raggiunto: “Paralizzare il distretto finanziario”. I manifestanti se la sono presa inoltre contro il divieto di dimostrare imposto dalle autorità per ogni tipo di protesta. Dopo denunce arrivate in diversi tribunali, è stata alla fine autorizzata una sola manifestazione, quella principale di oggi. Secondo le autorità, sono attesi fino a mille dimostranti, di cui circa 2.000 autonomi violenti da tutta Europa. Al movimento Blockupy appartengono gruppi di sinistra – dal partito Die Linke a gruppi no global di Attac, a attivisti sindacali e di Occupy – che protestano contro la politica di tagli dell’Ue, lo smantellamento dello stato sociale e i piani di salvataggio delle banche. Il neologismo Blockupy viene dalla fusione delle parole inglesi ‘block’ (bloccare) e ‘occupy’ (occupare).

Fonte: Ansa

La determinazione degli attivisti a manifestare contro le politiche della Bce e i diktat della finanza è più forte dei blocchi della polizia. Fin dalla mattina presto concentrandosi in vari luoghi e partendo con cortei selvaggi e mobili, i manifestanti riescono a bloccare l’intera zona finanziaria e ad arrivare a bloccare la BCE. Blockocupy continua per tutta la giornata. C’è un Europa vera, fatta di donne e uomini, che si è data appuntamento a Francoforte e che sfidando i divieti del Governo tedescio afferma come in tutto il continente che i diritti vengono prima del mercato, che non è più il tempo del “fiscal compact” e del ricatto del debito, è il tempo della redistribuzione della ricchezza, del reddito e della libertà. Blockocupy every where in Europe: iniziative a Venezia, Roma, Rimini. Alla conclusione della giornata il bilancio dei fermati è di alcune centinaia, ma ogni tentativo di impedire le iniziative si è infranto nella determinazione dei manifestanti a conquistarsi spazi, libertà in movimento. Ieri tutto è stato bloccato. Vuoti e inattivi i luoghi della finanza protetti dai robocop in divisa, piene le strade di creatività e pratiche d’azione messe in comune per esprimere il tempo e la necessità dell’alternativa. Oggi nuovo appuntamento con la manifestazione che partirà alle ore 14.00 dalla Stazione.

Blockocupy in tutta Europa!

Fonte: Global Project