Posts contrassegnato dai tag ‘Napoli’

Le giornate che seguono le manifestazioni con scontri di piazza non sono mai piacevoli. Sono ore terribili in cui la realtà viene distorta dalle parole strumentali della carta stampata, dalle narrazioni proposte da chi ha un mandato preciso delle redazioni delle grandi testate, dai post su facebook di chi c’era e soprattutto di chi non c’era o, peggio, dalle costruzioni antropologiche dei fantomatici professionisti della violenza. Quelle costruzioni che, poi, si abbattono sulla vita degli attivisti, come è successo per Luigi e Carmine, che dopo un processo per direttissima saranno costretti a rispettare un obbligo di firma fino a maggio, di fatto, pagando personalmente per un corteo nel quale c’eravamo tutti noi. Un carnevale di saccenteria senza profondità che francamente non vediamo l’ora venga sostituito dal prossimo trend topic del momento.
salvini_doc.jpgSolitamente, soprattutto quando si tratta di giornate assai significative, ci prendiamo sempre qualche giorno in più per scrivere in un testo articolato come la pensiamo, ma stavolta, anche e soprattutto per l’investimento soggettivo che abbiamo fatto nella costruzione di questo corteo, abbiamo necessità di prendere parola subito, esprimendo un punto di vista che, perdonateci, non si attesterà sul voyerismo un po’ perverso con cui si sta provando a costruire la condanna univoca della piazza di sabato.
Per farlo non possiamo prescindere dal contesto, dalle giornate che hanno preceduto il corteo e dallo sforzo fatto da tanti e tante per costruire una mobilitazione che tenesse insieme tutte le anime della città, da quelle più moderate a quelle più radicali.
Quando Salvini ha deciso di venire a Napoli era chiaro a tutti che, al di là della sfida, anche un po’ retorica, alla città dell’accoglienza, il leader della Lega in realtà puntava ad alzare il livello dello scontro nell’intero paese, probabilmente in vista delle politiche, inebriato dall’effetto Trump. Chi avrebbe potuto scommettere su Salvini in città mentre per le strade non accadeva niente?
Attraversare la frontiera napoletana, per il leader leghista, significava non solo superare un blocco effettivo, reale, culturale prima che politico, che rende di fatto impossibile la trasformazione dell’opzione secessionista- ancora caldeggiata da Bossi-in quella sovranista e nazionalista di stampo lepeniano che Salvini vorrebbe riproporre in Italia, ma significava anche porre un problema alla città riguardo le modalità della sua “accoglienza”.
Lo abbiamo detto dal primo momento che la sua venuta a Napoli era una provocazione che non avremmo accettato a testa bassa e che la paura delle strumetalizzazioni non ci avrebbe fatto dimenticare decenni di insulti, offese e soprattutto promozione di politiche di sviluppo a trazione solo settentrionale, contribuendo a rideterminare la nostra condizione di colonia interna. Il Salvini, che oggi prova goffamente a indossare i panni dell’ultra-democratico al quale viene sottratto il diritto di parola, è tuttavia, come tutti sappiamo, un reazionario radicale, uno che gioca sul tavolo dell’esasperazione del clima e che grazie a quell’esasperazione guadagna consenso. La sua venuta a Napoli serviva esattamente a questa esasperazione e dentro questo campo, scelto da lui e dalla sua maledetta pretesa di venire a sfidare il sud nella città storicamente più insultata dalla lega, nasce la costruzione di un corteo complicato, che per questo abbiamo voluto fosse costellato passo dopo passo di momenti pubblici, di assemblee, di chiacchierate, di incontri.
Non c’è anima che ha sfilato in quel corteo che non abbiamo incontrato durante queste settimane di costruzione. Non c’è realtà collettiva che non si è assunta la responsabilità di costruire l’opposizione napoletana alla Lega nord pubblicamente. Ognuna nei propri contesti, ognuna con i propri linguaggi.
Su una cosa siamo sempre stati chiari però, in ognuno di questi momenti pubblici e in ogni dichiarazione alla stampa: abbiamo sempre detto di voler costruire un corteo che potesse essere la casa di tutti, una manifestazione festosa contrapposta alle loro passioni tristi, ma abbiamo sempre ribadito anche che non avremmo mai accettato un livello di militarizzazione della città da grande kermesse, che non avremmo tollerato la costruzione di una zona rossa rossa vastissima attorno al palacongressi, funzionale ad occludere la nostra libertà di circolazione e a difendere e proteggere il leader leghista e i suoi pochi sodali prezzolati chiusi nel teatro.
Poi la realtà ci ha ampiamente scavalcato a destra e quelle che dovevano essere mere disposizioni di ordine pubblico, condizionate dalla prima performance napoletana del nuovo questore e sulle quali credevamo finanche di poter mettere bocca pubblicamente, si sono trasformate in scelte condizionate dall’entrata in scena a gamba tesa del Viminale. Fuorigrotta Sabato era in assetto di guerra a difesa degli spazi della mostra requisiti dal governo per far parlare Matteo Salvini.
download Per questo motivo vi invitiamo a non decontestualizzare l’undici marzo dalle giornate precedenti, durante le quali abbiamo capito che la visita del leader della lega, che a buona parte della città sembrava un oltraggio insopportabile, avrebbe invece goduto di ogni tutela e garanzia da parte dello Stato e della stampa legata ai poteri forti. Cancellare questo dato e concentrarsi solo sulla performance dello scontro offusca la mente e ci porta tutti a cadere rovinosamente in una trappola costruita con arguzia.
L’undici marzo, quel meraviglioso ed enorme corteo, non può quindi essere slegato dalle cariche a freddo subite degli attivisti fuori la sede del Mattino, a volto scoperto e semplicemente seduti. Abbiamo mostrato la fronte ferita di un nostro compagno non perché ci piace fare del vittimismo ma perché volevamo che si avesse contezza della ferocia con cui le forze dell’ordine stavano preparando il loro undici marzo. Nè possiamo cancellare i fatti del dieci quando in seguito all’occupazione da parte degli attivisti del coordinamento #maiConSalvini del palacongressi, l’ente Mostra ha deciso di rescindere il contratto stipulato con il portavoce campano della Lega Cantalamessa ed è stata, dopo un braccio di ferro durato una notte, di fatti scavalcata, con un atto formale del governo che solitamente si usa per le calamità naturali.
Un’operazione gravissima, violenta, antidemocratica che si è scelto di portare avanti sapendo che avrebbe comportato una esasperazione del clima e un innalzamento della tensione senza più ritorno.
Non sono scelte obbligate. Minniti lo sa bene. Proprio l’altro ieri, durante il corteo, l’Olanda decideva di vietare il comizio  pubblico all’ambasciatore di Erdogan perché ha riconosciuto che la Turchia in questo momento rappresenta un paese in cui vige una dittatura ed in cui si perpetua una costante violazione dei diritti umani. Certo si è assunta una responsabilità ma ha dimostrato con un atto forte che la libertà di parola nei luoghi pubblici non è cosa che si deve garantire a tutti al di là del contenuto di ciò che si afferma.
E invece in questo paese mediocre succede che se un’intera città dimostra, in mille modi e per settimane, di essere ostile alla venuta del leader della lega, è addirittura il Ministro degli Interni ad intervenire per tutelare presunti diritti costituzionali di quell’uomo che ride di due donne rom chiuse in una pattumiera e che auspica spari sui barconi di disperazione che attraversano il mediterraneo.
E allora, se tutto questo è vero, se per l’ennesima volta è stato possibile che per un maledetto comizio si stralciasse come niente il nostro diritto a decidere, la lettura della giornata va per forza sottratta alla narrazione degli ultimi dieci minuti, alle posizioni piatte del giornalismo che se ne sta ansioso sulla riva del fiume aspettando lo sparo del primo lacrimogeno.
Lo sforzo che dobbiamo fare allora è tornare in quella piazza, col corpo e con la testa. Recuperare il sentimento che quelle maledette semplificazioni giornalistiche provano a strapparci dall’anima, che è la gioia di aver messo in strada quindicimila donne e uomini contro Salvini e contro il razzismo, nonostante il clima di terrore che in tanti hanno provato a costruire in queste settimane. Fotografare quell’ingiustificabile schieramento di mille uomini e una enorme quantità di mezzi a Piazzale Tecchio con il quale la questura ha semplicemente intimato al corteo che non aveva alcuna altra scelta che fermarsi lì e terminare la manifestazione a testa bassa. Una testa che scusateci non abbasseremo mai.
Leggere quindi quello che è successo dopo senza fermarsi alla passione estetica per passamontagna e caschi ma innanzitutto come indisponibilità ad accettare quel livello di militarizzazione e la zona rossa, aiuterebbe a non diventare strumenti funzionali alla narrazione main stream. Può piacere o non piacere la modalità di scontro con la polizia dell’11, ma è un fatto con il quale il gusto c’entra poco. Senza girarci attorno,è la Questura che ha imposto la modalità dello scontro . Questo piano, oggi difficile da ricostruire a parole, è un piano apparso chiarissimo allo stesso corteo, che durante tutto il tempo degli scontri, ha scelto di non disperdersi, di accogliere al suo interno chi era avanti e di non lasciare solo nessuno.
Per questo le valutazioni politiche hanno ben poco a che fare con ciò che, a nostro gusto personale, è giusto o sbagliato, bello o brutto: la piazza non è un reality show e non la gestisce il televoto. È un fatto complesso, senza copioni scritti, soprattutto quando la controparte mette in moto tutti gli apparati dello stato (forza militare, prefetture, ministero degli interni, infiltrazioni in “borghese”, blindati da guerra, sequestro di beni pubblici e privati) ed esiste parallelamente, mai come in questo caso senza retorica, una eccedenza vera in città, che su Salvini e sulla calata leghista, dopo anni di soprusi, si è manifestata. Ci sarebbe poi da smontare pezzo pezzo la ridicola costruzione narrativa di contorno dei giornali. Non c’è nessun quartiere devastato, nessuno scenario da guerriglia urbana e nessuna macchina bruciata. Non sono mai esistite le molotov. Se lo si scrive non vuol dire che è vero anche perché per fortuna sono innumerevoli le testimonianze dei cittadini di Fuorigrotta che smentiscono con ironia le parole del main strem. Così come, per capire quanto c’è di artificioso nella costruzione della criminalizzazione mediatica della piazza napoletana, basterebbe fermarsi ad ascoltare le parole dell’ex Premier Renzi e in generale di tutta la stampa e le televisioni nazionali che stanno provando a creare una connessione forzata tra la piazza e il Sindaco. Una connessione ridicola, che non solo-ovviamente- non esiste ma che ha solo l’intento preciso di mettere in discussione quel legame sano, saldo e dialettico tra l’amministrazione e i movimenti sociali della città, che però, è evidente che per natura mantengono tra loro assoluta autonomia. Una connessione ridicola che serve a far fare fronte unico al mondo politico del paese contro De Magistris e in solidarietà a Salvini.
2311069_t5.jpg Ma l’Italia, si sa, è figlia di una provincialità esterofila per cui la radicalità delle piazze, spesso caratterizzata dalle stesse identiche immagini che abbiamo visto a Fuorigrotta, va bene solo se è a migliaia di chilometri dalla propria poltrona.
È così che ci esaltiamo quando vediamo migliaia di persone a contestare Donald Trump dopo la sua elezione, gridando alla bellezza della democrazia e poi – quando si contestano a casa nostra le stesse idee di mondo, fatte di odio e razzismo – diventiamo tutti quanti commentatori da domenica sportiva.
Per questo il nostro consiglio è  quello di limitarsi a leggere la narrazione della piazza napoletana da media esteri (basta la BBC, un network che non è certo tacciabile di anarcoinsurrezionalismo). La piazza di Napoli viene paragonata a tutte le altre piazze occidentali in cui si stanno sviluppando momenti di contestazione al fenomeno dei nuovi populismi di destra, senza nessun appello lacrimoso e clerico-fascista sullo stile di quelli che oggi possiamo leggere su Repubblica.
Questo non vuol dire, ovviamente, non mettere al centro un’analisi seria sulle pratiche di piazza: argomento che non riguarda i social, ma invece chi si pone concretamente il problema dell’attivazione di processi di mobilitazione di massa e della loro efficacia politica. È da più di due anni che la gestione dell’ordine pubblico nel nostro paese sta vivendo un tentativo di “riforma” poliziesca in senso Nord Europeo ( dispiegamento di uomini e mezzi sproporzionato, abuso di lacrimogeni e idranti  per disperdere l’intero corteo) ,  sabato forse ci abbiamo fatto davvero i conti per la prima volta a casa nostra.
Ora, se questa è la tendenza, chi agisce momenti di piazza non può semplicemente pensare di accettarla come si accettano i precetti religiosi. È chiaro che le contestazioni servono se arrivano a contestare le idee in questione, altrimenti sono passeggiate, girotondi, scampagnate tutti insieme, a caso, in giro per la città: prima ci diranno che possiamo arrivare solo a dieci chilometri dal nostro obiettivo, poi che possiamo manifestare solo in giornate diverse da quelle interessate dal fenomeno da contestare, poi che possiamo manifestare senza superare un certo limite di persone e alla fine diranno che se non ci sta bene possiamo mandare tutti una mail all’ufficio lamentale del Ministro dell’Interno, comodamente seduti a casa. Chi dice che, semplicemente, bisogna limitarsi a protestare secondo le disposizioni della questura non si rende conto (nella migliore delle ipotesi) di iscriversi in un crinale in cui il diritto al dissenso è subordinato alle valutazioni della classe politica con la quale si vorrebbe dissentire. Non è un caso – visto che il tema della libertà è stato più volte tirato in ballo in questi giorni – che se una cittadina come Goro organizza barricate violente per cacciare donne e bambini immigrati la prefettura accetta quella violenza e manda via i rifugiati e, invece, se una città come Napoli si oppone all’arrivo di Salvini viene semplicemente scavalcata, sequestrata e messa a disposizione di chi ha i soldi e il potere per comprarla.
Su questo tema Napoli ha dato un segnale forte e persino i giornali e telegiornali più schiacciati sull’ideologia dominante hanno difficoltà a negarlo: il messaggio della Lega Nord nella nostra città non è passato. Il teatro di Salvini era pieno unicamente degli esponenti del ceto politico di destra regionale, che cerca di riciclarsi dopo il fallimento del centrodestra di Caldoro e l’esplicita identificazione – che ormai è chiara a tutti – tra quello che è stato il centrodestra campano e gli interessi dei clan camorristici. Pur di riempire un Palacongressi di poche centinaia di persone, le compagini della destra meridionale hanno dovuto invitare (e pagare) delegazioni di militanti provenienti da tutto il centro-sud d’Italia, dal Lazio fino alle isole. Salvini ha fallito e lo sa: non è un caso che Umberto Bossi – che per molti militanti di base della Lega resta il vero riferimento spirituale –  dichiara a mezzo stampa che è stato un errore venire a Napoli, che Napoli è la capitale del malaffare e che i napoletani non potranno mai essere suoi alleati. Se Umberto Bossi – che ormai era sparito dai radar della tribuna politica – deve scendere in campo è perché il grande vecchio deve provare a rimediare al disastro che Salvini ha messo in scena in questi giorni (aiutato certo, perché bisogna riconoscere i meriti a tutti, dall’assoluta insipienza e imbecillità dei suoi referenti meridionali, che certo avranno tante qualità, ma l’intelligenza non figura tra esse).
manifestazione0-e1489274281286.jpg Di fatti, prendiamo atto, che oggi il dibattito anche sul main stream gira attorno alla legittimità che ha la Lega di prendere parola ed è una cosa che in vent’anni non era mai accaduta. Anche questo è un gran risultato.
Da tutti questi elementi bisogna partire. E dall’enorme forza che la città di Napoli ha espresso, dimostrando ancora una volta di essere il più enorme laboratorio di democrazia che esiste nel nostro paese (e con pochissime rivali in Europa). Soprattutto, bisogna partire da chi c’era, dalle quindicimila donne e uomini che sono scese in piazza nonostante il terrorismo mediatico dei giorni precedenti il corteo, dallo sforzo straordinario di oltre trenta artisti napoletani nel produrre in pochissimi giorni una meravigliosa canzone contro il razzismo. Quindicimila persone che non vengono fuori dal nulla, non sono un “miracoloso” evento politico-mediatico. Esse sono il risultato di un lavoro di base difficilissimo e costante: quello di chi deve provare a costruire un’alternativa in una città sotto lo scacco di due diversi poteri, quello dello Stato e quello degli apparati criminali. Un riferimento, questo, non casuale: bisogna precisarlo, infatti, visto che Salvini ha ben pensato di dire che i manifestanti di sabato hanno genitori che, probabilmente, sono affiliati con la camorra. Invece, mentre si accumulano le indagini sui rapporti tra Lega Nord e ‘ndrangheta (e la leadership di Salvini deriva proprio dall’azzeramento dei vecchi quadri dirigenti leghisti a mezzo di indagini e tribunali), a Napoli i centri sociali da sempre si pongono attivamente il problema dell’anticamorra sociale. Basterebbe che il leader leghista si facesse raccontare dai suoi sodali locali  cosa sono stati in Campania i movimenti per la giustizia ambientale e contro le ecomafie, le battaglie contro i rifiuti industriali scaricati dalle industrie del nord nelle nostre terre tramite la mediazione con la camorra. Ognuno di questi movimenti è stato attraversato anche, ma non solo dai centri sociali.
Con la nostra gente, con quelli che tutti i giorni lottano per Napoli e non se ne ricordano solo durante il “grande evento”, con loro, da vicino, senza la malattia del clic e dei like, vogliamo discutere di tutto. Di come è andata la giornata, di come si riparte, di cosa ha funzionato meglio, di cosa ha funzionato peggio, di come si può migliorare tutti insieme, da come si può costruire un’alternativa meridionale e non razzista che riscriva la prassi con cui oggi si governa il mondo.
I cortei astratti, le manifestazioni astratte, i temi astratti riguardo ai quali bisognerebbe manifestare stanno solo nella testa di chi non si è mai mosso dallo schermo del PC. Questo documento non parla a loro: parla alla nostra gente, che è quella che scende in piazza, che sventola le bandiere, che canta i cori e che continuerà a farlo sempre.
Usciamo dalla paranoia dell’errore. Cara Napoli, abbiamo dato una meravigliosa lezione all’Europa che a testa china sta accettando la barbarie. Lo abbiamo fatto come hanno fatto qualche settimana fa i nostri fratelli di Nantes contro la Le Pen.
Non diamogli tregua. Ci rivederemo in tutte le piazze antirazziste e antileghiste, il 25 marzo a Roma contro le celebrazioni del sessantennale dei trattati di Roma che saranno occasione per i capi di Stato Europei per scrivere nuove pagine di repressione per i migranti, il 28 e 29 Maggio a Taormina contro il despota statunitense Donald Trump. Abbiamo appena cominciato.

INSURGENCIA

http://www.globalproject.info/

Annunci

salvini2

15.000 manifestanti in piazza, per dire No alla presenza di Salvini a Napoli e rigettare i suoi proclami razzisti e xenofobi. Un corteo che ha attraversato la città, fino alla Mostra d’Oltremare dove Salvini tiene  il comizio di Salvini. Tantissimi gli interventi in piazza contro il razzismo e il sessismo, per rivendicare il diritto del movimento dei migranti e ricordare le diverse criticità legate al territorio. Quando il corteo è giunto alle vicinaze della Mostra d’Oltremare, la polizia ha iniziato un fittissimo lancio di lacrimogeni e ha allontanato i manifestanti con un ampio uso degli idranti.

I carabinieri hanno caricano violentemente la coda del corteo. Alcuni fermi con manifestanti bloccati e colpi a terra, mente è continuato il fitto lancio dei lacrimogeni e l’uso continuo degli idranti. La coda del corteo si è difeso con il lancio dei petardi e improvvisando una barricata sulla strada con cassonetti e spazzatura. E’ necessario ricordare che la gazzarra razzista di Salvini è stato possibile solo e grazie all’intervento del ministro Minniti che nella serata di ieri ha  dato “disposizioni” alla Prefettura locale di consentire a Salvini di parlare, proprio alla Mostra d’Oltremare, nonostante il diniego del Sindaco De Magistris dell’amministratore delegato della Mostra.

Fonte: Osservatorio sulla Repressione

salvini

Una pagina in costante aggiornamento per raccontare la venuta di Salvini a Napoli. Il leader leghista sarà atteso dal popolo napoletano antifascista e antirazzista che sarà in piazza per scacciare il nemico xenofobo e fascista.

Di seguito vi proponiamo la diretta con foto e video della giornata di mobilitazione partenopea iniziata ieri con l’occupazione della Mostra d’Oltremare dove oggi il leader leghista terrà il comizio.

Basta cliccare sui link sottostanti per essere aggiornati in diretta:

CLICCA QUI E GUARDA LA DIRETTA VIDEO

 

E’ la giornata delle donne. Ma il Mattino di Caltagirone pensa bene di ospitare nei propri studi per una interevista-forum il capo della Lega Nord. Quella formazione politica che detiene sicuramente la primogenitura dello scadente linguaggio fallocratico e maschilista imperante oggi nella politica e nei media. Il primo slogan vincente dell’inarrestabile Lega (quando era ancora Lega lombarda)  di inizio anni novanta era appunto “la Lega ce l’ha duro“. Usuale in quegli anni le offese agli avversari politici con parole quali “finocchio”, “culattone”. L’ex alleato sindaco di Milano Albertini veniva denigrato come “Albertina” per sottolinearne le scarse propensioni eterosessuali. Al sindaco di Lecce Poli Bortone, quarantenne signora di bella presenza, per disaccordi politici, veniva promesso un bel trattamento a base sessuale. Non veniva spiegato se consenziente o meno. Bossi mimava il tutto coi gesti ai comizi tra folle osannanti. Anche grazie a loro, e ovviamente a Mediaset, che siamo arrivati a punti così bassi di comunicazione pubblica. Di discorso politico. Il progressivo abbassamento dei livelli discorsivi vede nella Lega, da sempre, un’avamposto non di poco conto.

07786ac822b69e5c03d748b2cfc57340-U200433593701IaH-673x320@IlSecoloXIXWEB-665x300

Appare quindi incomprensibile, seppure alla luce dell’imminente comizio di sabato di Salvini, che il Mattino abbia scelto di dare voce al leader di un partito che del maschilismo prevaricatore e discriminatorio è sempre stato campione. Nella giornata delle donne.
A Napoli però dovunque vada Salvini fa sempre danni. Costretto a muoversi scortato come un capo di stato a un vertice internazionale trova in via Chiatamone, dove ha appunto sede il Mattino, una sfilza di contestatori ad attenderlo. Sono i ragazzi e le ragazze di Insurgencia – centro sociale che ha eletto alle ultime elezioni un proprio militante come consigliere comunale e un altro quale presidente circoscrizionale – che inscenano un sit-in pacifico presso il portone dove ha sede la redazione.
La polizia sembra non transigere. Sposta ad uno ad uno i manifestanti sollevandoli di peso. Sembra tutto finito. Invece la voce è girata subito. Tra giri di telefonate e post sui social network cresce la voglia di contestare Salvini. Arrivano altri ragazzi, altri militanti dei centri sociali cittadini e qui la polizia perde la misura. Si lancia subito in cariche a disperdere i convenuti. Qualcuno si fa male. Fortunatamente lievemente. Un giornalista è fermato e portato via. Non si capisce bene di cosa sia accusato. Ancora tensione poi tutto finisce.
Inizia nel peggiore dei modi la calata del nordista Salvini a caccia di voti terroni. Nell’intervista al Mattino lo dice pressapoco chiaramente. Voglio fare le primarie di centro destra su scala nazionale e quindi mi servono pure i voti meridionali. Appena ieri si vantava in una intervista a un canale pubblico nazionale di dover andare lui, proprio lui, il nordista Salvini a un incontro sul rilancio del Sud. Insisteva molto sul proprio lui. Insomma non poteva fare a meno di tenere il solito registro colonialista di stampo leghista. Per risolvere i problemi del sud ci vuole uno del nord. Anzi ci vuole il nord.
Per ritornare all’intervista-forum del quotidiano napoletano, per quel che si legge ora, c’è solo da sottolineare il vergognoso lavoro degli intervistatori. Hanno lasciato al buffone padano la possibilità di atteggiarsi a reale “alternativa democratica” del governo di questo paese, sventolandogli al massimo qualche dato – inconfutabile – sulla diseguaglianza della spesa dello Stato tra meridione e settentrione. Il leader razzista ha tergiversato e loro lo hanno lasciato tergiversare, addirittura lamentandosi del mancato federalismo fiscale. Incredibile. Questo è il livello delle grandi firme del giornalismo napoletano.
Noi possiamo solo rallegrarci che nessun ragazzo, nessun contestatore si sia fatto male. Non ne valeva la pena. Sacrosante le proteste ma è evidente, da quando è giunta voce della venuta di Salvini, la ferrea volontà da parte della Prefettura di assicurare la massima agibilità al leader padano, costi quel che costi. Prima sono entrati in conflitto con l’amministrazione comunale, che non voleva che la kermesse si svolgesse, e ora sono pronti a fare la guerra ad ogni forma di dissenso alla Lega.

Brutti segnali in vista di sabato.

http://contropiano.org/

«Perché qui a Napoli non funziona un cazzo! Non è che dice: “Sai, a Napoli funziona tutto e poi c’è anche il calcio”. No, a Napoli c’è solo il calcio! E allora ringraziate!». (Aurelio De Laurentiis, 26 gennaio 2012).

Aurelio De Laurentiis si è sfogato a Madrid dopo la partita di Champions League. Il presidente del Napoli ha detto che è mancata la “cazzimma”, che non capiva alcune scelte di formazione e che Sarri avrebbe dovuto trovare alternative tra i tanti giocatori acquistati in estate ma poco utilizzati. In realtà al Napoli non solo è mancata la personalità, ma in primo luogo sono mancati i valori. Per vincere bisogna essere più bravi dell’altro e Diawara non vale (ancora) Casemiro, Hamsik non vale Modric, Mertens non vale quantoCristiano Ronaldo. E queste non sono colpe di Sarri, semplicemente non sono colpe.
De-Laurentiis2-620x300.jpg
Il Napoli ha la storia che ha, il pubblico, gli incassi e il brand che ha, il Real Madrid è di un’altra galassia. De Laurentiis ha voluto urlare con la cupidigia di un bambino geloso del suo giocattolo, un giocattolo con cui Sarri ha dimostrato di saper essere più bravo, prendendosi gli applausi. E il presidente ha fatto la figura di chi non aspettava altro che una sconfitta (la reazione di Reina conferma) pur di appuntarsi qualche medaglia: “Io al suo posto….”. I giornalisti più miti (o più schierati?) parlano di una tattica presidenziale. “In questo modo – sostengono – De Laurentiis ha voluto attirare su di sé le attenzioni per non destabilizzare lo spogliatoio”. Spogliatoio che, però, non era per nulla allo sbando, e non certo per merito di De Laurentiis, che intanto è volato a Los Angeles per i suoi affari cinematografici.
Divorzio fra Daniele Ciprì e Franco Maresco e il produttore Aurelio De Laurentiis: con una lettera aperta assai polemica, senza tanti eufemismi, gli autori di Cinico Tv accusano il produttore del loro primo lungometraggio di pensare “esclusivamente al profitto”, di avere “la sensibilità di un macellaio”, di impedire “lo sviluppo di idee non conformate alla logica del puro profitto”, offrendo un “contributo sostanzioso” alla mediocrità imperante. […] Ciprì e Maresco chiedono a De Laurentiis perché abbia voluto firmare un contratto con loro. La prima ipotesi, scrivono, “è che tu lo abbia fatto senza conoscere davvero i nostri lavori”, affascinato solo dai “peti, rutti, parolacce, che hai preteso di apprezzare scorporandoli dal contesto generale”. L’ altra ipotesi, è quella di voler comprare due autori “per produrre opere addomesticate”. (la repubblica, 1 dicembre 1996).
La gestione societaria va avanti, per inerzia, tra i proclami. Si è passati dai “piani quinquennali” della serie C agli annunci di nuovi stadi a Bagnoli, Gianturco, Cercola. Si è passati dalla “superlega” europea a “non avete mai vinto nulla in questa città”. Dalla fuga in motorino uscendo dagli uffici della Lega alle parole grosse contro i giornalisti, dalla smentita ufficiale all’ufficiale conferma della cessione di Higuain in soli due giorni, dalla maschera messa a Inler su una nave da crociera, a Walter Veltroni sull’aereo per Madrid. In mezzo si segnala qualche risultato di prestigio, eppure non si ricorda una stagione vissuta da protagonisti fino alla fine. Mai c’è stata la concreta possibilità di vincere lo scudetto in un lustro in cui una squadra sola gioca per il titolo.
bvfljkd.jpgL’incontinenza verbale ha prodotto parodie e antipatie: l’immagine della società è grottesca, solamente le partite e il lavoro sul campo cancellano di volta in volta l’approssimazione e la puerilità dei dirigenti. De Laurentiis ha portato attori, registi, politici nell’aereo della squadra. Ha voluto Maradona a Madrid, fin nello spogliatoio, per farne carne da macello mediatico. Ha delegittimato il proprio allenatore prima della partita dichiarando di pensare a Ibrahimovic (?) sulla panchina del Napoli. Il primo e l’unico a mostrarsi inadeguato ai palcoscenici internazionali è stato lui, che elettrizzato dal clima non ha capito più nulla. E il figlio Edoardo, vicepresidente, è della stessa pasta. Prima della partita ha dichiarato: «Spacchiamo la faccia a tutti. Li sbraniamo».
Gli si dà atto di aver pescato Quagliarella, Lavezzi, Cavani, Higuain dopo Cavani, Milik dopo Higuain. Ma pochi si chiedono perché sistematicamente questi campioni, dopo tre anni, decidano di lasciare, eccezion fatta per Hamsik. L’uomo solo al comando evidentemente non ispira fiducia. Higuain è scappato da Napoli perché sicuro di vincere a Torino, e i fatti al momento gli danno ragione. E questa è una precisa scelta della società, che non è parte passiva nella transazione, anzi: a inventarsi la clausola rescissoria è stato proprio De Laurentiis. In questo modo gli è parso di blindare un calciatore a cui aveva appena dato un prezzo, neanche troppo eccessivo per i parametri odierni. E se il Napoli fa fulmini e saette ma a una distanza dalla Juventus che pare incolmabile già da un paio di mesi, è perché Sarri ha dovuto sopperire all’infortunio di Milik con Gabbiadini, salvo poi ripiegare su Mertens, scelta che da dicembre in poi ha portato ottimi risultati.
I tanti punti perduti tra ottobre e novembre sono i frutti mancati di una campagna acquisti scintillante ma ancora una volta monca. Emblematico lo scontro diretto in trasferta del 29 ottobre: la Juventus ha schierato Higuain e Mandzukic, il Napoli non aveva Milik né Gabbiadini. L’acquisto di Pavoletti a gennaio è la pezza peggiore del buco,  quando ormai Mertens è capace di tutto e Milik prossimo al rientro. L’ex Genoa potrà essere anche funzionale in futuro, ma sarebbe stato molto più utile un centravanti svincolato da schierare a ottobre. Le logiche di bilancio hanno però suggerito di attendere la cessione di Gabbiadini per mettere mano al portafogli, ormai fuori tempo massimo.
Nei rapporti con la stampa De Laurentiis offre tutto se stesso. Dalla confidenza con le telecamere deriva l’epiteto più comune tra i tifosi, quello di “buffone”. Il presidente, dicono i giornalisti, “dà i titoli”, non c’è bisogno di stimolarlo. La squadra invece resta un mondo impenetrabile: per i cronisti non ci sono allenamenti da visionare né indicazioni da trarre. Le conferenze sono indette e annullate, gli accrediti discrezionali, i silenzi stampa la consuetudine. Si apre e si chiude bottega se lo decide il presidente. Durante i ritiri estivi solo una pay-tv ha l’esclusiva, le altre testate aspettano i pochi appuntamenti ufficiali, che spesso vengono disattesi. Intanto l’ufficio stampa è costretto a seguire gli svarioni del patron, così come risulta evidente dalla goffaggine con cui il capo della comunicazione Lombardo ha dovuto parare i colpi dei giornalisti nella conferenza dopo la partita di Madrid. Lombardo ha provato in tutti i modi a stravolgere il senso delle dichiarazioni del presidente, riportate dai cronisti, pur di far arrivare a Sarri domande edulcorate. La sceneggiata, già triste di per sé, ha comunque consegnato ai giornali la reazione dell’allenatore del Napoli, che evidentemente quelle parole le aveva lette o sentite. Il silenzio stampa indetto da De Laurentiis dopo questa magra figura è il degno epilogo di questa vicenda. L’uomo di potere non sa più gestirsi e arriva a combattere se stesso, come in una novella di Buzzati.
Se il liturgico “Ferlaino vattene” arrivò dopo decenni di presidenza, in una fase di declino societario e sportivo, De Laurentiis ha saputo inimicarsi larghe fette di tifoseria nonostante i traguardi raggiunti, già nei primi anni di gestione. Striscioni di contestazione risaltano ogni domenica al San Paolo, in città e a Castelvolturno. Il divario con Sarri, assurto a idolo incontrastato anche delle curve, solitamente restie ad attribuire meriti individuali, è netto. “È il Napoli di Sarri”, si dice, e non quello di De Laurentiis, e questa è una cosa che al presidente del Napoli non va giù.
A questa squadra serve fiducia, quella che tutti i tifosi e la maggior parte degli opinionisti stanno dando. L’unico a procedere in direzione contraria sembra proprio il presidente. Sarebbe il caso di farsi affiancare da uomini di campo nella gestione societaria, di togliersi questa maschera e cominciare a vivere e amare questa squadra, ammorbidirsi e lasciarsi affascinare, capire che Sarri è il miglior allenatore che il Napoli possa avere. Si potrebbe ascoltare qualche consiglio, si potrebbe liberare l’ufficio comunicazione da questa morsa dittatoriale, aprire le porte di Castelvolturno ai tifosi, capire che la società è di uno ma le emozioni sono di tutti. Ma queste sono scelte che solo De Laurentiis può prendere, e fin quando il Napoli sarà il suo giocattolo non ci sarà palcoscenico che tenga: il pallone lo porta lui e, se si arrabbia, lo può anche bucare.

dal sito: Napoli Monitor

http://contropiano.org/

no-referendum-corteo-napoli

Stamattina Napoli ha lanciato un forte segnale al paese intero: un NO deciso al referendum del 4 dicembre e al governo Renzi!
5 mila persone si sono radunate a piazza Mancini e hanno dato vita a un corteo che ha affollato le principali strade della città, sfilando fino alla Prefettura e terminando la giornata di lotta con una partecipata assemblea popolare.
Lavoratori di tanti settori, rappresentanze sindacali, comunità migranti e precari della scuola al fianco di realtà studentesche di tutta la regione.
L’intero tessuto sociale campano è sceso in piazza, per portare la voce delle tante vertenze che animano la città: la lotta per il diritto alla salute con il Comitato contro la chiusura dell’ospedale S. Gennaro, quella per la riqualificazione delle periferie e contro la distruzione e l’avvelenamento dei territori con il Comitato Vele di Scampia e i presidi antidiscarica, la battaglia contro il ricatto di disoccupazione e condizioni di lavoro disumane portata avanti dai Cassintegrati Fiat, il Sindacato Lavoratori in Lotta, i disoccupati organizzati BROS, i lavoratori Alenia e quelli a rischio licenziamento dalla multinazionale Almaviva. Al corteo hanno aderito e partecipato anche diversi comitati per il NO dalla provincia di Napoli, Salerno, Caserta, Benevento.
Indecente che, davanti a tutto ciò, i principali quotidiani cittadini abbiano fatto sparire la manifestazione regionale di stamattina, sminuendo il senso complessivo di un momento di partecipazione politica di massa in una città che da sempre esprime una forte opposizione all’attuale governo e che per Renzi rappresenta un bel grattacapo!
La piazza di oggi è stata l’ennesimo importante tassello di una campagna per il NO che in questa città sta smuovendo le coscienze dal basso, innescando un processo di protagonismo popolare, incentivando percorsi di democrazia diretta con la nascita di decine di comitati spontanei.
Un processo che non ha intenzione di arrestarsi al 4 dicembre e che, già dai prossimi 26 e 27 novembre tornerà a farsi sentire partecipando ai due appuntamenti nazionali di Roma.

NOI DICIAMO NO!

Ex OPG Occupato – Je so’ pazzo

de-magistris-centri-sociali.jpg

Una delibera esecutiva di giunta, alla fine del primo mandato , ha consegnato un sillogismo inedito alla storia politica di Napoli: i sono , non vanno sgomberati e vanno così valorizzati.
La delibera si occupa degli spazi di proprietà comunale. Napoli non è nuova a stravaganze, viste con gli occhi degli amministratori locali di tutt’Italia, in materia. Già Officina 99 fu comprata dal comune e assegnata agli occupanti. E anche l’Asilo Filangeri sperimentò pratiche di riconoscimento formale per la sua attività.
Quello che si genererà in città è ancora difficile da capire, certamente la giunta De Magistris bis non mette in discussione la delibera e anzi risponde alla critiche che la destra, insieme al e ad alcuni giornali locali, portano alla decisione. Le critiche sono soprattutto di natura economica.
Il laboratorio politico napoletano, anomalia italiana di sperimentazione di un soggetto istituzionale a sinistra del Partito Democratico, passa anche da qui.

http://www.radiondadurto.org/