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Con le prime luci dell’alba, giovedì mattina, la polizia in assetto antisommossa è arrivata di nuovo a piazza Indipendenza, a Roma, per disperdere i rifugiati eritrei che dormivano sulle aiuole da cinque giorni, dopo lo sgombero del palazzo in cui vivevano a via Curtatone, vicino alla stazione Termini. Poco dopo le sei di mattina, gli agenti si sono fatti strada con gli idranti e hanno caricato le persone che dormivano sulle aiuole e i marciapiedi.
Come fanno da giorni, i rifugiati eritrei hanno cercato di opporre resistenza: dal primo piano del palazzo di via Curtatone hanno lanciato oggetti e barattoli di vernice. Questa volta la polizia ha usato la violenza. I poliziotti si sono messi a rincorrere chi scappava. Secondo Medici senza frontiere, nelle cariche sono state ferite 13 persone e due sono state portate in ospedale. “Hanno picchiato diverse persone, anche delle donne”, racconta Simon, un rifugiato eritreo che al momento dello sgombero si trovava al primo piano del palazzo di via Curtatone insieme a una cinquantina di persone, tra cui venti bambini.

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Dopo aver sgomberato la piazza, gli agenti sono entrati nel palazzo occupato. I bambini dal balcone dello stabile gridavano: “Vogliamo giocare, vogliamo giocare”. I poliziotti hanno costretto le persone all’interno dell’edificio a seguirli in questura. “Ci siamo nascosti, ma quando ci hanno trovato ci hanno manganellato per costringerci a uscire, due donne sono state picchiate”, racconta Simon. Nella piazza sono rimaste le valigie e gli oggetti delle famiglie sgomberate, e la polizia ha detto ai pochi ancora sulla piazza di recuperare le loro cose. “Non sappiamo che succederà ora, in questura siamo una cinquantina di persone, non sappiamo dove ci vogliono portare”, afferma Simon, mentre aspetta di sapere che ne sarà della sua vita. Almeno tredici persone sono state medicate da Msf.
Dopo lo sgombero di sabato, mercoledì c’era stato un primo tentativo di dispersione degli occupanti della piazza da parte della polizia. Mussie Zerai, il prete candidato al premio Nobel per la pace, che da anni è un punto di riferimento per la comunità eritrea italiana, alle 7.51 aveva mandato un messaggio a tutti i suoi contatti: un appello al ministro dell’interno Marco Minniti. “La prego d’intervenire, la polizia sta usando la forza per sgomberare le persone anche dalla piazza, ma queste persone non hanno dove andare”, era scritto nel messaggio che poi è stato ripreso da diverse agenzie di stampa. “Vi prego di trattarli come esseri umani”, concludeva.

Due ore dopo l’appello di Mussie Zerai, un gruppo nutrito di giornalisti, attivisti e operatori umanitari si era raccolto sulla piazza, a pochi passi dalla stazione Termini di Roma, senza che gli fosse concesso di avvicinarsi al palazzo o agli occupanti. Ma di politici o rappresentanti delle istituzioni nemmeno l’ombra. L’assessora ai servizi sociali di Roma, Laura Baldassarre, non è stata raggiungibile al telefono per tutta la mattina. La prefetta Paola Basilione ha convocato una riunione d’emergenza in prefettura.
Dopo una lunga negoziazione, la sala operativa sociale del comune di Roma ha proposto agli sgomberati 80 posti in un centro d’accoglienza del servizio Sprar a Torre Maura e un’altra ottantina di posti a Rieti per sei mesi, messi a disposizione dalla proprietà dell’edificio di via Curtatone. Le organizzazioni non governative, le associazioni e alcuni sacerdoti hanno fatto da mediatori, ma gli eritrei di piazza Indipendenza hanno rifiutato la proposta. C’è da considerare che molti degli occupanti non possono comunque beneficiare dei posti nei centri Sprar perché hanno ottenuto l’asilo da più di sei mesi.
Per sistemare tutte le famiglie dell’edificio sgomberato, inoltre, sarebbero necessari almeno altri trecento posti. Infine chi ha figli piccoli teme che un trasferimento possa impedire il regolare rientro a scuola dei minori tra qualche settimana. La verità è che la resistenza degli occupanti eritrei nessuno se l’aspettava. “Abbiamo fatto la guerra d’indipendenza, siamo scappati da una dittatura, abbiamo attraversato il Mediterraneo, resistiamo e andiamo avanti”, dice Simon.
Soluzioni improvvisate
Nella mattinata di mercoledì sui social network c’è stata un’esplosione di domande: “C’è un piano?”, “Dove li portano?, “Come si fa a sgomberare gli sgomberati?”, “Li sgomberano dalle aiuole per portarli in altre aiuole?”. Queste domande sono state rivolte ai giornalisti, che a loro volta le hanno rivolte ai politici, senza ricevere risposta per ore. “Quando si arriva allo sgombero si tratta di un problema di ordine pubblico”, ha dichiarato il sottosegretario del ministero dell’interno Domenico Manzione, intervistato da Daniele Biella di Vita.
“Come ministero, possiamo e stiamo cercando di mettere a disposizione strutture di accoglienza temporanee”, ha aggiunto. La sindaca Virginia Raggi per ora non ha commentato l’accaduto. Lo sgombero di piazza Indipendenza, tuttavia, è stato l’ultimo di una serie di provvedimenti, che negli ultimi anni ha affidato a soluzioni improvvisate la gestione dell’accoglienza nella capitale.
Questa tendenza può essere riassunta in tre punti: l’assenza strutturale di politiche di lungo corso su un tema così complesso come quello dell’integrazione dei richiedenti asilo e dei rifugiati a Roma, la mobilitazione autorganizzata degli stessi richiedenti asilo e rifugiati – sostenuti da organizzazioni umanitarie e associazioni – per difendere i loro diritti nella città in cui vivono e lavorano da anni, e infine il ruolo decisivo, ma spesso ambivalente, dei mezzi d’informazione.
Tre anni fa raccontai la storia di tre ragazzi eritrei minorenni – Robiel, Bilal e Mengis – scappati dall’Eritrea per sottrarsi alla leva obbligatoria che nel paese si trasforma spesso in servizio militare a vita. Nella primavera del 2015 Robiel, Bilal e Mengis avevano trovato rifugio a Roma nel borghetto occupato di Ponte Mammolo, sgomberato l’11 maggio 2015 dalla giunta di Ignazio Marino senza una soluzione alternativa per gli occupanti di quella baraccopoli che sorgeva a pochi passi dalla stazione della metropolitana.2.jpg
I tre ragazzi, dopo aver dormito qualche giorno al centro Baobab di via Cupa e poi in un convento di suore nel rione Monti, decisero di raggiungere illegalmente la Germania e la Svizzera dove avevano conoscenti e familiari e dove sapevano che avrebbero potuto lavorare con più facilità. Robiel e Mengis, che oggi sono maggiorenni, vivono ad Amburgo, in Germania, dove hanno ottenuto asilo politico. Il governo locale gli ha trovato una sistemazione in un appartamento vicino al centro della città e gli ha concesso un piccolo contributo mensile. In questi tre anni hanno frequentato corsi di tedesco e scuole professionali, che gli stanno permettendo di gettare le basi per trovare un lavoro e integrarsi nella società tedesca, versare le tasse e diventare cittadini. Bilal vive a Zurigo, in Svizzera, in condizioni simili.
La vita dei tre ragazzi eritrei è migliorata radicalmente da quella notte di giugno in cui salirono su un treno per Bolzano alla stazione Termini di Roma. Invece il sistema di accoglienza per i migranti e i richiedenti asilo nella capitale italiana è decisamente peggiorato. “Mai più situazioni come Ponte Mammolo, senza un piano alternativo prima di uno sgombero”, aveva detto ai volontari della Baobab experience e agli operatori di Medici per i diritti umani (Medu) all’indomani del suo insediamento l’assessora ai servizi sociali Laura Baldassarre, che prima di assumere l’incarico nell’amministrazione cinquestelle ha maturato una lunga esperienza nell’Unicef.
Eppure i tavoli istituzionali sull’immigrazione aperti dalla giunta guidata da Virginia Raggi sono tutti naufragati e nel corso del tempo non è stata elaborata nessuna strategia a lungo termine per l’accoglienza, nessuna alternativa agli sgomberi, che creano allarme sociale e rafforzano nel senso comune l’idea che la migrazione sia legata all’ordine pubblico, alle misure contro il terrorismo e a un’ipotetica invasione fuori controllo. “Siamo rifugiati, non terroristi”, era scritto in uno degli striscioni appesi al palazzo sgomberato di via Curtatone.

Numeri sotto controllo
Secondo i dati della prefettura di Roma, nella capitale risiedono meno richiedenti asilo di quelli previsti dall’accordo tra stato e regioni. Nei centri di accoglienza romani ci sono circa ottomila richiedenti asilo (5.581 nei centri di accoglienza straordinaria e 3.028 nei centri Sprar), una cifra molto al di sotto degli undicimila previsti dall’Anci. A questi si devono aggiungere i circa novemila richiedenti asilo e rifugiati che vivono in emergenza abitativa, cioè in stabili occupati, in situazioni di fortuna o per strada. Inoltre ogni giorno arrivano a Roma decine di transitanti: cioè migranti di passaggio che vogliono raggiungere i paesi del Nordeuropa. Ma nella capitale non esistono centri per accogliere questo tipo di migranti, anche se erano stati progettati già dall’ex assessora ai servizi sociali Francesca Danese nel giugno del 2015.
A tre anni dallo sgombero di Ponte Mammolo, i migranti che transitano dalla capitale dormono per strada o si rivolgono ai volontari dell’associazione Baobab experience, che hanno organizzato un presidio a loro spese e senza l’autorizzazione delle autorità, insieme ad altre associazioni come Medici per i diritti umani (Medu), il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), Intersos, Action, Radicali Roma e A buon diritto. Il presidio si trova in un parcheggio dietro alla stazione Tiburtina, chiamato dai volontari piazzale Maslax (in ricordo di un richiedente asilo somalo di 19 anni che si è suicidato dopo essere stato rimandato in Italia dal Belgio a causa del regolamento di Dublino). Ma è stato costretto a cambiare varie sedi ed è stato sgomberato venti volte in tre anni.

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Nell’ultimo sgombero di piazzale Maslax, l’ingresso del parcheggio è stato chiuso con dei blocchi di cemento per impedire ai volontari di entrare con l’auto a scaricare il cibo, l’acqua e i vestiti per i migranti. Oggi nel presidio dormono circa cento persone, affermano i volontari. La promessa, che era stata fatta dall’amministrazione capitolina, di istituire un centro informazioni vicino alla stazione Tiburtina per l’orientamento logistico e legale dei migranti non è stata mai mantenuta. Infine c’è una struttura d’emergenza gestita dalla Croce rossa a via del Frantoio che dà ospitalità a un’ottantina di persone, di solito i casi più vulnerabili come le donne e le famiglie con bambini che sono segnalati dai volontari della Baobab experience. Ma per sua stessa natura la struttura è temporanea e la convenzione che la istituisce viene rinnovata ogni sei mesi.
Un dibattito tossico
Qualche giorno fa in un bellissimo articolo sulle condizioni dei campi di detenzione per i migranti in Libia, Domenico Quirico sulla Stampa ha scritto: “Il mestiere che faccio non è discutere se una politica è efficace o no, è semplicemente raccontare quali sono le conseguenze della politica sugli esseri umani. Alla fine di tutto, ogni volta, c’è sempre una scelta morale. Poi deciderete, ma dovete sapere qual è il prezzo che fate pagare. Non potrete dire: ignoravo tutto, credevo, mi avevano detto”. Con le dovute differenze, penso che lo stesso ragionamento possa valere per qualunque politica dell’immigrazione anche al livello locale.
Perché nessun rappresentante delle istituzioni si è affacciato a piazza Indipendenza in questi giorni? Perché Roma da anni non riesce a varare un piano per l’accoglienza? La risposta è semplice nella sua brutalità: i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati che vivono nelle nostre città non sono considerati parte delle nostre comunità, anche se sono al nostro fianco e nelle nostre vite da anni.
Negli ultimi mesi il dibattito pubblico sui migranti in Italia ha assunto toni ancora più foschi, perché abbiamo cominciato a desiderare o ad augurarci che si facciano da parte, che spariscano. Mi ha colpito la conclusione del messaggio di Mussie Zerai al ministro Minniti: una supplica a considerare “esseri umani” gli occupanti eritrei di piazza Indipendenza. Evidentemente abbiamo dimenticato che lo sono.

https://www.internazionale.it/

Bisognava soltanto attendere. La logica omicida che sta dietro ogni ondata securitaria si infrange sempre, per prima cosa, sulle persone più deboli. E i più deboli in assoluto, in questo momento, sono i migranti. Peggio ancora per i più anziani di loro, che debbono sommare alla debolezza dei diritti e al colore della pelle (che facilita l’individuazione come bersaglio) anche la debolezza dell’età.

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Roma, ambulante senegalese morto durante fuga a Lungotevere de Cenci
„Il giorno dopo il “pattuglione” stile Scelba messo in scena alla stazione di Milano a beneficio di Salvini in astinensa da selfie, a Roma un’insolito squadrone di vigili urbani è stato inviato a rastrellare il centro storico a caccia di venditori ambulanti. Il “decoro urbano” lo chiede…
Alla vista delle divise, come sempre, hanno raccolto alla bell’e meglio la propria mercanzia nei borsoni e si sono dati alla fuga. Uno di loro, Nian Maguette, un cittadino senegalese di 53 anni, che faceva parte di un gruppo che correva in direzione di Lungotevere de’ Cenci – all’altezza del Ghetto, davanti all’isola Tiberina – si è accasciato a terra. Diverse le versioni sull’accaduto. Alcuni suoi compagni hanno riferito che: “E’ stato investito da un motorino dei vigili urbani in borghese mentre scappava dal controllo. E’ caduto e ha battuto la testa”.  Secondo la versione ufficiale, invece, sarebbe stato probabilmente vittima di un infarto (ma il rapporto lo definisce “il giovane”…). il personale medico intervenuto sul posto non ha comunque potuto far altro che constatarne il decesso.
Sembrava un episodio come tanti, per quanto tragico. Ma la goccia scava la pietra, e anche la paziente sopportazione dei migranti trova in qualche caso il suo limite.
Gli altri venditori ambulanti, quasi tutti africani, hanno messo in atto una protesta, bloccando laa circolazione tra largo dei Vallati e largo Arenula.
La risposta, cieca come soltanto le polizie sanno essere, si è materializzata con l’intervento dei carabinieri e della polizia, comprensiva di agenti del Reparto Mobile in tenuta antisommossa. Come se servisse una seconda vittima per farsi capire meglio…

http://contropiano.org/

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Momenti di tensione questa mattina davanti alla prefettura in via Cavour a Firenze dove un gruppo di una cinquantina di persone, che vivevano nel capannone andato a fuoco a Sesto Fiorentino, insieme ad alcuni militanti del Movimento di lotta per la casa, hanno tentato di entrare nell’edificio e sono state respinte dalle forze dell’ordine in assetto antisommossa. Almeno una persona tra i manifestanti, secondo quanto appreso, sarebbe rimasta contusa. Questa mattina in prefettura è previsto un comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica per individuare una sistemazione per gli ex occupanti del capannone che al momento sono ospitati temporaneamente nel palazzetto dello sport di Sesto Fiorentino. I manifestanti chiedendo di poter partecipare in delegazione al comitato per l’ordine pubblico.

Fonte: Ansa

FIRENZE I VIDEO DELLA PROTESTA: CLICCA QUI

 

 

http://www.globalproject.info/

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In Italia, ogniqualvolta accadono tragedie che riguardano le migrazioni e che hanno come vittime i migranti, ci troviamo di fronte al solito duplice schema di reazioni. Da un lato c’è chi, come il leader della Lega Nord Salvini, mette in moto lo sciacallaggio razzista inneggiando ad «espulsioni di massa». Un atteggiamento odioso di per sé, ma alimentato dalla lettura mainstream dei fatti di cronaca che, nel caso della morte di Sandrine Bakayoko e delle successive proteste dei migranti concentrati a Cona, ha immediatamente enfatizzato il dato della “rivolta”, dando risalto ad elementi di ordine pubblico e mettendo in secondo piano, o a volte sottacendo, la morte della ragazza ivoriana. Dall’altro lato c’è chi, soprattutto all’interno della cosiddetta “sinistra”, prosegue ad interpretare i fatti con il metro della pietascristiana, non lasciando spazio a tutte le contraddizioni che episodi come quello di Sandrine mettono in luce.
L’autopsia ha reso noto il fatto che Sandrine sia morta per una tromboembolia polmonare bilaterale fulminante, le cui cause sono ancora da accertare. Al di là dei risultati dell’inchiesta condotta dal procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio, che a caldo ha soffiato sul fuoco dichiarando che «non si possono escludere infiltrazioni terroristiche a Cona», va messo in luce che la morte di Sandrine va contestualizzata rispetto alle condizioni di vita indegne che i migranti vivono a Cona ed in altri centri. È dunque l’ennesimo evento luttuoso legato ad una gestione dell’accoglienza da sempre imbrigliata nella dialettica tra business delle cooperative appaltatrici e logica politica emergenziale.
Che le condizioni del centro di Cona fossero da tempo oltre il limite della sopportazione umana lo denunciava già un report fatto da Melting Pot e LasciateCIEntrare lo scorso 10 giugno. Allora vivevano nei recinti in mezzo al nulla della campagna veneziana 620 persone; alla fine del 2016 i numeri sembravano più che raddoppiati, anche se non è facile fare delle stime certe. Questi dati la dicono lunga sulla vera matrice dell’episodio.
La morte di Sandrine avviene, inoltre, in un momento in cui il dibattito politico italiano sul tema migratorio si sta orientando verso posizioni più restrittive, soprattutto in seguito all’attentato di Berlino ed alla paventata “svolta di ferro” della Merkel.  Mentre continuano gli sbarchi – o meglio le operazioni di recupero in mare aperto – e le strutture di “prima accoglienza” sono al collasso, monta infatti la polemica attorno alla linea dura contro i migranti irregolari indicata dalla circolare diramata dal neo-ministro agli Interni Minniti congiuntamente al (vecchio) capo della Polizia, Franco Gabrielli. Oggetto della polemica non è la politica di accoglienza, attraverso la concessione dello status di rifugiato politico o di protezione umanitaria, né tantomeno le condizioni materiali in cui sono costrette a vivere per un tempo non quantificabile le migliaia di richiedenti asilo in attesa del verdetto delle Commissioni Territoriali di valutazione.
No, la scena politica è occupata dall’indicazione del Ministro degli Interni di ripristinare i CIE, Centri di Identificazione ed Espulsione, istituendone uno per Regione.
Il nuovo Governo deve segnare una discontinuità rispetto al precedente, tanto in politica interna quanto sul piano delle relazioni internazionali, ed il “giro di vite” sulle espulsioni dei migranti “irregolari” è la carta buona da giocare su entrambi i tavoli. Il ritrovato protagonismo del sistema di accoglienza e dei CIE nel discorso pubblico fa emergere anche altri due elementi: il ruolo delle amministrazioni comunali e la lotta per la successione di Renzi alla segreteria del PD.
Il fallimento dello schema di “accoglienza” implementato dal governo Renzi è palese, ciò che continua ad essere ignorato è la fallacia dell’ approccio emergenziale di fronte ad un fenomeno chiaramente strutturale. Il flusso migratorio che attraversa il Mediterraneo è iniziato nel 2011, i numeri dei migranti in partenza dall’altra sponda del mare sostanzialmente invariati da sei anni dovrebbero indurre a considerarlo ormai stabile e di conseguenza adottare misure pensate per mantenere efficacia a lungo termine.
Così non è, e sono i nomi stessi di programmi e strutture a tradire l’equivoco. Nei piani ministeriali esiste un programma di ricollocazione dei migranti richiedenti asilo su tutto il territorio nazionale. Nella realtà, l’ossatura è costituita dai CAS, Centri di Accoglienza Straordinaria, che sono divenuti in poco più di un anno la regola, la normalità. Così come si è fatta consuetudine la loro collocazione in strutture militari dismesse poste in aperta campagna, in un tessuto di paesini di poche migliaia di residenti. Luoghi dove stazionano migliaia di persone in violazione delle più elementari norme di igiene e forse sicurezza: tendopoli sature di letti a castello, dove il tempo trascorre tra escrementi ed avanzi di cibo avariato. Luoghi dove non si entra, ma da dove i migranti possono uscire e raccontare o diffondere agghiaccianti video come nel caso della struttura di Cona. Affidati in gestione a società cooperative solo nella ragione sociale e molto spesso dedite ad attività di altro tipo, nella realtà i CAS sono mere occasioni di speculazione finanziaria. Basti un accenno alle vicende di Mafia Capitale per chiudere ora questo argomento. Questi centri dovrebbero essere “temporanei”, ospitare i migranti nel tempo necessario affinché sia istruita la domanda di richiesta di asilo ed avvenga il colloquio con la commissione di valutazione. Questo tempo in media è di un anno, durante il quale dovrebbero essere proposti alle persone in attesa programmi di sostegno, affiancamento ed inclusione nel tessuto sociale. Ma va da sé, nessun gestore di strutture “temporanee” dedica risorse per programmi a medio termine: il vero modello realizzato è l’assistenzialismo puro, e fatto male.
Ciò che qui ci preme sottolineare è lo stretto legame tra il proliferare di queste strutture sovraffollate e l’arroccamento ideologico dei sindaci reazionari che si rifiutano di dare corpo al piano di ricollocazione dei migranti in tutta Italia. Un esempio per tutti: il Veneto a trazione leghista vede due comuni su tre rifiutarsi di aderire al piano ministeriale. Del resto, i costi del piano di ricollocazione ricadono sulle amministrazioni locali ed i sindaci che debbono obbedire al patto di stabilità hanno giuoco facile di fronte al Governo nel contrapporre gli interessi dei cittadini-elettori a quelli dei migranti da accogliere. Le Prefetture dunque restano col cerino in mano e la soluzione più immediata è il riutilizzo del patrimonio dismesso del demanio militare. Così lo stesso comune che ha rifiutato di accogliere una decina di migranti si ritrova mille e più persone con una decisione inappellabile calata dall’alto. La situazione insomma rischia di sfuggire di mano, a tutto vantaggio della speculazione politica delle organizzazioni della destra estrema, che cavalcano un desiderio securitario sempre più esplicito, alimentato dai timori di azioni terroristiche. Si apre un problema per un Governo che deve comunque parare i colpi di Salvini: togliergli il mantra delle “espulsioni dei clandestini” significa depotenziare una delle più potenti armi retoriche di cui è solito fare uso.
L’equivoco di fondo, dicevamo, sta nel ritenere un’anomalia lo sbarco di centinaia di migliaia di persone ogni anno sulle coste italiane, nel non capire come le spiagge italiane siano, viste dall’Africa, nulla più che l’approdo in un Continente dove le condizioni di vita sono migliori. Certo, la gestione dei migranti non deve essere affare esclusivo dello Stato di frontiera esterna dell’UE: ma qui scoperchiamo un altro vaso di Pandora, che va ben oltre l’inefficacia della strategia di Renzi, il quale buttava sul tavolo delle trattative economiche in sede UE la solitudine dell’Italia nel gestire “la crisi migratoria”. A mostrare la corda è l’intero progetto di unificazione politica continentale. Dal punto di vista delle politiche migratorie, sembra che la sola cosa che accomuna i 27 Stati UE sia l’avere una frontiera comune, un perimetro esterno, un modo per tenere lontani nuovi poveri da economie che arrancano. Non c’è, a Bruxelles, una vera politica comune rispetto alle migrazioni: gli accordi di Dublino sono inapplicati, la loro revisione è urgente, puntualmente in agenda ad ogni Consiglio Europeo ed altrettanto puntualmente rinviata. Quanto all’accordo di Schengen, si va di sospensiva in sospensiva per gli Stati del Nord Europa: insomma, stanno a poco a poco ritornando visibili le frontiere interne. Dal settembre 2015 il “corretto funzionamento” della libera circolazione dentro l’UE viene assoggettato alla «gestione efficace delle frontiere esterne».
Ogni Stato si muove sullo scenario geopolitico globale come attore singolo, solo la dichiarazione congiunta UE-Turchia del 18 marzo 2016 ha visto una sola voce levarsi dai Governi nell’attribuire alla Turchia il ruolo di gendarme esterno alle frontiere comunitarie. L’urgenza era dettata dalla necessità di bloccare la rotta balcanica. I rimpatri sono oggetto di accordi bilaterali tra Stati, e vale la pena di ricordare l’esperienza acquisita dal Gentiloni ministro degli Affari Esteri: pochi giorni prima di lasciare la Farnesina per Palazzo Chigi ha compiuto una visita in Niger, Mali e Senegal, allo scopo di «ridurre la pressione migratoria sul Mediterraneo Centrale». Dieci giorni prima a Roma incontrava il presidente del maggior partito di governo tunisino, al quale confermava «il determinato sostegno dell’Italia, sul piano bilaterale ed europeo».
Nella visione di Gentiloni Migration Compact e cooperazione internazionale sono indissolubili: ecco come l’impraticabilità di una “accoglienza europea” apre le porte ad un altro schema di relazioni internazionali, che mescolano migranti e commesse industriali realizzate da aziende controllate o partecipate dal Governo, basti come esempio un elettrodotto euro-mediterraneo dal Maghreb all’Italia che attraversa la Tunisia.
Insomma Gentiloni intende fare un uso politico della questione migratoria molto diverso da quanto fatto da Renzi: non più elemento di contrattazione tra Italia ed UE, ma pedina da muovere nello scacchiere euro-mediterraneo, dove l’Italia gioca la sua partita come player indipendente.
Rimettere in campo i CIE e le espulsioni dunque è funzionale all’ apertura di trattative bilaterali con gli Stati di provenienza dei migranti, con i quali sottoscrivere accordi di sviluppo industriale: «aiutiamoli a casa loro», e facendo pure buoni affari. In questo il governo guidato da Gentiloni potrebbe avere una caratura inaspettata, taciuta nella cronaca politica mainstream.
C’è un ultimo aspetto su cui non possiamo fare a meno di porre l’attenzione, sebbene non ci appassioni affatto. Sul terreno dell’accoglienza e delle politiche migratorie si sta iniziando la battaglia per la successione a Renzi alla guida del PD. Non ci soffermeremo sull’ipocrisia di funzionari di partito che forse nemmeno hanno mai visitato una struttura di “accoglienza” o assistito ad una operazione di salvataggio in mare, eppure esibiscono vergogna a comando o si vantano della millenaria tradizione di accoglienza degli Italiani. Le manovre, piccole e grandi, sono già iniziate, e la macchina micidiale dell’infotainmenttelevisivo inizia a proporre dibattiti dove improvvisamente l’ospite presentato come «candidato alla segreteria PD» sciorina soluzioni e prospettive immediatamente attuabili. Tutte basate, guarda caso, sulla separazione tra “rifugiati” e “clandestini”, tutte giocate sul filo delle definizioni formali. Nessuno che ponga come punto di partenza la materialità inoppugnabile: ci sono duecentomila esseri umani che etichettiamo come “migranti” o “profughi”; esistono ed interagiscono con i “residenti” nelle città, nei paesini di campagna. Ci sono centinaia di migliaia, forse un milione di persone sulla sponda africana del mediterraneo, disposte a rischiare la vita nella traversata verso l’Europa.
Sulla loro pelle continua inarrestabile un vergognoso teatro di dichiarazioni, proclami e ospitate in tv. Simmetricamente, nella pancia del Belpaese si sta sviluppando una reazione pericolosissima contro la loro stessa esistenza, montata a neve dalle bordate di pura retorica esibita in tv. Secondo Minniti, le migrazioni stanno innescando «un problema di ordine pubblico, che mette a prova la tenuta del tessuto democratico del Paese». Ebbene, è ora di prendere posizione ed affermare con forza che sono proprio dichiarazioni come queste a fomentare odio nella società e distrarre l’attenzione dall’analisi delle dinamiche globali di cui il flusso migratorio in Italia è solo una piccola parte.
La morte di Sandrine ci impone di dire la verità sui migranti e di agire di conseguenza: perché non ci siano mai più dispersi in mare, perché non ci siano mai più strutture d’emergenza degradate e avvilenti, perché l’accoglienza sia fatta nei territori mettendo in relazione i migranti con gli abitanti in quanto stessi cittadini di un territorio.

http://www.radiondadurto.org/

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Aggiornamento pomeriggio venerdì 5 agosto: alle 18 i migranti che si erano assiepati ai Balzi Rossi, a , hanno forzato il cordone di polizia e si sono gettati in mare e, a nuoto, hanno raggiunto lo spazio acqueo francese. La polizia italiana ha sparato alcuni lacrimogeni. I migranti sono risaliti alla scogliera di Menton Garavan, in territorio francese,sorvegliati a vista dalla polizia francese.
Nel corso della giornata è salito a 10 il numero di attivisti fermati, di cui 2 rilasciati con il foglio di via e altri 2 di nazionalità francese a rischio espulsione.

Oggi inizia il “Campeggio senza Frontiere” che durerà fino al 10 agosto, per creare un momento di aggregazione e solidarietà politica, oltre ad organizzare iniziative di lotta.
Prevista anche una manifestazione per la prossima domenica

L’aggiornamento del pomeriggio con una solidale no border da Ventimiglia.

Ascolta o scarica qui

Aggiornamento mattinata. In primo piano la situazione alla frontiera tra Italia e Francia. Siamo a Ventimiglia dove ieri sera, giovedì 4 agosto, circa 300 migranti hanno deciso di lasciare il campo gestito dalla Croce Rossa in polemica su come viene gestito, riprendendo con forza la per la riapertura del . Da giorni, dopo lo sgombero del campo autogestito nel centro gestito dalla croce rossa la situazione era diventata insostenibile a causa del sovraffollamento: oltre 500 i migranti presenti.

“Dopo una veloce assemblea, racconta una degli attivisti , “ i ragazzi si sono divisi in gruppi di 25-30 persone e hanno preso la strada dei binari verso la Francia. Arrivati a ponte san Ludovico, all’altezza del confine, hanno deciso di fermarsi e trascorrere la notte nei pressi degli scogli Balzi Rossi, lo stesso posto dove un anno fa era iniziata la protesta contro la chiusura dei confini.

Immediato l’intervento di polizia e carabinieri che all’alba hanno accerchiato i migranti. Al momento la situazione è di stallo, è stato aperto solo un varco per consentire il passaggio delle automobili. Tre i fermi tra i solidali che sono stati portati in commissariato. Ad un compagno francese è stato invece impedito di entrare in Italia.  La corrispondenza con Nik, uno degli attivisti no borders presenti. Ascolta o scarica. 

La corrispondenza e l’aggiornamento con Cristina, no borders Ventimiglia che ci racconta quali sono le richieste avanzate dai migranti  al sindaco. Chiedono di non tornare nel centro gestito dalla Croce Rossa; chiedono acqua e viveri. Ascolta o scarica

Nel frattempo inizia proprio oggi a Ventimiglia il campeggio contro i confini mentre domenica 7 agosto è prevista una manifestazione con concentramento in piazza costituente.

msfMedici senza frontiere rifiuterà ogni finanziamento dall’ o dai suoi stati membri per protestare contro la loro “vergognosa” politica rispetto alla crisi dei: è quanto annunciato dal segretario generale di MSF, Jerome Oberreit.
Nel mirino in particolare l’accordo Ue-che secondo Msf va a ledere il diritto di asilo e crea un pericoloso precedente applicabile ad altri paesi.
Il blocco dei finanziamenti avrà affetto immediato e si applicherà ai progetti MSF in tutto il mondo.
Nel 2015, l’ong ha ricevuto 19 milioni di euro dalle istituzioni Ue e 37 milioni dagli Stati membri. ” Ciò non riguarda però l’Italia, dove l’Ong non riceve alcun finanziamento istituzionale.
Il commento di Gabriele Eminente, direttore generale MSF.
Ascolta l’intervista

http://www.radiondadurto.org/

arton20581.jpgDopo lo sgombero del campo di Idomeni, l’entrata scenica delle ruspe nella foresta di fronte Hotel Hara dove ancora resistono le ultime famiglie di pachistani e nordafricani, l’Eko Camp era rimasto l’ultimo grande campo non ufficiale nel nord della Grecia.
Sorto quasi sei mesi fa, a 20 km dal confine macedone nei pressi della stazione di servizio Eko, ospitava soprattutto migranti curdi siriani e alcune minoranze irachene.
I dati di UNHCR al 9 di giugno parlavano di 1.950 persone con una percentuale intorno al 40% di minori, i dati forniti dal governo di una popolazione poco più di 1.800 migranti. Secondo MSF ieri, al momento dello sgombero, Eko contava oltre 50 donne incinta.
L’ultimo lembo di terra dove i migranti che si erano rifiutati di dirigersi verso i campi militari, piantate le tende, continuavano ad avere la possibilità di interagire col mondo esterno.
Nel campo, affiancandosi e sempre più spesso sostituendosi alle NGO più grandi, i volontari indipendenti hanno allestito in questi mesi una cucina da campo per sopperire alla mancanza di cibo, una scuola per insegnare ai bambini le lingue, due centri medici di prima urgenza, un centro femminile, Radio No Border, provveduto alla distribuzione del vestiario e delle canadesi.
A differenza di quanto avvenuto ad Idomeni, l’evacuazione forzata dei migranti non era stata annunciata, nessuna data fissata, solo il gioco al terrore psicologico delle continue ronde di agenti in borghese e delle volanti, che da settimane ormai fermavano le vetture che si dirigevano o si allontanavano dalla tendopoli.
Durante le prime ore della sera del 12 giugno, due pullman della polizia hanno parcheggiato nell’area di sosta, presente sulla carreggiata opposta della autostrada, dove si sono trattenuti decine di agenti in tenuta antisommossa.
Intorno alle 4 del mattino, due camioncini di MSF hanno lasciato il campo e una pattuglia di agenti interrogata su cosa stava avvenendo si è rifiutata di rispondere avvertendo solo alcuni attivisti di “abbandonare entro un’ora il campo per non avere conseguenze legali”.
Il nervosismo tra i migranti, alle prime luci del mattino riscaldava l’aria umida e impediva a chiunque di dormire. “Non ci hanno detto nulla. Non ci fanno neanche sapere se dobbiamo tenerci pronti ad essere portati via in chissà quale luogo sperduto della Grecia”, spiegava Mohammed ad alcuni attivisti ancora svegli.
Ci sono stato in uno di quei posti, un mese. Sono scappato. Il cibo è pessimo. Piuttosto di tornarci mi uccido qui o torno in Siria a morire nella mia terra”, continuava Abdallah.
Secondo quanto riferito dall’agenzia giornalistica ANA-MPA nell’operazione di sgombero di ieri sera sono stati coinvolti circa 300 agenti.
Alle 8:30 le vetture della polizia e gli agenti in borghese erano ormai ovunque nel campo ordinando a gran voce a tutti i richiedenti asilo di salire sui pullman.
Agli abbracci e i pianti si alternavano le urla degli agenti di non perder tempo e di non temere perché i migranti avrebbero avrebbero potuto recuperare i propri effetti eventualmente in un secondo tempo.
La totale assenza di funzionari UNHCR ha permesso, ancora una volta, alle forze di polizia di esautorare le leggi e intimidire quanti avevano intenzione di assistere allo sgombero e filmare eventuali abusi.
A decine di attivisti che hanno tentato di prestare il loro aiuto alle famiglie in difficoltà è stato impartito di allontanarsi immediatamente dalla zona minacciando l’arresto immediato.
Decine di volontari e freelancer sono stati fermati, costretti a distruggere le foto dello sgombero e trattenuti per oltre un’ora lungo il ciglio dell’autostrada. Condotti in centrale a bordo di due cellulari della polizia sono stati identificati e rilasciati solo due ore più tardi.
Intorno alle 17:30 dell’Eko Camp erano rimaste solo le tende a prendere acqua e il silenzio della calma dopo la tempesta. 32 pullman hanno trasportato 1.132 rifugiati presso il campo di Vasilika, a sud di Salonicco.
Stamattina sono iniziate le operazioni di sgombero degli altri accampamenti vicini al confine.
Dalla stazione di servizio BP e dall’Hotel Hara sono partiti 11 pullman con 630 persone a bordo dirette ai campi di Vagiohori e Oinofyta.
Postcard from Hara Camp di Macao

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CREDETEMI

Ha 38 anni e forse ne dimostra una decina in più. Lo incontriamo al campo militare per rifugiati di Pieria Ktima Iraklis, a una cinquantina di chilometri da Salonicco e a un centinaio dal punto in cui sorgeva il campo di Idomeni. Ora il campo di Idomeninon c’è più. Le diecimila persone che lo abitavano sono state deportate in decine di campi militari tutt’attorno. Tra questi, il piccolo campo di Pieria Ktima Iraklis. Sta dietro a un ristorante, in uno spazio verde, nel piccolissimo paese di Fotina. Sembra lo spazio dove di solito, proprio in questa stagione, stanno le feste di paese. Ci sono giochi per i bambini, un prato, un campo sportivo, dove adesso sorgono le tende che ospitano 200 tra siriani e curdi, e uno spazio coperto con tanti tavoli e panche di legno. È proprio a uno di questi tavoli da festa di paese che ci invita a sedere quest’uomo siriano. Lo fa con piacere, ci parla in buonissimo inglese. Non sa chi siamo. Non sa che siamo cinque italiani che partecipano al progetto #overthefortress, che siamo lì per sapere come sono le condizioni dei campi militari dopo la totale evacuazione di Idomeni. Ci presentiamo. Parliamo brevemente delle condizioni del campo. Stanno bene, lì. Hanno pure l’acqua calda alla mattina e alla sera (caso unico nel monitoraggio che abbiamo fatto finora). L’unica cosa di cui si lamentano è che gli danno da mangiare “macaroni” tutta la settimana. Che a un italiano potrebbe pure andare bene, ma ai curdi e ai siriani questa cosa non piace granché. Non tanto perché ce l’hanno con i “macaroni”. Vorrebbero solo un po’ di varietà in più. Solo quello. Ma è abbastanza chiaro che il nostro amico siriano non vuole parlare tanto del campo, quanto del motivo per cui lui e la sua famiglia sono lì.
In Siria produceva profumi e li vendeva nel suo negozio. Proprio in quel negozio un po’ di anni fa è entrata per comprare un profumo la donna che poi è diventata sua moglie. Lei ci raggiunge mentre lui ci racconta cosa è successo nella sua città, Deir ez-Zor, nella parte orientale della Siria, a un centinaio di chilometri dal confine con l’Iraq. Dall’inizio della guerra civile la zona di Deir ez-Zor ha visto combattere l’esercito siriano contro il Free Syrian Army. Poi si sono aggiunte agli scontri anche l’Isis e al-Nusra (il braccio siriano di al-Qaeda). La città è stata occupata pre tre quarti dall’Isis, con l’altro quarto in mano all’esercito siriano. Di fatto la città è rimasta sotto assedio per più di un anno. Il nostro amico siriano si è ritrovato con la sua famiglia, assieme ad altre 100.000 persone, nella condizione di non poter scappare né dall’Isis né dall’esercito siriano. Mancava acqua, cibo ed elettricità. Ci ha detto che gli aiuti umanitari (cibo e medicine) che venivano paracadutati sulla città erano sequestrati dall’esercito siriano per poi essere venduti alla popolazione a prezzi altissimi. Le persone iniziavano letteralmente a morire di fame. Dopo otto mesi di assedio ha deciso di uscire dalla città con l’unico metodo possibile: pagare i militari siriani. Si è diretto con sua moglie e i suoi due figli verso Damasco, ma poi si è reso conto che sarebbe stato troppo pericoloso: molto probabilmente sarebbe stato preso dall’esercito siriano e costretto a prestare servizio militare. Ci ha detto:

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Perciò si sono diretti verso Aleppo e poi verso il confine turco. L’unica cosa che voleva era portare la sua famiglia fuori dalla Siria. Non aveva in mente alternative. Sì, ci ha detto, mi piace tanto l’Italia, sono tifoso del Milan (che comunque dovrebbe tornare in Champions League, perché la Champions League senza il Milan non è la Champions League), ma non avevo come sogno venire in Europa. Una volta in Turchia viene contattato da un amico. Gli dice un gruppo di siriani sta andando verso la Grecia. Si unisce al gruppo, ma ancora l’unico pensiero è che è finalmente uscito dalla Siria. Salgono su una barca, la Guardia Costiera greca li porta a Chios. Solo scesi dalla barca si rende conto che è in Europa. Lui, sua moglie e i suoi figli. In Europa. Mentre ci racconta tutto questo più volte i suoi occhi ci guardano fissi e ci dice “credetemi”. E io penso e dico “ma certo, certo che ti credo”. Da Chios sono stati portati ad Atene e poi lì, al campo di Pieria Ktima Iraklis, dove sta parlando con noi. Suo figlio passa a chiedergli qualcosa, lui risponde, e poi ci dice che lì i suoi figli sono molto contenti. Hanno passato praticamente gli ultimi quattro anni chiusi in casa, in Siria. Adesso possono giocare sul prato del campo assieme agli altri bambini. Poi, assieme alla moglie, sposta la conversazione su Assad, l’Unione europea, gli Stati Uniti e la Russia. La domanda retorica è perché nessun governo ha fatto niente per tutto questo tempo? Perché non c’è stata una pressione politica per mettere fine alla guerra? Perché? Perché Assad è ancora lì? Come può essere ancora al potere un uomo che ha portato la Siria a questo?
Poi, davvero non so come, siamo tornati a parlare di mangiare. Dai “macaroni” alla cucina siriana. Quando gli abbiamo detto che conosciamo i falafel e lo hummus si sono aperti i sorrisi e un mondo di altre ricette siriane. Un ragazzo più giovane, che è stato con noi tutto il tempo in silenzio, si è messo a cercare col cellulare immagini dei piatti e ogni volta ce li mostrava, per farci capire esattamente come fossero. Il nostro amico ci dice che quel ragazzo è di una città siriana sul mare, una città turistica dove d’estate moltissimi vanno in villeggiatura. Adesso, dice, invece che nuotare nel mare nuotano nel sangue. Ma non lo dice serio, lo dice come una battuta, un gioco di parole, come quelle cose che ti vengono in mente e senza pensare dici ad alta voce. È arrivata al tavolo anche la figlia di una coppia siriana che stava a sentire tutti questi discorsi: una bambina di 4 anni, straordinariamente bella e con un’espressione dolcissima. Ci dicono il nome. Dicono che il nome indica una cosa precisa, ma non capiamo cos’è. Il giovane ragazzo che viene dalla città sul mare ci aiuta col cellulare. Ci fa vedere un’immagine. Ora è chiaro. Il nome della bambina è il nome della celletta esagonale dell’alveare dove sta il miele. Diciamo alla mamma che non potevano scegliere un nome migliore per quella bimba. La moglie dice che veramente il nome l’ha scelto il marito. Ridiamo tutti. E poi basta. Poi, dopo i saluti, siamo usciti dal campo. E io avevo in testa ancora il nostro amico siriano e i suoi occhi che ci guardavano fissi e ci diceva “credetemi”. E io penso e dico “ma certo, certo che ti credo”.

Campagna #overthefortress

http://www.meltingpot.org/

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http://www.meltingpot.org/ – Stanchi di vivere in perenne emergenza, stanchi dell’indifferenza delle istituzioni, alle quali ci sostituiamo da più di un anno, stanchi della disumanizzazione alla quale il migrante assiste ogni giorno, inerte e innocente, durante il suo transito nella Capitale. Ad oggi siamo a 150 presenze circa, senza una struttura, senza un’interlocuzione proficua con le Amministrazioni preposte. I nostri ospiti sono in tenda, senza l’accesso ai servizi essenziali. Lavoriamo ogni giorno per arrangiare posti letto, cibo, aiuto sanitario e legale.
Per strada manca tutto, anche la dignità. Manca del cibo cucinato, al quale ogni santo giorno provvediamo noi, autotassandoci o chiedendo l’aiuto (per l’ennesima volta e con tanta vergogna e rabbia) a una cittadinanza che per fortuna risponde. Manca un riparo sicuro dalle intemperie, dai trafficanti (perchè il traffico degli esseri umani non finisce con l’approdo in Italia, ma continua in varie forme nel cuore della nostra civilissima Europa), dalle violenze, dal disagio sociale, e non è una tenda improvvisata a restituire umanità a popoli in fuga. Manca anche l’igiene, sì, e non è colpa dei nostri migranti né nostra se passando da via Cupa a volte l’odore è nauseabondo; abbiamo dovuto fare affidamento su gruppi d’acquisto per l’installazione di bagni chimici. La doccia invece è un’utopia riservata solo a pochi fortunati, che riusciamo ad accompagnare in altre strutture. Ad aver accolto i nostri ospiti, ieri notte, sono stati i rom, deboli tra i deboli, mentre i ’forti’ si girano dall’altra parte. Per quanto ancora può reggere tutto ciò? Si ripete lo stesso copione dell’anno scorso, ora senza nemmeno una struttura. Avevamo confidato nelle promesse non mantenute del Commissario Tronca e siamo quasi sicuri che non cambierà nulla neanche dopo che questa città avrà finalmente un sindaco. La storia ci presenterà il conto e, come nel passato, non ci saranno abbastanza giornate della memoria a pagarlo! Magari saranno solo celebrazioni ipocrite dopo giorni, mesi, anni di colpevole inerzia.

Migranti: Ventimiglia; forze ordine sgomberano profughihttp://www.radiondadurto.org/ – Il governo italiano si ostina a voler identificare in mare i migranti che vengono intercettati nel Mediterraneo. A tornare sull’argomento oggi il ministro degli interni Alfano: “Avremmo un’efficienza maggiore. È un’ipotesi su cui si sta ragionando” ha detto Alfano che attacca anche monsignor Galantino, segretario della Cei, che questa mattina aveva affermato in un’intervista al quotidiano La Repubblica “L’hotspot  galleggiante è una riedizione in brutta copia dei luoghi di trattenimento di persone”, mentre i migranti hanno il diritto di presentare domanda d’asilo e al ricorso e “sulle navi questo percorso di protezione internazionale non è possibile”. “Noi siamo campioni del mondo di umanità e di accoglienza. Non possiamo accogliere tutti” ha risposto  Alfano, che attende il via libera dell’Europa al progetto, il quale, per bocca del  Commissario Europeo  Junker è però ancora lontano dall’essere approvato. “Non sono contrario ma ci sono questioni legali che devono essere prese in esame. Non sto dicendo ‘no’ e non sto dicendo ‘si’. Sto riflettendo” ha affermato Junker. Intanto a Ventimiglia per i migranti che avevano cercato di marciare verso il confine con la Francia ed erano poi stati fermati dalla polizia, si sono aperte le porte della parrocchia di Sant’Antonio a Roverino, frazione di Ventimiglia. Il parroco don Rito Julio Alvarez, ha definito la  situazione “insostenibile”. Al momento sono infatti oltre un centinaio le persone ospitate dalla parrocchia e la Caritas locale sta sostenendo con fatica l’approvigionamentom di pasti. Il numero di migranti è oltretutto  destinato a crescere con i nuovi arrivi. In collegamento da Ventimiglia don Rito Julio Alvarez, parroco  di Sant’Antonio a Roverino. Ascolta o scarica