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Assemblea pubblica sabato 4 marzo ore 11.30 allo Spazio Comune Autogestito TNT di Jesi (AN)

L’impossibilità di entrare regolarmente e muoversi liberamente in Europa costringe migliaia di uomini e donne che scappano da guerre, ingiustizie e povertà a rischiare la vita in mare o lungo i confini europei. Il 2016 è stato un anno contraddistinto da un peggioramento delle politiche europee in materia di diritti fondamentali, un anno nel quale si è sostanziata una vera e propria guerra ai migranti con oltre 5mila persone che hanno perso la vita cercando di raggiungere i paesi del vecchio continente e con una serie di dispositivi, come l’accordo Ue-Turchia, messi in atto per arginare o bloccare le migrazioni.

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Anche se non sono cambiate le ragioni e le motivazioni che spingono i migranti a lasciare le loro case, ciò che risulta oggi concretamente trasformato è l’apparato legislativo di riferimento, inquinato da accordi bilaterali come quello con la Libia e composto di norme vessatorie e di chiara connotazione securitaria.
Per “salvare” Schengen, ovvero la libera circolazione delle merci e dei cittadini europei, e per raccogliere il consenso dei populismi, tutti i Paesi membri dell’Unione hanno deciso di costruire muri materiali o immateriali per limitare l’accesso dei migranti nei propri territori e di orientare in modo repressivo le proprie politiche nazionali. L’Italia e la Grecia sono diventati due paesi a stanzialità forzata, in attesa che si compia il processo di esternalizzazione delle frontiere verso sud.
L’unica “apertura” dei confini attraverso il meccanismo della relocation, legata a due sole nazionalità, quella siriana ed eritrea, è miseramente fallito. Perfino il cosiddetto approccio hotspot – il quale prevede l’identificazione forzata nel primo paese europeo di approdo – e la strumentale selezione tra “migrante economico” e “profugo di guerra” non sono stati sufficienti a limitare le migrazioni e il movimento autodeterminato verso nord dei migranti, e ora tutta l’attenzione dell’agenda europea è rappresentata dal binomio blocco/espulsione.
Il risultato di ciò sia a livello europeo che italiano è un sistema di gestione delle migrazioni complesso e difficile da approcciare nella sua totalità, che si caratterizza come un laboratorio in costante mutamento, dove l’attuale fase è essenzialmente di criminalizzazione dei e delle migranti e di una generale contrazione del diritto d’asilo.
L’Italia assunto questo paradigma sta svolgendo a pieno regime il ruolo riservatole dalla governance europea: da una parte la volontà di bloccare le partenze dai paesi nordafricani fa sottoscrivere infami accordi come quello con la Libia, mentre dall’altra il piano Minniti vuole dare l’avvio alla costruzione di nuovi CIE – i Cpr (Centri permanenti per il rimpatrio) – funzionali ad intraprendere una stagione di deportazioni. Allo stesso tempo, in tutto il Paese, si assiste ad un aumento spietato dei dinieghi delle Commissioni territoriali alle richieste di protezione internazionale ed a crescenti difficoltà nella tutela giudiziaria; l’inadeguatezza degli standard minimi delle strutture di accoglienza – dove sono del tutto assenti progetti di inclusione sociale ma ben presenti lauti profitti e scandali giudiziari – è talmente evidente da non suscitare più scalpore e la revoca dell’accoglienza viene usata come una ritorsione nei confronti dei richiedenti asilo che osano protestare per l’assenza di servizi o contro la privazione delle loro libertà.

Tutti questi sono, a intensità differenti, ingranaggi di un meccanismo terribilmente efficiente nella produzione di uomini e donne senza diritti costretti a vivere sotto ricatto in una condizione di irregolarità ed emarginazione sociale.

Ora più che mai, dopo il nuovo decreto di Gentiloni & Minniti, sentiamo l’urgenza di sincronizzare azioni che possano boicottare sia il nuovo atto di guerra ai migranti, sia la fabbrica europea che produce “clandestinità” e povertà.
L’unica via legittima e ragionevole per dare una risposta ai tanti migranti costretti all’irregolarità da questo sistema, è l’immediata attivazione di una forma di protezione che disinneschi questo meccanismo di emergenza permanente, che restituisca una reale possibilità di essere liberi e libere di scegliere il proprio futuro e di muoversi ovunque in base alle proprie necessità.
Sentiamo improrogabile la costruzione di un appuntamento assembleare di confronto per costruire una campagna politica che cammini al fianco dei migranti e provi ad aprire una stagione dei diritti da contrapporre al plotone d’esecuzione della coppia Gentiloni-Minniti.
E’ nostra intenzione allargare l’invito a tutte le realtà sociali e a tutte le esperienze solidali incontrate in tutti questi mesi, fin da quando overthefortress ha mosso i suoi primi passi sulla Balkan route, ancora oggi ora uno spazio nel quale si contrappone una forte solidarietà alle politiche violente di controllo, fino all’ultima carovana che ha attraversato il sud Italia, lungo la rotta del Mediterraneo centrale.
Di fronte, inoltre, abbiamo degli appuntamenti come il 25 marzo, con le celebrazioni per il 60° anniversario dei Trattati di Roma costitutivi della Comunità Europea, e il G7 di Taormina dove il tema delle migrazioni sarà al centro del dibattito e dove, crediamo, si possano aprire delle possibilità di mobilitazione.
Proponiamo di affrontare insieme la costruzione e l’organizzazione di una campagna contro il piano Minniti e la partecipazione a queste giornate incontrandoci sabato 4 marzo alle 11.30 allo Spazio Comune Autogestito TNT di Jesi (AN).

Campagna overthefortress

Info: overthefortress@meltingpot.org

Per info e ospitalità: 3347997546 (Stefania) – 3398102187 (Valentina)

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Non si può dire che Marco Minniti, nominato da appena due mesi al vertice del Viminale forte dell’esperienza maturata nel corso della sua carriera politica nei ruoli chiave in cui lo Stato esercita la gestione della forza pubblica (Difesa, Interno, servizi segreti), non sia un uomo di parola.

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Approfittando del clima sociale che inquina costantemente il dibattito sui temi dell’immigrazione e che invoca l’assunzione di provvedimenti sempre più drastici per far fronte all’arrivo di nuovi profughi, il neoministro, come promesso nel giorno del suo insediamento, ha voluto prendere di petto la questione, cosciente che su questo terreno, in vista delle prossime elezioni, partiti e forze politiche si giocheranno una bella fetta del consenso popolare.
È così che, nel giro di poche settimane, Minniti ha prima siglato a Tripoli uno sciagurato accordo per il contenimento delle partenze dei migranti verso l’Italia con il presidente del consiglio presidenziale libico Al Serraj – particolarmente critico sotto l’aspetto della tutela dei diritti umani e peraltro immediatamente azzoppato dal Parlamento di Tobruk, che ne ha completamente disconosciuto il valore – e successivamente ha presentato alle Commissioni di Camera e Senato i punti qualificanti del suo piano per razionalizzare la presenza dei richiedenti asilo sul territorio nazionale.
E proprio su tale piano, approvato venerdì 10 febbraio dal Consiglio dei Ministri, sembrano concentrarsi le più tetre previsioni circa il futuro delle politiche nazionali di accoglienza. Tra i punti qualificanti proposti da Minniti, infatti, figurano l’impegno a perseguire in maniera più energica la politica dei rimpatri attraverso la sostituzione dei Cie con i nuovi Centri di permanenza per il rimpatrio (uno per regione, per un totale di circa 1.600 posti), e lo svolgimento di lavori socialmente utili non retribuiti da parte dei richiedenti asilo a favore dei Comuni che li ospitano.
L’idea, è bene precisarlo, non è del tutto originale: già nel 2014, lo stesso ministero dell’Interno (che in maniera più che discutibile continua a ingerire sul tema del lavoro) aveva emesso una circolare che muoveva in questa direzione, immediatamente recepita da parecchi enti locali per beneficiare di manodopera gratuita in occasione di lavori di pubblica utilità. Tuttavia, la prospettiva che oggi un simile provvedimento possa diventare legge dello Stato, rappresenta un salto di qualità che rischia di aprire una breccia molto pericolosa verso una vera e propria moderna forma di sfruttamento e schiavitù.
Va detto che, al pari delle circolare del 2014, il nuovo dispositivo salvaguardia il principio dell’adesione volontaria da parte del migrante (fatto che fino alla vigilia dell’ultimo consiglio dei ministri non sembrava così scontato), ma ciò non ne muta la gravità. Infatti, dietro la maschera della buona pratica a sostegno della formazione professionale e dell’inclusione sociale che il governo intende porre sul vero volto del provvedimento, si cela il tentativo di spalancare le porte a un modello che in futuro potrebbe vincolare l’accoglienza all’obbligo da parte del migrante di lavorare gratuitamente per “ripagarsi” l’ospitalità.
Un concetto che pur godendo di un certo consenso sia in Parlamento sia nella società, di fatto costituisce un’oggettiva declassazione del diritto d’asilo e a tutte le altre disposizioni sancite dall’articolo 10 della Costituzione. Per questo non va assolutamente sottovalutata la legittimazione che il piano Minniti potrebbe offrire a questa impostazione, con rilevanti e imprevedibili ricadute sul piano etico, politico e sociale.
Lo stesso principio volontaristico, inoltre, pur consentendo al provvedimento di fermarsi a un passo dal baratro della schiavitù di Stato, produce l’effetto immediato di dividere i richiedenti asilo in buoni (quelli disposti a lavorare gratuitamente) e cattivi (quelli determinati a farsi riconoscere un diritto garantito sia a livello nazionale che internazionale), minando ulteriormente, come se ce fosse ancora bisogno, l’immagine pubblica del migrante.
Ma non solo, qualora in futuro dovessero concretizzarsi le più fosche previsioni e dovesse davvero venir meno gradualmente la tutela volontarietà, si determinerebbe ai danni dei rifugiati un vero e proprio ricatto che costringerebbe ciascuno a scegliere tra lo svolgimento di lavori a titolo gratuito e l’incubo del rimpatrio forzato: un’autentica barbarie giuridica.
Vanno poi considerate le conseguenze che il piano Minniti rischia di avere nell’impatto quotidiano con le comunità ospitanti. Infatti, se il do ut des tra accoglienza e lavori socialmente utili intercetta un significativo consenso tra l’opinione pubblica (e viene da pensare che si tratti in particolare di un’opinione pubblica a largo indirizzo progressista, pronta non solo a lasciarsi convincere dalla correttezza etica del provvedimento, ma anche del suo intrinseco valore inclusivo dal punto di vista sociale), è fin troppo facile immaginare che ci sia un’altra parte di popolazione, non meno numerosa e forse maggioritaria, la stessa che vive con sempre più insofferenza la presenza dei migranti nelle città e i progetti di accoglienza promossi dalle amministrazioni pubbliche, pronta a identificare il provvedimento con il più atavico degli stereotipi razzisti, quello dello straniero che ruba il lavoro agli italiani.
È certamente per questo motivo che il ministro, nella sua presentazione, si è affrettato a fornire rassicurazioni e a garantire che i lavori socialmente utili non creeranno concorrenza con il mercato del lavoro. Ovviamente Minniti non ha specificato come, anche perché sarebbe molto complicato farlo in maniera convincente, visto che oggi le prestazioni etichettabili come socialmente utili – in genere piccoli interventi di pulizia, mantenimento del decoro urbano e altri lavoretti simili – o costituiscono una sorta di ammortizzatore sociale per disoccupati e lavoratori in mobilità, o, se non svolte in house dagli enti locali, vengono appaltate all’esterno generando economia per cooperative e piccole imprese. Purtroppo, non ci vuole molto a capire che è quasi inevitabile che un provvedimento simile finirebbe per favorire un’interpretazione destinata a rinforzare ulteriormente i sentimenti xenofobi già largamente radicati in molte aree del Paese.
È dunque fondamentale non sottovalutare il rischio di questa ennesima involuzione, adottata come sempre dietro il pretesto dell’emergenza. Anche perché, come si usa dire, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, e viste l’indole di certi ministri e le leggi varate di conseguenza negli ultimi anni, non stupirebbe che sulla pelle dei migranti si provi a sperimentare nuove politiche per superare in senso più ampio quei diritti che ancora oggi tentano di regolamentare l’accesso al mercato del lavoro.

Simone Massacesi
Redazione Meltingpot

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Stiamo seguendo con inquietudine le notizie, le immagini e i suoni che continuano ad arrivare dalla rotta balcanica. Migliaia di migranti sono bloccati in paesi inospitali, esposti a trattamenti inumani e degradanti, ai margini delle città e della società. Sono le stesse persone che abbiamo incontrato, nel corso del tempo e a varie latitudini, nei Balcani. Le stesse che abbiamo conosciuto a Idomeni, con le quali abbiamo condiviso un pezzo importante delle nostre biografie politiche ed esistenziali. Più di 7.500 persone sono attualmente bloccate in Serbia, dove sono costrette a vivere in campi sovraffollati e insediamenti informali.

A Belgrado diverse migliaia di uomini vivono in edifici fatiscenti nel centro città. Provengono soprattutto da Siria, Iraq, Pakistan e Afghanistan. Le condizioni di vita sono indegne: all’assoluta indigenza si aggiunge anche l’insopportabile gelo, con temperature anche di venti gradi sotto lo zero.
Le autorità serbe osteggiano le pratiche solidali attuate nei confronti delle persone bloccate a Belgrado e che si ritrovano a vivere negli insediamenti informali. Il governo serbo vuole indurre tutte le persone a trasferirsi nei campi ufficiali, che però sono attualmente pieni. In questa maniera migliaia di persone sono costrette a vivere negli edifici abbandonati, in condizioni di grave marginalità e costante rischio.

Una storia europea

Quella che sta andando in scena a Belgrado e, più in generale, nella rotta che dalla Grecia conduce in Croazia, Ungheria, Austria e Italia è, a tutti gli effetti, una vicenda europea. È una vicenda europea dal mero punto di vista geografico. Si tratta, infatti, di territori a due passi dal cuore d’Europa, a due passi da noi. È una vicenda europea anche e soprattutto dal punto di vista politico.
Le indegne condizioni di vita e di transito delle persone attualmente bloccate o in movimento lungo la rotta balcanica sono diretta conseguenza delle politiche europee di chiusura delle frontiere, di esternalizzazione del controllo e di criminalizzazione delle migrazioni.
È colpa delle politiche europee se migliaia di persone passano le loro giornate respirando i fumi tossici negli insediamenti informali, il solo modo per provare a resistere al gelo. Si tratta molto spesso di minori, anche non accompagnati. L’Europa sta condannando anche loro ad un’esistenza precaria, di sofferenza e stenti.
I tentativi di attraversamento del confine serbo-croato e serbo-ungherese, per tante e tanti, non sono andati a buon fine. In aggiunta, le testimonianza di violenze inaudite, percosse, maltrattamenti di ogni tipo si moltiplicano. Alla violenza dei confini chiusi, delle strade bloccate, delle politiche di respingimento si aggiunge la violenza delle polizie di frontiera, armate dai governi nazionali, e che rispondono ad una logica, tutta Europea, di chiusura – ad ogni costo – di tutte le vie d’accesso.
È un corpo a corpo, molto spesso tutt’altro che metaforico, quello che è in scena ogni giorno lungo la rotta balcanica. Da una parte ci sono le politiche di repressione e chiusura, che confinano, detengono, precarizzano, uccidono. Dall’altra c’è il desiderio irrefrenabile delle e dei migranti di transitare, di proseguire il viaggio, di resistere ed avanzare.
È tempo di tornare, con forza e convinzione, in maniera organizzata e politicamente determinata, a percorrere nuovamente la rotta balcanica, a fianco delle donne e degli uomini che sono attualmente lì confinati. È tempo di fare la nostra parte all’interno di questa dialettica, tutta Europea, tra le politiche del controllo e il desiderio di transito.
È l’unico modo che conosciamo per far fronte all’inquietudine che ci assale ogni qual volta che osserviamo le immagini delle donne e degli uomini avvolti nelle coperte, in lunghe file per una ciotola di cibo offerta dai volontari presenti. E l’unica solidarietà che pensiamo possa essere efficace è quella politicamente situata.
Pensiamo sia arrivato nuovamente il tempo di mettersi in movimento, portando solidarietà e complicità ai migranti bloccati lungo la rotta balcanica, con particolare riferimento alla Serbia, svolgendo attività di comunicazione indipendente e monitoraggio, denuncia politica ed advocacy. Pensiamo che proprio la Serbia ed i suoi confini siano attualmente dei punti focali, che rendono necessario un intervento solidale all’altezza delle sfida in corso.
In Serbia e sui confini sono attualmente bloccate diverse migliaia di persone, lì sono attualmente visibili le conseguenze più dirette delle politiche europee, con la messa in scena di ogni sfumatura della sofferenza umana, compresa la morte. Ci sono anche difficoltà di ordine politico: la solidarietà è, come altrove, osteggiata e a volte criminalizzata.

Vie di fuga

Abbiamo imparato, nell’ambito delle attività finora svolte da overthefortress, che fare politica vuol dire, molto spesso, rendere possibile ciò che è necessario. Da questo punto di vista, abbiamo bisogno della capacità organizzativa, delle energie e del desiderio di mettersi in movimento di tante e tanti. Un’azione solidale, all’altezza della sfida in corso, non può che essere aperta, partecipata, molteplice.
Abbiamo organizzato alcune partenze che possano dare continuità al primo viaggio di fine gennaio per continuare a fare ciò che abbiamo sempre fatto fin dall’inizio della campagna #overthefortress. Vedere coi nostri occhi, comunicare e portare una solidarietà concreta.
Saremo nuovamente lungo la rotta balcanica per le stesse ragioni che ci hanno portato a viaggiare, nei mesi scorsi, nel sud Italia per mappare le esperienze solidali e i conflitti che segnano il rapporto tra territori e migrazione. Pensiamo che le migrazioni siamo un terreno privilegiato per capire in che direzione sta mutando la nostra società, e per intervenire politicamente in queste trasformazione. Con queste lenti, contemporaneamente alla staffetta verso la Serbia, saremo in Calabria per sostenere il progetto Rosarno Hospital(ity) school promosso dal Collettivo Mamadou. Luoghi diversi e lontani, ugualmente segnati da esistenze precarie e confinate, e desideri di riscatto e transito.
E’ tempo di fare la nostra parte, con la stessa determinazione politica e lo stesso entusiasmo che abbiamo messo in campo nelle altre avventure solidali degli ultimi anni, prima e dopo Idomeni. È tempo di trasformare l’inquietudine in energia, e di organizzarla. Non sarà facile. È nuovamente possibile fare movimento overthefortress, in tante e tanti. Abbiamo imparato che la solidarietà, se orientata politicamente, è un’arma potentissima. È tempo di agitarla, con coraggio e dignità, verso la costruzione dell’Europa che vogliamo, finalmente libera dai confini, aperta e solidale.

Per info: overthefortress@meltingpot.org

Siamo tornati a Ventimiglia, per la prima volta dopo le vacanze di Natale, insieme a due altre attiviste facenti parte dell’assemblea no-borders di Genova.
Come al solito la situazione si evolve, velocemente e costantemente, nonostante la ridotta attenzione mediatica.
Da alcuni mesi, un gruppo di MSF, costituito da una psicologa, due mediatori e un’ostetrica sono sul territorio ed incontrano i migranti, sia presso il centro della Croce Rossa, sia presso il nella Parrocchia di San Antonio.
Come prima cosa, andiamo a fare visita al bar Lo Hobbit. Si trova vicino alla stazione di Ventimiglia, ed è molto particolare rispetto a tutti gli esercizi commerciali della cittadina. Ci sono solo ragazze, ragazzi e qualche bambino, neri. Saranno una trentina. Qualcuno dorme sul tavolo, molti discutono e c’è, nel complesso, gran movimento.
Quando entriamo la signora che aiuta la proprietaria dice a un ragazzo che ride: “Sei in Europa ragazzo, c’hai poco da ridere”.

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Dal 2015, la proprietaria Delia, ospita una clientela costituita quasi esclusivamente da migranti in transito. Offre a tutti la possibilità di ricaricare i cellulari attraverso un complesso sistema di etichette con sopra le parole più disparate: “oro”, “polo”… poiché le persone in viaggio gli lasciano il telefono lì e poi lei cambia il turno dei telefoni mettendone altri e c’è bisogno che tutti vengano riconosciuti. E’ un lavoro molto impegnativo, che rappresenta l’attività prevalente mentre siamo lì. Tutti la chiamano mamma e le dicono: “il mio cellulare”… lei da a tutti attenzione, a volte risponde anche un pò bruscamente: “aspetta tesoro che finisco quest’altra cosa…”.
Riusciamo a parlarci solo dopo una ventina di minuti. E’ in parte calabrese, ma ha vissuto sempre in Puglia, poi qualche tempo a Ferrara, poi 5 anni in Australia. Tornati dall’Australia in nave a Genova, con tutta la famiglia, racconta, negli anni 70, per la presenza di altri parenti e per una migliore situazione economica della città, investivano i soldi messi da parte in Australia, a Ventimiglia, in quella attività commerciale.
Le diciamo che la sua parmigiana sembra fatta da gente del sud, visto che ci sono dentro le uova sode… e lei risponde: “e certo, siamo immigrati noi! E ce ne vantiamo!”. Ci spiega che la gente di Ventimiglia non frequenta più il bar, che le hanno inviato dei controlli sanitari (che però non hanno trovato nulla da eccepire alla situazione igienica), che la faranno “durare poco”… dice che le persone pensano che lei si arricchisca in questo modo, ma in realtà molti clienti prendono solo un latte e rimangono lì tutto il giorno. Soprattutto in questo periodo. Ci racconta anche che nel periodo più caldo, con una professoressa in pensione, hanno organizzato un corso di italiano tutti i giorni e che, alla fine delle ore di corso, offriva un pasto caldo a tutti.
Questo sabato, con i solidali presenti è stato organizzato un aperitivo benefit per il suo bar, con la proiezione del video “Per un uso proporzionato della forza”, prodotto con le testimonianze dei migranti e i filmati degli attivisti.
Incontriamo lì gli attivisti del “progetto 20k” e la psicologa di MSF per un breve aggiornamento. La notizia principale è quella della chiusura ai nuovi ingressi del centro della croce rossa. La cosa è giustificata dagli operatori con la necessità di effettuare dei lavori per i servizi igienici. Ci raccontano che, a partire dalla settimana scorsa, hanno iniziato a far uscire le persone migranti dal centro. Inizialmente gruppi di minori, di cui solo alcuni hanno poi trovato alloggio presso la parrocchia (perché già al completo e perché accetta solo minori di età inferiore ai sedici anni).
Fondamentalmente, le persone partono, ma non entra più nessuno. Sembra che il vice-sindaco affermi che le persone rientreranno solo se si ricominceranno a vedere migranti che vivono in strada.
Ci rechiamo presso la parrocchia di Sant’Antonio. Dopo qualche difficoltà iniziale per entrare, ci viene aperto l’ambulatorio e iniziamo a vedere qualche “paziente”. In questo periodo ci sono molte persone (circa sessanta) e, come sempre, l’atmosfera è tesa. Ci sono persone che continuano a chiedere di entrare, anche minori ma i volontari della caritas dicono di non avere più posto. Inoltre un ragazzo sudanese, da noi già incontrato presso il fiume, ci dice che molti vivono ancora lungo il fiume e che le persone in strada stanno aumentando.
Contemporaneamente aumentano i trasferimenti forzati, soprattutto verso Taranto. Almeno uno-due autobus al giorno, nei giorni feriali, sempre e solo della compagnia Riviera trasporti. Le persone vengono prese ovunque si trovino, anche davanti alla chiesa.
Nel pomeriggio rivediamo la psicologa di MSF. Parliamo molto dell’inesistenza di una rete per via della repressione. Delle difficoltà di questo periodo con minori allontanati dai centri che rimangono in strada, delle molte deportazioni verso Taranto (lei riferisce di aver visto persone tornate indietro anche sette volte), moltissime le persone che dormono alla stazione e con la chiusura della croce rossa non possono andare a mangiare o a lavarsi da nessuna parte. Lei riferisce che nonostante i quotidiani contatti con le istituzioni del comune, della prefettura, della asl, non è cambiato praticamente niente. Ci chiede dove siano i giornalisti. Noi le spieghiamo dei report con i quali tentiamo di dare le informazioni corrette su ciò che avviene.
La serata al bar di Delia va bene perché, per fortuna, sono molti i presenti e non solo strettamente legati ai movimenti.

Il giorno dopo torniamo alla parrocchia in mattinata e abbiamo ancora più difficoltà per entrare. Solo dopo aver contattato il parroco ci viene permesso di fare le visite. Ci sono minori anche qui. Pochi giorni fa è stato arrestato un uomo residente a Ventimiglia, colpevole di abuso sessuale su minori, perpetrato con la promessa di pochi spicci. Capiamo le difficoltà di una situazione precaria e anomala come questa e promettiamo che la prossima volta avvertiremo prima di recarci nuovamente alla parrocchia.
La domenica visitiamo più persone. La popolazione è cambiata ancora, ci sono famiglie afghane anche con bambini piccoli, molti giunti attraverso la rotta balcanica, siriane, nigeriane, giovani della Costa d’avorio, della Guinea Conakry..
A ora di pranzo molti di coloro che si trovano all’esterno, ormai di tutte le strutture, si assiepano al di fuori della parrocchia e ad ognuno viene distribuito solo un bicchiere di latte e una banana.
Andando via, passiamo per la stazione, dove ci sono moltissimi migranti, alcuni con coperte per terra che evidentemente dormono lì. Numerosi rappresentanti delle forze dell’ordine, compresi quelli della croce rossa.
La psicologa di MSF ci aveva detto che nella notte più di 150 persone erano in strada nonostante la pioggia intensa e i volontari della caritas gli hanno fornito delle coperte, non potendoli accogliere. Diceva inoltre che molti di loro andavano a bussare sia alle porte della chiesa che a quelle del centro della CR, senza successo.
Tra le ipotesi sulle possibili cause di questa lenta dismissione sembra ci sia la volontà di favorire l’apertura di un CIE ad Albenga. Ipotesi caldeggiata già da tempo dal presidente della Regione.

Amelia Chiara Trombetta
Antonio Curotto

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In questi giorni, non è difficile imbattersi in uno dei tanti articoli e reportages sul tremendo effetto che l’ondata di freddo sta avendo sui rifugiati bloccati sulla frontiera orientale dell’Europa. È di qualche giorno fa anche la notizia delle stime ufficiali per il 2016 delle morti dei migranti nel Mediterraneo: 5.000 morti…quantomeno quelli conosciuti, perché la OIM precisa nel report che sicuramente il numero dei decessi è decisamente superiore.

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La situazione dei rifugiati e dei migranti che cercano di entrare in Europa dalla frontiera orientale e meridionale è drammatica, ma non è certamente una novità. La guerra in Siria va avanti da ben cinque anni e le cifre dei morti e delle sofferenze non hanno smesso di crescere nel tempo, coincidendo con l’inasprimento del controllo e della chiusura della frontiera via terra, che convoglia irrimediabilmente il flusso dei migranti verso il mare. Le organizzazioni non governative e alcune delle agenzie ONU di tanto in tanto portano alla ribalta il tema, ognuna con il proprio approccio, ma comunque quasi sempre in forma assistenziale, chiedendo aiuto ai cittadini per assistere i rifugiati e gli altri migranti.
Sfortunatamente, i peggiori problemi dei rifugiati e dei migranti non sono né il freddo né il mare. L’Europa, sul tema delle migrazioni, manca di un approccio politico fondato su analisi informate e con in mente un futuro a medio e lungo termine. Di questi tempi – in cui tutto è liquido, come ha scritto Bauman – si ha l’impressione che la maggior parte degli attori sociali e politici in Europa siano come Minions: agiscono in modo disordinato, senza riflessione, assolutamente reattiva ma stranamente coordinata, trasformando l’incertezza in paura e usando quest’ultima per calpestare i diritti fondamentali che abbiamo giurato di proteggere dopo l’ultima grande crisi umanitaria dell’Europa, la Seconda Guerra Mondiale. Concretamente, sul tema dei rifugiati basterebbe che si applicassero le leggi internazionali per risolvere il problema. Più specificamente, la semplice applicazione della Convenzione di Ginevra di tutti i rifugiati di origine siriana, ad esempio.
Ebbene sì. la cosiddetta crisi della migrazione che stiamo soffrendo in Europa è dovuta, da un lato, al fatto che non applichiamo le leggi fondamentali che proteggono i diritti umani e, dall’altro, al fatto che ci stiamo rivelando incapaci di creare nuove leggi che rispondano all’evoluzione naturale dei movimenti migratori. Per risolvere entrambi i punti, manca la tanto ambita volontà politica. E questa volontà politica può essere solo il risultato di una volontà popolare. Però è ben difficile che i cittadini esigano dai propri leader politici che applichino le leggi, se gli viene fatto credere che quello che serve per aiutare i rifugiati sia mandare delle coperte.
La soluzione sembra ovvia: smettiamo di parlare di coperte e cominciamo a parlare di diritti. Tuttavia, in questi anni in cui abbiamo perso tempo, le posizioni guidate dalla paura hanno già costruito un’argomentazione basata sulla sicurezza, la lotta la terrorismo, il protezionismo, principalmente economico, e la xenofobia, argomentazione che giustifica la non applicazione delle leggi.
È ormai abituale questa frattura tra la narrazione della carità e la narrazione dei diritti.
Per anni si è cercato di lottare contro la povertà, senza grandi risultati a livello strutturale, tanto che dopo poco si è deciso di invocare il termine diseguaglianza. La lotta contro la diseguaglianza è molto più completa della lotta alla povertà e permette di includere termini come la giustizia sociale nella narrazione che impegna mezzi di comunicazione e, quindi, l’opinione pubblica, come ben ha dimostrato il risultato schiacciante dell’ultimo report di OXFAM. In altri termini, a prescindere da quello che sembrano pensare i media e le organizzazioni, l’opinione pubblica è in grado di capire ed empatizzare con la narrazione dei diritti.
In definitiva, ci troviamo di fronte ad una completa sfida narrativa, che esige molta chiaroveggenza, coraggio ed unione. Le organizzazioni che vogliono aiutare a risolvere la crisi dovranno cominciare col lasciare da parte i propri interessi particolari e arrivare ad un accordo che permetta loro di unire gli sforzi e indirizzarli verso un obiettivo unico. I mezzi di comunicazione dovranno inserire nei propri programmi l’applicazione dei diritti e concentrarsi principalmente a coprire questo tema. Se ciò verrà fatto in forma sistematica e generalizzata, i due gruppi potranno esercitare la pressione necessaria affinché gli elettori esigano che i politici cambino la situazione attuale.

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Cona, ex base militare a uso missilistico nel veneziano: un malore, i soccorsi arrivati in estremo ritardo, la morte della donna. Poi, la rivolta. La vittima, 25enne di origini ivoriane, era ospite del CPA in attesa di vedere evasa la sua richiesta di protezione.
Il riferito ritardo nei soccorsi ha innescato la miccia che ha fatto esplodere la protesta: appresa la notizia della morte di S., è scoppiata la rabbia dei migranti ospiti della struttura che attualmente contiene circa un migliaio di persone (a fronte dei 540 previsti).
Una nuova tragedia annunciata”- commenta Yasmine Accardo, Referente LasciateCIEntrare – “Lo scorso giugno la Campagna ha documentato le terribili condizioni in cui versava il centro e le condizioni di vita dei migranti, attraverso la visita di una delegazione LasciateCIEntrare e Melting Pot Europa. A seguito dell’ingresso, LasciateCIEntrare ha inoltrato le dovute segnalazioni agli organi competenti. L’ inchiesta ha avuto molta risonanza sulla stampa nazionale e locale, ma a seguito della segnalazione non sono stati presi i dovuti provvedimenti.”
Il CPA a giugno conteneva più di 620 persone, in una struttura visibilmente inadeguata all’accoglienza, lontana da servizi e spazi sociali: una tendopoli nel nulla. Una situazione inaccettabile, destinata ad esplodere con l’aumento degli ospiti. Vittime dell’inadeguatezza del sistema, i migranti e gli operatori su cui si è riversata la rabbia collettiva.
A seguito dei fatti delle ultime ore, torniamo a chiedere un intervento urgente, con la speranza che stavolta la richiesta non resti inascoltata.
Auspichiamo, inoltre, in un’approfondita indagine che faccia chiarezza sull’episodio, sulla causa della morte della ragazza, sul ruolo degli enti gestori nelle tragiche ore dell’allarme, sulla presenza di personale medico o infermieristico, sull’avanzamento della segnalazione alle autorità di primo intervento e gli eventuali ritardi dei soccorsi della giovane S.
Infine, chiediamo di chiarire perché la ragazza si trovasse ancora in tale centro di prima accoglienza dal momento del suo sbarco avvenuto in agosto, atteso che centri, come quello di Cona non dovrebbero ospitare soggetti vulnerabili come donne e bambini e vittima di tratta in quanto totalmente inadeguati.
Rinnoviamo, infine, un appello al Ministro Minniti: risponda efficacemente al fallimento dell’attuale sistema di accoglienza, rilanci sulla buona accoglienza: metta fine a queste vergognose e strazianti morti di stato.

Traduzione a cura di: Ilaria Rossi

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Questa paura esiste, ma solo in alcune occasioni”. Yerro non aveva paura quando, da minorenne, ha lasciato il Gambia per trovare lavoro nei Paesi vicini, tanto meno quando si è imbarcato in uno dei precari cayucos diretti verso le Canarie, e nemmeno quando gli è stato impedito di partire dalla polizia di frontiera di turno, neanche quando ha ritentato l’impresa. Il suo timore è cominciato quando, arrivato in Spagna, si è visto rinchiudere in un luogo chiamato CIE[Centro di Identificazione ed Espulsione, ndt]. Perché, racconta, in quanto migrante irregolare, il suo destino gli è stato sottratto dalle mani, le sue decisioni hanno perso valore, e i suoi diritti si sono dissolti. “Yerro ha paura delle cose quando non dipendono da sé stesso”.

Venire in Spagna è stata una mia decisione, perciò non ho avuto paura. Però che mi portassero al CIE, che mi rispedissero al mio Paese, non è dipeso da una mia decisione. Questo si che mi fa paura”, spiega Alhagie Yerro Gai. Dopo essere passato per vari Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE), dopo aver vissuto tre anni in clandestinità senza ottenere il permesso di residenza, Yerro ha viaggiato a Bruxelles, al Parlamento europeo, per raccontare edi persona in che modo le politiche di immigrazione abbiano danneggiato i suoi diritti fondamentali.

La sua storia è stata raccolta nel documentario “Yerro: capitano del suo destino”, realizzato da Rodrigo Vazquez e promosso dal partito “Per un mondo più giusto”, il cui debutto avverrà questo mercoledì nella Sala Mirador de Madrid, in occasione della “Giornata per la chiusura dei CIE”. Verrà inoltre proiettato il cortometraggio “Express” di Carlos Olalla e Juan Herreros, realizzato con la collaborazione della Piattaforma Statale per la chiusura dei CIE [Plataforma Estatal por el Cierre de los CIE, ndt].

I CIE, pur non essendo centri penitenziari, rinchiudono i migranti irregolari per un massimo di 60 giorni con l’obiettivo di procedere alla successiva espulsione. Denunciando l’inefficacia di un tale sistema – circa la metà delle persone detenute vengono effettivamente deportate – e, soprattutto, la quasi sospensione dei diritti fondamentali che si verifica all’interno di questi centri, numerose ONG ne chiedono ogni anno la chiusura definitiva. I migranti che vi sono detenuti si vedono privati della libertà senza aver commesso alcun crimine, ma con la colpa di aver risieduto sul suolo spagnolo clandestinamente.

Yerro è rimasto scioccato dalla realtà europea che si presenta all’interno dei CIE di Lanzarote e di Fuerteventura. “Per me, quando cercavo di raggiungere l’Europa, la scelta era: o la Spagna o l’inferno”. Fino a che non è giunto sulla costa canaria e ha realizzato che anche l’oro scotta. “É stata una grande delusione. Un autentico shock. Averla idealizzata per così tanto tempo per poi vedermi rinchiuso senza mai uscirne. É come un giro di 180°. Ti rende pazzo. Dove credi di poter vedere la luce, ti lascia completamente cieco”.

Questa delusione, prima di perdere i diritti una volta raggiunto il territorio spagnolo, aumentava con il verificarsi delle condizioni di vita all’interno del centro per i migranti irregolari. “É un trattamento disumano perché non possiamo comunicare. La gente non si immagina come si può sentire una persona che non può parlare. Lì dentro tu stesso ti senti come un delinquente. Tutti i giorni di svegli con le urla dei poliziotti coperti dai caschi, con i suono dei manganelli sulle sbarre”. “PAM PAM! SU, ANDIAMO!”, ricorda il giovane mentre parliamo in una caffetteria del quartiere di Madrid in cui vive, ospitato dal parroco di San Carlos Borromeo, Javier Baeza.

Quel “PAM PAM” si è trasformato nella sua sveglia quotidiana durante i 40 giorni di detenzione nel CIE di Fuerteventura. “Una mattina stavo andando a mangiare e hanno cominciato a colpirci perché uscissimo dalla camera. – FORZA, ANDIAMO! – Dicevano. Dovevamo andarci di corsa come se fossimo delle bestie, facendo la fila. Ho ritardato un poco e mi hanno colpito. Sono caduto per lo spavento…”, descrive il giovane gambiano. “Anche la difficoltà nell’andare dal medico la dice lunga…Dovevo prendere un numero, non importa quanto male stessi. Non davano importanza alla gravità dell’emergenza, perché dentro al CIE la vita dei migranti vale meno delle altre”.

Questa esperienza, queste condizioni tante volte denunciate dalle ONG, sono state ascoltate in prima persona dai membri del Parlamento europeo. É stato Yerro a parlare con diversi europarlamentari per difendere i suoi stessi diritti. “Molte delle persone che stavano lì non sapevano nemmeno cosa fosse un CIE e cosa significhi viverci. Io credo di averli colpiti nel profondo. É importante che sia stata una delle persone rinchiuse a denunciare la cosa. Non ci fermeremo finché non verrà trovata una soluzione per migliorare la nostra situazione, perché sappiamo bene cheuna soluzione c’è!”, dice Yerro.

Uno dei modi per farlo, è raccontare ai cittadini che cosa sono i CIE, afferma, convinto che vi sia una generale ignoranza verso il rispetto. “Solo chi si muove in questi circoli sa di cosa parlo, ma se lo chiedessi a qualche passante di Madrid – Lei sa cos’è un CIE? – pochi risponderebbero correttamente. Molte volte mi è successo di parlarne e di vedere le espressioni di stupore”.

La falsa libertà di un migrante irregolare

Quando sono uscito dal CIE, sono stato portato nella penisola. Ricordo perfettamente quel giorno “Yerro, Tomorrow, Madrid!” [Yerro, domani, Madrid!],ripeteva un poliziotto. Io non ci credevo perché molti dei miei compagni erano stati ingannati. Avevano detto loro che ci sarebbero andati perché non protestassero in aereo, quando in realtà li stavano deportando nel loro Paese di origine”. Nel mio caso, era la verità. Ho passato qualche giorno nel centro di detenzione di Madrid e poi mi hanno portato a Cruz Roja. Ero libero.

Però non del tutto: cominciava il circolo della clandestinità. Questo ha ulteriormente scoraggiato Yerro: gli sembra incredibile che un tale trattamento avvenga nonostante gli standard europei sui diritti umani. “Le poche settimane prima di arrivare a Madrid e nell’albergo di Cruz Roja, la polizia mi ha sequestrato i documenti”. Sono stato mandato al CIE di Madrid. “Questa cosa mi ha distrutto. Ho pensato che ogni volta si sarebbe ripetuta la stessa cosa, pensavo che mi avrebbero rimandato nel mio Paese”. Grazie all’intervento del suo avvocato, Yerro è potuto uscire dal centro in regime di libertà condizionata per migranti irregolari.

Guarda, in questo periodo sì, ho avuto paura. Non dormivo e non mangiavo. Durante i tre anni che ho passato, ho avuto paura perché non avevo i documenti. Senza documenti nessuno sa cosa succederà il giorno seguente. Tentavo di accompagnarmi con delle donne, come se fossero mia moglie. Mi prendevano per un cacasotto. Ero tormentato dalla paura che mi scoprisse la polizia”, dice ora, ridendo. “Perché è in questo periodo che avrebbero potuto distruggere i miei sogni”.

“Continuano a chiedermi i documenti per strada”

Dopo i tre anni, dopo aver dimostrato la sua permanenza in Spagna durante questo periodo attraverso i vari corsi frequentati e dopo aver ottenuto un contratto di lavoro di sei mesi, Yerro ha ottenuto i documenti. I documenti che gli avrebbero restituito la tranquillità. “Continuano ad esserci retate razziste, mi fermano e mi provocano, anche se sanno che ho i documenti, quindi sono più tranquillo”. Secondo quanto riporta, i controlli sulla base del profilo razziale sono all’ordine del giorno e non ricorda una volta in cui la polizia si sia rivolta a lui solamente per chiedere i documenti.

Dopo la chiusura del CIE, Yerro chiede l’abolizione della politiche di immigrazione che vi ruotano attorno. “Perché ti lasciano entrare se poi ti spogliano di tutti i tuoi diritti?! Non capisco… Non posso lavorare, non posso passeggiare tranquillo, non posso imparare la lingua con questa paura, non mi entra in testa…

Yerro si è detto contento prima di iniziare questa intervista. Il suo esame di Tecnologia ha avuto il successo sperato e, come ogni giovedì, aveva il suo giorno libero dalla pizzeria in cui lavora. Ma non può evitare di innervosirsi quando riassume la normativa spagnola in materia di immigrazione. “Quello che ti dicono è – Bene, non ti posso lasciare così, entra…Hai questi e quei diritti, ma per ora non li puoi toccare. Di qui a tre anni ne parleremo – ”, conclude, tra le risate velate di rabbia. “Yerro non capisce niente. Neanche i cittadini spagnoli capiscono, loro mi hanno sempre trattato bene. Se il governo facesse loro caso, tutto funzionerebbe meglio”.

vedi sito Link all’articolo originale

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arton20581.jpgDopo lo sgombero del campo di Idomeni, l’entrata scenica delle ruspe nella foresta di fronte Hotel Hara dove ancora resistono le ultime famiglie di pachistani e nordafricani, l’Eko Camp era rimasto l’ultimo grande campo non ufficiale nel nord della Grecia.
Sorto quasi sei mesi fa, a 20 km dal confine macedone nei pressi della stazione di servizio Eko, ospitava soprattutto migranti curdi siriani e alcune minoranze irachene.
I dati di UNHCR al 9 di giugno parlavano di 1.950 persone con una percentuale intorno al 40% di minori, i dati forniti dal governo di una popolazione poco più di 1.800 migranti. Secondo MSF ieri, al momento dello sgombero, Eko contava oltre 50 donne incinta.
L’ultimo lembo di terra dove i migranti che si erano rifiutati di dirigersi verso i campi militari, piantate le tende, continuavano ad avere la possibilità di interagire col mondo esterno.
Nel campo, affiancandosi e sempre più spesso sostituendosi alle NGO più grandi, i volontari indipendenti hanno allestito in questi mesi una cucina da campo per sopperire alla mancanza di cibo, una scuola per insegnare ai bambini le lingue, due centri medici di prima urgenza, un centro femminile, Radio No Border, provveduto alla distribuzione del vestiario e delle canadesi.
A differenza di quanto avvenuto ad Idomeni, l’evacuazione forzata dei migranti non era stata annunciata, nessuna data fissata, solo il gioco al terrore psicologico delle continue ronde di agenti in borghese e delle volanti, che da settimane ormai fermavano le vetture che si dirigevano o si allontanavano dalla tendopoli.
Durante le prime ore della sera del 12 giugno, due pullman della polizia hanno parcheggiato nell’area di sosta, presente sulla carreggiata opposta della autostrada, dove si sono trattenuti decine di agenti in tenuta antisommossa.
Intorno alle 4 del mattino, due camioncini di MSF hanno lasciato il campo e una pattuglia di agenti interrogata su cosa stava avvenendo si è rifiutata di rispondere avvertendo solo alcuni attivisti di “abbandonare entro un’ora il campo per non avere conseguenze legali”.
Il nervosismo tra i migranti, alle prime luci del mattino riscaldava l’aria umida e impediva a chiunque di dormire. “Non ci hanno detto nulla. Non ci fanno neanche sapere se dobbiamo tenerci pronti ad essere portati via in chissà quale luogo sperduto della Grecia”, spiegava Mohammed ad alcuni attivisti ancora svegli.
Ci sono stato in uno di quei posti, un mese. Sono scappato. Il cibo è pessimo. Piuttosto di tornarci mi uccido qui o torno in Siria a morire nella mia terra”, continuava Abdallah.
Secondo quanto riferito dall’agenzia giornalistica ANA-MPA nell’operazione di sgombero di ieri sera sono stati coinvolti circa 300 agenti.
Alle 8:30 le vetture della polizia e gli agenti in borghese erano ormai ovunque nel campo ordinando a gran voce a tutti i richiedenti asilo di salire sui pullman.
Agli abbracci e i pianti si alternavano le urla degli agenti di non perder tempo e di non temere perché i migranti avrebbero avrebbero potuto recuperare i propri effetti eventualmente in un secondo tempo.
La totale assenza di funzionari UNHCR ha permesso, ancora una volta, alle forze di polizia di esautorare le leggi e intimidire quanti avevano intenzione di assistere allo sgombero e filmare eventuali abusi.
A decine di attivisti che hanno tentato di prestare il loro aiuto alle famiglie in difficoltà è stato impartito di allontanarsi immediatamente dalla zona minacciando l’arresto immediato.
Decine di volontari e freelancer sono stati fermati, costretti a distruggere le foto dello sgombero e trattenuti per oltre un’ora lungo il ciglio dell’autostrada. Condotti in centrale a bordo di due cellulari della polizia sono stati identificati e rilasciati solo due ore più tardi.
Intorno alle 17:30 dell’Eko Camp erano rimaste solo le tende a prendere acqua e il silenzio della calma dopo la tempesta. 32 pullman hanno trasportato 1.132 rifugiati presso il campo di Vasilika, a sud di Salonicco.
Stamattina sono iniziate le operazioni di sgombero degli altri accampamenti vicini al confine.
Dalla stazione di servizio BP e dall’Hotel Hara sono partiti 11 pullman con 630 persone a bordo dirette ai campi di Vagiohori e Oinofyta.
Postcard from Hara Camp di Macao

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Un paio di sere al presidio di Baobab Experience..

arton20544 Cosa c’è di diverso stasera? Nulla. Ad affollare questa strada ci sono persone che dormiranno in un letto e persone che dormiranno su un materasso che fa da casa a più esseri della città in cui si trova chi lo sta usando. Sono abituato a quello che vedo tutte le settimane da molti mesi, conosco le voci e le doti degli attivisti del mio collettivo, conosco il suono della lingua degli uomini venuti dal mare e qualcuno di noi comincia ad afferrarne il senso. Si sono aggiunti volti. Tratti più dolci, zigomi più smussati, facce più tonde. Ora ci sono anche i sudanesi e gli etiopi a dormire lungo la stessa fila di tende degli eritrei. Etiopi ed eritrei. I loro paesi si sono combattuti fino a sedici anni fa, ci furono 70mila morti. Gli eritrei hanno la leva a tempo indeterminato nel caso ci fosse un’altra guerra. Un materasso, quando non una tenda da due o quattro posti in poliestere indotto e pavimento in polietilene, quando non una brandina di tela sintetica tesa da un tubo in alluminio, un materasso, lo si trova. Non sempre.
L’altra sera abbiamo montato le tende, donate dai cittadini e da MEDU, sotto la muraglia del cimitero monumentale del Verano, su una piazzola piuttosto ampia e ben lastricata, che ha opposto poca resistenza al trapano del nostro geometra sessantottino. Meno dell’asfalto in cui affondano i picchetti delle tende dall’altro lato della strada. Tra i due campi ci sono tre ordini di corsie, in cui sfreccia il traffico di Roma, e quattro bagni chimici. La sera che li hanno svuotati avevano quasi un buon odore, mentre l’assistente capo della polizia di stato registrava i nostri documenti. Mi è stato subito simpatico, nel suo parlare per formule da verbale, nella sua ironia sulla “poca virilità” della musica d’attesa del centralino della centrale operativa e nello scetticismo rispetto alla ragione della sua presenza. Il presunto furto di materassi, palesatosi nell’attraversamento della Tiburtina da parte di un imprecisato numero di individui dalla carnagione posta particolarmente in risalto dal candido presunto corpo del reato. Più tardi ho visto un uomo che fissava il muro e stavo per avvicinarmi a dirgli dei bagni. Mi sono fermato quando l’ho visto inginocchiarsi e poi incurvarsi toccando terra con i gomiti e la fronte. L’ho detto agli altri perché non lo interrompessero. Mi sono sentito stupido.
Più tardi spazzavo la strada a via Cupa, dove sorgono –in lunghezza- i gazebo/cambusa/presidio e il consolidato manipolo di tende, che lambisce l’ingresso di una sala da tango. Di giorno è impossibile farlo senza che un ospite ti tolga lo strumento di mano, ma in quel momento c’erano solo due ragazzi eritrei che si allontanavano tenendosi per mano. Mi ha sempre colpito questa immagine. Da noi, nemmeno due ragazzi che stanno insieme potrebbero farlo indisturbati. Una voce femminile alle mie spalle si avvicina per “parlare con quello che spazza”. Lei e un uomo si qualificano come “della Questura”. Chiedono se io sia uno dei responsabili. Penso sempre si riferiscano alla migrazione in generale, quando pongono questo interrogativo. La proprietaria della voce inanella una serie di domande da fiera dell’ovvio. Tipo:
«Ma il centro è chiuso? »
«No, stiamo campeggiando perché lo troviamo romantico» (potrei non averlo detto davvero)
«Ma il Comune è venuto?»
«Sì passano sempre gli operatori, poverini. Constatano che alla Croce Rossa non ci sono posti per tutti i presenti, fanno qualche chiamata…»

L’uomo si accomiata dicendo «Se c’è qualcosa…» Suppongo sottintenda “ci chiamate”.
La sera successiva, la notte sotto la muraglia sembrava più scura e si vedevano più stelle. Erano aumentate le persone senza tenda. I rom che vivono in quel lembo di asfalto ci hanno chiesto di tenere pulito, quindi mi aspetto rimproveri quando mi chiamano. Invece mi chiedono perché tutte queste persone siano lì, cosa stiano cercando in questo paese. Gli dico da dove vengono, che strada fanno, quanto ci impiegano, che arrivano dal sud quando si apre il cancello del posto dove li tengono. Evado quando mi chiedono perché noi volontari siamo lì. Non so mai come spiegare. Raggiungo gli altri e capisco che il mio compagno ha lo stesso mio pensiero in testa, mentre guarda gli ultimi arrivati avvolti fin sopra la testa. Sono scomparsi sotto la coperta termica d’emergenza a due facce in alluminio dorato/argentato, gentile omaggio del V Dipartimento “Politiche sociali, abitative e dell’immigrazione” di Roma Capitale. A guardarli, lì sotto, non c’è differenza rispetto alle foto del recupero dei cadaveri nel Mediterraneo. Stavamo pensando la stessa cosa. Diventa più bizzarro pensare a quel muro che separa i morti dai vivi. Forse i morti dai sopravvissuti. Mi chiedo sempre se pensino che ne sia valsa la pena. Se trovino la forza di chiederselo, un giorno.

Cosa c’era di diverso stasera? La storia diversa di A., un ragazzino egiziano. Mi allarmo quando l’amica che mi chiama dice che l’ha appena distolto dal controllo del trafficante che lo ha fatto arrivare a Roma. Li raggiungo all’impersonale bar “dei volontari, degli spazzini e dei poliziotti”, ritardando alla riunione con gli attivisti delle occupazioni e la delegazione di studenti. Penso alle inchieste sulla schiavitù sessuale e l’uso per lo spaccio dei minori di questa nazionalità, che da noi non hanno alcuna prospettiva. Sentiamo i volontari dell’Hub di Milano, contattiamo uno dei nostri attivisti che lavora lì. Andrà a prenderlo al terminal degli autobus. È anche per questo che alla riunione dico che è importante organizzare uno sportello di aiuto legale e di informazione sui trasporti, per provare a intaccare questi sistemi criminali. La cosa che ti tiene sveglio è pensare che, forse, di questa gente non possano fare a meno. Per avere i contanti, innanzitutto. Quanto ci metterebbe la polizia ad accorgersi di cittadini armati di buone intenzioni che acquistano stock di biglietti? E da dove verrebbero i soldi da restituire a chi li anticipa, per far pagare il viaggio per Milano al giusto prezzo? Leggo sempre più spesso che queste persone saranno demograficamente i nuovi europei. Quelli passati attraverso tutte queste umiliazioni. Mi chiedo se queste donne, questi uomini, questi bambini percepiscano l’ingiustizia, l’infinito sfruttamento che accompagna ogni loro bisogno dal momento in cui hanno lasciato il paese. E se ne valga la pena. Nell’incontro, come spesso avviene, ci siamo chiesti cosa e quando risponderà il governo locale, a queste persone in tenda, in attesa di proseguire il viaggio. Mi sono girato verso destra e ho detto che la sera, da quel punto, l’angolo di via Cupa, le nuove tende nemmeno si vedono e che gli ospiti stanno in una strada isolata, che è in centro e in periferia al tempo stesso. È difficile che importi a qualcuno se non dà ancora fastidio a nessuno.

Davide Iaccarino, attivista del Baobab

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http://www.meltingpot.org/

42c1778cc3fb0eb25a4ad7f004298c32A distanza di più di 10 giorni dalla sentenza del 24 maggio scorso le questure devono accettare tutte le istanze senza il pagamento del contributo.

Il TAR del Lazio, con sentenza n. 06095/2016 del 24 maggio, ha cancellato l’obbligo di versare da 80 a 200 euro per il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno. Il ricorso presentato dal patronato Inca e Cgil segue la sentenza Corte di Giustizia Europea che lo scorso anno aveva definito il contributo richiesto dalla normativa italiana “sproporzionato rispetto alla finalità perseguita dalla direttiva ed è atto a creare un ostacolo all’esercizio dei diritti conferiti da quest’ultima”.
Il contributo era così suddiviso: 80,00 € per i permessi di soggiorno di durata superiore a tre mesi e inferiore o pari a un anno; 100,00 € per i permessi di soggiorno di durata superiore a un anno e inferiore o pari a due anni; 200,00 € per il rilascio del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo (ex carta di soggiorno) e per i richiedenti che siano dirigenti o personale altamente specializzato di società aventi sede o filiali in Italia (TU Immigrazione, art. 27, c. 1, lett. a.)
La Corte di Giustizia dell’Unione europea aveva affermato che, sebbene gli Stati membri godano di un margine di discrezionalità nella determinazione di importi da pagare in occasione del rilascio del titolo di soggiorno, tale discrezionalità deve, tuttavia, essere esercitata nel rispetto del principio di proporzionalità al fine di non pregiudicare l’effetto utile della direttiva 2003/109, il cui scopo principale è quello di consentire l’integrazione dei cittadini di paesi terzi stabilitisi a titolo duraturo negli Stati membri. Il contributo risultava quindi ampiamente sproporzionato rispetto alle cifre che i cittadini dello stesso Stato devono versare per ottenere un documento analogo, come la carta d’identità.
Le questure proprio in questi giorni, quindi a distanza di più di 10 giorni dalla sentenza, hanno finalmente inviato una nota ai patronati che specifica che le istanze saranno accettate senza il pagamento del contributo.
Con riferimento alla sentenza n. 06095 del 24 maggio u.s. del T.A.R. Lazio che ha annullato il Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, di concerto con il Ministero dell’Interno, si informa che a partire dalla suddetta data le istanze saranno accettate senza il pagamento del contributo di cui all’oggetto
Al di là del contributo, le altre spese restano invariate:
- 30,46 € per il Permesso di Soggiorno Elettronico – PSE 380;
- 30 € per l’assicurata a Poste Italiane;
- 16,00 € per la marca da bollo.
Alla luce di queste importanti sentenze il prossimo obiettivo è ottenere i rimborsi per tutti quegli immigrati che dal 2011 hanno pagato un costo troppo alto per ottenere i documenti di soggiorno.