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http://contropiano.org/ – Un tribunale di Buenos Aires ha inflitto ieri pene comprese tra gli 8 e i 25 anni di reclusione a 15 dei 17 imputati, giudicati colpevoli di aver messo in atto un piano concordato tra le dittature del Sud America per sopprimere gli oppositori. Al momento della lettura della sentenza, durata più di un’ora, l’aula del tribunale era gremita di sopravvissuti alle torture e di familiari delle vittime, molti arrivati anche da altri Paesi latinoamericani. Quando i giudici hanno finito di leggere, il pubblico ha urlato «Presente!».
Si tratta di una sentenza storica. Per la prima volta il verdetto di un tribunale certifica l’esistenza del piano Condor, il progetto criminale messo in atto negli anni settanta nei Paesi del Cono Sur per eliminare fisicamente e con ferocia chiunque si opponesse al fascismo come sistema politico e al neo-liberismo come dogma economico. “Mai prima ci furono condanne così nette e quindi non importa che molti degli imputati siano morti nel frattempo”, afferma alle agenzie di stampa Nora Cortinas, 88 anni, madre de Plaza de Mayo linea fundadora, che dal 30 aprile del ’77 non ha saputo più nulla di suo figlio Carlos Gustavo, inghiottito dal regime militare argentino.
A Buenos Aires, Nora con tanti altri familiari di desaparecidos e associazioni per i diritti umani, ha ascoltato in un’aula silenziosa il lungo elenco dei nomi dei 15 condannati e i reati commessi: gli ex ufficiali Santiago Riveros, Manuel Cordero Piacentini e l’agente della Side Miguel Ángel Furci a 25 anni di prigione, e l’ultimo capo della giunta militare argentina, di origine italiana, Reynaldo Bignone, a 20 anni di carcere. Venticinque anni anche per l’ex colonnello uruguayano Manuel Cordero, responsabile, tra l’altro, della sparizione di Maria Claudia Garcia, nuora incinta del poeta argentino Juan Gelman, che ha cercato instancabilmente sua nipote, strappata al seno della vera madre rapita, torturata e uccisa e cresciuta da un militare e da sua moglie.

“E’ il primo uruguayano condannato per la vicenda di mia mamma, per me è molto significativo”, ha detto a caldo Macarena Gelmans. La sentenza sul Piano Condor è “molto importante per sottolineare che prima del Mercosur economico c’è stato un Mercosur del terrore. La rete repressiva tentava di non lasciare opportunità a quelli che volevano opporsi al terrorismo di Stato”, spiega il ministro plenipotenziario all’ambasciata argentina a Roma, Carlos Cherniak, il quale ritiene che questo verdetto possa costituire un “punto di riferimento per la memoria di quegli anni in tutta la regione, anche in quei Paesi che non hanno potuto fare giustizia”.

Furci, l’unico imputato presente in aula al momento della lettura della sentenza, è stato dichiarato colpevole di 67 sequestri di persona e 62 casi di tortura, per le azioni commesse nella prigione illegale chiamata «Automotores Orletti».  Sono stati invece assolti gli ex direttori del liceo militare General Espejo de Mendoza, Carlos Horacio Tragant e Juan Avelino Rodríguez.
La Corte ha proceduto per reati specifici verso persone specifiche che vanno dalla privazione della libertà alle torture ma la novità è che i giudici hanno condannato la maggior parte degli imputati per “associazione illecita nell’ambito del Plan Condor che è consistito materialmente – ha letto il giudice – nel reato di privazione della libertà commesso” da parte militari che hanno abusato della loro funzione e “reiterato” l’orribile crimine di aver fatto sparire, torturare e uccidere decine e decine di persone tra Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Brasile, Perù.

pinochetvidelaQuando il processo è iniziato tre anni fa, nel febbraio 2013, gli accusati erano 25. Solo 17, però, sono rimasti in vita: otto sono deceduti e tra questi il dittatore argentino Jorge Videla (nella foto insieme a Pinochet). L’inchiesta che ha portato al processo è iniziata quando, nel 1992 in Paraguay, furono scoperti quasi per caso gli archivi dettagliati del Piano Condor. 

Finora, nonostante i più di 30 anni trascorsi dalla firma del criminale patto, siglato il 28 dicembre del 1975 a Santiago del Cile e trovato appunto in quello che è stato ribattezzato “l’Archivio del Terrore”, nessuna sentenza giudiziaria aveva riconosciuto l’esistenza di questa ‘associazione a delinquere’ formata da tutti i regimi di estrema destra dell’America Latina.
La causa è stata istruita con un lavoro lunghissimo: sono stati ascoltate centinaia di testimonianze di persone appartenenti a tutte le nazionalità dei Paesi coinvolti nel Piano Condor; c’è stato il contributo attivo di associazioni di diritti umani e di organizzazioni internazionali; sono stati esaminati 423 fascicoli della commissione nazionale sulla sparizione di persone; centinaia di documenti delle Forze armate; decine di migliaia di documenti declassificati del Dipartimento di Stato americano, ricorda il Cels (Centro de estudios legales y sociales). D’altronde il Piano Condor fu pensato e attuato grazie al fondamentale sostegno degli Stati Uniti e dei suoi apparati militari e di intelligence, interessati a sostenere regimi fascisti e liberisti in linea con le esigenze politiche e gli interessi economici di Washington.

Le motivazioni della sentenza saranno rese pubbliche il 9 agosto di quest’anno, ha precisato il giudice. “Tra le carte degli archivi del terrore che ho scoperto nel 1992 in Paraguay – racconta il premio Nobel alternativo 2002 e membro dell’associazione dei giuristi americani, Martin Almada, nella prefazione di un libro di Federico Tulli sui “figli rubati” italiani – c’era un documento fondamentale”, datato 25 novembre 1975, e “c’era scritto che si trattava di un’operazione militare organizzata in collaborazione tra le polizie dei sette Paesi del Cono Sur con lo scopo di salvare la civiltà cristiana e occidentale dalla morsa del comunismo”. Un’operazione, ricorda Almada, che si è svolta “sotto l’ala protettrice della Cia statunitense” e che tra “il 1975 e il 1985 portò alla morte per omicidio almeno 100mila persone, l’intera classe pensante dell’America latina”.

La sentenza di ieri in Argentina, sperano in molti, potrebbe avere un effetto domino sul resto del continente dove finora l’impunità per gli aguzzini dei regimi militari degli anni ’70 e ’80 è stata quasi assoluta. In Brasile, ad esempio, dove una legge impedisce ai tribunali di processare i responsabili dei crimini commessi durante la dittatura (1964-1985). Un altro processo contro gli aguzzini del Piano Condor è in corso a Roma, e coinvolge 30 ex militari e civili di Bolivia, Cile, Perù e Uruguay, accusati della sparizione e della morte di 43 oppositori, tra i quali molti di origine italiana.

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CONTROPIANO.ORG – “Ma come si fa a far ridere quando siamo in guerra. Perché siamo in guerra… La politica non lo dice, ma tra i comici la notizia circola già. E dal momento che siamo in guerra, oggi hanno attaccato loro, perché in guerra si fa un po’ per uno: un po’ attacchi tu, un po’ attacco io. Con modalità diverse dalle nostre. Perché noi attacchiamo coi droni e loro coi trolley. Loro fanno attacchi terroristici, noi invece facciamo raid”.
Ci voleva un ‘comico’ come Maurizio Crozza per ricordare al grande pubblico che siamo in guerra. Ce lo ricordano la stampa e la politica ogni volta che della gente salta in aria o viene crivellata di proiettili nelle nostre città, salvo dimenticarsene quando a cadere vittima degli attentati della galassia jihadista sono sconosciuti cittadini arabi, mediorientali, addirittura musulmani.
‘Siamo in guerra’ tuonarono media e governi dopo l’eccidio nella redazione di Charlie Hebdo. “Siamo in guerra” di nuovo dopo la strage del Bataclan. “Siamo in guerra” hanno ribadito ieri dopo l’esplosione che ha falciato decine di persone in partenza dallo scalo di Bruxelles. Eppure tendiamo a dimenticarcene, a pretendere – l’invito da parte di politici e commentatori è pressante – di continuare a vivere come se nulla fosse. Ma non è possibile, perché nelle guerre si fa un po’ per uno. Una volta muoiono i civili bombardati dai nostri caccia e dai nostri droni – ma quello non è terrorismo, per carità! – e un’altra volta muoiono i passeggeri nelle nostre metropolitane o gli ignari partecipanti ad un concerto heavy metal.
Se qualcuno pensava che sarebbe bastato sguinzagliare qualche migliaio di militari in giro per le capitali europee (tra l’altro, il più delle volte, a dare la caccia ai passeggeri senza biglietto sulla metro o a fischiare alle turiste più appariscenti) per impedire che lo scenario di Parigi si ripetesse ha sbagliato i conti, e di tanto.
La sicurezza e la rappresentazione della sicurezza sono due cose molto diverse, ed oltretutto spesso in contraddizione. Mentre la seconda mira ad aumentare la sensazione di essere al riparo dalle conseguenze della irresponsabile e nefanda politica estera dei vari paesi europei e dell’Ue in quanto tale, la prima dovrebbe mirare a sottrarci ad una guerra che combattiamo, volenti o nolenti, da almeno 25 anni in due diversi continenti.
Se la messa in scena della sicurezza serve a tranquillizzare gli elettori – tra una strage e l’altra, ovviamente – la ricerca della sicurezza dovrebbe mirare ad aumentare l’integrazione delle comunità immigrate nelle nostre metropoli, sottraendo ai propagatori del virus jihadista argomenti e appeal tra le seconde e le terze generazioni tenute ai margini dalle nostre società nonostante aspirino a farne parte.
Dopo la strage di Bruxelles, esattamente come dopo la strage di Parigi, le autorità ci promettono ora “più sicurezza”. Cioè più militari nelle strade, più controlli, più sospensione dei diritti democratici e civili, più spese per il comparto militare-industriale (e meno per lo stato sociale). Più raid con i droni e gli F35. Eppure è una strategia che non funziona. Cosa c’era di più sorvegliato, di più militarizzato di Parigi e di Bruxelles? Eppure gli integralisti hanno colpito indisturbati, mietendo centinaia di vittime. E la prossima volta potrebbe toccare a noi. A saltare in aria potrebbero essere i vagoni della metropolitana di Roma, o i treni alla stazione Termini, o i clienti di un centro commerciale, o gli spettatori in un affollato cinema. Il terrorismo, si sa, è come un fiume: sbarrato un passaggio ne cerca un altro, e poi un altro ancora, finché non raggiunge il suo orrendo scopo. Allarmismo? No, realismo. D’altronde, ce lo ripetono in continuazione gli artefici di questa situazione, gli stessi che donano miliardi di euro agli sponsor dei jihadisti: “siamo in guerra”. E allora invece di far finta di niente continuando a vivere le nostre vite sperando di non avere la sfiga di essere noi le prossime vittime di questa guerra infinita, dovremmo fermarci un attimo a pensare, per comprendere come agire per tirarcene fuori. Sforzandoci di affrontare la realtà a partire dall’analisi concreta della situazione concreta, e non di suggestioni complottiste e auto consolatorie che negano un mondo in rapida trasformazione per riproporre, nostalgicamente, una fotografia sempre più stinta. Una chiave di lettura complottista di quanto sta accadendo – “l’Isis non esiste, è un’emanazione della Cia e/o del Mossad”, “gli attentati non sono mai avvenuti, sono delle messe in scena”, “gli attentatori sono agenti dei servizi occidentali” e così via – servono forse ad aumentare la popolarità di qualche guru e a far guadagnare qualche like in più sui social network, ma non certo a spiegare una realtà che sfugge alle semplificazioni manichee di chi ha lo sguardo rivolto al passato invece che al futuro.
Dobbiamo, innanzitutto, renderci conto di avere un nemico in più rispetto al passato. Decenni di interventi sciagurati e indiscriminati dell’imperialismo – il nostro imperialismo – in Africa e in Medio Oriente hanno creato le condizioni per la nascita e l’affermazione di un nuovo soggetto internazionale – il cosiddetto “terrorismo jihadista” – che si copre e legittima attraverso l’adozione dell’ideologia wahabita o salafita per incarnare e rappresentare la voglia di vendetta e riscatto da parte di centinaia di milioni di musulmani (o di europei discriminati, sbandati o in cerca di identità che nella versione più reazionaria dell’Islam intravedono uno scoglio al quale aggrapparsi), ma che in realtà risponde alla inestinguibile sete di egemonia da parte delle oligarchie delle petromonarchie e dei paesi dell’asse sunnita. Oligarchie sempre più potenti dal punto di vista economico, militare e politico e stufe di una subalternità nei confronti dell’imperialismo Usa e Ue che, nella nuova movimentata geografia dettata dalla competizione globale, non ha più ragione di essere.
La guerra combattuta, come la ‘guerra di civiltà’, consente ai due contendenti di legittimarsi a vicenda. Le stragi nelle città europee permettono allo Stato Islamico di dimostrare alla folta platea di potenziali simpatizzanti la sua superiorità rispetto alle altre sigle della galassia jihadista, e al tempo stesso permettono ai governi europei di stringere il torchio sulle libertà civili e politiche, di aumentare la militarizzazione della vita quotidiana di centinaia di milioni di persone, di legittimare nuovi interventi militari. Una recrudescenza che a sua volta fornisce nuovi argomenti e appeal ai jihadisti così ancora più legittimati a ergersi a paladini delle comunità in cui si diffondono come metastasi.
Nella rivendicazione del massacro di Bruxelles il Califfato promette nuovi attentati nelle nostre città. I nostri governi invece promettono “più Unione Europea”, un esercito e una intelligence unici a livello continentale, una capacità di reazione militare maggiore, più efficienza, più controlli, più sicurezza. Mentre la signora Mogherini piange lacrime di ipocrisia, sui nostri giornali si invita il governo “a fare come Israele”, a serrare i ranghi, a sviluppare una sinistra complice e belligerante (come se non esistesse già!).
Ma non sarà stringendoci come un sol uomo attorno ai nostri leader, non sarà intruppandoci nell’Union Sacrèe proclamata dai nostri governi che ci salveremo.
Perché il nemico marcia alla nostra testa… oltre che alla testa degli altri poli di una competizione globale sempre più brutale e feroce. Solo sottraendoci a questo infernale meccanismo, cessando di alimentare la guerra e la destabilizzazione potremo sperare di vivere finalmente più tranquilli. Se quanto propongono come antidoto al terrorismo è una Unione Europea ancora più blindata, ancora più armata, ancora più feroce e aggressiva nei confronti dei suoi abitanti oltre che dei suoi nemici… beh, non contate su di noi.

Sembra proprio che l’invasione della capitale da parte dei minatori e la successiva brutale repressione scatenata dalle forze di sicurezza agli ordini del governo di Mariano Rajoy abbia riacceso il conflitto sociale nella capitale. Ieri sera alcune migliaia di manifestanti – lavoratori, attivisti dei gruppi della sinistra radicale e del cosiddetto movimento degli ‘indignados’ – si sono dati appuntamento alle 20 nelle strade del centro di Madrid per protestare contro la pesantissima manovra economica promossa dall’esecutivo di destra, 65 miliardi di tagli e nuove tasse. Controllati a vista da un dispositivo impressionante di polizia, i manifestanti si sono ritrovati in calle Genova, davanti alla sede nazionale del Partito Popolare, la forza politica vincitrice delle elezioni dello scorso 20 novembre erede dell’Alianza Popular nata dalle ceneri del franchismo. Man mano che la manifestazione si ingrossava la tensione aumentava: i manifestanti hanno gridato a lungo slogan come ‘dimettiti, dimettiti’, ‘democrazia’, ‘ladri’, ‘tagliate i ricchi’. Slogan dedicati anche alla giovane deputata del PP Andrea Fabra che, mentre Rajoy annunciava in Parlamento i tagli ai lavoratori e ai disoccupati, ha gridato “che si fottano!”. Poi – a dimostrazione della lungimiranza e dell’indipendenza dei gruppi e delle realtà politiche promotrici della protesta – il presidio si è trasformato in corteo, diretto a calle de Ferraz, dove ha sede il Partito Socialista di Rubalcaba, accusato di rappresentare una opposizione tollerante e complice nei confronti dell’applicazione da parte di Rajoy dei diktat della troika. Ma poi centinaia di celerini bardati di tutto punto hanno deciso di bloccare il corteo prima che potesse raggiungere la sede del Parlamento. I manifestanti hanno insistito e così la Polizia ha iniziato una serie di cariche, di lanci di gas lacrimogeni e di pallottole di gomma per disperdere la folla che comunque si è riorganizzata e ha raggiunto Puerta del Sol. Il bilancio della giornata è stato di varie persone ferite e di sei attivisti arrestati. Tra questi una signora di 58 anni, trascinata via in malo modo dagli energumeni della Policia Nacional e caricata a forza su un furgone. Le immagini dell’arresto stanno già facendo il giro del mondo. Rimangono ancora in carcere otto dei dieci arrestati durante la manifestazione dei minatori dell’11 luglio e la quella della sera sfociata in duri scontri. Dieci degli arrestati sono stati rimessi in libertà ieri dai magistrati ma tutti con denunce per reati di resistenza, lesioni e danneggiamenti. Ieri intanto i sindacati dei dipendenti pubblici aderenti alle confederazioni concertative Ugt e Ccoo hanno deciso per settembre una giornata di sciopero contro le misure del governo, anche se la data non è stata ancora indicata. Ma i movimenti sociali e le forze sindacali indipendenti scalpitano, stanno già organizzando mobilitazioni in varie città dello stato spagnolo. Nei Paesi Baschi la maggioranza sindacale formata dalle sigle di classe e indipendentista hanno indetto per il 17 e 18 di luglio due giornate di mobilitazione con decine di manifestazioni programmate nei vari centri delle quattro province. Alla giornata hanno aderito anche i partiti della sinistra indipendentista e i sindacati di tendenza anarco-sindacalista (Cgt e Cnt). Intanto già ieri proteste di varia natura si sono svolte in tutto lo Stato. A Madrid alcune centinaia di dipendenti pubblici hanno bloccato per il secondo giorno consecutivo una corsia del Paseo de la Castellana, in pieno centro. Altri hanno manifestato davanti alla sede della Regione di Madrid, al Parlamento, alla sede del governo. Scenario simile a Valencia, Zaragoza, Siviglia e Granada, Barcellona. Nelle Asturie un migliaio di dipendenti pubblici ha manifestato nel centro di Oviedo vestiti di nero, in segno di lutto per i tagli ai salari e l’aumento dell’Iva.

Marco Santopadre

Questa mattina centinaia di lavoratori delle miniere sono tornati a bloccare strade statali e autostrade in numerosi punti della battagliera regione delle Asturie, nel nord della penisola. Il blocco più consistente è stato realizzato sulla N-632 a  Muros del Nalón ma barricate sono state piazzate anche sulla cosiddetta Autostrada delle Miniere (la AS-I) e la autostrada A-66 all’altezza della località di Ujo. Quella che bloccava l’autostrada AP-6 all’altezza di Huerna è stata abbandonata nel corso della mattinata. L’ultima interruzione si è verificata lungo la Oviedo-La Espina in località Vega de Anzo. Non si sono salvate neanche le strade ferrate, così come accade ormai da settimane: i minatori hanno piazzato una barricata anche sui binari del treno tra le località di Soto e Pola de Lena, sempre nelle Asturie, rallentando di parecchio la circolazione dei treni. Sia durante il blocco dell’Autovía Minera che della A-66 a Ujo i minatori si sono scontrati con i reparti in tenuta antisommossa della Guardia Civil che hanno tentato inutilmente di impedire la collocazione delle barricate. A Ujo la Polizia ha anche arrestato un minatore. Nel corso della mattinata gli scontri si sono fatti più violenti e a Bendiciòn la Guardia Civil ha arrestato dieci minatori con l’accusa di aver lanciato sassi, razzi e altri oggetti contro gli agenti per difendere la barricata dal loro assalto. La giornata di oggi è la più dura in termini di mobilitazione e scontri dopo quella di martedì scorso, quando i minatori avevano simultaneamente bloccato le linee ferroviarie in cinque punti e le strade in sei. Poi nei giorni scorsi la tensione era momentaneamente calata e venerdì i minatori avevano abbandonati i blocchi per offrire il proprio aiuto al comune di Carreño per aiutare nella pulizia della spiaggia del piccolo centro invasa dal petrolio fuoriuscito da una petroliera. Ma la tensione è tornata a crescere di fronte alla prospettiva che i tagli entrino in vigore e causino in breve tempo la chiusura della maggior parte delle miniere presenti nelle Asturie, ma anche nel Leon, in Aragona e in Castiglia, lasciando in mezzo alla strada migliaia di minatori, le loro famiglie e intere comunità che in molti casi non hanno nessun’altra risorsa economica. Inoltre negli ultimi giorni le intimidazioni e le minacce da parte degli apparati di sicurezza si sono fatte sempre più pressanti. Non solo la polizia attacca le manifestazioni ed in particolari i tentativi da parte dei minatori di realizzare barricate e blocchi – in moltissimi casi senza successo – ma negli ultimi giorni gli agenti si dedicano a intimidire i famigliari dei lavoratori, i negozianti e i baristi che sostengono la lotta dei minatori, le autorità politiche dei comuni che ospitano le miniere e che spesso esprimono solidarietà attiva con la protesta. In alcuni casi i poliziotti hanno aspettato i minatori nei bar approfittando del fatto che si trovavano in piccoli gruppi, gli hanno sequestrato le chiavi delle automobili e le hanno perquisite senza mostrare alcuna autorizzazione giudiziaria. In altri hanno addirittura forato le ruote delle automobili per impedire ai minatori di spostarsi dai centri abitati verso le zone dove si realizzano le proteste. La Corrente Sindacale di Sinistra, movimento sindacale indipendente e di classe particolarmente radicato nelle Asturie, denuncia che il comportamento dei corpi di Polizia è tale da potersi considerare quello di una vera e propria ‘forza di occupazione’.

Marco Santopadre

Con una sentenza storica il Tribunale Costituzionale spagnolo riconosce che la messa al bando di Sortu, il nuovo partito della sinistra basca, viola i diritti di associazione politica. Ottima notizia dopo l’assoluzione l’altro ieri di alcuni imputati processati solo perchè candidati in una lista poi illegalizzata. Il Governo di Madrid però non l’ha presa bene. Un anno e quattro mesi dopo la presentazione pubblica dei principi e dei valori fondativi del nuovo partito della sinistra basca da parte di due suoi dirigenti davanti a una folla accalcata nel Palazzo Euskalduna di Bilbao, finalmente ieri è arrivato il riconoscimento da parte del Tribunale Costituzionale spagnolo del diritti di Sortu ad essere legalmente iscritta nel ‘registro dei partiti politici’. Al termine di una lunghissima camera di consiglio, sei degli otto magistrati che compongono il Tribunale Costituzionale di Madrid hanno deciso di accettare il ricorso presentato da Sortu e di dichiarare quindi che il Tribunale Supremo aveva ”violato i diritti di associazione dei ricorrenti sul versante della libertà di creazione di un partito politico”. In questo modo i giudici hanno dichiarato nulla la sentenza del Tribunale Supremo che non aveva ammesso la legalità di Sortu considerandolo “in continuità o in successione rispetto al disciolto e dichiarato illegale Batasuna”. A favore del ritorno alla legalità della sinistra indipendentista basca avrebbero votato tutti i componenti ascrivibili alla componente che fa riferimento al Partito Socialista. La nota emessa da parte del tribunale segnala che si riconosce a “Sortu il diritto a iscriversi nel registro dei partiti politici, nei termini previsti dal principio giuridico numero 16”. Il problema è che finché la sentenza non sarà resa pubblica non è dato sapere quali siano questi termini. Ma è probabile che si riferiscano al fatto che l’iscrizione al registro dei partiti politici sarà considerata effettiva solo nel caso in cui il partito rispetti tutti i requisiti legali stabiliti dalla Legge sui Partiti Politici, cioè la legge varata all’inizio del decennio scorso da socialisti e popolari proprio per mettere fuori legge la sinistra basca. Dopo un lungo dibattito in seno alla ‘izquierda patriotica’, Sortu fu fondato e presentato pubblicamente all’inizio del 2011, nel rispetto di tutti i requisiti legali richiesti da un sistema legale varato ad hoc per impedire a Batasuna di partecipare alla vita politica. Scelta storica che fu seguita il 20 ottobre dello stesso anno da una dichiarazione di cessate il fuoco permanente e definitiva da parte dell’organizzazione armata ETA: Al centro dello statuto del nuovo partito il rigetto di ogni forma di violenza come metodo di risoluzione delle controversie politiche. Il che non impedì alla magistratura spagnola di proibire Sortu, ritenuta comunque espressione del ‘terrorismo’, e di cercare di escludere la coalizione elettorale Bildu – formata con altre correnti nazionaliste e di sinistra – dalle scorse elezioni. La notizia filtrata ieri pomeriggio attraverso le indiscrezioni di alcuni media qualche ora prima che il Tribunale Costituzionale si pronunciasse ufficialmente, è stata accolta con entusiasmo nei Paesi Baschi. L’ottima notizia segue di due giorni l’assoluzione di alcuni candidati di due liste elettorali – D3M e Askatasuna – accusati di terrorismo. In quel caso il tribunale speciale di Madrid, l’Audiencia Nacional, ha affermato che presentarsi in una lista elettorale riconducibile alla sinistra patriottica non è automaticamente equiparabile ad una partecipazione alla cosiddetta ‘rete dell’ETA’ come finora sempre affermato dalla magistratura e dalla politica ‘mainstream’ di Madrid. Teorema che ha portato negli ultimi dieci anni a centinaia di arresti e condanne di militanti e dirigenti politici, attivisti sindacali e sociali, ecologisti, giornalisti, intellettuali, giovani. Il governo di destra spagnolo non ha accolto benissimo la storica sentenza di ieri del Tribunale Costituzionale. Il Ministro della Giustizia Alberto Ruiz-Gallardón, oltre a mostrare ‘disaccordo’ con la decisione, ha annunciato di sapere quali sono i limiti fissati dalla corte per la partecipazione di Sortu alla vita politica legale. Nelle mani del governo e degli apparati repressivi spagnoli rimangono tutta una serie di norme che permetterebbero di scavalcare la legalizzazione di Sortu attraverso varie misure che si basano sulla cosiddetta ‘contaminazione’. La Legge dei Partiti infatti prevede che la presenza in una lista elettorale di esponenti che abbiano partecipato in qualsiasi modo all’attività dei partiti politici della sinistra indipendentista dalla fine del franchismo in poi possa portare alla proibizione dell’intera candidatura. Un principio ampiamente usato per cancellare dalle elezioni in questi anni le varie coalizioni o liste civiche presentate con l’intento di rappresentare un pezzo della società basca che negli ultimi sondaggi si avvicina al 30% e che potrebbe giungere in testa alle prossime elezioni autonomiche. Così come l’inabilitazione di sindaci o assessori o consiglieri comunali e regionali che nella propria attività politica o attraverso dichiarazioni pubbliche si rendano responsabili di ‘incitamento al terrorismo’ o ‘alla violenza’. “Crimine” assai facile da commettere in un paese in cui mostrare le foto dei propri cari in galera per motivi politici è considerato un reato.

Marco Santopadre