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La bomba esplode all’alba: il Biscione si man­gia il Cavallo. Il con­si­glio d’amministrazione di Ei Towers, la con­trol­lata di Media­set che a sua volta con­trolla la rete di tra­smis­sione della società, ha appro­vato all’unanimità il lan­cio di un’offerta pub­blica di acqui­sto e scam­bio (Opas) su Rai Way, l’omologa società della tv pub­blica, in parte quo­tata, da novem­bre, in borsa.

Fioc­cano i «l’avevo detto». Per primo quello di Roberto Fico, pen­ta­stel­lato pre­si­dente della com­mis­sione di vigi­lanza Rai che si beccò un «domani mat­tina i miei legali faranno que­rela a que­sto buf­fone» da parte di Sil­vio Ber­lu­sconi per aver affer­mato che la deci­sione del governo di ven­dere le torri della Rai faceva parte del Patto del Naza­reno. Ma anche per gli ana­li­sti, che plau­dono all’iniziativa, era chiaro che l’esito «natu­rale» della pri­va­tiz­za­zione sarebbe stato pro­prio questo.

La ven­dita di una quota di mino­ranza di Rai­way era pre­vi­sta nel decreto Irpef appro­vato nel giu­gno scorso che sot­traeva 150 milioni di euro alle casse di viale Maz­zini per coprire il bonus degli 80 euro. Suc­ces­si­va­mente, il 2 set­tem­bre, il rela­tivo decreto della pre­si­denza del con­si­glio spe­ci­fi­cava «l’opportunità di man­te­nere, allo stato, in capo a Rai, a garan­zia della con­ti­nuità del ser­vi­zio ero­gato da Rai Way a Rai mede­sima, una quota di par­te­ci­pa­zione sociale nel capi­tale di Rai Way non infe­riore al 51%». Tra le con­di­zioni poste da Ei Towers per la sua Opas per man­giarsi le torri Rai, quella che « l’offerente venga a dete­nere una par­te­ci­pa­zione pari almeno al 66,67% del capi­tale sociale di Rai Way». Ma lo stesso cda di Ei Towers spiega che «l’offerente potrà rinun­ciare a una o più delle con­di­zioni di effi­ca­cia dell’offerta ovvero modi­fi­carle, in tutto o in parte». E comun­que, se il Dpcm del 2 set­tem­bre si pre­oc­cu­pava di man­te­nere la mag­gio­ranza pub­blica per garan­tire la con­ti­nuità del ser­vi­zio, la società del Biscione assi­cura che a sua volta «con­ti­nuerà a garan­tire l’accesso alle infra­strut­ture a tutti gli ope­ra­tori tv», aggiun­gendo che l’Opas ser­virà a «porre rime­dio all’attuale situa­zione di inef­fi­ciente mol­ti­pli­ca­zione infra­strut­tu­rale dovuta alla pre­senza di due grandi operatori».

Ma per­ché l’operazione si possa con­clu­dere ovvia­mente sono neces­sari alcuni pas­saggi. La Rai dovrebbe accet­tare: oggi il cda comin­cerà a affron­tare la que­stione (per ora si fa sapere che si tratta di un’opa «non ami­che­vole»). Qui si inse­ri­sce anche la vicenda — improv­vi­sa­mente diven­tata per il governo urgen­tis­sima — della riforma della gover­nance della tv pub­blica annun­ciata da Renzi, che appunto non ha escluso un decreto (ma il Qui­ri­nale avrebbe con­si­gliato pru­denza). Nel cda di viale Maz­zini sie­dono anche ber­lu­sco­niani di stretta osser­vanza come Anto­nio Verro, quello che tra l’altro avrebbe inviato al Cava­liere un fax sui pro­grammi sgra­diti da addo­me­sti­care, e Anto­nio Pilati, noto come l’ispiratore della legge Gasparri. Il con­flitto d’interessi non è certo una novità delle ultime ore, ma insomma la fac­cenda si fa parec­chio grossa pro­prio men­tre Ber­lu­sconi viene descritto come un pover uomo alle corde (ma Finin­vest appena l’altra set­ti­mana ha ven­duto quasi 400 milioni di azioni Media­set, pro­prio per avviare altre ope­ra­zioni). E ancora, è neces­sa­rio che l’antitrust, che ha rice­vuto la noti­fica, dia il via libera. E il mini­stero dello svi­luppo deve auto­riz­zare la Rai a con­ti­nuare ad ope­rare con la nuova società.
Al momento, il governo si limita a ricor­dare l’esistenza del decreto della pre­si­denza del con­si­glio sull’opportunità di man­te­nere pub­blico almeno il 51% delle torrri di tra­smis­sione Rai. A borse chiuse (in una gior­nata che vede Rai­Way bal­zare del 9,4% a 4,05 euro verso i 4,5 al quale viene valo­riz­zata nell’offerta, con un +52% dal prezzo della quo­ta­zione, e Ei Towers chiude a +5,2%), il governo sforna la nota. Nella quale comun­que si sot­to­li­nea che «l’offerta pub­blica per Rai Way con­ferma l’apprezzamento da parte del mer­cato della scelta com­piuta a suo tempo di valo­riz­zare la società facen­dola uscire dall’immobilismo nel quale era con­fi­nata. La quo­ta­zione in Borsa si è rive­lata un suc­cesso», insomma.

Prima della nota serale con la quale il governo prova a cal­mare un po’ le acque di fronte alle pro­te­ste, il Pd ren­ziano era stato a dir poco abbot­to­nato, a parte Michele Anzaldi, della vigi­lanza Rai, che anche lui ricor­dava: «La quo­ta­zione in borsa è stata vin­co­lata alla ces­sione di una quota non supe­riore al 49%» e dun­que chie­deva all’Antitrust di valu­tare la vicenda (come ovvia­mente deve fare e sta facendo). Men­tre il gio­vane turco Fran­ce­sco Ver­ducci sot­to­li­neava il primo effetto dell’annuncio: i con­si­stenti gua­da­gni in borsa.
I for­zi­sti si sbrac­ciano invece per­ché l’operazione vada in porto in nome del «libero mer­cato» del Cav. Tor­nano invece a denun­ciare il «patto del Naza­reno tele­vi­sivo» i 5 Stelle e così Arturo Scotto, di Sel: «Non vor­remmo che quel patto del Naza­reno uscito dalla porta rien­trasse dalla finestra».

Micaela Bongi

Fonte: Il Manifesto

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Anche Nostro Signore è deluso dal gio­vane Tsi­pras. Non dalla maniera in cui il mini­stro delle finanze Varou­fa­kis gesti­sce oggi le trat­ta­tive con i part­ners euro­pei. Egli – che noto­ria­mente è onni­sciente — natu­ral­mente lo sapeva da sem­pre che sarebbe andata finire male. E per que­sto si è messo a mani­fe­stare la sua pena già all’indomani della vit­to­ria elet­to­rale di Syriza, attra­verso un Cro­ci­fisso ligneo che dal 26 gen­naio piange a dirotto lacrime amare in una sper­duta par­roc­chia di Corinto.

Ma se il par­rocco, sicuro elet­tore di destra, ha tutti i motivi per pro­te­stare con­tro il governo capeg­giato da un ateo dichia­rato, è molto più dif­fi­cile capire e inter­pre­tare le con­te­sta­zioni che emer­gono in que­ste ore dif­fi­cili, non tanto impe­tuo­sa­mente a dire il vero, all’interno di Syriza.

La com­pren­sione è ancora più dif­fi­cile se si vedono i fatti nudi e crudi. Ieri il mini­stro Varou­fa­kis ha con­se­gnato prima alla troika (par­don, alle isti­tu­zioni) e poi all’eurogruppo il pro­gramma di riforme richie­sto. Il testo è stato pub­bli­cato. E non è un’esagerazione dire che riflette in gran parte il pro­gramma pre­e­let­to­rale di Syriza, spe­cial­mente la parte degli inter­venti con­tro quella che Tsi­pras chiama «cata­strofe uma­ni­ta­ria»: aiu­tare le 400 mila fami­glie senza alcun red­dito, soste­nere i disoc­cu­pati, rias­su­mere gli sta­tali licen­ziati ille­gal­mente, per­fino aumen­tare il minimo sala­riale da 450 a 750 euro. Cosa più impor­tante, il docu­mento di Varou­fa­kis deli­nea molto chia­ra­mente la linea di scon­tro con gli oli­gar­chi greci, quando pre­fi­gura un’accesa lotta con­tro le aree di «immu­nità fiscale», quando pro­pone un con­corso pub­blico per le fre­quenze tele­vi­sive, con il risa­na­mento e un con­trollo stret­tis­simo dei cre­diti ban­cari verso mezzi d’informazione e partiti.

Per chi non cono­sce la realtà greca, si tratta di sman­tel­lare quell’intreccio tra mezzi d’informazione, ban­che e poli­tica che ha regnato fino al 25 gennaio.

Basta un raf­fronto anche super­fi­ciale con l’email (incre­di­bil­mente, per ben quat­tro anni la Gre­cia è stata gover­nata via email) che l’allora troika aveva man­dato all’ex mini­stro delle finanze Ghi­kas Har­dou­ve­lis a inizi dicem­bre per capire che siamo su un altro pia­neta. Quella email esi­geva ulte­riori tagli a pen­sioni e sti­pendi pub­blici e l’abolizione di ogni diritto sin­da­cale sul luogo di lavoro, men­tre le aste giu­di­zia­rie per la prima casa erano già comin­ciate con l’inizio dell’anno. Dove sono finite ora tutte que­ste misure? Dimen­ti­cate, sva­nite, evaporate.

Men­tre ieri si atten­de­vano nuovi e ancora più duri nego­ziati all’eurogruppo, a sor­presa, il docu­mento di Varou­fa­kis, che non con­te­neva nean­che una cifra di pre­vi­sione di incasso, è stato festo­sa­mente accolto dalla ex troika e dall’eurogruppo, con un’unica riserva: una mora­to­ria di quat­tro mesi per tutte le misure che pre­ve­dono esborsi pubblici.

Eppure, di fronte a que­sta stra­te­gia nego­ziale che rie­sce a dare risul­tati con­creti, una parte del par­tito di governo rea­gi­sce con bron­to­lii, lamen­tele, anche con dichia­ra­zioni dure, come quella del rispet­tato eroe della resi­stenza Mano­lis Gle­zos. Il fan­ta­sma evo­cato è quello del «cam­bio di mar­cia», di «abban­dono degli impe­gni pre­let­to­rali». Come se il «tra­di­mento» degli elet­tori di Tsi­pras fosse una tra­gica fata­lità, un destino ine­vi­ta­bile, una neme­sis della storia.

Già, la sto­ria: ecco il vero col­pe­vole. Come in un film già visto, una parte dell’opposizione interna di Syriza (e forse anche dell’elettorato) vedono nel governo Tsi­pras una rie­di­zione di un’esperienza pre­ce­dente, di un fal­li­mento che ancora grava sulle spalle della sini­stra elle­nica: quella del primo pre­mier socia­li­sta Andreas Papan­dreou. Il fon­da­tore del Pasok ha con­qui­stato il governo con un voto ple­bi­sci­ta­rio nell’ottobre del 1981, pro­met­tendo l’uscita del paese dalla Nato e dalla Comu­nità euro­pea. Invece, non solo ci rimase ma per­mise anche la dege­ne­ra­zione del Pasok da movi­mento auten­ti­ca­mente popo­lare a banda di sac­cheg­gia­tori delle casse pub­bli­che. Una delu­sione che è diven­tata rab­bia e dispe­ra­zione con lo scop­pio dell’inevitabile crisi eco­no­mica e la fuga in massa degli elet­tori dal Pasok verso Syriza.

Ma Ale­xis non è Andreas. E’ vero, durante la cam­pa­gna elet­to­rale ha esa­ge­rato un po’ in pro­messe: far tor­nare lo sti­pen­dio minimo a 750 euro (come i famosi 80 euro di Renzi) non è un mezzo per favo­rire la cre­scita, è o dovrebbe essere, il risul­tato della cre­scita. Biso­gnava rima­nere coe­renti e pro­met­tere solo quello che si poteva man­te­nere: la fine dell’austerità e la per­ma­nenza nell’eurozona. Esat­ta­mente quello che sta facendo adesso, non senza fatica.

Come scac­ciare quindi la male­di­zione di Andreas dal governo della sini­stra greca? Andreas era un lea­der cari­sma­tico, gli bastava un’occhiata o un gesto per comu­ni­care con la folla. Ale­xis è un poli­tico capace e rea­li­sta ma deve fati­care di più otte­nere con­senso verso la sua com­plessa stra­te­gia: incal­zare passo dopo passo i poten­tati finan­ziari euro­pei, gua­da­gnando sem­pre mag­giori mar­gini di auto­no­mia e di libertà. L’opinione pub­blica greca sem­bra com­pren­dere e apprez­zare. E’ ora che il governo si chia­ri­sca anche den­tro il par­tito di mag­gio­ranza e con­duca i vari capi­cor­rente verso un nor­male atter­rag­gio dagli schemi ideo­lo­gici alla tra­gica realtà della Gre­cia e dell’Europa. Non per accet­tarla ma per cambiarla.

Dimitri Deliolanes

Fonte: Il Manifesto

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Gli schie­ra­menti sono in posi­zione di bat­ta­glia, in vista dell’Eurogruppo “deci­sivo” di oggi. Sul tavolo dei part­ner della zona euro, c’è la let­tera di Yanis Varou­fa­kis, che accetta l’ “esten­sione” del piano, ma la pre­senta in una forma di inge­gne­ria lin­gui­stica che ieri sera ancora aveva susci­tato un chiaro “nein” del governo tede­sco (anche se, qual­che fis­sura è apparsa a Ber­lino, con Sig­mar Gabriel, vice-cancelliere Spd, che afferma: “ripren­diamo imme­dia­ta­mente la discus­sione con la Gre­cia”). Varou­fa­kis cita il piano con l’acronimo inglese, Mfafa, accetta anche l’articolo 10–1, che ammette “con­trolli” da parte dei cre­di­tori, che ormai non si chia­mano più “tro­jka” – parola invisa, non solo ai greci – ma “isti­tu­zioni” o “trio” (sono sem­pre Bce, Ue e Fmi). Per la Com­mis­sione è “un segnale posi­tivo”, che “apre la strada al com­pro­messo”. Lunedi’ 16, l’Eurogruppo straor­di­na­rio è finito quasi con uno scon­tro fisico, tra l’imponente Varou­fa­kis, ormai para­go­nato a Bruce Wil­lis, e Joe­ren Dijs­sel­bloem, il pre­si­dente dell’Eurogruppo (olan­dese, social-democratico), con Wol­fgand Schäu­ble che schiu­mava ner­vo­si­smo e che pale­se­mente non vuole più ritro­varsi nella stessa stanza con il suo col­lega greco delle finanze. Il malin­teso, su cui insi­ste l’ala rigo­ri­sta del governo tede­sco gui­data da Schäu­ble, è che il Mfafa è l’accordo-quadro di assi­stenza finan­zia­ria e che la Gre­cia vuole limi­tare l’impegno a que­sto aspetto, men­tre la Ger­ma­nia e Bru­xel­les quando si rife­ri­scono agli “impe­gni” presi da Atene pen­sano al Memo­ran­dum in tutti i suoi det­ta­gli. La let­tera di Varou­fa­kis va comun­que al di là del com­pro­messo pro­po­sto dal com­mis­sa­rio Pierre Mosco­vici lunedi’, testo poi sosti­tuito con una presa di posi­zione più dura da Dijs­sel­bloem, che ha esa­spe­rato Varou­fa­kis e ha rischiato di finire in rissa, anche fisica, quando il mini­stro greco ha urlato un fac­cio all’olandese “bugiardo, bugiardo”, mostrando il pugno e scon­vol­gendo la prassi ovat­tata delle riu­nioni dei 19 mini­stri delle finanze della zona euro.

“Pren­dere o lasciare” ha fatto sapere il governo greco a Bru­xel­les alla vigi­lia dell’Eurogruppo dell’ultima chance. Per Varou­fa­kis oggi “si vedrà chi vuole una solu­zione e chi no”. La Ger­ma­nia arriva forte del suo schie­ra­mento dei rigo­ri­sti: al suo fianco schiera la Slo­vac­chia, i Bal­tici, la Fin­lan­dia, l’Olanda, la Slo­ve­nia e Spa­gna, Por­to­gallo e Irlanda, paesi che hanno subito la mano di ferro della tro­jka e i cui governi ora temono la rivolta degli elet­tori sul modello greco. Tsi­pras puo’ con­tare solo su uno sguardo non troppo arci­gno della Com­mis­sione Junc­ker, che ha pro­messo all’insediamento nel novem­bre scorso di rilan­ciare l’economia (con il pro­gramma ancora fan­ta­sma dei 315 miliardi). Fran­cia e Ita­lia fanno la parte dei media­tori, ma Mat­teo Renzi con il Jobs Act e Fra­nçois Hol­lande con la legge Macron, hanno ormai pie­gato la testa, con l’obiettivo di evi­tare la “san­zione” Ue – cioè una multa salata – a marzo, per non rispetto degli impe­gni di riforma. Ieri, il primo mini­stro fran­cese, Manuel Valls, ha affer­mato che “la Fran­cia farà di tutto per­ché la Gre­cia resti nell’euro”. Lo ha detto di fronte a un’Assemblea infuo­cata, al momento del voto della “cen­sura” al suo governo, pre­sen­tata, senza spe­ranze di vit­to­ria, dalla destra Ump e Udi dopo che l’esecutivo aveva deciso di far pas­sare con la forza, ricor­rendo al 49–3 (una fidu­cia rove­sciata), la legge Macron, che rischiava una boc­cia­tura al par­la­mento. La legge Macron è un’accozzaglia di circa 300 arti­coli, che vanno dalla libe­ra­liz­za­zione del tra­sporto su auto­bus a delle pic­cole limi­ta­zioni per cor­po­ra­zioni potenti come quella dei notai, ma soprat­tutto lega­lizza il lavoro la dome­nica e riduce ancora il diritto del lavoro ren­dendo più facili i licen­zia­menti. La sini­stra del Ps, la cosid­detta “fronda”, si sarebbe aste­nuta e alcuni avreb­bero votato con­tro: la legge sarebbe pas­sata con il voto del centro-destra, cosa che Valls ha voluto evi­tare. Al prezzo, pero’ di lasciare un campo di rovine a sini­stra: Ps diviso, mag­gio­ranza ine­si­stente, men­tre alcuni del Front de gau­che hanno accet­tato di votare la cen­sura assieme non solo all’Ump di Sar­kozy ma anche ai tre depu­tati del Fronte nazionale.

E’ con que­sti alleati pusil­la­nimi che Varou­fa­kis che oggi si pre­senta al ver­detto dell’Eurogruppo, con impor­tanti con­ces­sioni, come il man­te­ni­mento dell’equilibrio di bilan­cio, l’accettazione della “super­vi­sione” delle “isti­tu­zioni” e la pro­messa di non pren­dere deci­sioni “uni­la­te­rali”. In Ger­ma­nia, il fronte intran­si­gente ha la ten­ta­zione di schiac­ciare Atene con una scon­fitta senza con­di­zioni (a Ber­lino, come in Fin­lan­dia, Olanda e Austria, c’è il ricatto che anche l’ “esten­sione” di sei mesi del piano greco deve essere appro­vata dal par­la­mento e il voto è a rischio). Per l’Ifo (Isti­tuto di con­giun­tura tede­sco) e per l’agenzia di rating S&P un Gre­xit “dolce” (soste­nuto anche da Valéry Giscard d’Estaing) sarebbe indo­lore per la Germania.

Anna Maria Merlo

Fonte: Il Manifesto

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Dopo una gior­nata di scon­tri e scin­tille tra la Ue e il governo greco — e soprat­tutto tra il mini­stro tede­sco Schaeu­ble e il pre­mier elle­nico Tsi­pras — Atene in serata sem­bra aver accet­tato un primo com­pro­messo. Il con­di­zio­nale è d’obbligo per­ché al momento di scri­vere que­sto arti­colo si par­lava solo di indi­scre­zioni fuo­riu­scite da fonti gover­na­tive, ma pare che oggi Tsi­pras si disponga a chie­dere l’estensione per ulte­riori sei mesi del finan­zia­mento Ue attual­mente in vigore, e che scade il 28 feb­braio: data oltre la quale le casse del Par­te­none sareb­bero vuote.

Ma lo schema messo in piedi dal primo mini­stro greco e lea­der di Syriza sarebbe quello di ribal­tare i mec­ca­ni­smi finora appli­cati nella Ue, dove a con­tare dovreb­bero essere (nei suoi intenti, è un ten­ta­tivo appunto) non più le deci­sioni dei “tec­no­crati” (vedi troika, dove pre­do­mi­nano ine­vi­ta­bil­mente i ban­chieri di Bce e Fmi) ma quelle dei governi e dei capi di stato.

Spo­stare tutto più sul piano delle poli­tica, in modo da otte­nere una certa tol­le­ranza: infatti ieri sera Tsi­pras ha sen­tito alcuni pre­mier euro­pei — tra cui Mat­teo Renzi, rag­giunto tele­fo­ni­ca­mente a Palazzo Chigi alla pre­senza del mini­stro dell’Economia Pier Carlo Padoan.

Il pre­mier greco ha chie­sto ai lea­der euro­pei un ver­tice per discu­tere le neces­sità di finan­zia­mento della Gre­cia. Secondo il Wall Street Jour­nal, Tsi­pras chiede di por­tare il nego­ziato sul tavolo dei capi di Stato e di governo. «Il nego­ziato con i nostri part­ner non è una que­stione tec­nica ma pro­fon­da­mente poli­tica. Ecco per­ché non si può risol­vere in poche ore», ha detto. «La solu­zione all’impasse non arri­verà dai tec­no­crati, ma dai lea­der poli­tici d’Europa».

«Deci­de­remo se chie­dere un’estensione del loan agree­ment»: cioè del pre­stito con­cesso dai part­ner euro­pei, ma non dell’intero pro­gramma di assi­stenza finan­zia­ria con tutte le con­di­zioni che que­sto com­porta, ha poi spie­gato una fonte gover­na­tiva alle prin­ci­pali agen­zie. Secondo la rete tele­vi­siva Antenna e altri media, l’esecutivo di Atene pre­sen­terà oggi a Bru­xel­les la richie­sta di pro­roga dei finan­zia­menti: non più legan­doli però al duro pro­gramma della troika, ma a una ver­sione più mor­bida e in qual­che modo fles­si­bile con­cor­data con la sola Ue. La base dovrebbe essere il docu­mento sot­to­po­sto due giorni fa al mini­stro delle Finanze elle­nico Yanis Varou­fa­kis dal com­mis­sa­rio agli Affari eco­no­mici Pierre Mosco­vici. La pro­po­sta, sem­pre secondo i media, dovrà essere quindi esa­mi­nata dall’Eurogruppo e, qua­lora fosse rite­nuta com­pa­ti­bile con le con­di­zioni poste alla Gre­cia dall’Eurogruppo, venerdì verrà con­vo­cata un’altra riu­nione dello stesso orga­ni­smo che dovrà deci­dere di conseguenza.

Eppure fino a poche ore prima il governo greco sem­brava più che deter­mi­nato a respin­gere qual­siasi ulti­ma­tum pro­ve­niente dalla Ue, spie­gando che non lo avrebbe accet­tato «nean­che con la pistola pun­tata alla tem­pia»: «Il vec­chio pro­gramma di rispar­mio è morto». E chi pro­pone di pro­lun­garlo di 6 mesi «spreca il suo tempo», aveva detto Tsi­pras alla rivi­sta tede­sca Stern. Atene non ha biso­gno di un piano B, alter­na­tivo a quello A pro­po­sto dall’Unione, «per­ché rimar­remo nell’euro». «Ma non rag­giun­ge­remo que­sto risul­tato sulle spalle dei deboli, come il governo che ci ha pre­ce­duto». Tsi­pras aveva chia­ra­mente riget­tato l’ultimatum di venerdì scorso: «Non dovrebbe esserci posto nell’Ue per ulti­ma­tum del genere. Nes­suno può pre­ten­dere che andiamo avanti dove il governo di Sama­ras si è fermato».

D’altronde, le dichia­ra­zioni tede­sche erano state così forti da richie­dere quasi natu­ral­mente, da parte del governo greco, una rea­zione di pari livello: «La Gre­cia deve deci­dere cosa vuole fare — aveva tuo­nato al ter­mine dell’Ecofin, il mini­stro Schaeu­ble — Nes­suno dei col­le­ghi nell’Eurogruppo ha capito cosa vuole vera­mente e nes­suno sa se la stessa Gre­cia lo sap­pia», ma Atene deve deci­dere «se vuole rima­nere nell’euro» e «deve pren­dere degli impe­gni chiari e dura­turi». Insomma, Tsi­pras vuole restare o vuole uscire dall’euro?

E quindi era seguita la rispo­sta pic­cata del governo elle­nico: la Gre­cia «non fir­merà un’estensione del pro­gramma di aiuti nem­meno con una pistola pun­tata alla tem­pia», ha detto il por­ta­voce del governo greco Gavriil Sakel­la­ri­dis alla Tv greca. La Gre­cia non ha fretta e dun­que non accet­terà com­pro­messi, ha poi aggiunto Tsi­pras. La demo­cra­zia greca «non può essere minac­ciata», la Gre­cia non è una colo­nia o un paria dell’Europa, ha infine aggiunto. E si vedrà oggi la sua pros­sima mossa.

Antonio Sciotto

Fonte: Il Manifesto

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Muro con­tro muro al secondo Euro­gruppo sulla Gre­cia. Atene ha defi­nito «assurde e inac­cet­ta­bili» le pro­po­ste dei 18 mini­stri dell’eurozona, che insi­stono per una «esten­sione» del pro­gramma in vigore. Per tro­vare un’intesa dun­que ci vor­ranno i tempi sup­ple­men­tari: l’eurogruppo è «sospeso» in attesa della rispo­sta del governo di Syriza e una nuova riu­nione potrebbe essere con­vo­cata venerdì 20.
Per la zona euro l’unica solu­zione sul tavolo resta l’«estensione» del piano attuale – il secondo, con «aiuti» pari a 130 miliardi, di cui deve ancora essere ver­sata l’ultima tran­che di 7 miliardi – che scade il 28 feb­braio, per tro­vare poi, entro qual­che mese, come aveva chie­sto Atene, un nuovo accordo. Ma «esten­sione» signi­fica pro­se­guire con le regole dell’austerità e le dosi di «fles­si­bi­lità» già pre­vi­ste. Anche la pre­si­dente del Fmi Lagarde afferma che senza il sì di Atene all’estensione del pro­gramma da Washing­ton non arri­ve­ranno altri fondi.

Dal canto suo, l’Ue ha accet­tato di non nomi­nare più la «troika» (anche se nel fine set­ti­mana ad Atene erano pre­senti gli stessi rap­pre­sen­tanti di Ue, Bce e Fmi, ormai chia­mati le «isti­tu­zioni»). Il mini­stro greco Varou­fa­kis aveva pre­ci­sato nel week-end i «punti di osta­colo»: 1) le pri­va­tiz­za­zioni, che Atene vuole sospen­dere e che avreb­bero dovuto por­tare almeno 20 miliardi nelle casse del paese, e 2) un’ulteriore libe­ra­liz­za­zione del lavoro, a riprova che la Ue, domi­nata dai con­ser­va­tori, con­ti­nua a voler imporre il suo dik­tat libe­ri­sta, una «linea rossa» inva­li­ca­bile per il governo di Syriza. Il nuovo governo greco, che ha già rinun­ciato a chie­dere l’annullamento di parte del debito e l’azzeramento di tutto il Memo­ran­dum (Atene è dispo­sta ad appli­carne il 70% e a ridi­scu­tere il restante 30%), pro­pone invece un programma-ponte di qual­che mese, fino all’estate, per poter con­clu­dere un «nuovo accordo» con la Ue, che tenga conto della situa­zione sociale e del voto demo­cra­tico. Ma i tempi degli uni e degli altri non coincidono.

Dal 28 feb­braio Atene può tro­varsi sola di fronte ai cre­di­tori e ai mer­cati, senza soldi e con even­tuali pre­stiti solo a tasso di usura. A marzo la Gre­cia deve ver­sare un rim­borso all’Fmi e a luglio e ago­sto sca­dono le cam­biali con la Bce, in tutto sono più di 10 miliardi. Sul fronte oppo­sto, per quat­tro paesi della zona euro – Ger­ma­nia, Olanda, Austria e Fin­lan­dia, che tra l’altro ha le ele­zioni ad aprile – anche solo un programma-ponte che non sia l’«estensione» di quello attuale deve essere votato dai rispet­tivi par­la­menti per entrare in vigore. I tempi per­ciò sono strettissimi.

All’Eurogruppo straor­di­na­rio dell’11 feb­braio, che è fal­lito, Varou­fa­kis era stato accu­sato di essere arri­vato senza un pro­gramma con le «cifre». Ma la Gre­cia ha pre­ci­sato le sue pro­po­ste: dimez­za­mento dell’avanzo pri­ma­rio impo­sto dal Memo­ran­dum (cioè prima del paga­mento degli inte­ressi sul debito) dal 3% all’1,5%; vuole gli utili già rea­liz­zati dalle ban­che cen­trali sui bond di Atene, pari a 1,9 miliardi di euro; vuole poter uti­liz­zare gli 11 miliardi che le sue ban­che non hanno speso e pro­pone che le ban­che elle­ni­che pos­sano acqui­sire una mag­giore per­cen­tuale di debito pub­blico per poterla poi col­lo­care come «col­la­te­rale», cioè in garan­zia, alla Bce. La Bce però ha già chiuso que­sto rubi­netto di finan­zia­mento all’inizio di feb­braio, per fare pres­sioni sul nuovo governo, anche se per il momento man­tiene aperto l’Ela, la liqui­dità di emer­genza (aumen­tata da 60 a 65 miliardi) alle ban­che greche.

Men­tre la poli­tica cerca una media­zione, Mario Dra­ghi con­ti­nua ad affer­mare che «un’uscita della Gre­cia dall’euro non avrebbe senso» e che si tratta di «uno sce­na­rio pura­mente speculativo».

Chi invece è molto pes­si­mi­sta è Wol­fgang Schäu­ble che ieri era aper­ta­mente «scet­tico» sull’esito del ver­tice. Anzi, inter­vi­stato da una radio tede­sca prima della riu­nione, il super­mi­ni­stro tede­sco ha accu­sato il governo greco di avere un «atteg­gia­mento irre­spon­sa­bile», frase che ha poi pro­vo­cato le ire uffi­ciali del por­ta­voce del governo di Atene.

Fran­cia e Ita­lia pro­vano a mediare, almeno a parole.

Secondo Padoan se la Gre­cia non chie­desse l’estensione del pro­gramma «ci sarebbe un pro­blema di finan­zia­menti a breve ter­mine che si esau­ri­scono e si esau­ri­scono anche le pro­spet­tive a più lungo ter­mine». L’Italia si augura «viva­mente una solu­zione con­di­visa nell’ambito del mec­ca­ni­smo euro­peo che ha fles­si­bi­lità e che può acco­mo­dare tutte le richie­ste di prio­rità che i greci ci hanno riba­dito fino ad oggi».

Al ter­mine dell’eurogruppo salta per la seconda volta il comu­ni­cato uffi­ciale e i nervi restano tesi.

L’Ue afferma che l’unica pos­si­bi­lità per una nuova riu­nione dell’eurozona è la capi­to­la­zione dei greci sull’«estensione del programma».

D’altro canto, una «manina» ha dif­fuso in sala stampa la bozza di accordo rifiu­tata dalla Gre­cia con tanto di frasi sot­to­li­neate e cancellate.

Bozza che esclu­deva «atti uni­la­te­rali» di Atene, accet­tava il pro­lun­ga­mento dell’austerity e impe­gni pre­cisi della Gre­cia su: avanzo pri­ma­rio, debito pub­blico, fisco, pri­va­tiz­za­zioni, riforma del lavoro, riforma delle ban­che e pen­sioni. Gli stessi punti che ad Atene vedono come fumo negli occhi. Anche se la que­stione non è sul tavolo, se ne ripar­lerà di sicuro all’Ecofin di oggi.

Al ter­mine della riu­nione Varou­fa­kis, citando indi­ret­ta­mente la cele­bre frase di Dra­ghi, afferma che Atene farà “tutto il neces­sa­rio” (“wha­te­ver it takes”) per rag­giun­gere un accordo euro­peo entro le “pros­sime 48 ore”: “Non ho dubbi: alla fine rag­giun­ge­remo un’intesa che sarà molto ‘tera­peu­tica’ per la Gre­cia”. Secondo alcune fonti, Syriza potrebbe accet­tare un pro­lun­ga­mento di 4 mesi con alcune “con­di­zioni” nuove sta­bi­lite in modo pre­ciso.  “Il nostro governo — ha con­cluso — è stato eletto per ripen­sare il pro­gramma e non per pro­lun­garlo, visto che ha fal­lito nello sta­bi­liz­zare e rifor­mare la Gre­cia. Il pro­gramma attuale non può essere com­ple­tato con suc­cesso, biso­gna anche rispet­tare la democrazia».

Anna Maria Merlo

Fonte: Il Manifesto

gre

Cosa uni­sce «così forte» Atene e Roma, il governo greco e la sini­stra ita­liana lo spiega pro­prio alla fine Argi­ris Pana­go­pou­los: «Chi governa ora in Gre­cia viene da lon­tano, viene da Genova, viene dal G8 del 2001, viene da piazza Ali­monda: il patri­mo­nio poli­tico è quello». Il gior­na­li­sta di Avgi e diri­gente di Siryza con­clude così dal camion-palco un lungo pome­rig­gio romano che ha visto quasi 20mila per­sone sfi­lare per le vie della capi­tale a soste­gno della bat­ta­glia euro­pea di Ale­xis Tsi­pras e Yanis Varoufakis.

Il sole e le poche nuvole al posto della piog­gia annun­ciata sono il segnale che la mani­fe­sta­zione orga­niz­zata in pochi giorni «può con­si­de­rarsi un grande suc­cesso». Lo si capi­sce già dalla par­tenza alle 14 a piazza Indi­pen­denza. A pri­meg­giare sono le ban­diere rosse, spe­cie quelle della Fiom, pro­prio lì dove Lan­dini e i suoi furono man­ga­nel­lati dalla poli­zia durante la ver­tenza delle accia­ie­rie di Terni. Ma a parte i metal­lur­gici è tutta la Cgil ad essere pre­sente «in forze». C’è Susanna Camusso che sfila assieme a buona parte del gruppo diri­gente (Ago­stino Megale segre­ta­rio dei ban­cari della Fisac, il segre­ta­rio con­fe­de­rale Franco Mar­tini, Clau­dio Tre­ves dei pre­cari del Nidil) e c’è l’organizzazione che al Colos­seo porta gli stri­scioni legati ai pal­loni “No auste­rity” e “Change Europe”.

Le ragioni della pre­senza le spiega la stessa Camusso: «La Cgil è in prima fila a que­sto cor­teo per­ché l’austerità ha deter­mi­nato impo­ve­ri­mento dei lavo­ra­tori, disoc­cu­pa­zione, ha sca­ri­cato sul lavoro le scelte fatte dalla finanza. Per dare una pro­spet­tiva al lavoro, alla piena occu­pa­zione serve un’altra poli­tica, non quella dell’austerità e non quella del rigore». In chiu­sura arriva l’attacco al governo Renzi che «non segna una discon­ti­nuità rispetto alla logica del rigore. Basta dire che ha scelto la strada dei licen­zia­menti e non quella della crea­zione di lavori».

Le bani­dere rosse della galas­sia ancora fra­sta­gliata della sini­stra ita­liana la fanno da padrone. Come chie­sto dagli orga­niz­za­tori però si mesco­lano, senza tron­coni pre­de­fi­niti. I fiori per ricor­dare i migranti — dal palco lo si farà non col silen­zio ma con un minuto di parole e musica di «Non è un film» di Fio­rella Man­noia — non sono molti, ma ci sono. Come c’è lo stri­scione di aper­tura «Basta con le morti nel Medi­ter­ra­neo, no all’Europa for­tezza» che accom­pa­gna l’altro con­te­nente l’oggetto stesso della mani­fe­sta­zione: «No all’austerità, dalla parte giu­sta: cam­bia la Gre­cia, cam­bia l’Europa».

Si parla tanto, ci sono pochi cori, slo­gan o canti. Il più in voga è «Syriza, Pode­mos, ven­ce­re­mos!». I car­telli hanno come ber­sa­glio pre­fe­rito la tro­jka, la Mer­kel e la Bce e spesso sono in inglese per essere in sin­to­nia con le altre piazze euro­pee che in con­tem­po­ra­nea mani­fe­stano per la stessa ragione. Parec­chie ban­diere gre­che e di Syriza, tanti car­telli e in chiu­sura di cor­teo anche una impro­ba­bile com­pa­gine russa con un ritratto di Putin.

Appena si scende per via Cavour tutti si girano indie­tro ad ammi­rare sod­di­sfatti «quanto lungo è il cor­teo» e rin­fran­cati proseguono.

Arri­vati al Colos­seo, la scelta degli orga­niz­za­tori è di far par­lare più per­sone pos­si­bile: tre minuti a testa. Quella della Cgil è di lasciare la voce a lavo­ra­tori e dele­gati, gran parte gio­vani. Pier­paolo Pul­lini, omone grosso quanto gen­tile, dele­gato Fiom alla Fin­can­tieri di Ancona è il più applau­dito, spe­cie per il pas­sag­gio finale: «Dob­biamo ribel­larci a que­sti figli di tro­jka, all’idea che per i pro­fitti di pochi si cal­pe­stino i dirtti di tanti, appli­cando come fa Renzi la let­tera dik­tat della Bce del 2012 di Tri­chet e Draghi».

Per il resto sfi­lano tutte le facce della sini­stra di oggi e di ieri: si rivede per­fino Turi­gliatto. Il mondo della cul­tura che aveva ade­rito con tanti bei nomi — Toni Ser­villo, Anna Bona­iuto, Licia Miglietta — in realtà è rap­pre­sen­tato dal solo Moni Ova­dia. Il suo discorso però è fra i più apprez­zati. «Ne sento da molti lustri di belle parole sul costruire la sini­stra. Abbiamo un solo modo per fare in modo che que­sta volta non sia la solita illu­sione. Non c’è più tempo — con­ti­nua — dob­biamo fare come spa­gnoli e greci, dare forma ad una forza poli­tica: Syriza e Pode­mos sono adesso, non domani. Se non lo faremo la nostra gene­ra­zione avrà fal­lito», con­clude sovra­stato dagli applausi.

Arri­vano i movi­menti, pas­sano e si diro­gono verso la sede dell’Unione euro­pea a viale IV novem­bre — con­tro la quale par­tono uova e petardi — lan­ciando già il pros­simo appun­ta­mento: il 18 marzo a Fran­co­forte per «occu­pare» la Bce — «siamo dei mode­rati, non vogliamo met­tere una ban­diera rossa sull’Eurotower, solo aprirla ai biso­gni reali delle per­sone», pre­cisa Pana­go­pou­los. La bat­ta­glia dun­que con­ti­nua. E come dice Haris Gole­mis, il diret­tore del Haris Gole­mis — l’istituto Gram­sci elle­nico — con i suoi capelli spet­ti­nati e i baffi bian­chi «dob­biamo lot­tare tutti assieme, avanti popoli — e il plu­rale va sot­to­li­neato — alla riscossa». Si chiude con la can­zone della resi­stenza greca e “Bella ciao”. «E da domani si torna a combattere».

Massimo Franchi

Fonte: Il Manifesto

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Ancora cen­ti­naia di cada­veri. Un altro omi­ci­dio di massa che verrà deru­bri­cato con un’alzata di spalle. La fossa comune che un giorno farà ver­go­gnare l’Europa e l’Italia è sem­pre il mare Medi­ter­ra­neo. Diceva un tale con uno spic­cato senso per la tra­ge­dia che se Noè avesse avuto il dono di leg­gere il futuro avrebbe affon­dato la sua barca. Dome­nica, nel canale di Sici­lia, perso tra onde enormi, non c’era solo quel gom­mone avvi­stato dalla Guar­dia costiera con a bordo 105 per­sone. Ce n’erano altri tre.

Due sono stati soc­corsi da altre imbar­ca­zioni pro­prio men­tre sulla moto­ve­detta 29 migranti sta­vano morendo di freddo: sul primo c’erano solo due per­sone, sul secondo sette. Ne man­ca­vano almeno due­cento: le imbar­ca­zioni che sal­pano dalla Libia ven­gono sem­pre cari­cate a forza con­dan­nando a morte quasi sicura i migranti che ten­tano la for­tuna anche con un mare impos­si­bile. Un terzo è spa­rito nel nulla. A dare le giu­ste pro­por­zioni di una tra­ge­dia che è inu­tile defi­nire annun­ciata sono stati altri nove soprav­vis­suti che ieri all’alba sono sbar­cati sulle coste sici­liane. Hanno rac­con­tato di un quarto gom­mone inghiot­tito dal mare. La conta finale dei cada­veri lascia senza parole. Sono tre­cen­to­trenta. Come a Lam­pe­dusa il 3 otto­bre 2013, ma que­sta volta con meno lacrime. Quel giorno il mini­stro Alfano sentì almeno il biso­gno di decla­mare: “A Lam­pe­dusa — disse — ho visto 103 corpi, ho visto una scena rac­ca­pric­ciante. Una scena che offende l’Occidente. Lam­pe­dusa è la fron­tiera dell’Europa, que­ste per­sone hanno sognato libertà. L’Europa deve rea­gire con forza e pren­dere in mano la situa­zione”. Dopo sedici mesi nulla è cam­biato. Lam­pe­dusa è sem­pre più sola e l’idea della pros­sima estate mette i brividi.

Il sin­daco delle isole Pela­gie, Giusi Nico­lini, cono­sce la sua parte a memo­ria e per dovere non si stanca di ripe­terla. La inter­vi­stano sul molo della sua isola, di fianco alle auto­mo­bili par­cheg­giate che aspet­tano di cari­care le bare dirette a Porto Empe­do­cle. Solo di un uomo si cono­sce il nome, gli altri saranno un numero su una lapide. Il sin­daco guarda la tele­ca­mera, ma non sa più a chi rivol­gersi: “Que­sta tra­ge­dia dimo­stra a tutti che la situa­zione è gra­vis­sima, c’è una pres­sione molto forte, è la cri­mi­na­lità orga­niz­zata che decide quando e quanti farne par­tire, non hanno scru­poli. La pri­ma­vera e l’estate saranno molto dure, io non voglio che la mia isola diventi il cimi­tero del Medi­ter­ra­neo, non voglio più rac­co­gliere morti. La bat­ta­glia di Lam­pe­dusa è quella di que­sti dispe­rati, la loro sal­vezza è la nostra sal­vezza. Non so più a chi rivol­germi, il Papa ha già par­lato ma forse farebbe bene a far sen­tire ancora la sua voce”. Il suo appello è desti­nato a cadere nel vuoto: “Spero che l’Europa capi­sca che i soldi di Tri­ton potreb­bero essere spesi in maniera più utile, per esem­pio facendo viag­giare in aereo chi ha diritto di asilo. Tri­ton è un’operazione di poli­zia, ma in que­sto momento nel Medi­ter­ra­neo c’è una grande emer­genza uma­ni­ta­ria, non l’invasione di un popolo armato. Se non si rea­gi­sce nella maniera giu­sta, fini­remo per subire enormi tra­ge­die come que­ste, che non devono diven­tare ordinarie”.

I rac­conti dei soprav­vis­suti li abbiamo già ascol­tati altre volte e per que­sto dovreb­bero risul­tare ancora più insop­por­ta­bili. “Da alcune set­ti­mane — hanno detto due ragazzi del Mali — era­vamo in 460 ammas­sati in un campo vicino a Tri­poli in attesa di par­tire. Sabato scorso i mili­ziani ci hanno detto di pre­pa­rarci e ci hanno tra­sfe­rito a Gar­bouli, una spiag­gia non lon­tano dalla capi­tale della Libia. Era­vamo circa 430, distri­buiti su quat­tro gom­moni con motori da 40 cavalli e con una decina di tani­che di car­bu­rante”. Il mare faceva paura anche a riva, ma a quel punto nes­suno avrebbe potuto rifiu­tarsi si par­tire per l’Italia. Più che un viag­gio, i due maliani hanno rac­con­tano un’esecuzione di massa: “Ci hanno assi­cu­rato che le con­di­zioni del mare erano buone, ma in ogni caso nes­suno avrebbe potuto rifiu­tarsi o tor­nare indie­tro: siamo stati costretti a forza ad imbar­carci sotto la minac­cia della armi”. C’erano anche molte donne. E bam­bini. Altri testi­moni hanno rac­con­tato di essere stati presi a basto­nate, deru­bati e cari­cati a forza. Poi, la tra­ge­dia. Un gom­mone è arri­vato con il carico pieno (e ven­ti­nove morti assi­de­rati). Dagli altri due sono uscite vive solo nove per­sone, l’ultimo è scom­parso tra le onde. Per que­sta tra­ver­sata ogni migrante ha pagato ai traf­fi­canti 800 dol­lari, circa 650 euro.

Fla­vio Di Gia­como dell’Oim (Orga­niz­za­zione inter­na­zio­nale per le migra­zioni) è tra quelli che hanno rac­colto le testi­mo­nianze. “I migranti — ha rife­rito — sono tutti gio­vani uomini, l’età media è di circa 25 anni, pro­ven­gono dai paesi sub saha­riani, in par­ti­co­lare da Mali, Costa d’Avorio, Sene­gal e Niger. Per alcuni di loro la Libia era un paese di tran­sito, men­tre altri ci lavo­ra­vano da tempo, infatti par­lano un po’ di arabo. Que­sta tra­ge­dia con­ferma ancora una volta come i traf­fi­canti trat­tino i migranti, soprat­tutto i sub saha­riani, come un carico umano senza valore. Hanno fatto par­tire oltre 420 per­sone con con­di­zioni di mare asso­lu­ta­mente proi­bi­tive, di fatto man­dando la gente a morire”.

Nelle prime cin­que set­ti­mane del 2015, da quando è in vigore l’operazione Tri­ton, gli sbar­chi sono aumen­tati del 60% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il peg­gio, se pos­si­bile, deve ancora venire.

Luca Fazio

Fonte: Il Manifesto

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Kiev si dice «pre­oc­cu­pata», Mosca «pronta all’escalation» se non si rag­giun­gerà alcun accordo e Washing­ton invierà aiuti mili­tari a Kiev, gli Usa, via segre­ta­rio di Stato Kerry, si dicono «favo­re­voli» circa la pos­si­bi­lità di inviare armi all’Ucraina (l’indeciso sarebbe Obama), l’esercito ucraino e le mili­zie ribelli si stanno scan­nando nelle regioni orientali.

È il tetro qua­dro che pre­cede di poche ore l’incontro a Minsk, che dovrebbe pro­vare a ricu­cire una situa­zione che pare ormai sfug­gita di mano. Ieri si è svolta una prima seduta del «gruppo di con­tatto tra Kiev, Mosca, Osce e sepa­ra­ti­sti», secondo quanto scritto dall’agenzia Inter­fax, che ha citato «una fonte vicina alla pre­pa­ra­zione dell’incontro di Minsk».
«La prio­rità — ha detto la fonte — è il ces­sate il fuoco e lo svi­luppo di mec­ca­ni­smi per moni­to­rarne il rispetto». In pre­ce­denza il Crem­lino aveva annun­ciato que­sta prima riu­nione di con­tatto, men­tre ieri sono nuo­va­mente risuo­nate in modo sini­stro le parole che arri­vano dagli Stati uniti, dove si raf­for­ze­rebbe ogni giorno di più la fazione di chi ritiene che la cau­tela di Obama abbia effetti dele­teri, rischiando di tra­sfor­marsi in un peri­co­loso appea­se­ment nei con­fronti di Vla­di­mir Putin.

«È una situa­zione seria, e si ha la sen­sa­zione che il pre­si­dente non lo com­prenda», ha affer­mato, par­lando con il Washing­ton Post, un ex fun­zio­na­rio dell’amministrazione che da tempo — è spe­ci­fi­cato — si occupa di Ucraina. Ana­lo­ghe sen­sa­zioni le ha espresse Den­nis Ross, diplo­ma­tico di lungo corso, già inviato di Bill Clin­ton per il Medio Oriente e e con­si­gliere del segre­ta­rio di Stato Hil­lary Clin­ton per l’Iran. «Il rischio di pun­tare sulla debo­lezza e lasciare che la cosa si evolva è che Putin può anche così pro­vo­care molti danni», ha affer­mato Ross, ora ana­li­sta al Washing­ton Insti­tute for Near East Policy.

E secondo i con­sueti bene infor­mati, le que­stioni medio­rien­tali pese­reb­bero non poco. La cau­tela di Obama deri­ve­rebbe dal nego­ziato ira­niano sul nucleare, che sta vivendo le fasi cru­ciali a Gine­vra. Obama dun­que agi­rebbe in modo cauto rispetto a Putin, per non com­pro­met­tere il suo poten­ziale ruolo posi­tivo a mar­gine di quella trat­ta­tiva. Oltre a que­ste rifles­sioni di carat­tere geo­po­li­tico, ci sono alcune con­si­de­ra­zioni che pre­ce­dono qual­siasi deci­sione verrà presa a Minsk, con l’auspicio che si possa arri­vare ad un – quanto meno — «ces­sate il fuoco». Innan­zi­tutto la con­di­zione eco­no­mica del paese.

Secondo quanto scritto ieri da Reu­ters, «il Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale sta­rebbe valu­tando un pac­chetto di aiuti molto più grande per l’Ucraina, rico­no­scendo che il paese è sull’orlo della bancarotta».

Una fonte avrebbe detto alla Reu­ters che il pac­chetto com­ples­sivo potrebbe arri­vare a circa 40 miliardi di dol­lari. Un team del fondo mone­ta­rio sarebbe da giorni a Kiev per col­lo­qui con le auto­rità ucraine, per ragio­nare sul raf­for­za­mento del soste­gno finan­zia­rio. A gen­naio sarebbe stato deciso un pro­gramma di finan­zia­mento più a lungo ter­mine e supe­riore ai 17 miliardi pre­vi­sti. Secondo le fonti dell’agenzia Reu­ters, «17 miliardi dol­lari non sareb­bero suf­fi­cienti a sal­vare l’Ucraina».

Infine, una con­sta­ta­zione, per molti versi simile alla cau­tela di Obama su Putin. Si parla infatti di accordo, nego­ziato, ma non si nomina più la Cri­mea, con­si­de­rata da mezzo mondo la respon­sa­bi­lità più pesante di Putin nei con­fronti dell’inegrità ter­ri­to­riale ucraina. L’annessione della Cri­mea sem­bra data ormai per scon­tato, tanto dai russi, ma è logico, quanto da euro­pei e da Poro­shenko. Come mai, infatti, Kiev non riven­dica più quella zona di paese annessa alla fede­ra­zione russa? Secondo Ful­vio Sca­glione, che ne ha scritto sull’ultimo numero di Limes, la rispo­sta è sem­plice: la Rus­sia ha per­messo la riat­ti­va­zione di alcuni impianti pre­ce­den­te­mente chiusi della Roshen, l’azienda che pro­duce cioc­co­lato, di pro­prietà di Poroshenko.

Sarebbe dun­que in atto una sorta di gentlemen’s agree­ment, sug­ge­ri­sce Sca­glione: Putin ha assi­cu­rato il busi­ness a Poro­shenko, che in cam­bio avrebbe «dimen­ti­cato» la Crimea.

Simone Pieranni

Fonte: Il Manifesto

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Una nuova bufera sulla Sviz­zera (e i suoi/nostri eva­sori) si è abbat­tuta ieri dopo che un cir­cuito inter­na­zio­nale di gior­na­li­sti inve­sti­ga­tivi, l’Icij (Washing­ton inter­na­tio­nal con­sor­tium of inve­sti­ga­tive jour­na­lists), ha dif­fuso un elenco di oltre 100 mila nomi della “lista Fal­ciani”: tutti cor­ren­ti­sti della banca bri­tan­nica Hsbc, tra i mag­giori isti­tuti al mondo, che nelle cas­se­forti di Gine­vra hanno tenuto fino al 2008 oltre 100 miliardi di euro frutto spesso di atti ille­citi e cri­mi­nali, miliardi in molti casi evasi al fisco dei pro­pri paesi di pro­ve­nienza. Il con­sor­zio di cro­ni­sti, 140 in 45 paesi, ha lavo­rato per mesi sul dos­sier (per l’Italia ha l’esclusiva il set­ti­ma­nale l’Espresso).

Tra i cor­ren­ti­sti figu­rano nomi di ita­liani illu­stri — dallo sti­li­sta Valen­tino al moto­ci­cli­sta Valen­tino Rossi, fino a Fla­vio Bria­tore — che ieri hanno subito respinto le accuse e spie­gato che i depo­siti sono per­fet­ta­mente rego­lari. Ma i nostri con­na­zio­nali nella lista sono molti di più: oltre 7 mila, con circa 6,5 miliardi depo­si­tati nelle casse della Hsbc, fondi in parte leciti, in parte sot­tratti al fisco. La dimen­sione dello scan­dalo però va ben oltre: non si tratta solo di eva­sione fiscale — di per sé fatto grave — ma l’aspetto più impres­sio­nante è che tra i miliar­dari “ospi­tati” dalla con­fe­de­ra­zione elve­tica risul­tano cri­mi­nali inter­na­zio­nali, dit­ta­tori, com­mer­cianti di “dia­manti insan­gui­nati” e addi­rit­tura orga­niz­za­zioni sospet­tate di terrorismo.

Due­mila nomi sono di com­mer­cianti di dia­manti, pre­ziosi usati spesso per finan­ziare guerre, come è acca­duto in Angola, Costa d’Avorio, Sierra Leone. Ma com­pa­iono tra i clienti anche fac­cen­dieri che hanno pro­cu­rato armi per i mas­sa­cri in Libe­ria, o rifor­nito di ordi­gni paesi come la Tan­za­nia o Tai­wan. Com­pa­iono poi i nomi di com­po­nenti di una ong sau­dita accu­sata di finan­ziare Al Qaeda.

Altri nomi­na­tivi illu­stri: la top model austra­liana Elle Mac­Pher­son, gli attori Chri­stian Sla­ter e Joan Col­lins; il re di Gior­da­nia Abdul­lah II, quello del Marocco Moham­med VI; il nobile arabo Ban­dar Bin Sul­tan, il prin­cipe del Bah­rain Sal­man bin Hamad al Kha­lifa. Ma ci sono anche i piloti di For­mula Uno Fer­nando Alonso e Heikki Kova­lai­nen, il can­tante Phil Col­lins. E altri, inquie­tanti: Rami Makhlouf, cugino del pre­si­dente siriano Bashar al Assad con­si­de­rato la mente finan­zia­ria del regime di Dama­sco. Rachid Moha­med Rachid, mini­stro egi­ziano del Com­mer­cio con l’estero, scap­pato dal Cairo durante la rivolta con­tro Muba­rak; Frantz Mer­ce­ron, ora dece­duto, rite­nuto l’uomo delle tan­genti per conto dell’ex pre­si­dente hai­tiano Jean Claude “Baby Doc” Duva­lier. Selim Algua­dis, uomo d’affari turco, sospet­tato di aver for­nito alla Libia di Ghed­dafi com­po­nenti per armi nucleari; Gen­nady Tim­chenko, miliar­da­rio e amico del pre­si­dente russo Vla­di­mir Putin; Li Xiao­lin, figlia dell’ex primo mini­stro cinese Li Peng, pro­ta­go­ni­sta della repres­sione di piazza Tienammen.

Un elenco infi­nito, ma già alcuni paesi si sono mossi, anche per­ché su alcuni di que­sti nomi, prima ancora che diven­tas­sero di domi­nio pub­blico, le pro­cure lavo­ra­vano da tempo, gra­zie al fatto che Hervé Fal­ciani, ex dipen­dente di Hsbc, aveva for­nito gli elen­chi alle forze dell’ordine.

La Pro­cura di Roma ieri ha fatto sapere che inda­gherà, men­tre quella di Torino — la prima a pren­dere in mano il dos­sier, quando nel 2011 uscì la prima parte della lista Fal­ciani — ha spie­gato che lavora, in col­la­bo­ra­zione con i col­le­ghi esteri e ita­liani, su un elenco di 121 mila nomi.

Ma poco pur­troppo si recu­pera dell’evaso: sugli oltre 7 mila ita­liani, la Guar­dia di finanza ha indi­vi­duato sol­tanto 190 per­sone non in regola con il paga­mento delle tasse, 100 dei quali sono eva­sori totali (3276 le veri­fi­che fiscali effet­tuate, 741 i milioni non dichiarati).

Ben diverso il risul­tato degli inglesi: hanno sco­vato ben 3600 con­tri­buenti eva­sori. Come mai da noi risul­tati così magri? Va ricor­dato che in mezzo c’è stato lo scudo di Tre­monti, cui hanno fatto ricorso ben 1264 nostri concittadini.

La Gran Bre­ta­gna, in com­penso, è finita in mezzo a un ciclone poli­tico: il Labour ha accu­sato il pre­mier David Came­ron di aver nomi­nato sot­to­se­gre­ta­rio al Com­mer­cio un ex pre­si­dente di Hsbc, Ste­phen Green. Came­ron si è difeso spie­gando che è tutto rego­lare e che tocca alla magi­stra­tura lavo­rare su que­sti dossier.

Dalla Spa­gna arriva la noti­zia che Fal­ciani sarà assunto come con­su­lente sulla lotta all’evasione da Pode­mos, in vista delle poli­ti­che di autunno. Men­tre dal Bel­gio è arri­vata una minac­cia: la magi­stra­tura emet­terà man­dati di arre­sto inter­na­zio­nali agli attuali ed ex diri­genti di Hsbc se la magi­stra­tura sviz­zera non col­la­bo­rerà inviando le infor­ma­zioni richieste.

Antonio Sciotto

Fonte: Il Manifesto

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Alle 5 del pome­rig­gio quella che invade il terzo piano del palazzo dei gruppi par­la­men­tari è una pro­ces­sione, una dolo­rosa tran­su­manza verso l’aula Ber­lin­guer. Dovrebbe essere la riu­nione della mino­ranza Pd con­vo­cata da Andrea Gior­gis e Enzo Lat­tuca per fare il punto sulle riforme. Ci sono tutti, anche qual­cuno di più: i ’duri’ Ber­sani, Cuperlo, Bindi, Boc­cia. I rifor­mi­sti trat­ta­ti­vi­sti Spe­ranza, Stumpo. L’ex let­tiano ora ren­ziano Fran­ce­sco Russo. Il sot­to­se­gre­ta­rio Piz­zetti. «Siamo alla riu­nione della mino­ranza, c’è pure la mag­gio­ranza» iro­nizza Pippo Civati. C’è chi ci va più pesante: «Ci sono anche i con­trol­lori di Renzi».

L’atmosfera è tesa. Se nel Pd si sca­vano ormai dif­fe­renze pro­fonde, anche fra i dis­si­denti ormai ci sono fos­sati. Al senato gli emen­da­menti di Miguel Gotor hanno rac­colto 27 voti, quelli che ci si aspet­tava. Ma alla camera con­tro l’emendamento che ripri­sti­nava i sena­tori di nomina del Colle solo Civati è rima­sto in aula a votare no, in 60 sono usciti. La mino­ranza è con­fusa, la stra­te­gia fa acqua. Par­lano D’Attorre, Fas­sina, Gotor, Cor­sini. Tutti ten­denti al pes­si­mi­smo sul futuro del Pd ren­ziano. Prende la parola anche Cuperlo: parla di «muta­zione gene­tica del Pd», di «difesa della demo­cra­zia», rac­conta la sto­ria del cane Balto, car­tone ani­mato di grande suc­cesso fra i pupi: è la vicenda di un cane da slitta che negli anni 20 in Ala­ska tra­sporta un far­maco in una cit­ta­dina col­pita da un’epidemia. Sto­ria lacri­mosa, però fini­sce bene. Ma chi è Balto? Chi gui­derà la bat­ta­glia, forse quella finale, per non con­sen­tire a Renzi imporre al paese un capo dello stato scelto in nome del patto del Naza­reno? Ma può essere un inter­ro­ga­tivo fuori tempo: in que­gli stessi minuti il for­zi­sta Romani dichiara che ormai Renzi non governa senza i voti azzurri, «la mag­gio­ranza cambiata».

Ber­sani, che in que­sti giorni ha alzato la voce con­tro il segre­ta­rio, va via subito. Poi attra­verso i cro­ni­sti manda un avviso. «Renzi sa benis­simo che sulla legge elet­to­rale c’era una pos­si­bile media­zione e non ha voluto mediare. Ora spetta a lui dire se si deve par­tire dall’unità del Pd». È una maniera light di par­lare del rischio di scis­sione e di river­sarne la respon­sa­bi­lità sul segre­ta­rio. Renzi, da Davos, però ha appena spie­gato di non essere pre­oc­cu­pato: «Quella di una parte della mino­ranza Pd sull’Italicum è una posi­zione che non con­di­vido e non credo la con­di­vi­dano nean­che i mili­tanti delle feste dell’Unità, anche quelli che non hanno votato per me».

Davide Zog­gia è fra i più scet­tici: «Renzi ha già deciso il nome del can­di­dato per il Qui­ri­nale con Ber­lu­sconi». E ora alla mino­ranza toc­cherà l’ennesimo atto di obbe­dienza. Spe­ranza, capo­gruppo dei depu­tati, nega: «Ho fidu­cia nel segre­ta­rio, lavo­rerà per unire il Pd». Le diver­sità sono evi­denti. «Sul pre­si­dente siamo uniti e deter­mi­nati a evi­tare scelte al ribasso», ras­si­cura Alfredo D’Attorre. Anche Fas­sina ci crede: «La riu­nione non con­vo­cata per rimet­tere insieme dif­fe­renze ormai evi­denti ma per sce­gliere una posi­zione comune sul capo dello stato. E que­sta posi­zione comune c’è».

Ma c’è dav­vero? Nell’aula Ber­lin­guer c’è chi vor­rebbe fare una bat­ta­glia su Romano Prodi e chi invece spera che Renzi scelga Anna Finoc­chiaro o Giu­liano Amato. «Noi non potremmo accet­tare un can­di­dato frutto del patto del Naza­reno», insi­ste Zog­gia. Non vuol dire, pun­tua­lizza, essere «fran­chi tira­tori», «se non saremo d’accordo lo diremo senza nem­meno fare inter­vi­ste il giorno del voto». L’allusione è a quello che fece Renzi nel 2013 durante le vota­zioni per il Qui­ri­nale, boc­ciando dalle tv Anna Finoc­chiaro e Franco Marini. Civati annun­cia: «Se il nome pro­po­sto non mi darà garan­zie di auto­no­mia da Palazzo Chigi voterò scheda bianca e lo dirò pubblicamente».

Nes­suno lo nomina, ma il rischio di una frat­tura interna c’è. Fran­ce­sco Boc­cia, reduce da una pole­mica san­gui­nosa con il segre­ta­rio, lan­cia un appello: «È ormai chiaro anche ai bam­bini che il Pd è lace­rato su una delle que­stioni più impor­tanti del paese. Ed è altret­tanto chiaro che stiamo andando tutti verso il bara­tro. Sarà bene con­si­de­rare che quando in due si corre verso il bur­rone, occorre fer­marsi insieme, altri­menti si pre­ci­pita sem­pre insieme. Mi auguro che il senso di respon­sa­bi­lità pre­valga in tutti e che si trovi un punto d’incontro visto che la demo­cra­zia è sin­tesi e non una prova di forza». Tra lunedì e mar­tedì Renzi incon­trerà i gruppi Pd, mar­tedì stesso vedrà Ber­lu­sconi e gli altri par­titi, quindi con­vo­cherà i grandi elet­tori demo­cra­tici. La mino­ranza Pd conta, sulla carta, di un terzo dei grandi elet­tori. Ma già altre volte Renzi è stato capace di spac­carla: sul jobs act, sull’Italicum, sulle riforme. Pro­verà a farlo anche sta­volta. A occhio ci è già riuscito.

Daniela Preziosi

Fonte: Il Manifesto