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USA: SCIOPERO DELL'HAMBURGER, LAVORATORI FAST FOOD IN PIAZZA

Il 15 aprile i lavoratori dei fast food di 35 paesi nel mondo scenderanno in sciopero per tornare a rivendicare l’aumento dell paga oraria 15 dollari. La loro lotta va avanti da anni. Eppure non mollano. “Fight for 15” è il loro slogan. In particolare i dipendenti di McDonald’s che giudicano l’ultimo aumento a dieci dollari “troppo basso”, “ed in più riguarda – e’ l’accusa – solo un numero limitato di lavoratori, quelli impiegati nei ristoranti direttamente gestiti da McDonald’s. ”Stiamo facendo progressi. Se continuiamo a batterci, finiremo per vincere” affermano. La decisione di McDonald’s di aumentare i salari segue quella di molti altri big americani. Wal Mart in febbraio ha annunciato un aumento del salario all’ora a nove dollari per mezzo milione di dipendenti. Poco dopo e’ stata la volta di Target. Il salario minimo federale e di 7,25 dollari l’ora.

Dopo McDonald’s, anche Domino’s Pizza aumenterà la paga minima. Secondo quanto ha detto l’amministratore delegato del gruppo leader nella distribuzione a domicilio di pizza, Patrick Doyle, in un’intervista alla Cnbc, si tratta di un misura necessaria per rimanere competitivi. “Lo chiede il mercato, dobbiamo farlo – ha detto Doyle – per assicurarci la gente giusta per il nostro business”.

Secondo una delle ultime rilevazioni, l’aumento dei salari medi all’ora del settore privato è stato dello 0,3% rispetto a febbraio, oltre le attese degli analisti ma completamente insignificante per i lavoratori che da anni chiedono l’aumento del 100% della paga minima, ferma intorno ai sette dollari.

Fabio Sebastiani

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«Sono un vigile del fuoco e per 1200 euro al mese inter­vengo per sal­vare le per­sone dalle inon­da­zioni e dai ter­re­moti». «Sono una mae­stra e gua­da­gno 1500 euro al mese dopo 20 anni di ser­vi­zio». E poi ci sono i medici, gli infer­mieri, gli agenti di poli­zia, i ricer­ca­tori uni­ver­si­tari. I lavo­ra­tori del pub­blico impiego non ce la fanno più: il loro con­tratto è bloc­cato dal 2009, i pre­cari non ven­gono sta­bi­liz­zati e anzi in migliaia rischiano il posto, il governo minac­cia di tagliare sem­pre di più i ser­vizi. Quindi oggi saranno in piazza, a Roma, per una mani­fe­sta­zione unica nel suo genere: riu­ni­sce tutte le sigle – ben 12 – del sin­da­cato con­fe­de­rale. Si aspet­tano 600 pull­man, oltre 50 mila per­sone. Ci voleva evi­den­te­mente Mat­teo Renzi, pre­mier del Pd, per farli arrab­biare tanto.

E oggi dal palco di Piazza del Popolo è alta­mente pro­ba­bile che verrà pro­cla­mato lo scio­pero gene­rale del set­tore. Lo ha spie­gato Gio­vanni Fave­rin, della Fp Cisl: «Se il governo non rispon­derà alle nostre richie­ste, se non tro­verà 1,5 miliardi per comin­ciare a discu­tere del nostro con­tratto, men­tre ha tro­vato 6 miliardi per l’Irap alle imprese, noi con­ti­nue­remo la mobi­li­ta­zione, fino allo scio­pero». E Gio­vanni Tor­luc­cio, della Uil Fpl ha aggiunto: «Saranno i lavo­ra­tori della piazza molto pro­ba­bil­mente a chie­derci lo scio­pero generale»

A entrare nel det­ta­glio delle moti­va­zioni della pro­te­sta è Ros­sana Det­tori, segre­ta­ria gene­rale Fp Cgil: «Il pub­blico impiego non ce la fa più: abbiamo il con­tratto fermo dal 2009, senza con­tare il blocco degli inte­gra­tivi. E certo gli 80 euro non sono un rin­novo. Un dipen­dente medio ha perso almeno 5 mila euro. Siamo sem­pre noi a pagare, e i tagli li subi­scono anche i cit­ta­dini, per­ché i ser­vizi ven­gono impo­ve­riti». Non a caso, lo slo­gan della mani­fe­sta­zione di oggi è #Pubblico6Tu, pro­prio per ren­dere evi­dente che que­sta lotta è fatta per tute­lare i diritti di tutti.

«La mini­stra Madia dice che il Jobs Act e le riforme del governo non ci toc­cano? – riprende Det­tori – È una fal­sità: nel decreto che ha preso il suo nome, Madia ha inse­rito il deman­sio­na­mento, quindi saremo noi a pro­varlo per primi. E poi ricor­date che inse­dian­dosi annun­ciò la “staf­fetta gene­ra­zio­nale”? 15.000 mila assun­zioni, fu la pre­vi­sione. Un’altra grossa bugia: se va bene saranno in tutto 500. Senza con­tare le migliaia di pre­cari che entro fine anno rischiano di per­dere il posto».

«Il lavoro pub­blico non è valo­riz­zato, anzi Renzi lo disprezza – dice ancora Fave­rin, della Cisl – Per tro­vare 1,5 miliardi per il nostro con­tratto, baste­rebbe tagliare 1,2 miliardi di con­su­lenze e per il resto non con­fer­mare alcuni diri­genti. Sem­bra che siamo noi a pesare sul bilan­cio dello Stato: ma si deve sapere che su 830 miliardi di spesa pub­blica annuale, gli sti­pendi di 2,5–3 milioni di dipen­denti pub­blici costano 70 miliardi, men­tre quelli dei soli diri­genti, che sono 168 mila, pesano per 20 miliardi. Non si può tagliare lì?».

Dome­nico Pan­ta­leo (Flc Cgil) ricorda la con­di­zione dif­fi­cile degli inse­gnanti e dei ricer­ca­tori, molti precari.

Nelle parole dei sin­da­ca­li­sti degli sta­tali, è un cre­scendo di attac­chi alla mini­stra della Pub­blica ammi­ni­stra­zione: «Lei poco legge e poco stu­dia: parla di noi senza sapere nean­che cosa fac­ciamo». «Non sa pro­nun­ciare nep­pure tutti i mestieri che facciamo».

Non viene rispar­miato nean­che Renzi: «Sapete cosa ha chie­sto alla cena con gli impren­di­tori a Milano? Se i lavo­ra­tori pub­blici non siano troppi. E ovvia­mente ha riscosso gli applausi degli indu­striali». «Basta pro­messe, basta slo­gan, vogliamo i fatti». Ros­sana Det­tori ipo­tizza addi­rit­tura una nuova forma di pro­te­sta: «Man­de­remo le bol­lette a Palazzo Chigi: visto che i nostri lavo­ra­tori non le pos­sono più pagare, vediamo se ce le paga il governo».

A rischiare, come detto, sono soprat­tutto i pre­cari: migliaia di con­tratti sca­dono appunto a fine anno e non è detto che ver­ranno ulte­rior­mente pro­ro­gati. Men­tre gli orga­nici fanno ormai acqua da tutte le parti, e i cari­chi di lavoro si inten­si­fi­cano sem­pre di più: «Abbiamo perso 460 mila addetti negli ultimi dieci anni – dice Fave­rin – E nei pros­simi quat­tro andranno in pen­sione 150 mila per­sone: ma è pre­vi­sto un ingresso di sole 56 mila unità. Que­sto per chi dice che siamo troppi».

Intanto chiu­dono ser­vizi essen­ziali, si tagliano letti e pre­sta­zioni negli ospe­dali, o li si met­tono a caro prezzo, alzando i tic­ket; si allun­gano le liste di attesa. Rischiano grosso anche impor­tanti pre­sidi cul­tu­rali: il Tea­tro di Roma, con il licen­zia­mento dei suoi orche­strali, è stato solo l’esempio più famoso.

Cgil, Cisl e Uil citano il caso del con­ser­va­to­rio Per­go­lesi di Ancona: «I lavo­ra­tori sono da ben 2 anni senza sti­pen­dio, e nel frat­tempo ha avan­zato una pro­po­sta di acqui­sto una società cinese». Saranno i cinesi, con i loro miliardi, a sal­vare i ser­vizi pub­blici ita­liani? Non sem­bra un’ipotesi percorribile.

Antonio Sciotto

Fonte: Il Manifesto   

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Oggi (ieri, ndr) è successo veramente qualcosa di importante, in cui ha contato anche il piccolo contributo di tutti i compagni e le compagne che provano come possono a supportare la resistenza di chi è stanco di pagare quotidianamente sulla propria schiena il prezzo della agognata “crescita”.

Proviamo a spiegare perché:

  1. da tempo dicevamo che in questo paese stava succedendo qualcosa. e stava succedendo dalle parti dei “nostri”, di operai, lavoratori dipendenti, di tutta quella composizione maggioritaria del mondo del lavoro la cui conflittualità non riusciva ad avere visibilità mediatica e restava spesso confinata nel perimetro delle vertenze.
  2. nelle ultime settimane l’attacco sempre più aggressivo e arrogante del Governo Renzi, che dopo il gioco pre-elettorale degli 80 euro, sotto la spinta della crisi, si andava sempre più a spostare sulle esigenze padronali, ha fatto sì che tanti lavoratori prendessero consapevolezza della natura di questo governo, e dessero alla loro conflittualità (che spesso proveniva da anni di frustrazione e da assenza di futuro) un orizzonte politico di opposizione. scioperi spontanei, petardi a Bergamo, migliaia di iniziative diffuse contro il jobs act che abbiamo cercato di documentare.
  3. il 25 ottobre della CGIL ha rappresentato un primo momento di sintesi e di espressione di questa volontà politica proletaria. alla manifestazione la CGIL e la FIOM ci sono arrivati sotto la spinta della base. spinta che si manifestava in assemblee sindacali piene, in volontà di partecipazione, in rabbia. quella manifestazione poteva essere ritualistica, una mossa di apparato: sono invece scesi in piazza un milione di persone. a parte l’involucro stantio che gli aveva dato il sindacato, la piazza esprimeva qualcosa di vivo, qualcosa che aveva intorno a sé la capacità di agglutinare anche altre forze.
  4. arriviamo ad oggi. e oggi che è successo? oggi abbiamo visto che la contraddizione fra capitale e lavoro, l’inconciliabilità dei loro interessi, si è palesata. a Roma si sono incrociate più vertenze operaie, per la prima volta non più mediabili, perché non c’era più niente da raccontare, niente più da far ingoiare. la forza del capitale e dei suoi servi sta proprio nel nascondere questa contraddizione, la forza dei proletari sta proprio nel renderla evidente. e quando si rende evidente non ce n’è più per nessuno: ognuno deve capire da che parte stare.
  5. oggi si dimostra ancora una volta che “non è tanto la grandezza della piazza o la violenza dello scontro, ma l’incidenza nella sfera della produzione della ricchezza a dare a chi si mobilita una potenza enorme” (lo scrivevamo in DOVE SONO I NOSTRI). se un corteo di 500 operai apre un caso politico, costringe il Governo alle scuse, a incalzare i vertici della polizia, tutta l’Italia a dover prendere posizione, è perché il grado di consenso di massa che raccoglie chi lavora e lotta per la propria vita è incredibile.
  6. questa forza la nostra classe la conosce bene, ce l’ha nella memoria, ce l’ha nella potenza delle sue ragioni. solo per questo motivo persone “disabituate” allo scontro resistono a mani nude di fronte a cariche così forti, solo per questo motivo la polizia è costretta a retrocedere. la resistenza degli operai di Terni vista in piazza è già da oggi una delle pagine più belle della storia di questo paese.
  7. adesso che succede? cosa si fa noi? possiamo limitarci a guardare la televisione ed esaltarci perché ci sono stati gli scontri. possiamo invece assumere un atteggiamento del cazzo e filosofeggiare sul fatto che tutto comunque nasce e ritorna sotto il cappello della CGIL, ovvero all’interno di un’organizzazione sindacale in cui buona parte della dirigenza è più che riformista e “traditrice” degli interessi operai. sarà. ma l’unico dato di fatto incontrovertibile è che si è aperto uno spazio, uno spazio all’interno del quale la conflittualità operaia e proletaria più generale può vivere. non si può restare fuori ed essere schizzinosi perché non ci piace la forma che ha questo spazio: bisogna starci dentro, bisogna costruirlo da dentro, bisogna allargarlo. la realtà la prendiamo per quella che è, e a vedere le ultime settimane non è manco tanto male: è gravida di speranza.
  8. anche perché c’è una contingenza che ci facilita. il Governo Renzi non vuole cedere, forse ormai non può cedere. la stessa arroganza con cui ha presentato il suo discorso gli impedisce di tornare facilmente indietro. il Governo Renzi è una bolla speculativa: può crescere finché si alimenta dei successi mediatici e di una presunta capacità di gestire le situazioni, ma come compare una crepa il giochino può incepparsi. se vogliamo dirla tutta, oggi si stanno cacando sotto, dimostrano la loro fondamentale insicurezza e inconsistenza. sono pericolosi, certo, ma sono una tigre di carta. possono prendere fuoco.
  9. cosa dobbiamo e possiamo fare noi? quello che già facciamo, moltiplicato però per mille, per diecimila, per tutti i compagni che siamo in Italia. dobbiamo stare nelle vertenze, unirle – come dimostrano i successi organizzativi che stanno ottenendo i compagni di Livorno. supportare la resistenza, costruire comitati autonomi di lavoratori, intersindacali, intercategoriali, che pongano al centro le nostre esigenze e la solidarietà di classe. costruire tutti insieme – lavoratori più meno precari, studenti, disoccupati – una vera opposizione a questo governo. non in generale alla “crisi”, all'”austerity”, ma a QUESTO governo che fa QUESTE politiche, per metterlo in difficoltà, farlo arretrare, prendere sicurezza in noi stessi. e così preparare l’offensiva: un momento di rilancio, di estensione di diritti, di aumento di salari etc.
  10. e soprattutto: dobbiamo crederci, cazzo. crederci maledettamente, come gli operai di Terni davanti ai manganelli.

Clash Workers Roma

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«Siamo noi il Quarto stato. Io vivo con 650 euro al mese ma allo scio­pero non rinun­cio». Giu­seppe Augello, dele­gato mila­nese di McDonald’s è carico, pronto per incro­ciare le brac­cia insieme a tutti i suoi col­le­ghi che nel mondo frig­gono panini e bat­tono scon­trini alla cassa. Cap­pel­lino e uni­forme di ordi­nanza, i ragazzi degli archi dorati si pre­pa­rano a cor­tei, volan­ti­naggi e flash mob per riven­di­care salari più alti, il diritto a un lavoro full time e ritmi umani.

Giu­seppe è Rsa Fil­cams Cgil da cin­que anni, da quando cioè ha comin­ciato a lavo­rare per la mul­ti­na­zio­nale del panino: da allora, McDonald’s lo ha spe­dito prima a Ber­gamo e poi in ben due locali desti­nati alla chiu­sura, pur di costrin­gerlo ad andar­sene («per­ché io rompo e metto i paletti»), ma lui ha resi­stito. Giu­seppe ha citato l’azienda davanti al giu­dice, per con­te­stare un appren­di­stato lungo tre anni ma senza for­ma­zione (il recente decreto Poletti sug­ge­ri­sce qual­cosa?): McDo ha accet­tato di con­ci­liare, ha dovuto assu­merlo a tempo inde­ter­mi­nato e pagar­gli tutti gli arretrati.

Giu­seppe è solo un esem­pio, parla di un mondo di lavo­ra­tori che non si arrende. Per oggi la IUF (Inter­na­tio­nal Union Food, sin­da­cato glo­bale della risto­ra­zione) ha indetto una gior­nata di ini­zia­tiva mon­diale, la #Fast­Food­Glo­bal, a cui l’Italia ade­ri­sce – con lo scio­pero di domani, che in realtà riu­ni­sce tutti i lavo­ra­tori del turismo.

«Il nostro con­tratto non è un menù», dice il volan­tino dei mila­nesi in scio­pero. «Su Milano e in tante altre città por­te­remo i lavo­ra­tori in cor­teo», annun­cia Gior­gio Orto­lani della Fil­cams. In effetti la mobi­li­ta­zione ita­liana è stata indetta da Cgil, Cisl e Uil soprat­tutto per il con­tratto: per­ché la Fipe-Confcommercio – cui ade­ri­sce McDonald’s, con i suoi 16 mila dipen­denti – ha disdetto il con­tratto nazio­nale, lan­ciando una sfida senza pre­ce­denti al sindacato.

Il gesto della Fipe è dav­vero «rivo­lu­zio­na­rio», visto che l’associazione che riu­ni­sce grossi mar­chi come Auto­grill, MyChef, Che­fEx­press, vor­rebbe ideal­mente pas­sare al supe­ra­mento del con­tratto nazio­nale, per appli­care dei rego­la­menti azien­dali uni­la­te­rali. Abbat­tendo gli scatti di anzia­nità, i per­messi retri­buiti, le mag­gio­ra­zioni per not­turni e festivi, la quat­tor­di­ce­sima. «La disdetta ci era stata comu­ni­cata a par­tire dal primo mag­gio 2014 – spiega Cri­stian Sesena, segre­ta­rio nazio­nale Fil­cams Cgil – Poi hanno deciso di pro­ro­garla al 31 dicem­bre: forse adesso vogliono sedersi a un tavolo».

A minac­ciare i prin­ci­pali isti­tuti con­trat­tuali, anche se non hanno scelto di disdet­tare il con­tratto, anche gli alber­ga­tori ade­renti a Con­fin­du­stria e Confesercenti.

Una situa­zione – quella di un con­tratto che non si rie­sce a rin­no­vare ormai da un anno (se si eccet­tuano Fede­ral­ber­ghi e Faita cam­peggi, unici ad aver fir­mato) – che mette gli addetti ancora più in crisi, se già non bastas­sero con­di­zioni di lavoro spesso pre­ca­rie e al con­fine con la povertà.

Sesena di recente è stato a New York, dove ha par­te­ci­pato al sum­mit indetto dalla IUF per orga­niz­zare le mobi­li­ta­zioni: «Il fatto posi­tivo è che stiamo cer­cando di uscire dal loca­li­smo – spiega – McDonald’s ha un’organizzazione del lavoro simile in tutto il mondo, che si ripete un po’ nei 33 paesi che hanno ade­rito alla pro­te­sta. E uguali sono i metodi di for­ma­zione. È impor­tante creare un coor­di­na­mento delle lotte glo­bali: che però non deve essere fatto solo di azioni estem­po­ra­nee, per gua­da­gnare visi­bi­lità, pure fon­da­men­tale. Serve una stra­te­gia sindacale».

Negli Usa, ad esem­pio, si chiede il rad­dop­pio della paga ora­ria: da 7,25 dol­lari a 15 (tenendo conto che non è un netto: i lavo­ra­tori con que­sta cifra devono pagarci anche l’assicurazione sani­ta­ria). Ecco il senso della cam­pa­gna #fightfor15.

In Ita­lia, sep­pure il tema del red­dito sia impor­tante – non solo sul piano del con­tratto nazio­nale, ma anche sulla obbli­ga­to­rietà di fatto del part time – la ver­tenza va anche su altri temi: «Si deve par­lare di orari, di con­ci­lia­zione vita-lavoro, di tutela delle donne e delle mamme – dice Sesena – Non dimen­ti­cando che McDonald’s non ha mai voluto sedersi per discu­tere un integrativo».

A Milano, tra l’altro, si parla anche di Expo: come lavo­re­ranno nel 2015 gli addetti di risto­ranti e alber­ghi se non avranno un contratto?

Quindi ecco le cam­pa­gne che la Fil­cams Cgil ha lan­ciato per gli addetti dei fast food, spesso gio­vani e un po’ a digiuno di cono­scenze sin­da­cali, inter­cet­ta­bili però sui social net­work: la cam­pa­gna «Fac­cia a fac­cia con la realtà» è diven­tata un blog (www​.fast​ge​ne​ra​tion​.it) dove i lavo­ra­tori si rac­con­tano (su Twit­ter l’hashtag è#fast­ge­ne­ra­tion).

Antonio Sciotto

Fonte: Il Manifesto

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Sette morti, quasi dieci, quasi schiavi. Lavoratori, ovviamente. Cinesi per caso, per cultura, per filiera o specializzazione produttiva. Per noncuranza dello Stato in cui erano arrivati. Attirati, certamente, da connazionali già incistati come un corpo estraneo in un tessuto produttivo malato. E mai rilevato da una struttura del controllo che si ferma sempre – geneticamente – davanti all’imprenditore.

Se l’impresa è il bene supremo, non ci si deve scandalizzare troppo né farne una questione di nazionalità. E a quanti capitano nelle grinfie dell’impresa, in fondo, si sa che non possono esser più garantiti diritti. Di nessun genere, spessore, certezza. Questo è il primo comandamento della nuova legge – italiana, europea, capitalista – che imperava in modo soft da quasi un Ventennio; ma che, con la crisi, ha preteso la consolle di comando. A ogni livello.

Certo. Gli operai con padrone “italiano” non dormono in loculi di fianco alla sala macchine.

Certo. Anche i precari con padrone “italiano”, probabilmente, guadagnano più di quel che venivano pagati quei dieci corpi distrutti. E che per questo non si potevano permettere un alloggio individuale, a proprie spese.

Certo. Probabilmente erano “clandestini” e magari persino consapevolmente “complici” dei loro aguzzini – ora assassini – fin da quando avevano lasciato il paese natale.

Ma vivevano e lavoravano qui. In un paese il cui Stato occhiuto tiene di mira soltanto chi protesta, s’oppone, turba l’equilibrio sonnolento dello sfruttamento intensivo. Chi obbedisce in silenzio non merita le “attenzioni” dello Stato, ma neanche la “protezione”. Un “imprenditore privato”, se pure sfrutta dei suoi connazionali clandestini, è comunque “persona rispettabile”, “portatore di ricchezza”, “risorsa produttiva”. Un valore. Se non suonasse come ossimoro direbbero persino un “bene comune”.

Tutti sapevano, come tutti sappiamo. Sapevano gli ispettorati del lavoro, carabinieri, polizia, guardia di finanza, Comune di Prato, vigili urbani, quanti frequentano gli stabilimenti vicini. Sapevano quelli che potevano denunciare, se non intervenire direttamente. Ma soprattutto sapevano e sanno – di cento o mile altri casi simili – quanti dovevano intervenire; per dovere istituzionale e stipendio messo in tasca.

Non è una tragedia “cinese”. Il paese d’origine è stato certamente teatro di uno sfruttamento altrettanto totale di quello praticato su queste dieci vittime italiane . Ma se ne sta lentamente tirando fuori. Aumentano lì i salari (del 15% l’anno, in media), si introducono istituti di welfare e di altri se ne pianifica la costituzione.

Qui si va nella direzione opposta. Il “modello di sviluppo” della fabbrica di Prato è quasi un esempio di “competitività”, giusto un po’ “sconveniente” sul piano morale o dei diritti umani.

Stiamo esagerando, “tirando al limite” la validità generale di un episodio particolare? Ma solo portando alle estreme conseguenze – logiche e empiriche – i processi di trasformazione in corso si può intravedere il traguardo, il punto d’arrivo. L’ obiettivo di certe “riforme strutturali”.

La fabbrica di Prato ci indica il nostro futuro, perlomeno nella testa della Troika e dei suoi servitorelli, quelli che ci governano.

Certo, dormiremo nei nostri letti e non in fabbrica. Per le fabbriche di questo tipo di futuro sarebbe un costo in più. Da tagliare.

Fonte: Contropiano

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Ieri centinaia di lavoratori e lavoratrici dei fast food newyorkesi hanno preso parte ad un’intera giornata di sciopero chiedendo aumenti dei salari e il diritto di associazione. Ad essere coinvolte sono stati tutte le maggiori catene di fast food statunitensi, da McDonald’s a Burger King a Wendy’s.

Durante lo sciopero i lavoratori si sono radunati all’esterno delle filiali bloccandone gli accessi e chiedendo ai clienti di non entrare per supportare la loro protesta e hanno denunciato le paghe da fame con cui centinaia di giovani vengono assunti nel business dei fast food: si parla di poco più di 7 dollari all’ora per un impiego stressante che spesso prevede molte ore di lavoro senza alcuna pausa e di una cifra assolutamente insufficiente a far fronte al costo della vita di una città come New York (considerato inoltre che a differenza di altri impieghi i lavoratori dei fast food non possono nemmeno contare sulle mance per arrotondare lo stipendio).

I lavoratori che ieri hanno incrociato le braccia hanno chiesto un aumento del salario a 15 dollari all’ora e la fine di tutta una serie di pratiche di lavoro abusivo, invitando poi i propri colleghi di tutto il paese a far proseguire la protesta anche nel resto degli Stati Uniti.

La campagna ‘Fast Food Forward’ (lanciata lo scorso anno per combattere la proliferazione di lavori sottopagati e al limite dello sfruttamento nata nel contesto della crisi) ha infatti organizzato altri scioperi attraverso il paese per tutta la settimana.

Fonte: InfoAut

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La Diocesi di Vallo della Lucania scende in campo per solidarizzare con i lavoratori del Consorzio Smaltimento Rifiuti Salerno/4 che da ben sedici giorni sono asserragliati in piazza Vittorio Emanuele a chiedere gli stipendi arretrati e le garanzie per il futuro occupazionale. Ieri mattina al presidio è arrivato il vescovo Ciro Miniero, che già nelle scorse settimane si era schierato a difesa di questi operai, e ha promesso di intervenire, nel più breve tempo possibile, sui vertici del Corisa/4 e su quelli della Provincia affinché si arrivi a una conclusione che possa salvaguardare i diritti non solo degli operai ma pure delle loro famiglie a veder remunerato il lavoro già prestato e allo stesso tempo avere un futuro certo e non più precario come lo è stato fino ad ora.

La Cgil nel frattempo ha ufficializzato, attraverso un documento firmato dal responsabile del comparto Pubblica Amministrazione Leonardo Tortora, la richiesta di “…rimuovere immediatamente il Commissario Liquidatore Domenico Del Gaudio per l’insensibilità e l’incapacità dimostrata. Sollecitiamo, inoltre, l’istituzione di un tavolo di crisi presso l’Ente Provincia, congiuntamente ai vertici di EcoAmbiente, per ricercare con spirito costruttivo ogni possibile via d’uscita praticabile. L’attivazione del tavolo richiesto restituirebbe dignità e accorderebbe il dovuto ascolto a chi sta protestando, si ripete per il lavoro, per il futuro e per la tutela delle attività sul territorio”.

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E’ in fase di stallo il passaggio dei 65 lavoratori del Corisa/4 alla società provinciale Ecomabiente. Sul punto c’è stato un duro botta e risposta tra i sindacati autonomi e l’assessore provinciale Adriano Bellacosa con il responsabile all’Ambiente della Provincia che ha  chiarito la sua posizione sulla mancata convocazione del cartello composto da Flaica Cub, Sindacato Azzurro, Uap, Assotrasporti, Cesil e Snaf a varie riunioni che hanno affrontato le problematiche dei livelli occupazionali del personale del Consorzio: “Non ho partecipato ad alcuna recente riunione in Prefettura, – specifica l’assessore – inoltre da almeno tre mesi non prendo parte a nessuna riunione sul tema poiché non convocato e infine ritengo di aver dato la disponibilità a cedere servizi ai Comuni o altri soggetti con l’assenso di tutti i sindacati”.

Proprio su questo punto c’è stata la contestazione più forte da parte delle organizzazioni sindacali autonome che con orlando Cioffi hanno ribattuto: “Noi non abbiamo rilasciato alcun beneplacito per la cessazione dei servizi a danno del Consorzio e del proprio personale. Anzi noi vogliamo che, come prevede la normativa, il Corisa/4 vada avanti fino al termine dell’anno così da mantenere i Comuni ancorati all’ente pubblico e nel frattempo procedere allo scioglimento della Yele spa che da compartecipata del Corisa/4 doveva essere già posta a termine”.

Cioffi non si ferma e allarga il suo pensiero: “Riguardo alla cessione dei servizi la gestione, sempre tenendo presente la legge, può essere fatta pure da parte della politica e delle istituzioni, ma per la parte che riguarda il trasferimento del personale nulla può essere mosso se prima non vengono convocate le organizzazioni sindacali che rappresentano i lavoratori”.

Insomma non si prospetta nessuna schiarita a breve e così per il decimo giorno consecutivo gli operai sono rimasti incatenati alla balaustra che protegge il monumento ai caduti in piazza Vittorio Emanuele a Vallo della Lucania. Sotto il cocente sole di ieri hanno una volta di più richiesto gli stipendi arretrati e hanno invitato il primo cittadino di Vallo della Lucania Antonio Aloia che con una delibera di giunta comunale aveva auspicato il passaggio degli stessi alla società provinciale di “…far votare un’altra delibera nella quale si chieda in maniera esplicita ai v ertici del Corisa/4 di procedere al pagamento di tutte le spettanze arretrate nel più breve tempo possibile”.

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AST: CONTUSO SINDACO TERNI, TELEFONATA CON PREFETTO

Momenti di tensione nel corso della manifestazione dei lavoratori Ast  a Terni in occasione dello sciopero di quattro ore di stamani organizzato da varie sigle sindacali e dalle Rsu. Il corteo con alcune centinaia di persone che, partito dai cancelli dell’Ast, avrebbe avuto come meta la sede della prefettura, in realtà è proseguito, di corsa, fino alla stazione, con i manifestanti che hanno superato lo sbarramento della polizia. In questa occasione si è registrato qualche contatto tra agenti e manifestanti, con questi ultimi che sono entrati nella stazione. L’ingresso in stazione è avvenuto in modo pacifico dopo che manifestanti e agenti si erano fronteggiati per alcuni minuti, senza arrivare a contatto, davanti agli ingressi dello scalo. Nei brevi tafferugli avvenuti poco prima dell’ingresso in stazione due persone hanno riportato lievi contusioni: uno è il sindaco di Terni Leopoldo Di Girolamo.

Telefonata tra il prefetto di Terni Vittorio Saladino e Di Girolamo dopo che questi è rimasto contuso. Parlando con l’ANSA il prefetto si è detto “addolorato” per quanto successo. Il prefetto ha ricordato la “lunga tradizione democratica della città”. “Ci sono state già diverse manifestazioni in passato – ha detto – e non è mai successo niente”. Saladino non è voluto entrare nel merito della dinamica dell’episodio.

Di Girolamo, dal canto suo, parla di una “violenza incomprensibile” da parte della polizia. Poche parole dette nel corso dell’occupazione dei binari della stazione e poco prima di essere medicato. Secondo l’assessore allo Sviluppo economico, Sandro Piermatti, che era vicino al sindaco al momento dei tafferugli, ” i lavoratori erano a mani alzate ma è partito l’ordine di manganellare, senza ragioni evidenti”. “Una cosa del genere non è mai successa – continua -, decine di volte la stazione è stata occupata pacificamente e poi lasciata libera”. Si dice indignato anche il senatore del Pd Gianluca Rossi, anche lui presente stamani, che annuncia che chiederà conto di quanto successo al Governo.

“Ho appreso con stupore e preoccupazione la notizia dei tafferugli alla stazione di Terni a seguito del corteo a difesa del polo siderurgico. Il fatto che alcuni manifestanti – e fra questi il sindaco – siano stati colpiti dalle forze dell’ordine è un fatto grave sul quale coi colleghi parlamentari rappresentanti dell’Umbria chiederemo urgenti spiegazioni al governo”: è quanto annuncio il senatore del Pd Miguel Gotor in un comunicato. “Al sindaco e a chi è stato coinvolto – prosegue Gotor – voglio esprimere la mia solidarietà e il mio affetto. Ai cittadini ternani, ai rappresentanti delle istituzioni e a tutti quelli che hanno voluto manifestare pacificamente a difesa del lavoro e dell’attività industriale del polo ternano rinnovo il mio impegno di parlamentare e il mio pieno sostegno alla loro causa”.

“Gravissima e ingiustificata la carica della Polizia al corteo degli operai della Ast di Terni che manifestavano per la tutela del posto di lavoro e per il loro futuro. Al sindaco della città, Leopoldo di Girolamo va tutta la nostra solidarietà”. Lo afferma il deputato di Sinistra Ecologia Libertà Giorgio Airaudo commentando la carica della polizia contro il corteo degli operai della AST di Terni. “In Italia – sostiene Airaudo – esiste un problema siderurgia che inizia a Taranto, ma che coinvolge Piombino, Terni e altri stabilimenti nel nostro territorio e che vede i lavoratori e le lavoratrici mobilitarsi per chiedere un piano nazionale sulla siderurgia. Piano, continua Airaudo, quanto mai necessario e urgente anche alla luce di quanto sta avvenendo a Taranto con l’Ilva”. Sinistra Ecologia Libertà, conclude Airaudo, chiede al ministro dell’Interno Alfano di riferire al più presto in Parlamento su quanto avvenuto oggi a Terni.

Fonte: Ansa

 

cambogia

Migliaia di lavoratori e lavoratrici della Sabrina Garnent Manufactoring, l’azienda taiwanese cui è subappaltata la produzione della Nike in Cambogia, stanno scioperando per le condizioni lavorative e salariali misere in cui versano. Tra i 5mila dipendenti dello stabilimento, circa 4mila stanno scioperando. Durante lo sciopero di ieri, centinaia di poliziotti sono intervenuti dopo che sono salite le tensioni tra scioperanti e chi invece ha continuato a lavorare. Secondo alcune fonti di informazione, in seguito all’intervento della polizia all’interno della fabbrica, almeno 11 dipendenti e otto operai sono rimasti feriti, mentre sette persone sono state arrestate.

Motivo principale dello sciopero è il rifiuto da parte dei dirigenti della fabbrica di alzare la paga minima mensile da 74 a 88 dollari al mese, una decisione che ha scatenato le reazioni dei lavoratori e delle lavoratrici, sotto lo sguardo preoccupato della multinazionale statunitense Nike in uno dei suoi cinque stabilimenti in Cambogia, declinando ogni responsabilità alla fabbrica Sabrina Garnent Manufactoring.

Eppure, le dinamiche delle grandi multinazionali che hanno esportato a suo tempo le fabbriche di produzione in Cambogia, Bangladesh e così via, hanno una responsabilità diretta nel momento in cui, nella logica economica del profitto si ricercano più guadagni a basso costo, mentre alto è quello che pagano le migliaia di lavoratori e lavoratrici che vengono sfruttati all’interno delle fabbriche. Basti pensare che in Cambogia, l’industria dell’abbigliamento è il più grande percettore di esportazione che impiega circa 500mila persone in più di 500 fabbriche di calzature e abbigliamento. Solo l’anno scorso, lo stato del sud est asiatico ha spedito più 4 miliardi di dollari di prodotti negli Stati Uniti e in Europa.

Fonte: InfoAut