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«Se Renzi vuole con­ti­nuare a tirare dritto, sap­pia che lo faremo anche noi. Ci tro­verà nelle piazze, nei pre­sidi a Roma, a occu­pare le pro­vince, a con­trat­tare nelle fab­bri­che. Non ci fer­miamo». Susanna Camusso lan­cia un mes­sag­gio chiaro da Piazza San Carlo, a Torino, nel giorno dello scio­pero gene­rale che ha visto l’adesione di oltre il 60% dei lavo­ra­tori e 1,5 milioni di per­sone pre­senti nei cor­tei di 54 città (dati del sindacato).

Cgil e Uil hanno alzato al mas­simo l’asticella dello scon­tro, per­ché pun­tano a cam­biare sia il Jobs Act che la legge di sta­bi­lità, e i tempi sono stretti. Car­melo Bar­ba­gallo, da piazza Santi Apo­stoli a Roma, ha rilan­ciato: «Hanno creato lavo­ra­tori di serie C, altro che eli­mi­nare Ia dif­fe­renza tra quelli di serie A e B — dice il segre­ta­rio Uil — Entre­ranno in aziende dove altri lavo­ra­tori hanno l’articolo 18, e loro no. Entre­ranno con il con­tratto a tutele cre­scenti, cioè cre­scenti per le imprese, e potranno essere deman­sio­nati e con­trol­lati a distanza. E alla fine dei tre anni, con gli sgravi l’imprenditore avrà rispar­miato 13 mila euro, men­tre licen­ziare gli costerà sol­tanto 7 mila euro». «Non hanno dato l’articolo 18 a chi non ce l’aveva e stanno cer­cando di toglierlo a chi ce l’ha», ha aggiunto.

Dalla piazza pie­mon­tese, anche la segre­ta­ria della Cgil ha par­lato con­tro il Jobs Act. E con­tro il pre­mier: ««Forse per Renzi lo Sta­tuto dei lavo­ra­tori è vec­chio per­ché ha 40 anni. Non vor­remmo sen­tir­gli dire che anche la Costi­tu­zione è vec­chia per­ché ne ha 70. Quando si ini­zia così, si sa dove si comin­cia e non si sa dove si va a finire».

Camusso vor­rebbe al con­tra­rio che «le tutele fos­sero estese anche ai pre­cari, e non tolte a tutti: che bello se un giorno potes­sero dire che hanno ferie, malat­tia, infor­tuni. Al con­tra­rio, quello che si estende sono i vou­cher — incalza la lea­der Cgil — Quei buoni che pos­sono usare per chia­marti quando vogliono, e cac­ciarti quando non servi più».

Un super­mar­ket della pre­ca­rietà che insomma con il governo a guida Renzi ria­pri­rebbe i bat­tenti a tutto spiano. E per que­sto i sin­da­cati insi­stono, quelle leggi vanno modi­fi­cate: «Sono norme che non vanno bene — dice Camusso par­lando del Jobs Act — Da cam­biare: noi con­ti­nue­remo e le cambieremo».

Come cam­biarle se non c’è dia­logo con il sin­da­cato? Camusso torna sulla con­cer­ta­zione: «E’ chiaro — dice — che le leggi le fa il Par­la­mento, noi lo abbiamo sem­pre pen­sato che sia lì il luogo della piena rap­pre­sen­tanza demo­cra­tica, e non abbiamo mai pen­sato di sosti­tuirci. Ma magari con un uso un po’ minore della fidu­cia lo fai agire meglio», dice con una sti­let­tata indi­riz­zata diret­ta­mente al premier.

«Siamo chiari — ha con­ti­nuato la lea­der Cgil — Noi non abbiamo nostal­gia dei riti, né della Sala verde. Dico però al governo che in qual­che forma, la scel­gano loro, dovrebbe discu­tere. Basta con i dilet­tanti allo sba­ra­glio: quei pro­fes­sori che ci dove­vano spie­gare tutto, e alla fine si è visto il disa­stro con le pen­sioni e le riforme del lavoro».

Appello al dia­logo rin­no­vato anche da Car­melo Bar­ba­gallo: «Caro pre­si­dente del con­si­glio ci stu­pi­sca. Ci con­vo­chi e discu­tiamo del futuro del Paese», ha detto dal palco il lea­der della Uil. Con­clu­dendo con un appello che ricorda tanto il «resi­stere, resi­stere, resi­stere» usato ai tempi con­tro Ber­lu­sconi: «Noi fac­ciamo andare avanti il Paese. Non ci ras­se­gniamo, mi fa pia­cere che ci sia l’Anpi oggi in piazza con noi. Faremo la nuova Resi­stenza con­tro coloro che pen­sano di poter fare a meno dei corpi inter­medi, dei sindacati».

Ma i sin­da­cati hanno voluto man­dare un mes­sag­gio anche alle imprese, a quella Con­fin­du­stria che fino alla vigi­lia aveva defi­nito lo scio­pero uno stru­mento supe­rato, o comun­que non adatto ad affron­tare una fase di crisi: «Forse pen­sano di poter tor­nare a quando uno deci­deva tutto e i lavo­ra­tori obbe­di­vano — ha detto Camusso — Ma sap­piano che non abbas­se­remo la testa, quel tempo è finito». E ancora: «Siamo pronti a lot­tare nei luo­ghi di lavoro: quello che ci toglie il governo, lo ricon­qui­ste­remo nelle fab­bri­che». Insomma, con­flitto e con­trat­ta­zione, magari per ripren­dersi pezzi di tutele e diritti persi per strada con il Jobs Act.

Con un occhio alla redi­stri­bu­zione, pal­lino del sin­da­cato. Con toni diversi. Sia Cgil che Uil insi­stono sul recu­pero delle risorse, per gli inve­sti­menti e per i red­diti di lavo­ra­tori e pen­sio­nati, «da eva­sione e cor­ru­zione». Ma poi Camusso torna sulla patri­mo­niale: «Chi ha di più, dia di più. Chie­diamo un con­tri­buto alle grandi ric­chezze». Men­tre la Uil su que­sto punto non si ritrova, e pre­fe­ri­sce che si for­zino i patti Ue: «Renzi si metta alla testa dei paesi che vogliono sfon­dare il 3%», chiosa Barbagallo.

Antonio Sciotto

Fonte: Il Manifesto

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Tutti al Senato al grido di “Stop Jobs Act”. Sfila per le vie del centro di Roma il corteo organizzato dal Laboratorio nazionale dello sciopero sociale, partito dalla stazione Colosseo della metro B. In testa lo striscione “Stop Jobs Act! Per salario minimo europeo e reddito di base, no Sblocca Italia – no Piano scuola”. In marcia più di un centianio tra precari, studenti medi e universitari, associazioni, sindacati di base, che a largo Sant’Andrea della Valle si sono uniti agli attivisti in arrivo da Napoli, Bologna, Pisa, Padova e Venezia. Qui la tensione è salita: sono state lanciate uova, fumogeni colorati e un petardo contro le camionette delle forze dell’ordine che presidivano il Senato, poi spintoni con i finanzieri in via di Torre Argentina, gli agenti hanno respinto una trentina di giovani e gli altri sono rimasti indietro. Alla fine, i manifestanti, alcuni con il volto coperto, sono tornati in via del Plebiscito diretti a piazza Venezia, ma sono stati bloccati dagli agenti. La situazione è degenerata: dopo mezz’ora di trattativa con le forze dell’ordine, in via delle Botteghe Oscure, gli agenti hanno temporeggiato prima di spostarsi, i manifestanti hanno tentato di avanzare e sono partite le cariche, “intervento di contenimento”, come le hanno definite fonti di polizia. Una quindicini tra contusi e feriti, compresi alcuni studenti con il volto sanguinante. Sono state chiuse le vie attorno a Largo Argentina e a piazza Venezia e i manifestanti si sono concentrati in piazza dell’Enciclopedia italiana. Poi il corteo cè ripartito in direzione Colosseo. Secondo i manifestanti “sono due i fermati”.

Numerosi i cartelli esposti durante la protesta come “Basta precarietà”, “Reddito per tutti”, “Il vero degrado è il lavoro gratuito”. E non sono mancati slogan contro Gianni Alemanno e Massimo Carminati, l’ex sindaco indagato e l’ex Nar arrestato nell’indagine ‘Mondo di mezzo’ sugli intrecci tra mafia, politica e affari nella capitale che ha portato all’arresto di 37 persone. “Chi ha scritto il Jobs Act andava a cena con la cricca di Carminati e Alemanno. Vergognatevi!”, hanno urlato dal camion i manifestanti.

“E’ una giornata di contestazione a un decreto infame, che riscrive in peggio le regole del mercato del lavoro e stabilizza la condizione di precarietà”, spiegano gli organizzatori, annunciando: “Se oggi viene approvato il Jobs Act, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane saremo in strada in tutta Italia per continuare a combattere”. L’appello è “alle sensibilità democratiche che ancora resistono nel Senato della Repubblica a tradurre le parole in fatti facendo ostruzionismo e opposizione in ogni modo all’approvazione della legge”.

Tra lo sventolio di fumogeni rossi e blu lungo via dei Fori Imperiali, dal camion si sono susseguitigli interventi: “Vogliamo spazzare via la ‘Terra di mezzo’, dove criminali, fascisti e faccendieri dettano legge. I colpevoli sono dentro ai Palazzi, li andremo a cercare, dimostriamo la voglia di cambiare questo Paese, estirpare il cancro che governa Roma e l’Italia da troppi troppi anni”, grida un manifestante al microfono. A Renzi oggi lo diciamo chiaro: il tuo Jobs Act non lo vogliamo!”, ha aggiunto. Ricordate anche “le decine di scuole occupate a Roma, Napoli, Milano, Bologna. La vera ‘buona scuola’ non ha paura di presidi infami e studenti che rimangono in classe, invece di riprendersi gli spazi per costruire un futuro migliore”.

Fonte: La Repubblica

LA FOTOGALLERY DELLA MANIFESTAZIONE ( a cura di Coordinamento Kaos)

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Il 3 dicembre 2014 verrà approvato in maniera definitiva, con il voto di fiducia al senato, il Jobs Act, la legge delega del governo che cancellerà ogni minima ombra di diritto dal mercato del lavoro, rendendo pressoché “libero” e totale lo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici, stabilendo che la precarietà rappresenta l’unica condizione e l’unico orizzonte di vita per milioni di persone. Si tratta di un provvedimento pesantissimo che porta a compimento (anche se abbiamo ben capito che al peggio non c’è mai fine), un processo lungo un trentennio attraverso il quale governi di centrodestra e di centrosinistra hanno demolito ogni sorta di rigidità e di freno allo sfruttamento del lavoro con la complicità e la connivenza di quei sindacati confederali che oggi hanno la faccia tosta di chiamare alla mobilitazione per difendere i propri apparati ed i propri privilegi. Soprattutto si tratta di una parte centrale della guerra di classe che dall’alto, questo governo sta portando avanti in nome dei diktat della troika e degli interessi dei potenti, contro i ceti popolari e le classi subalterne.

Una “guerra contro i poveri e i precari che si compone di provvedimenti come la Legge Lupi sulla Casa e come lo Sblocca Italia, delle risorse concentrate sulle grandi opere e sui grandi eventi mentre si taglia tutto, che vuole affermare il primato assoluto dell’impresa e del mercato, dei profitti e della rendita su ogni aspetto delle nostre vite, mettendo a valore, depauperando, devastando ogni angolo dei nostri territori. Non stiamo facendo i conti con una “generica crisi”, ma con l’affermazione di un modello economico e sociale preciso, una dittatura della produttività e del capitale che taglia letteralmente fuori i settori sociali “dell’insolvenza”, le periferie geografiche delle nostre città, come quelle sempre più estese ed insofferenti della nuova composizione sociale. Per questo non basta ripetere le navigate formulette della sommatoria fra soggettività e della chiamata che si esaurisce in un giorno. Occorre lasciare spazio alla sperimentazione ed al conflitto. Moltiplicare le forme del sabotaggio e della riappropriazione. Auto – organizzare la rabbia. La vera sfida si combatte negli anfratti della quotidianità.

Ma per lanciarla o rilanciarla è necessario che l’opposizione sociale a Jobs Act ed alle politiche del governo Renzi, si veda e si senta forte, senza nessuna simulazione.

Per questo il

3D NOI CI SAREMO.

Movimenti per il Diritto all’Abitare

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Hanno lavo­rato per giorni per inven­tarsi un dis­senso soft, che non facesse troppo male al Pd che resta — nella quasi tota­lità dei casi — il loro par­tito. E invece alla fine hanno sca­te­nato un gran can­can. Ieri alla camera al momento del voto del jobs act la mino­ranza Pd coté non-allineati e irri­du­ci­bili a Renzi non par­te­cipa al voto. Ma le altre oppo­si­zioni li ave­vano pre­ce­duti fuori dall’aula. L’idea è par­tita da Forza Ita­lia, il ten­ta­tivo era solo dimo­stra­tivo, far man­care il numero legale. Non suc­cede, ma alla fine la legge delega passa con soli 316 sì. Per il risul­tato bastano e avan­zano, ma l’effetto è lo stesso pesante. In sei votano no, due di loro sono Pippo Civati e Luca Pasto­rino. In 5 si asten­gono, due sono i civa­tiani Gan­dolfi e Gue­rini. Il jobs act doveva essere un pranzo di gala per Renzi. I ren­ziani erano pronti a sfot­tere la «mino­ranza della mino­ranza». E invece il dis­senso almeno si vede.

In realtà era ini­ziata maluc­cio. In mat­ti­nata negli uffici di Sel il gruppo di punta della mino­ranza Pd incon­tra una rap­pre­sen­tanza della Fiom lom­barda, che aveva chie­sto un con­fronto con Guglielmo Epi­fani, ma l’ex segre­ta­rio Cgil — sosten­gono — non ha nean­che rispo­sto. Dirige l’orchestra il com­bat­tivo Gior­gio Airaudo, ex numero due di Lan­dini. Ma in que­sto momento il drap­pello dem non ha ancora deciso se votare no o uscire dall’aula. Tranne Pippo Civati, che da giorni pre­dica che vuole met­terci la fac­cia. Ma da lui tutti aspet­tano ormai solo l’annuncio dell’abbandono del Pd. Intanto Ber­sani ammette a Radio Radi­cale che pro­nun­cerà un sì sof­fe­rente: «Per la parte che non con­di­vido voto per disci­plina, per­ché sono stato segre­ta­rio di que­sto par­tito e se c’è qual­che legno storto da rad­driz­zare penso che lo si possa fare solo nel Pd». Il pre­si­dente Mat­teo Orfini tenta un ultimo appello alla com­pat­tezza: «Abbiamo rag­giunto una lar­ghis­sima unità sul testo, spero che per rispetto della discus­sione fatta, dei cam­bia­menti appor­tati, del lavoro di ascolto reci­proco e della nostra comu­nità, si voglia fare tutti un ultimo sforzo in aula».

La mino­ranza litiga e ondeg­gia, ma alla fine la deci­sione arriva in una ner­vosa riu­nione all’ora di pranzo. La tren­tina (al conto risul­te­ranno 29) rie­sce a non spac­carsi. Sem­pre al netto di Civati, che invece non sente ragioni. Intanto in aula il jobs act va avanti veloce e il voto arriva in anti­cipo rispetto ai pro­grammi. C’è un motivo: la pro­ce­dura spe­ciale ha dimi­nuito dra­sti­ca­mente gli emen­da­menti (per que­sta ragione e non per gene­ro­sità il governo non ha posto la fidu­cia), nel primo pome­rig­gio cadono quasi tutti gli ordini del giorno. Al momento del voto il Pd schiera Andrea Mar­tella e non il capo­gruppo Roberto Spe­ranza, pro­ta­go­ni­sta della media­zione che ha por­tato una parte dei ber­sa­niani a votare sì. Ste­fano Fas­sina dichiara a nome della «tren­tina» di non poter votare il testo: «Il pro­pa­gan­dato con­tratto unico non c’è e nean­che il disbo­sca­mento della giun­gla dei con­tratti pre­cari». Male anche sugli ammor­tiz­za­tori sociali, male sull’art.18. «Viene pro­spet­tata la pos­si­bi­lità di rein­te­gro in caso di fat­ti­spe­cie di licen­zia­mento disci­pli­nare, ma è un canale vir­tuale, per­ché, le imprese non uti­liz­ze­ranno que­sto canale». C’è del veleno in coda: «le parole del pre­si­dente del con­si­glio cer­ta­mente non aiu­tano a una valu­ta­zione migliorativa».

Airaudo, dai ban­chi di Sel, si rivolge alla mino­ranza Pd che vota sì: «Io non posso non chie­dere a te Guglielmo Epi­fani, mio segre­ta­rio della Cgil, cosa è cam­biato dal 23 marzo 2002 quando tu eri sul palco insieme a Cof­fe­rati?». Ma Epi­fani non è in aula. Poi verso Cesare Damiano, che ha trat­tato con il governo in com­mis­sione lavoro «non posso non ricor­dare che se lui ha potuto fare il mini­stro e siede in que­sto par­la­mento è per­ché alcune cen­ti­naia di migliaia di ope­rai, metal­mec­ca­nici, comu­ni­sti spesso, hanno lot­tato per quei diritti. Lui, come me, non sarebbe mai arri­vato in que­sta camera se non ci fos­sero stati quei lavo­ra­tori che quell’art. 18 l’hanno con­qui­stato scio­pe­rando e battendosi».

Con­su­mato il voto, i 5 stelle si pre­sen­tano ai cro­ni­sti ben­dati, con una stri­scia di stoffa con su scritto «Licen­ziAct». La tren­tina del Pd invece tiene le distanze. Ma si fa vedere: sono Roberta Ago­stini, Tea Albini, Ileana Argen­tin, Rosy Bindi, l’ex mini­stro Mas­simo Bray, Fran­ce­sco Boc­cia, Marco Carra, Angelo Capo­di­casa, Susanna Cenni, Eleo­nora Cim­bro, Gianni Cuperlo, Alfredo D’Attorre, Gianni Farina, Ste­fano Fas­sina, Paolo Fon­ta­nelli, Filippo Fos­sati, Carlo Galli, Monica Gre­gori, Maria Iacono, Fran­ce­sco Lafor­gia, Gianna Mali­sani, Mar­ghe­rita Miotto, Michela Mar­zano, Michele Mognato, Bar­bara Pol­la­strini, Maria Gra­zia Roc­chi, Ales­san­dra Ter­rosi, Giu­seppe Zap­pulla e Davide Zog­gia. Più che una nuova area, è l’intergruppo dei non alli­neati (a Renzi). Apprez­zano, giu­rano, «i miglio­ra­menti» otte­nuti dai col­le­ghi rifor­mi­sti, chie­dono però che il segre­ta­rio non pro­ceda in soli­ta­ria. Fas­sina è duris­simo: dele­git­ti­mare chi rap­pre­senta i lavo­ra­tori «non giova alla pace sociale ma ali­menta ten­sioni sov­ver­sive e corporative».

Renzi twitta di feli­cità, ma la festa è rovi­nata. Ora il «chia­ri­mento» arri­verà alla dire­zione di lunedì, insieme anche alla discus­sione sulle regio­nali. Non ci sono prov­ve­di­menti disci­pli­nari all’orizzonte, scherza Cuperlo: «Con­fi­diamo nelle nuove regole sui licen­zia­menti disci­pli­nari e ci aspet­tiamo delle tutele aggiun­tive». Per il jobs act l’ultima parola tocca al senato, dove oggi — coin­ci­denza — si discu­tono le dimis­sioni di Wal­ter Tocci, con­se­gnate pro­prio dopo aver votato il jobs act. La legge delega deve ripas­sare da lì per il sì finale. «Il testo è miglio­rato, Damiano ha fatto un ottimo lavoro», giura il rifor­mi­sta Miguel Gotor. Ma Cor­ra­dino Mineo già annun­cia il suo no. La mag­gio­ranza lì sta in piedi per sette voti.

Daniela Preziosi

Fonte: Il Manifesto

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Era andata troppo liscia. Alla fine l’incidente doveva capi­tare, e per l’occasione ha rive­stito i panni di Pie­tro Grasso, pre­si­dente del Senato. E’ tarda mat­ti­nata, il dibat­tito gene­rale è ter­mi­nato. La parola è al mini­stro Poletti, che recita la sua parte. Spiega che per il governo «prio­ri­ta­ria e cen­trale è la delega in tutta la sua por­tata, non solo l’articolo 18 che rap­pre­senta una parte signi­fi­ca­tiva», ma insomma, «meno deci­siva di quanto si possa ritenere».

La mino­ranza Pd, pie­gata e vinta, finge di non sen­tire, nei cor­ri­doi di palazzo Madama i sena­tori ex dis­si­denti sfi­de­ranno il ridi­colo affer­mando che in fondo qual­cosa il governo ha rece­pito, che comun­que la fidu­cia mica si può non votarla, che però alla camera ne vedranno delle belle (sem­pre che Renzi non ricorra alla fidu­cia e lo farà). Nel pome­rig­gio una parte di detta mino­ranza par­to­rirà un docu­mento, al quale si con­trap­porrà però Gianni Cuperlo senza che nes­suno dei due con­vinca Pippo Civati. Più da pian­gere che da ridere.

Fi, l’opposizione per finta, ha scelto una via par­ti­co­lar­mente con­tun­dente per segna­lare il suo dis­senso. Figu­rarsi che nella discus­sione gene­rale non ha preso la parola nep­pure un azzurro. Roba forte. Con Sel, M5S e Lega la musica è diversa. I pen­ta­stel­lati stre­pi­tano, inter­rom­pono il mini­stro, sven­to­lano fogli bian­chi per denun­ciare la delega in bianco che il governo sta per otte­nere. Un pre­si­dente del Senato capace di eser­ci­tare la fun­zione farebbe finta di niente, chie­de­rebbe al mini­stro di pro­se­guire e fini­rebbe nei tempi pre­vi­sti. Que­sto si aspetta Renzi, che vuole annun­ciare al mini­ver­tice Ue di Milano la lieta novella con i lavori in corso.

Invece no. Grasso perde la testa. Urla peg­gio dei gril­lini, e fini­sce per sca­te­nare la rissa. Espelle il capo­gruppo a 5 stelle Petro­celli, che si rifiuta di uscire, e se in aula non volano i pugni poco ci manca. Sono i “mode­rati moderni” del Pd a cari­care, finendo a un pelo dalla scaz­zot­tata con Gio­vanni Baroz­zino, Sel, ex ope­raio di Fiat di Melfi licen­ziato per motivi poli­tici e poi rein­te­grato. Sto­rie di ieri. Il secondo cit­ta­dino dello Stato, pao­nazzo, ordina alla «poli­zia d’aula», come lui stesso la definì in una memo­ra­bile occa­sione, di cac­ciare il sedi­zioso. Sul tavolo della pre­si­denza vola di tutto, la seduta è sospesa, pen­ta­stel­lati e leghi­sti occu­pano l’aula. In quello stesso momento sfuma la pos­si­bi­lità di pre­sen­tare in gior­nata ai guar­diani euro­pei del rigore lo scalpo di quello che fu il sim­bolo dei diritti dei lavoratori.

La con­fe­renza dei capi­gruppo, riu­nita poche ore dopo, fissa infatti un calen­da­rio a passo di mar­cia. Due ore di discus­sione, poi le dichia­ra­zioni di voto e la conta finale in tempo per pre­sen­tare il ves­sillo con­qui­stato agli euro­pei prima della nanna. E’ un’assurdità: il maxie­men­da­mento su cui verrà posta la fidu­cia non è ancora pronto. I sena­tori dovranno quindi discu­tere e poi votare un emen­da­men­tone che avranno appena avuto il tempo di sbir­ciare. Poco male. Quel che conta è correre.

A Milano Renzi è imbu­fa­lito. Ma cosa gli è venuto in mente a quel Grasso? C’è o rema con­tro? Repen­tino parte l’ordine: il voto deve arri­vare prima di domani. Tas­sa­tivo. Grasso si ade­guerà. Mica facile. Per rego­la­mento tutti i sena­tori pos­sono inter­ve­nire sul calen­da­rio. Lore­dana De Petris, pre­si­dente Sel, chiede per prima di rive­dere le deci­sioni dei capi­gruppo, segui­ranno a ruota decine di sena­tori. Grasso per un po’ tiene a freno i nervi, poi sbotta di nuovo e l’aula torna a fare da ring. Sul tavolo del pre­si­dente vola addi­rit­tura una copia del rego­la­mento. I com­messi quasi non ce la fa a sedare i foco­lai di rissa. Alla fine la tri­buna stampa viene fatta sgom­be­rare un attimo prima che il Pd Cocian­cich arrivi più o meno alle mani con De Petris.

L’unica ormai è andare avanti a oltranza, e con­tro ogni logica Grasso decide di farlo, come da ordini supe­riori. Da Milano Renzi tuona con­tro le «sce­neg­giate», la «man­canza di rispetto» dei sena­tori, «si può non essere d’accordo ma la cor­ret­tezza del dia­logo par­la­men­tare pre­vede che si con­senta di votare», reclama. Così il pre­mier potrà sve­gliare nel cuore della notte i part­ner euro­pei e dar­gli la felice noti­zia prima che il gallo canti.

Andrea Colombo

Fonte: Il Manifesto

 

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Sta­sera stessa il governo met­terà la fidu­cia sul Jobs Act, auto­riz­zata ieri sera nella riu­nione del governo. Non è la scelta che Mat­teo Renzi avrebbe pre­fe­rito. Non è la ricerca di una prova di forza a tutti i costi in stile Mar­ga­ret That­cher: è una scelta obbli­gata. Renzi non può con­ce­dere alla mino­ranza e ai sin­da­cati nep­pure il poco che aveva deciso la dire­zione del Pd della set­ti­mana scorsa. Non lo reg­ge­rebbe l’ala destra della sua mag­gio­ranza e se, per non per­dere i voti dell’Ncd, il pre­si­dente del con­si­glio e segre­ta­rio del Pd si accon­ciasse a can­cel­lare le scarne con­ces­sioni della dire­zione, allora sarebbe la mino­ranza del suo par­tito a far man­care i voti. A rischio non sarebbe la legge, che a quel punto pas­se­rebbe con l’appoggio di Forza Ita­lia, ma la sorte stessa del governo. Un attimo dopo il voto, Renzi non potrebbe che salire al Colle ammet­tendo di non disporre più di una mag­gio­ranza politica.

La sola via d’uscita dal vicolo cieco è la fidu­cia, come era chiaro già da giorni. La mino­ranza Pd, certo, con­ti­nua a pro­te­stare. Anche ieri Cuperlo ha riba­dito il fermo no a una deci­sione desti­nata a stroz­zare ogni dibat­tito e altret­tanto fanno, a mag­gior ragione, le oppo­si­zioni. Però, fuori dal gioco delle parti, a tutti è chiaro che altre solu­zioni Renzi non ne ha e, anche se mai lo con­fes­se­reb­bero, è la strada pre­fe­rita anche dai dis­si­denti. Pos­sono ora sot­trarsi al lace­rante dilemma tra votare secondo coscienza, rischiando il loro futuro poli­tico, o secondo disci­plina di par­tito. Non a caso Enrico Morando, uno dei pasda­ran della can­cel­la­zione dell’articolo 18, ricorda che lui non si è mai sognato di votare diver­sa­mente da come par­tito det­tava, anche quando non concordava.

Qual­cosa, in ogni caso, Renzi dovrà con­ce­dere, con un emen­da­mento che il governo pre­sen­terà oggi. Di sostan­zioso, nelle modi­fi­che al testo varato dalla com­mis­sione, ci sarà ben poco. Cer­ta­mente verrà pre­vi­sto il rein­te­gro in alcuni casi, giu­sto per sal­vare la fac­cia, ma con tali e tanti paletti da ren­dere la pie­tanza dige­ri­bile per­sino per Mau­ri­zio Sac­coni. Qual­che altro ele­mento minore, tra quelli par­to­riti dall’assemblea Pd, entrerà pro­ba­bil­mente nella nuova ver­sione, ma resterà comun­que una mano di ver­nice stinta solo sulla fac­ciata. Anche per­ché qual­siasi con­ces­sione è subor­di­nata alla pre­senza di coper­ture tutt’altro che certe, per non dire incertissime.

In teo­ria esi­ste la pos­si­bi­lità che qual­che sena­tore del Pd sfidi per­sino il voto di fidu­cia. Sareb­bero comun­que troppo pochi per impen­sie­rire il governo. I più otti­mi­sti vagheg­giano un paio di defe­zioni, ma pro­ba­bil­mente per­sino quello è un conto esa­ge­rato. Palazzo Chigi e la pre­si­denza del gruppo al Senato scom­met­tono che di no alla fidu­cia, dai ban­chi del par­tito liquido, non ne arri­verà nem­meno uno e che quei due o tre “duri” decisi a non cedere si spin­ge­ranno tutt’al più sino a non par­te­ci­pare alla vota­zione, essendo l’astensione, al senato, equi­va­lente al voto con­tra­rio. «Con la fidu­cia con­se­guenze poli­ti­che», vati­cina Ste­fano Fas­sina affi­dan­dosi al solito twit­ter. Mezzo par­ti­co­lar­mente utile per­ché mes­saggi obbli­ga­to­ria­mente con­cisi dispen­sano dallo spie­gare a quale con­se­guenza il cin­guet­tante di turno alluda. In realtà la sola «con­se­guenza» di un certo peso e per Renzi nono­stante tutto temi­bile sarebbe una scis­sione. Even­tua­lità che non pare però die­tro l’angolo. E nep­pure all’orizzonte.

Forte di un’approvazione che si può tran­quil­la­mente dare per scon­tata, Renzi arri­verà mer­co­ledì al primo con­fronto con gli ossi real­mente duri, che non abi­tano nei palazzi romani ma a Bru­xel­les e Ber­lino. Lì, invece, il felice esito della mis­sione non è affatto certo, e comun­que non dipende dalla sorte dell’articolo 18. Ma la mano più dura, quella per con­vin­cere gli ita­liani spau­riti a tirare fuori il por­ta­fo­gli, quella almeno Renzi ha già deciso come gio­carla. Il mezzo Tfr in busta paga nel 2015 arri­verà, chec­ché ne dicano gli indu­striali. Su base volon­ta­ria, quasi cer­ta­mente, ma ci sarà. Su que­sto il pre­si­dente del con­si­glio è irremovibile.

Ora si tratta solo di con­vin­cere le ban­che a pre­stare alle aziende i fondi neces­sari con un tasso d’interesse sop­por­ta­bile. Mis­sione dif­fi­cile, non impos­si­bile. Pur­ché l’Inps, cioè lo Stato, si offra come garante della restituzione.

Andrea Colombo

Fonte: Il Manifesto

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Il Jobs act per decreto. Com­presa la modi­fica dell’articolo 18, sim­bolo di «un sistema ini­quo» e dun­que «non di sini­stra», di un «sistema del diritto del lavoro che va radi­cal­mente cam­biato». Per ora è solo una minac­cia che Mat­teo Renzi agita alla Camera – non riba­den­dola invece al Senato, dove parla qual­che ora più tardi – ma cer­ti­fica come il pre­si­dente del Con­si­glio voglia por­tare a casa “in tempi bre­vis­simi” la nuova riforma del lavoro. Dubbi di costi­tu­zio­na­lità a parte — tra­mu­tare un dise­gno di legge delega in un decreto sarebbe una for­za­tura dif­fi­cil­mente accet­ta­bile da Napo­li­tano — il pre­mier mette la pistola sul tavolo parlamentare.

Alla vigi­lia della riu­nione della com­mis­sione Lavoro del Senato che dovrà discu­tere l’articolo 4 della legge delega – quella che riguarda il con­tratto a tutele cre­scenti e, nel volere della destra della mag­gio­ranza anche la riscrit­tura in maniera restrit­tiva dello Sta­tuto dei lavo­ra­tori – il pre­mier dedica la parte più sen­tita del suo discorso alle Camere sul pro­gramma dei mille giorni al capi­tolo lavoro. L’emergenza disoc­cu­pa­zione per lui va affron­tata subito e vede come fumo negli occhi le divi­sioni all’interno della sua mag­gio­ranza che potreb­bero por­tare ad un ral­len­ta­mento dei tempi di appro­va­zione della delega. La fac­cia del mini­stro Giu­liano Poletti nel momento in cui Renzi ha pro­fe­rito la parola «decreto» era tutto un pro­gramma: la sor­presa lascia nel giro di qual­che secondo spa­zio ad un annuire di capo poco con­vinto. Dif­fi­cile pen­sare che fosse al cor­rente, anche per­ché solo qual­che ora prima — e ieri sera in un incon­tro infor­male — aveva lavo­rato ad un emen­da­mento di com­pro­messo — senza rife­ri­menti all’articolo 18 — per l’approvazione al Senato e – soprat­tutto – alla Camera, per poi non dover tor­nare a palazzo Madama, allun­gan­done i tempi, fis­sati «entro fine anno», con 6 mesi per i decreti dele­gati, di com­pe­tenza governativa.

Le parole del pre­mier hanno di fatto rin­gal­luz­zito i soste­ni­tori dell’addio all’articolo 18, già reso monco dalla riforma For­nero (“Non credo che da una nuova riforma dell’articolo 18 possa arri­vare una varia­zione per l’occupazione ma sull’articolo 18 è in corso una nuova par­tita ideo­lo­gica: c’è chi vuole vin­cere una par­tita al di là di quello che serve al Paese”, ha detto ieri l’ex mini­stro) di due soli anni fa. Lo stesso Mau­ri­zio Sac­coni (Ncd), rela­tore del prov­ve­die­mento e pre­si­dente della com­mis­sione Lavoro al Senato, è pas­sato dalle dichia­ra­zioni con­ci­lianti di lunedì — «Un com­pro­messo è a por­tata di mano» — ad applau­dire le parole del pre­mier — «Ha posi­zione più avan­zata del Pd» — e a chie­der­gli il corag­gio di «andare avanti sul decreto». Sulla stessa posi­zione Piero Ichino – autore dell’emendamento per sosti­tuire il rein­te­gro con un’indennità nel con­tratto a tutele cre­scenti – e tutta Scelta Civica.

Le rea­zioni sul fronte sini­stro però non si fanno atten­dere. Il più duro è Mau­ri­zio Lan­dini che nel giro di due bat­tute fa crol­lare la pre­sunta asse col pre­mier: «Sarebbe uno strappo inac­cet­ta­bile se si inter­ve­nisse con un decreto o se si can­cel­lasse l’articolo 18: il pro­blema è esten­derlo a quelli che non ce l’hanno». Il segre­ta­rio Fiom va oltre, chie­dendo che il Diret­tivo Cgil di oggi discuta di «scio­pero gene­rale». Con­tro Renzi anche il “ren­ziano” Ange­letti, Bonanni e tutta Sel. Silente il M5s.

Nel Pd le acque sono agi­tate: Area rifor­mi­sta ha subor­di­nato la col­la­bo­ra­zione nella nuova segre­te­ria ad una discus­sione ad hoc sulla riforma del lavoro, con Renzi dispo­ni­bi­lie a con­ce­derla a fine set­tem­bre. L’ala sini­stra intanto si schiera a difesa dell’articolo 18, per­suasa ancora di spun­tarla. Cesare Damiano, colui che come pre­si­dente della com­mis­sione Lavoro della Camera — a mag­gio­ranza sini­stra Pd — potrebbe allun­gare i tempi della delega, è con­vinto che quella del decreto evo­cato da Renzi sia «una pres­sione nor­male in que­sti casi: alla fine io credo che il decreto non ci sarà». Allo stesso modo lui – nono­stante la pres­sante richie­sta – non sarà sta­mat­tina al Senato quando i sena­tori Pd discu­te­ranno il testo dell’emendamento alla delega. L’ipotesi era quella di un’indicazione gene­rica a rimo­du­lare parti dello Sta­tuto. Poi è arri­vato il ricatto di Renzi. Le con­se­guenze si capi­ranno da oggi in poi.

Massimo Franchi

Fonte: Il Manifesto

roma

Da piazza della Repubblica al Campidoglio, un mese dopo gli scontri del 12 aprile, i movimenti sociali romani hanno riattraversato Roma e alla fine è scattata l’accampata-lampo, sospesa già prima della mezzanotte, con le tende montate tra via dei Fori Imperiali e Piazza Venezia. 

“Liberiamo Roma da divieti, rendita e precarietà” recitava lo striscione che apriva il corteo partito con qualche centinaio di manifestanti attorno alle 17.30 da piazza della Repubblica per snodarsi lungo via delle Terme di Diocleziano, via Giovanni Amendola, Largo Corrado Ricci e via dei Fori Imperiali. Ad accompagnare il corteo un massiccio spiegamento di forze dell’ordine lungo il percorso. Alla fine una delegazione dei manifestanti è stata ricevuta dal vicesindaco Nieri, dall’assessore alle Politiche abitative Ozzimo e dai capigruppo dell’aula Giulio Cesare.

E intanto ai Fori Imperiali erano state montate le tende dell’accampata, che è finita poche ore dopo: “Abbiamo giudicato positivo l’incontro con l’amministrazione comunale e la maggioranza – spiega Luca Fagiano coordinatore del movimento Lotta per la Casa – ed abbiamo deciso di levare le tende”.

In via Cavour, all’altezza di via degli Annibaldi, azione lampo di un gruppo di manifestanti che avevano esposto lo striscione “L’11/7 tutti a Torino contro il vertice europeo sulla disoccupazione giovanile #Renzistaisereno”: fumogeni verdi e l’urlo “Renzi ci vediamo a Torino” hanno accompagnato il flash mob, prima che il corteo riprendesse la marcia verso il Campidoglio.

Nel mirino dei manifestanti, oltre al dl lavoro contro cui è stato convocato un presidio per domani alle 15 sotto Montecitorio, c’è il piano casa del ministro Lupi attualmente in discussione in Parlamento.

“Vorremmo che Marino – aveva detto Fagiano – prendesse una posizione chiara sul decreto Lupi, in primis sull’articolo 5 che prevede il taglio all’erogazione di elettricità nelle case occupate, ma ne contestiamo l’intero impianto perché taglia fuori quei settori sociali che sono sprofondati nell’emergenza, non prevedendo nessun finanziamento all’edilizia sociale pubblica, nessun blocco degli sfratti”. I manifestanti avevano portato svariati striscioni contro il piano casa ma anche contro il governo in generale. Una donna travestita da Cappuccetto rosso mostrava un cartello sul quale si legge: “Attenti a lupi”.

Proprio sul tema casa, intanto, è intervenuto il vicesindaco Luigi Nieri: “Dopo un attento lavoro di verifica dei beni inutilizzati, sottoutilizzati o male utilizzati da Roma Capitale negli anni passati, abbiamo individuato nove edifici scolastici dismessi da destinare a edilizia residenziale pubblica. I primi otto sono un’ex scuola nell’VIII municipio, cinque edifici scolastici nel V municipio, due nel III municipio e uno nel VII municipio” ha detto. “Il decimo edificio- spiega Nieri- sarà un bene sequestrato alle mafie che si trova in VIII municipio. Ci sono, inoltre, alcuni altri beni confiscati che possono essere utilizzati per fini residenziali. Si tratta di diversi appartamenti di ampia metratura dove è possibile sperimentare modelli di co-housing. Abbiamo individuato anche alcune aree dismesse all’interno dei Piani di zona dove porre in essere interventi di rigenerazione urbana e densificazione residenziale”.

“Con un lavoro congiunto fra l’assessorato al Patrimonio, quello alle Politiche abitative e quello alla Trasformazione urbana- conclude il vicesindaco- nei prossimi mesi metteremo in piedi una serie di iniziative che porteranno all’individuazione di circa 1.000 alloggi di edilizia residenziale pubblica ed edilizia sociale. Grazie a fondi stanziati dalla Regione Lazio, inoltre, a breve avremo a disposizione le risorse utili a ristrutturare e riqualificare gli immobili individuati e completare, dunque, gli interventi previsti per contrastare l’emergenza abitativa in città”.

Ma i manifestanti rispondono anche a Nieri. “Si tratta del tentativo – dichiara Fagiano – di dimostrare impegno, ma ora ci dovrà spiegare di che misure si tratta e gli effetti nell’immediato. Abbiamo visto di nuovo un atteggiamento muscolare da parte di questura

 e Ministero degli Interni. Forse dà fastidio che si manifesti mentre si parla di divieto di proteste al centro di Roma”. Obiettivo, dunque il Campidoglio. “Nel caso l’incontro non sia soddisfacente o non riuscissimo a entrare in Campidoglio, scatterà la acampada”.

Fonte: La Repubblica Roma

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Il decreto «pre­cari per sem­pre», quello che porta il nome dell’ex pre­si­dente dell’alleanza delle coo­pe­ra­tive Giu­liano Poletti oggi mini­stro del lavoro nel governo Renzi, ha otte­nuto ieri la fidu­cia al Senato e verrà appro­vato senza ulte­riori modi­fi­che dalla Camera entro il 19 mag­gio. I respon­sa­bili di que­sta nuova pre­ca­riz­za­zione dei con­tratti a ter­mine, la forma di lavoro più dif­fusa e ancora mini­ma­mente tute­lata nella giun­gla ita­liana, sono 158 (122 sono stati i con­trari) e ade­ri­scono al Par­tito Demo­cra­tico, al Nuovo Cen­tro Destra e a Scelta Civica.

La tri­plice ha prima con­cor­dato con il governo otto emen­da­menti che hanno peg­gio­rato il «decreto Poletti» uscito dalla Camera, poi hanno votato l’ottava fidu­cia ad un governo in stato con­fu­sio­nale, infine hanno ras­si­cu­rato le imprese: anche il con­tratto di appren­di­stato potrà essere a ter­mine per svol­gere atti­vità sta­gio­nali e non ci sarà più l’obbligo di sta­bi­liz­za­zione per le aziende che sfo­rano il tetto del 20% dei con­tratti a ter­mine. Solo quelle con oltre 50 dipen­denti (e non più di 30) dovranno sta­bi­liz­zare il 20% degli appren­di­sti per poterne assu­merne altri. In più si pagherà una san­zione pecu­nia­ria «ammor­bi­dita» per tenere buone le imprese. Invece di sanare le irre­go­la­rità, lo Stato pre­fe­ri­sce non inter­ve­nire sul pro­blema della con­ver­sione dell’apprendistato in tempo inde­ter­mi­nato. Potrebbe sco­rag­giare le imprese dall’assumere. Imprese che con­ti­nue­ranno comun­que a non assu­mere per­chè non hanno lavoro. In com­penso il limite del 20% non si appli­cherà ai con­tratti a tempo sti­pu­lati dagli enti di ricerca.
A gestire l’intera par­tita sono stati l’ex mini­stro del lavoro ultra-liberista Mau­ri­zio Sac­coni (Ncd) e il giu­sla­vo­ri­sta Pie­tro Ichino, rela­tore del prov­ve­di­mento, che teo­rizza da tempo la mone­tiz­za­zione dei diritti super­stiti del lavoro. Aver­gli lasciato il mono­po­lio della deci­sione, dopo avere con­cor­dato le modi­fi­che peg­gio­ra­tive al testo, è un’altra delle gravi respon­sa­bi­lità del Par­tito Democratico.

Osteg­giato for­te­mente dalla Cgil e da tutti i sin­da­cati di base, il decreto Poletti è in gene­rale il segno della pre­ca­riz­za­zione defi­ni­tiva dei con­tratti a ter­mine, il 43% dei quali già oggi dura meno di un mese. Il governo ha inteso così pro­gram­ma­ti­ca­mente aumen­tare la discon­ti­nuità dei rap­porti di lavoro, e con essa l’incertezza dei lavo­ra­tori senza nes­suna garan­zia di assun­zione alla fine dei 36 mesi pre­vi­sti senza «cau­sale» del con­tratto. Renzi e Poletti hanno voluto lasciare alle aziende la pos­si­bi­lità di ricor­rere ad altri lavo­ra­tori dopo cin­que pro­ro­ghe. L’acausalità nel tempo deter­mi­nato è stata pro­lun­gata fino a tre anni; si potranno fare fino a cin­que pro­ro­ghe più infi­niti rin­novi. Una misura che il giu­sla­vo­ri­sta Pier­gio­vanni Alleva ha defi­nito «uno scon­cio etico e inco­sti­tu­zio­nale» per­chè con­tra­sta con gli arti­coli 2 e 4 della Costi­tu­zione e viola la nor­ma­tiva euro­pea sui con­tratti a ter­mine. Quei pochi che ver­ranno «assunti» inon­de­ranno di ricorsi i tri­bu­nali del lavoro, tra l’altro sup­por­tati dai giu­ri­sti demo­cra­tici che hanno denun­ciato il governo alla Com­mis­sione Ue e hanno pro­messo di girare in cam­per per infor­mare i lavoratori.

Prima che la man­naia della fidu­cia can­cel­lasse gli oltre 700 emen­da­menti al Dl lavoro, l’approvazione del prov­ve­di­mento ieri in Senato è stata inter­rotta dalle pro­te­ste del movi­mento 5 Stelle. I sena­tori pen­ta­stel­lati si sono inca­te­nati in segno di pro­te­sta con­tro quello che defi­ni­scono senza mezzi ter­mini un prov­ve­di­mento che rende schiavi i pre­cari. Il leghi­sta Roberto Cal­de­roli ha sospeso la seduta arri­vando addi­rit­tura a minac­ciare di disporne l’arresto. La pro­te­sta poi è rien­trata. «Ho visto che avete ritro­vato le chiavi» ha detto Cal­de­roli agli M5S. Sel ha pro­te­stato in maniera più sobria: le catene le ha lasciate sui car­telli alzati in aula: «Nes­sun diritto, nes­suna casa, nes­suna pen­sione, nes­sun futuro» era scritto su uno di quelli esposti.

Ieri alla Sapienza di Roma gli stu­denti hanno con­te­stato un’iniziativa alla quale avreb­bero dovuto par­te­ci­pare l’ex mini­stro del lavoro Tiziano Treu, già autore dell’indimenticato «pac­chetto Treu» del 1997, e il pre­si­dente della Com­mis­sione lavoro alla Camera Cesare Damiano (Pd). Con­tro il «Jobs Act» e il piano casa di Lupi i movi­menti della casa mani­fe­ste­ranno a Roma il 12 mag­gio. Cin­que giorni dopo, sabato 17 a Roma, sarà il turno del cor­teo dei comi­tati per l’acqua pub­blica per i beni comuni e con­tro la precarietà.

Roberto Ciccarelli

Fonte: Il Manifesto