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Questa é la Siria, e questo é il fronte di guerra contro l’Isis.

Questa é la rivoluzione del Rojava, mentre dall’altro lato di queste trincee c’é lo stato islamico con i suoi orrori; e oltre le colline, in fondo, c’é la città di Raqqa.

Noi siamo le Forze Siriane Democratiche, le Ypg e le Ypj: le unità di protezione popolare e le unità di protezione delle donne. Il nostro esercito conta più di centomila combattenti: donne e uomini; curdi, arabi, armeni, assiri, circassi, turcomanni, internazionali. Dopo la vittoria di Kobane, queste forze hanno inflitto all’Isis sconfitte su sconfitte; e il 25 maggio abbiamo lanciato l’offensiva su Raqqa, per circondarla e tagliare ogni comunicazione tra l’Isis e il mondo esterno.

Su questo fronte, nella città di Menbij, che abbiamo liberato, nella regione di Sheeba, abbiamo patito centinaia di morti, migliaia di feriti; ma stiamo vincendo; e il nemico più temibile che ci troviamo ad affrontare adesso non é quello che abbiamo di fronte, ma quello che ci sta pugnalando alle spalle. Sono le potenze regionali e internazionali che a parole dicono di volere la libertà in Siria, ma nei fatti stanno cercando di strangolare la nostra resistenza e la nostra rivoluzione.

Da oltre sei mesi, infatti, siamo vittima di un embargo totale, economico, sanitarioş diplomatico, ad opera della Turchia e del Pdk, un partito la cui milizia controlla il confine internazionale dell’Iraq. Per questo ci troviamo sempre più spesso a combattere senza cibo ne’ acqua, senza neanche i medicinali per curare i feriti; e la popolazione del Rojava é allo stremo, assetata, sempre più spesso senza elettricità. Il Pdk impedisce anche ai giornalisti di entrare, cosi’ che nessuno sa veramente che cosa sta accadendo qui.

E adesso che la Turchia ha invaso il Rojava e la Siria, occupando Jarablus e compiendo un massacro a nord di Menbij; ora che l’artiglieria turca fa fuoco su tutto il Rojava, da Afrin a Tel Abyad, da Derbesiye ad Amude fino a Derik, arrivando a minacciare anche Kobane; adesso che l’embargo si é trasformato in attacco; tanto più ora c’é bisogno che le persone possano venire qui, per denunciare che lo stato islamico, a Jarablus, non ha sparato un colpo contro l’esercito turco, perche’ si é trattato di uno scambio di territori; che l’esercito turco ha varcato i confini della Siria esclusivamente per attaccare noi, le Forze Siriane Democratiche, e il modello politico di autogoverno popolare che difendiamo – che terrorizza il sultano Erdogan perché si sta diffondendo anche entro i suoi confini.

A denunciare che se si chiede a qualsiasi siriano che cos’é questo fantomatico “Esercito Libero Siriano” di cui tutti i media occidentali parlano, qui si mettono tutti a ridere: perché se qualcosa del genere é mai esistito, sono anni che non esiste più; e le milizie che si sono installate a Jarablus grazie all’appoggio della Turchia e di tutto l’Occidente hanno nomi e cognomi. Si chiamano Ahrar al-Sham, Jabat al-Nusra-Fatah al-Sham (Al Qaeda), Liwa Sultan Murad: bande di fanatici tagliagole in tutto e per tutto identiche all’Isis, che sono pronte già domani ad aiutare l’Isis a colpire nuovamente in Europa.

Per questo io, combattente italiano delle Ypg, mi rivolgo e tutte e tutti voi che ascoltate dall’Italia, e vi chiedo di alzare un grido per la libertà di Jarablus e per la difesa di Menbij, allo stesso modo in cui quel grido si é alzato in tutto il mondo due anni fa per la difesa di Kobane – ve la ricordate Kobane? Quello che a Kobane é stato conquistato due anni fa, bisogna difenderlo ora. Io mi rendo conto che i nomi di queste città possono sembrarvi lontani, ma credetemi: quel che accade qui, in questo mondo globale, puo’ trasformarsi nei nostri lutti già domani, in Europa, e allora piangere non servirà, purtroppo: bisogna che tuttİ ci prendiamo le nostre responsabilità già adesso.

Per la stessa ragione io mi rivolgo a lei, presidente del consiglio dei ministri del governo italiano, Matteo Renzi: cinguettare su Twitter quando il sultano Erdogan insulta il nostro paese non basta. Si prenda le sue responsabilità: interrompa – adesso! – ogni relazione commerciale, militare e diplomatica con lo stato turco; e dimostri cosi’ se davvero lei sta dalla parte di chi combatte i nemici dell’umanità, o se piuttosto siede a tutela di un altro genere di interessi.

In secondo luogo, mi rivolgo a lei, Federica Mogherini, alto commissario dell’Unione Europea per gli affari esteri. Sotto il suo mandato i rapporti dell’Unione Europea con la Turchia sono diventati sempre più imbarazzanti, al punto che si vogliono regalare miliardi di Euro al sultano Erdogan: proprio quello che fa massacrare i civili curdi entro i suoi confini, che fa arrestare migliaia di oppositori, che da anni appoggia tutti i gruppi più reazionari che agiscono in Siria – compreso l’Isis. Voi, lei, fingete di non sapere tutte queste cose, perche’ la Turchia é un partner strategico per l’Unione Europea, sotto il profilo militare, commerciale, ed anche della vostra cinica gestione dell’immigrazione. Allora dovete dire anche voi, deve dire anche lei da che parte sta: se dalla parte di chi combatte l’Isis, o di chi lo usa.

In terzo luogo voglio rivolgermi anche a lei, Staffan de Mistura, anche lei italiano, Inviato Speciale delle Nazioni Unite in Siria. Lei ha escluso le Forze Siriane Democratiche da qualsiasi negoziato di pace riguardante la Siria, nonostante questo sia il più grande esercito popolare e rivoluzionario di tutto il paese, e nonostante il Congresso Siriano Democratico, che lo rappresenta, sia l,unica realtà in grado di assicurare alla Siria un futuro confederale, basato sulla pace e sulla convivenza tra i popoli. Lei pero’ ci ha esclusi dai negoziati di pace perche’ glielo ha chiesto, ancora una volta, il nostro nemico, il sultano Erdogan; ma allora metta la faccia di fronte al mondo, de Mistura, e risponda a una domanda: é più importante la vostra amicizia con il sultano, o é più importante la pace in un paese martoriato e distrutto?

Peccato che ci siano buone ragioni per credere che lei non sappia rispondere a questa domanda, se é vero che lei, a Ginevra, ha accolto a braccia aperte persino i criminali del Fronte Islamico, che lei chiama “opposizione siriana”, ma che sono in realtà un’accozzaglia di fanatici che vogliono imporre uno stato islamico su tutta la Siria, esattamente come l’Isis, responsabili del massacro di centinaia di cristiani, di armeni, di assiri, di curdi nel nord di Aleppo. Ciononostante lei stringe le loro mani, perche’ sa che dietro il Fronte Islamico c’é un’altra delle vostre amicizie impresentabili: l’Arabia Saudita. L’Arabia Saudita, pero’, é uno stato islamico a sua volta, che decapita le persone negli stadi, che promuove la lapidazione delle donne, dal cui interno provengono i più ingenti finanziamenti occulti all’Isis di tutto il medio oriente; e nonostante questo lei, de Mistura, a Ginevra ogni volta si inchina all’Arabia Saudita, e sa perché? Perché l’Arabia Saudita possiede il petrolio. Allora dica anche lei, chiaramente, da che parte sta: se dalla parte della pace, o della tutela di un altro genere di interessi.

Ditelo tutti e tre, alle popolazioni che governate, quello che state facendo; ma badate, e soprattutto lo sappiano le italiane e gli italiani: tutte le armi che il governo italiano sta vendendo all’Arabia Saudita, tutti i soldi che l’Unione Europea sta regalando al governo turco si trasformano nei proiettili che ci uccidono su questo fronte; si trasformano nelle mine che fanno a pezzi i nostri compagni; si trasformano negli esplosivi che spezzano tante vite civili tanto in medio oriente, quanto in Europa.

Voi dite di proteggere le popolazioni che governate, ma siete soltanto attori di uno spettacolo; uno spettacolo macabro, in cui pero’ le vittime sono reali; e le vittime siamo noi, la gente comune – tanto in Europa quanto in Siria.

E a questo proposito: tu, Matteo Salvini, che in questo spettacolo perdi continue occasioni per stare zitto; che ad aogni nuovo attentato ti cali come un avvoltoio sui cadaveri ancora caldi delle vittime per imbastire la tua propaganda da quattro soldi, per cercare di mettere le persone le une contro le altre, per additare come colpevoli dei poveracci che non c’entrano niente; tu agisci soltanto per il tuo interesse personale, per la tua sete di potere, per la tua sete di carriera. Non avevi forse detto che eri pronto a venire a combattere l’Isis in prima persona, in Siria? Io qui in Siria ti ho cercato, Salvini, ma non ti ho trovato. In compenso ho trovato migliaia di ragazzi arabi, curdi, iraniani, turchi, che combattono con noi volontari internazionali l’Isis spalla a spalla, che con noi rischiano di morire; che muoiono, che perdono le gambe, le braccia, gli occhi, anche per proteggere gente come te; per proteggere le loro famiglie e i loro cari, ma anche per proteggere le nostre famiglie, i nostri cari.

Care italiane, cari italiani, credetemi: sono questi gli unici amici che abbiamo: sono le ragazze di Kobane, che hanno difeso la loro città dall’Isis armi in pugno; sono i ragazzi di Raqqa, che vogliono tornare nella loro città, per liberarla. Sono le persone che costruiscono, qui in Rojava, la rivoluzione delle donne, la rivoluzione delle comuni; quella che dovremmo fare anche noi, in Europa.

Per questo vi chiediamo di supportare le Forze Siriane Democratiche, le Ypg e le Ypj: andate su Internet, informatevi; mobilitatevi contro l’embargo che ci colpisce, mettetevi in viaggio. Qui c’é bisogno di medici, di volontari, di cibo, di medicinali. Qui c’é bisogno di un’informazione libera. Qui come altrove non c’é bisogno di invasioni militari. Il medio oriente ne ha viste già troppe. Qui c’é bisogno di supportare una rivoluzione in armi: la rivoluzione del Rojava. I liberatori non esistono: sono i i popoli che si liberano da sé; e questo il Rojava lo sta dimostrando.

Infine, vogliamo mandare da questo fronte un saluto in memoria di Valeria Solesin, caduta negli attacchi di Parigi dello scorso novembre, e a tutte le vittime degli attentati dell’Isis a Parigi, a Bruxelles, a Nizza, a Orlando, a Baghdad, a Beirut, ad Ankara, a Suruc, a Qamishlo e in tutte le città della Siria e del mondo che hanno patito o patiscono la violenza dell’Isis. Noi non le dimentichiamo, come non dimentichiamo tutti le combattenti e i combattenti caduti per la libertà del Kurdistan, della Siria, del medio oriente, per la libertà dell’Europa e del mondo.

Hevalen, Serkeftin!

Hasta la victoria siempre!

Un combattente italiano delle Ypg

IL VIDEO APPELLO

http://contropiano.org/

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Mentre le forze siriane in guerra contro l’Isis entravano nella provincia di Raqqa, almeno duemila terroristi di Al Nusra, Ahrar al-Sham e di altre formazioni della cosiddetta “opposizione moderata” bombardavano sabato scorso con artiglieria, razzi e mortai le posizioni delle milizie curde a Sheikh Maqsood, alla periferia nord di Aleppo. Le notizie parlano di almeno 40 morti tra civili e militari e oltre 100 feriti. In precedenza, un migliaio di jihadisti avevano attaccato Aleppo anche da sudovest, partendo da zone controllate dall’opposizione “moderata”. Complessivamente, nella giornata di sabato, per i bombardamenti dell’Isis su varie città siriane, sono rimaste uccise oltre 270 persone e diverse centinaia ferite.
Questo, mentre 32 militari erano stati uccisi e 67 feriti venerdì scorso a Bosso, località posta sulla frontiera tra Niger e Nigeria, in un massiccio attacco portato da diverse centinaia di terroristi di Boko Haram, la setta islamista africana affiliata a Daesh. Si tratterebbe del bilancio più pesante inflitto quest’anno da Boko Haram al Niger, in cui, nell’aprile 2015, lo stesso Boko aveva attaccato una postazione militare sul lago Ciad, facendo 74 morti, tra militari e civili. Secondo le testimonianze dei sopravvissuti, la banda islamista era pesantemente armata. Le Monde Afrique scrive che, a partire dal 2009, Boko Haram avrebbe ucciso almeno 20mila persone tra Nigeria, Niger, Camerun e Ciad.
Dunque, qui, come anche in Siria, l’armamento delle formazioni islamiste, insieme al loro finanziamento, rappresenta uno degli assi della questione. Alle varie potenze – repubbliche cosiddette “democratiche”, monarchie feudali e aperte dittature – di cui è da tempo documentato il sostegno in armi, soldi e anche reparti di soldati regolari (dalla Turchia, ad esempio) all’Isis, vanno ora ad aggiungersi anche altre fonti. Da questo punto di vista, non fanno particolarmente notizia i “lanci intelligenti” di rifornimenti statunitensi che, al pari delle loro “bombe intelligenti”, troppo spesso vanno a cadere dove non dovrebbero. E’ il caso delle armi lanciate dagli elicotteri USA e destinate alla cosiddetta “opposizione moderata” siriana a Marea e finite invece in bocca ai jihadisti.
Una parziale novità in fatto di forniture di armi ed equipaggiamenti è invece data dal fatto che, tra i “benefattori” dell’Isis, compaia ora anche una repubblica golpista. In uno dei depositi di armi dell’Isis scoperti in Siria dalle forze governative, scrive la russa RT, sono state rinvenute lastre per blindatura dei veicoli e materiale esplosivo di fabbricazione ucraina. Gli scambi di favori in uomini, mezzi e finanziamenti tra Kiev e Ankara sono noti da tempo e non stupisce che, tra una triangolazione e l’altra, i destinatari finali compaiano dopo alcuni passaggi. Ciò che desta un po’ di meraviglia è che del materiale bellico ucraino risulti efficace per l’Isis.
Alla fine dell’Urss, scrive infatti RT, circa 3 milioni di persone lavoravano in Ucraina in 3.594 imprese del complesso militare industriale in senso lato, di cui  circa 1,5 milioni erano occupate in 700 imprese esclusivamente belliche. Nel 2013, rimanevano solo 140 imprese, di cui 134 statali e, dall’inizio della guerra nel Donbass, circa 30 di queste lavorano alla produzione di guerra o alla riparazione dei mezzi bellici. Tradizionalmente, il grosso della produzione militare ucraina è sempre stato per l’export; nel 2015, le fonti ufficiali ucraine parlavano di contratti per 1,3 miliardi di $, anche se, secondo il Sipri, tale quota era appena di 323 milioni. La drastica riduzione sarebbe dovuta alla insoddisfazione di vari acquirenti internazionali per la qualità dei prodotti – ad esempio i carri “Oplot-T” forniti alla Thailandia, i MiG-21 alla Croazia, i blindati “Butsefal” all’Iraq – che sarebbero il risultato di assemblaggi di pezzi più vecchi o semidistrutti. In tale situazione, scrive RT, pur se, secondo il Sipri, all’Ucraina andava il 3% dell’export mondiale di armi tra il 2010 e il 2014 e il paese occupava il nono posto al mondo, l’obiettivo posto da Poroshenko di entrare tra i primi cinque esportatori mondiali di armi pare oggi non così vicino come poteva apparire appena due anni fa.
In ogni caso, quantomeno fino a che non comincerà a essere effettiva la ristrutturazione delle forze armate e del complesso militare-industriale ucraino secondo gli standard Nato, in base al Bollettino strategico di difesa firmato oggi da Petro Poroshenko, c’è comunque da sperare che i materiali bellici ucraini che finiranno in mano all’Isis siano della stessa qualità ed efficienza di quanto venduto a Thailandia e Croazia.

Fabrizio Poggi

 

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IL MANIFESTO – L’abbattimento per «sconfinamento» del jet russo impegnato a bombardare l’Isis è un deliberato agguato da parte del Sultano Erdogan. Non solo contro lo «zar» Putin, ma contro i risultati del vertice di Antalya, il G20 dei Grandi del pianeta nel quale, solo dieci giorni fa, hanno fatto irruzione gli attentati di Parigi dell’Isis. Quel vertice, oltre a suggellare una sorta di patto tra Putin e Obama, con l’approvazione esplicita dell’intervento russo in Siria — pagato con la strage dell’airbus di Mosca — realizzava un’altra ambiguità. Lo sdoganamento di Reyyep Erdogan, tornato interlocutore occidentale fondamentale dopo la vittoria nelle elezioni turche anticipite, per l’impossibilità dell’Akp, il partito islamista del premier, di avere la maggioranza in parlamento.
Vista l’affermazione per la prima volta dell’Hdp, il partito della sinistra kurda e turca con ben il 13% dei consensi.
Un paese alla frontiera di una guerra aizzata dallo stesso governo turco, anche in chiave anti-kurda, è stato investito da una strategia della tensione con il primo di una litania di attentati sanguinosi: una bomba contro la sinistra kurda e turca che ha fatto cento vittime. Poi di nuovo elezioni blindate, denunciate come «irregolari» anche dall’Osce, che hanno restituito la maggioranza al Sultano, l’islamista baluardo della Nato, ridimensionando l’alternativa politica rappresentata da Demirtas. Che solo tre giorni fa è stato oggetto di un attentato.
L’intervento russo è giunto a togliere le castagne dal fuoco ad un Occidente che dal novembre 2011 aveva lavorato per fare a Damasco quello che gli era riuscito a Tripoli con Gheddafi, vale a dire per abbattere nel sangue Assad attraverso una coalizione composita di «Amici della Siria», con dentro tutti i paesi europei, gli Stati uniti e le petromonarchie del Golfo. Tutti impegnati a sostenere l’intera opposizione da subito armata, l’Els, esercito libero siriano, ma anche le formazioni d’ispirazione jihadista, dalla forte e numerosa Ahra Al Sham, alla qaedista Al-Nusra fino alle milizie dell’Isis.
La Turchia ha avuto l’affidamento, dagli Usa e dalla Nato, della formazione, dell’addestramento e del sostegno diretto di tutti questi gruppi armati. Dopo tre anni e mezzo l’operazione è fallita, con 250mila morti sul campo e milioni e milioni di profughi: i testimoni del nostro fallimento arrivati in centinaia di migliaia nelle città europee.
Poi gli attentati di Parigi. E la solitudine — strategica — di Hollande che corre per schierare più alleati possibili: «Siamo in guerra, aiutateci». Un Hollande che trova il sostegno militare di Angela Merkel solo per il Mali. Ma faticherà non poco a ricucire con Mosca per avviare quello «stato maggiore unificato» con l’unico vero sodale nella guerra contro l’Isis in Siria: la diffidenza, nonostante la rincorsa del presidente francese, regna sovrana. Tanto che si riapre lo scontro sull’Ucraina e le forniture di gas russo all’Europa. L’agguato di Ankara al jet russo illumina la scena di una crisi regionale che, con gli interventi armati di una coalizione a pezzi non va risistemandosi ma scivola verso un’ulteriore contrapposizione violenta.
Mentre è chiaro che la Turchia che vuole l’abbattimento di Assad subito, considera una parte della Siria, a cominciare dall’area kurda del Rojava, praticamente sua e sotto tiro di una rischiosa no-fly zone. Mentre i raid Usa nell’immensa area dell’Iraq conquistata dallo Stato islamico, con il soccorso alla leadership impresentabile del Kurdistan iracheno, aprono la voragine della definitiva spartizione dell’Iraq. Preparando il nuovo confronto armato che già è evidente tra kurdi iracheni, sciiti e sunnniti. Del resto non era la guerra infinita quella che volevano in Medio Oriente i neocon statunitensi quando è partita nel 2003 la guerra a tutti i costi contro l’Iraq?

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Dopo i primi attacchi hacker realizzati dal gruppo di Anonymous a seguito del massacro a Charlie Hebdo, i pirati più famosi al mondo tornano a prendere di mira lo Stato Islamico. Dove – dicono – fa più male: nell’efficiente macchina della propaganda informatica, fiore all’occhiello di un gruppo che ha fatto del reclutamento di nuovi adepti all’estero una delle colonne portanti l’offensiva mediorientale.

Secondo i dati forniti da Anonymous nello scorso weekend, nella sola giornata di venerdì gli hacker hanno attaccato e spento decine di account su Facebook e Twitter usati dallo Stato Islamico per attirare nuovi membri. In un video pubblicato nei giorni scorsi gli hacker lanciano la nuova #OpIsis: “Noi musulmani, cristiani, ebrei, hackers, crackers, hacktivisti, agenti, spie, o semplicemente quelli della porta accanto, studenti, amministratori, operai, impiegati, disoccupati, ricchi e poveri […] vi daremo la caccia, spegneremo i vostri siti, account, email e vi colpiremo. Da questo momento, non avete luogo sicuro online. Sarete trattati un virus, e noi siamo la cura. Internet è nostro”.

Difficile quantificare il numero di account riconducibili al califfato: nell’ordine di migliaia, secondo le intelligence globali. Solo su Twitter Anonymous ne ha individuati 900 (di cui alcuni con oltre 20mila follower), molti altri quelli attivi su Facebook e YouTube. Una rete che permette al califfato e ai suoi membri di comunicare su vasta scala. E quando gruppi hacker come Anonymous riescono a colpirli, in breve riescono ad aprire nuovi account e ad attirare i follone precedenti.

In ogni caso secondo il sito Counter Current News, l’attacco hacker contro l’Isis avrebbe distrutto mesi di lavoro di reclutamento della rete dello Stato Islamico. Anonymous, rete di hacker attivi in tutto il mondo, è noto per le campagne lanciate contro chi ritiene essere un oppressore: tre le campagne contro le istituzioni dello Stato di Israele. L’ultima risale al 7 aprile 2014.

Fonte: Nena News