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Quando la pazienza nella cura del metodo antagonista semina i territori di pratiche di insubordinazione, i fiori del conflitto possono gemmare anche d’inverno. Gli scontri e le barricate che ieri per ore hanno attraversato la zona universitaria bolognese sono infatti il prodotto di una microfisica delle lotte dentro e contro l’università-azienda disegnata dalla riforma Gelmini che per mesi e anni, con tenacia e determinazione, hanno inscritto il proprio segno di contrapposizione alla normalizzazione dell’università. La lotta autunnale sulla mensa, la politicizzazione della produzione del sapere con le contestazioni ai baroni di guerra, l’agire sulla dimensione del welfare giovanile, sono altrettanti nodi di una rete antagonista che ieri ha saputo difendersi e contrattaccare.

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Quando erompe lo scontro, dai frammenti raccolti sul terreno è possibile cogliere alcune verità più generali. Le giornate di lotta che hanno caratterizzato la zona universitaria bolognese in questo inizio 2017 consentono infatti di leggere in controluce alcuni elementi. In primo luogo, quello che la celere ieri ha attaccato, entrando nella biblioteca di via Zamboni 36, è una chiara istanza di potere agita all’interno dell’università neoliberale. Quando le trame della governance non riescono a ingabbiare una soggettività autonoma collettiva che agita come corpo sociale una decisione, per le istituzioni non rimane che l’intervento militare. Forza contro forza. Lo sgombero e la chiusura della biblioteca del 36 volevano mettere paura ed estirpare un focolaio di alterità e conflitto. Ma se nella testa di qualche questurino (e sicuramente anche di qualche pacato accademico) si voleva fare, in piccolo, una Diaz in salsa bolognese, l’immediata resistenza degli studenti ha cambiato le carte in tavola. Mentre la polizia sequestrava di fatto libri e computer (altro che garantire il diritto allo studio!), le sedie che volavano dentro la biblioteca iniziavano a definire il profilo di una autodifesa collettiva.

Un secondo punto. La battaglia di ieri nasce su un nodo simbolico e maledettamente concreto. L’università aveva infatti installato dei tornelli all’ingresso della biblioteca di via Zamboni. Un caso certo particolare, ma inquadrabile all’interno della complessiva tendenza a moltiplicare i confini fuori dai perimetri nazionali così come all’interno di ogni spazio metropolitano. Per le pratiche di territorializzazione antagonista l’abbattimento di questo confine interno è stato elemento di coagulo di una soggettività di rottura che ci parla di visioni del mondo sempre più contrapposte tra governati e governanti e di una contesa che si estende sino alla definizione delle geografie del quotidiano.

Terzo punto. Proprio nei giorni in cui le parole lasciate nella lettera di Michele echeggiano nelle nostre teste, ecco materializzarsi ancora una volta l’odio che chi ci comanda dimostra per la nostra generazione. Laddove si apre uno spazio di libertà e autonomia, questo deve essere schiacciato. Ma l’odio dall’alto, torna anche indietro. L’assedio alla biblioteca occupata militarmente dalla polizia, i vari attacchi portati alla celere da parte degli studenti dopo l’irruzione al 36, le barricate che avanzano, indicano infatti uno spazio del possibile senza il quale tutti e tutte soffocheremmo.

L’energia politica che è esplosa contro il violento attacco della questura bolognese alle lotte studentesche conferma ancora una volta come sempre più tutte le città siano oggi parte di un unico sistema-mondo. Chi comanda vuole costruire ovunque uno spazio per la circolazione di merci e capitali senza nessun attrito, costruendo i propri confini e le proprie barriere. A chi sta in basso il compito della quotidiana resistenza, della sedimentazione di contropotere, della rottura dei confini, del far circolare pratiche di liberazione.

Il segnale di ingovernabilità tracciato oggi sulle strade della zona universitaria bolognese è un monito e al contempo una promessa. Mentre per ora le istituzioni tacciano, l’unico ad abbaiare è Matteo Salvini, che dopo esser stato ripetutamente cacciato da Bologna lo scorso anno ormai può solo affidarsi a Twitter. Contro di lui e contro il PD, contro chi ogni giorno prova a schiacciarci, che le giornate di conflitto che stanno caratterizzando l’Emilia in queste settimane non siano altro che un nuovo inizio…

Riprendendo uno slogan che echeggiava ieri dalle banlieue parigine a via Zamboni:

Tout le monde déteste la police!

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«Noi abbiamo un’altra intuizione, l’intuizione che la storia ritorna, ma non si ripete».

Da un appello del 22 marzo degli studenti francesi

In queste ore Renzi si trova in Cina per il G20, e anche qui non manca di rilanciare dichiarazioni tutte centrate sul contesto italiano. Da qualche tempo il premier è impegnato a contrastare e a riposizionare la valenza del prossimo referendum, ossia il rischio della propria fragorosa caduta. L’all in giocato sulla vittoria del Sì si rivela sempre più come un azzardo ingestibile per lui e più in generale per la governabilità del sistema-paese (e non solo). E’ in particolare su un piano del dispositivo temporale che ora Renzi tenta di imbrigliare la possibile disfatta e la sua uscita dal tavolo.

«All’Italia spetterà la presidenza di uno dei prossimi G20, che non abbiamo ancora ospitato. Non so se sarà nel 2019, nel 2020 o nel 2021, comunque io ci sarò». Sono queste le parole con cui si conclude la sua conferenza stampa a Hangzhou. E hanno da un lato un sapore scaramantico, ma dall’altro segnano una profonda transizione nel discorso renziano. Ve la ricordate la campagna per le primarie? Lo slogan era “Adesso!”, e ci si prometteva di rottamare il vecchio. La paura del cambiamento è un’altra delle retoriche agitate dal renzismo, che tuttavia adesso si agita e sta cambiando verso. Ancora Renzi dichiara:

«Spesso per vedere i risultati delle riforme ci vogliono anni. Il futuro viaggia veloce e può impaurire […] Tutti vogliamo una crescita inclusiva ma abbiamo un nemico comune: la paura». Ecco dunque il nuovo imprimatur: prendere tempo, allungare l’orizzonte dell’azione di governo, sconfiggere la paura del futuro. Non si gioca più sull’immediatezza della politica dei tweet, ma si prova a ridefinire un’azione politica che esca dal presente e dalla continua ricerca dell’evento che legittimi l’agire del leader. Non a caso pochi giorni fa al Forum Ambrosetti di Cernobbio sempre Renzi faceva ricorso a una metafora dal sapore maiosta:

«L’Italia prosegue una lunga marcia: il 2016 si chiuderà meglio del 2015, che si è chiuso meglio del 2014, questo è un risultato inoppugnabile», fino ad aggiungere una frase illuminante: «Nella dittatura dell’istante abbiamo bisogno di tempo e noi non abbiamo fretta». Poco dopo fa addirittura ricorso a metafore bibliche per depotenziare il peso politico accumulatosi sul referendum: se «vince il no, non c’è l’invasione delle cavallette, non c’è la fine del mondo: resta tutto così».

Il tentativo di inversione di rotta non potrebbe essere più lampante. Comescrivevamo dopo le ultime amministrative, il ciclo renziano ha attraversato in fretta il solco tra innovazione riformatrice e appartenenza alla “casta”.

Il problema nel quale si ritrova invischiato Renzi muove tuttavia su acque ben più profonde. La sua traiettoria è, pur compressa in pochi anni, mimetica di un mutamento più intenso nella percezione della temporalità politica. Per gli antichi il tempo era una spirale ciclica di continuo decadimento dei sistemi politici rispetto a un mitico passato di benessere. La stasis, la guerra civile, un pericolo costante alla quale si rispondeva con l’oblio, la rimozione dal ricordo. La modernità si struttura cambiando radicalmente i termini del gioco. La guerra civile deve essere continuamente ricordata come monito perché non si ricada in tale passato. Il tempo è tutto rivolto al futuro, al suo progetto di costruzione. Questo tempo progressivo, di cui si era dotato in senso rivoluzionario anche il movimento operaio, è stato profondamente riorganizzato dalla restaurazione neoliberale a partire dalla metà degli anni ’70. In parallelo con l’affermarsi delle tecnologie cibernetiche, è il presente a divenire l’orizzonte temporale prevalente – ma all’interno di una narrativa che pone la crescita costante come sostegno dell’eterno presente.

Oggi la promessa del continuo progresso si infrange sempre più contro la burrasca del presente, e si inizia a insinuare una nuova percezione temporale che nuovamente ridefinisce i vettori temporali. E’ Massimo Cacciari a darne un lampante esempio, in un’intervista concessa alla festa del Fatto Quotidiano:

«I 5 Stelle […] io mi auguro che crescano, maturino, perché il disfarsi di questa aggregazione importante, almeno quantitativamente importante, aggraverebbe ancora il disfarsi di questo paese […] quindi è augurabile che almeno il 25-30% di questo elettorato si ritrovi all’interno di questa casamatta perché altrimenti il liquido diventa gassoso in questo paese […]. Sta mancando strategia, politica, classe dirigente, debolezza patologica del paese […]. Una crisi che dura dagli anni ’70. […] Il grande rischio è che il futuro ci presenti una catastrofe, cioè un mutamento radicale di scena con tutto quello che ciò comporta».

E sì che fino a poco fa Cacciari era uno dei più duri fustigatori dei 5 Stelle. Ma l’avvicinarsi di scenari foschi e difficilmente prevedibili conducono il filosofo veneto a sperare anche nei 5 Stelle come forma di tenuta sistemica, pur di fronte alle convulsioni della giunta Raggi e alle (apparenti o di sostanza?) divaricazioni interne tra “movimentismo” e “governismo”, per prevenire esplosioni a suo parere catastrofiche.

Ecco, la catastrofe che si profila nel futuro è una spia rilevante di una temporalità frammentata che sta uscendo dalle coordinate moderne, o quantomeno da quelle consolidate. Quali siano le possibilità per opzioni sociali antagoniste di incidere sulla definizione del piano temporale nei tempi a venire saranno unicamente le lotte a poterlo determinare. Ma è all’interno di questo tempo globale interconnesso, fluttuante, rapsodico, che si definiscono i terreni politici del momento che attraversiamo. E che riemerge, all’interno delle contraddizioni del presente, il peso della storia. Passa anche per la riscoperta di progetto e di un gioco temporale fatto di una superficie vischiosa ma costituito di rarefazioni e precipitazioni, frenesie e attese, l’agire politico oggi.

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Duri scontri fra nazionalisti bianchi e militanti antifascisti di Sacramento durante un incontro promosso dal Partito tradizionalista dei lavoratori, guidato da Matthew Heinbach, leader del suprematismo bianco californiano.
Gli scontri si sono verificati davanti al Campidoglio di Sacramento, sede del Parlamento della California, dove gli antifascisti hanno caricato il corteo dei nazisti accorsi al ritrovo per protestare contro gli incidenti provocati all’ultimo evento elettorale in California di Donald Trump.
In centinaia fra associazioni di immigrati messicani e antifascisti sono arrivati davanti al Campidoglio per bloccare il “rally” nazista, accogliendo i nazionalisti con lanci di bottiglie e insulti. Successivamente il gruppo di nazisti è stato caricato e preso a bastonate dagli antifascisti. Il bilancio degli scontri è di sette accoltellati fra gli antifascisti e di molti feriti fra i nazisti.
Il Campidoglio di Sacramento è un luogo simbolo per i movimenti antirazzisti. Nel 1967 le Black Panther invasero armati la sede del Parlamento per protestare contro una legge statale che impediva l’azione di autodifesa del movimento.

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noexpoassolto Quando si tratta di dissenso politico la giustizia italiana è punitiva e poco attenta alla realtà dei fatti. Se qualcuno non ci credeva ora c’è la spiegazione con disegnino.
Mirko era stato arrestato al corteo del Primo Maggio No Expo a Milano, accusato di resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Secondo la ricostruzione della polizia avrebbe tirato un grosso sasso ferendo un vice questore in via Pagano.
Quel giorno è stato arrestato, poi è stato tenuto due mesi e mezzo in carcere e altri tre agli arresti domiciliari. Tanto per non sbagliare il Tribunale del Riesame inizialmente aveva disposto che Mirko rimanesse in carcere perchè casa sua poteva diventare «un covo di terroristi» (…si, sono ridicoli e neanche se ne rendono conto).
La morale della favola è che oggi è stato assolto (su richiesta dello stesso pm) da entrambe le imputazioni «perché il fatto non sussiste» e «per non aver commesso il fatto». Dall’analisi di fotogrammi e filmati si è verificato che il verbale dei tre agenti che lo accusavano è falso e contradditorio, tant’è che è stata aperta un indagine su di loro.
La dinamica dei fatti descritta dai poliziotti nel loro verbale si è dimostrata impossibile. Quello che non sapevano è che Mirko era già stato fermato (perchè senza documenti) in piazza Conciliazione da altri poliziotti, che lo hanno preso in custodia prima dei fatti di cui è stato accusato. Per provare a salvare la situazione (perchè quando ci sono i poliziotti di mezzo si fa di tutto per parargli il culo) i magistrati hanno provato a verificare la versione per cui Mirko si sarebbe liberato dai poliziotti che lo avevano fermato, per recarsi in via Pagano, lanciare il sasso sul vice-questore ed essere nuovamente fermato. Ma niente, non sono riusciti a dimostrare neanche questa versione.
Insomma un manifestante si è fatto sei mesi di arresti per 3 poliziotti bugiardi, dei magistrati con la voglia di punire gli oppositori politici e un sistema repressivo che su queste cose si basa.
Per la giustizia italiana chi manifesta va trattato come un criminale, un terrorista. Poi si vede. Per i poliziotti (veri frignoni parassiti alla ricerca della mutua facile, altro che duri..) un manifestante vale l’altro, sono tutti nemici dell’ordine costituito di cui loro, i poliziotti, sono incarnazione. Una volta presa una persona in piazza le prove che abbia fatto qualcosa si trovano o si costruiscono.
Ma questo non sarebbe possibile se non ci fosse una magistratura (ugualmente convinta di essere l’«Ordine») disposta a credere a qualunque versione dei fatti arrivi dai poliziotti. Forse la voglia di somministrare anni di carcere agli oppositori politici li rende creduloni, forse perchè solo mostrando il pugno duro verso i più deboli sperano di avanzare nelle loro carriere, tanto da essere disposti a dire che la casa di una persona (poi assolta completamente) può diventare «un covo di terroristi».
Per ogni caso scoperchiato, come questo, ce ne sono altri cento in cui riescono a mandare la gente in galera sulla base di menzogne.

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anonymous-guy-fawkes INFOAUT.ORG – Si tratta dello stesso hacker (noto come “Hack Back” e “@GammaGroupPR”) che ha rivendicato precedenti azioni, per esempio l’attacco ad Hacking Team dello scorso anno. Questa volta dichiara di aver rapinato una banca ed aver donato €10mila al Rojava per combattere l’ISIS.
La donazione è avvenuta alla pagina di crowdfunding “Rojava Plan” (confermato dal portavoce) sotto forma di 25 BTC (bitcoin) il cui valore corrisponde a circa 10mila euro. L’obbiettivo dell’hacker, tuttavia, non è solo supportare economicamente il processo rivoluzionario in Rojava e la lotta contro l’ISIS, ma anche attirare l’attenzione dei media su quanto sta accadendo nella regione. Questo il suo tweet:

Rojava is one of the most inspiring revolutionary projects in the world today. I just donated 10000€ in bitcoinhttps://coopfunding.net/en/campaigns/feed-the-revolution/ 

Non è stato rivelato il nome della banca e non sono disponibili maggiori dettagli. Tuttavia su Reddit ha esortato altri hacker a rapinare banche e donare tutto il denaro per aiutare la causa rivoluzionaria in Rojava.

fonte: thehackernews

Aggiornamento ore 14: confermato un arresto, si tratta di un ragazzo delle scuole superiori. Si attendono notizie sulla sua situazione. Libero subito!!

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Lo spezzone sociale si è guadagnato, dopo cariche ed intimidazioni, metro per metro il percorso in via Roma, fino ad arrivare in Piazza San Carlo. Dove occupanti di case, studenti, lavoratori hanno preso il palco. Con loro anche i genitori dei 28 giovani che sono sottoposti a misure cautelari in questo momento. I politici del PD hanno in fretta e furia terminato il loro comizio per evitare di essere contestati ancora una volta. Sanno che la loro credibilità è a zero, l’irruzione della realtà nei loro comizi non è ben vista. Il PD cerca di nascondere il suo reale volto di partito dell’impoverimento e del governo tramite la violenza della polizia.
L’atmosfera era tesa sin dalla mattina in piazza Vittorio. Centinaia di uomini delle forze dell’ordine disposti a bloccare lo spezzone sociale, caratterizzato dalle parole d’ordine di opposizione al governo Renzi “Contro guerra, sfruttamento, Tav e Salva Banche l’unica soluzione è la lotta”. Palpabile la paura da parte di chi gestisce l’ordine pubblico che qualcuno potesse rovinare la passerella pre-elettorale (per le amministrative di Maggio) del PD torinese. Governo dell’immagine e polizia sono le uniche carte rimaste in mano ad una classe politica che ha prodotto solo povertà e disoccupazione. Durante tutto il percorso in via Po la questuraha cercato in tutti i modi di rallentare e di isolare lo spezzone sociale dalla parte di corteo in cui sfilavano istituzioni e partiti. In piazza Castello la polizia ha caricato diverse volte lo spezzone sociale per impedire l’ingresso in via Roma. Diverse persone sono state ferite, ma il coraggio e la determinazione di chi era in piazza ha obbligato la polizia ad arretrare. Al momento si contano due fermi.

La giornata era iniziata ancora prima del corteo con le provocazioni della questura torinese che ha fermato il furgone che avrebbe dovuto aprire lo spezzone sociale, circondandolo con molti mezzi blindati a bloccare le vie. Grazie alla determinazione delle persone presenti è finito in un nulla di fatto l’assurda pretesa della polizia di perquisire il furgone.

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13087669_1328685033814476_8272962584955850131_n INFOAUT.ORG – Il 25 aprile per quanti e quante hanno deciso di aderire alla campagna “Abbiamo bisogno di resistenza” inizia intorno alle 16 nell’area pedonale di via balbo, dove sotto al murales dedicato a Dante di Nanni parte il corteo che fa il giro delle lapidi partigiane del quartiere Vanchiglia.
Durante il percorso il corteo passa e si ferma sotto casa di Mattia e Diego, due giovani antifascisti ai domiciliari a cui è impedita ogni visita e comunicazione con l’esterno. Partono cori ed interventi di saluto e solidarietà. Dopo aver cambiato i fiori e ricordato le gesta dei vari partigiani vanchigliesi caduti per la libertà, il corteo si scioglie in largo montebello, rilanciando l’appuntamento serale alla fiaccolata dell’ANPI.
Intorno alle 19:30 in piazza arbarello il primo segnale che quella di quest’anno non sarà una fiaccolata come tutte le altre, infatti la polizia in assetto antisommossa prova a fermare i famigliari e gli amici degli attivisti che subiscono le misure cautelari, onde evitare che entrino nella piazza stessa. Le urla e gli interventi dai megafoni portano la questura ad evitare il blocco.
Il corteo dell’ANPI parte intorno alle ore 20, lo spezzone sociale, guidato dalle mamme degli antifascisti, e i numerosi cartelli con le foto degli arrestati, in tutto 28, man mano si ingrossa sempre di più e si fa notare per i numerosi cori “i nostri figli son generosi e fieri, antifascisti oggi antifascisti ieri”, “il 25 aprile non è una ricorrenza, ora e sempre resistenza”. All’altezza di piazza solferino raggiunge quasi le mille unità, diventando di fatto lo spezzone più grosso del corteo.
Arrivati in piazza castello, si assiste al teatrino del ridicolo orchestrato dalla questura e dal comune. Infatti nonostante le numerose richieste di far leggere dal palco una lettera delle mamme dei compagni che subiscono l’accanimento di una procura ossessionato dal chiudere ogni spazio di dissenso in città, la risposta ottenuta è sempre negativa, in pieno rispetto della prassi del Partito “Democratico”. Di conseguenza una volta terminati gli interventi dei partigiani, inizia una dura contestazione al grido di “vogliamo parlare” e “le mamme sul palco”, che porta il sindaco Fassino ed il presidente della regione Chiamparino a rinunciare ai loro interventi e defilarsi in fretta e furia. A questo punto la questura ha l’idea geniale di schierare la celere sotto al palco, ottenendo come risposta un aumendo dei decibel del dissenso.  “Vergogna, vergogna” è il coro risuona in tutta piazza castello.
Intanto i due presentatori provano a ignorare la piazza sottostante, la situazione si sblocca quando uno degli organizzatori, Max Casacci, leader dei subsonica, dimostrando ragionevolezza e condividendo le ragioni degli antifascisti accoglie la richiesta di far salire una delle mamme, che finalmente riesce a leggere la lettera aperta di fronte agli appluasi scroscianti di una piazza castello gremita di gente.
Ci volevano fare terra bruciata intorno ma oggi è stato chiaro a tutti che il 25 aprile non è di chi vorrebbe farne una squallida passerella elettorale ma di chi fa dell’antifascismo una pratica quotidiana.

ORA TUTT* LIBER*!

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98ba8db2-ae01-410f-8596-1d55209b3b37 INFOAUT.ORG – Ancora un attentato nel continente europeo, a Bruxelles. Verso le otto di questa mattina due esplosioni all’aeroporto di Zaventem nell’area check-in delle partenze verso gli Stati Uniti, qualche minuto dopo bombe anche a Maalbeek, fermata della metropolitana del quartiere “europeo” dove si trovano le principali istituzioni dell’Unione. Tutti i voli da Bruxelles sono stati sospesi, bloccata la circolazione dei treni con la Francia, le autorità hanno invitato tutti i cittadini a non muoversi fino a nuovo ordine e il palazzo di giustizia della capitale belga è stato evacuato per timore di nuovi attentati. Il bilancio provvisorio parla di almeno 28 vittime e diverse decine di feriti nei due attacchi.
Sui media mainstream si riattiva la retorica del terrorismo come una sorta di calamità naturale, imprevedibile e devastante. Il primo ministro belga, nelle prime dichiarazioni rilasciate alla stampa ha parlato di “Due attentati ciechi” e gli attacchi sono declinati sui media di tutto il mondo attraverso il registro della “follia assassina”. Una retorica che è sempre funzionale al tentativo d’impedire di tirare anche le più elementari conclusioni dal susseguirsi di eventi degli ultimi mesi: in Siria è in corso una guerra, alimentata, strumentalizzata, nascosta e agitata dalle potenze occidentali e dai loro alleati petro-monarchici del Golfo. Dopo cinque anni, 330’000 morti e cinque milioni di sfollati bussa con sempre più insistenza nel cuore dell’Europa. Un’ovvietà che dovrebbe essere il punto di partenza onesto di qualsiasi ragionamento sulla fase che attraversiamo.
Invece di ricostruire la sequenza che ci ha portato alla catastrofe in cui viviamo, gli attentati diventano degli episodi clinici: il terrorismo è una malattia, ci dicono i nostri governanti, lo stato di polizia è la cura. Stato di polizia che si rivela, per l’ennesima volta, incapace di aver la minima incisività nell’impedire le stragi, nonostante i finanziamenti generosamente elargiti a tutti gli apparati di sicurezza dai governi dei vari stati europei, nonostante le nuove leggi “anti-terrorismo” redatte alla lettera secondo le pretese degli apparati di intelligence e nonostante le limitazioni alla libertà di espressione, di circolazione e di manifestazione applicate in questi mesi di Stato di emergenza (per difendere le nostre libertà, bien sûr!).
L’Europa paga, tra l’altro, le conseguenze di una strategia che dagli attentati di Parigi nel Novembre scorso si è mostrata più attenta ai feedback dei sondaggi che alla volontà di combattere lo Stato Islamico. L’ignobile accordo sui migranti concluso pochi giorni fa con il padrino, principale alleato e appoggio logistico di Daesh, la Turchia, conferma la priorità dei capi di stato europei. Bisogna accontentare la destra xenofoba nella sua crociata contro una presunta “invasione” di rifugiati, anche al prezzo di sdoganare uno dei principali protagonisti di quell’Islam politico che a parole infesta gli incubi dei vari adepti della retorica dello scontro di civiltà. Tutto purché tengano le facce scure lontane dalla nostre coste e dalla vista del nostro elettorato. Un’alleanza, firmata col sangue dei migranti, che ha come effetto anche quello di isolare ulteriormente l’unica opzione politica realmente alternativa all’ISIS, quella dei curdi, che stanno subendo una repressione feroce da parte di Erdogan con bombardamenti e operazioni di polizia che continuano senza sosta da dicembre scorso.
In questo contesto, gli accorati appelli alla difesa della libertà e della democrazia europee suonano quanto mai fuori luogo e fischiano come fastidiosamente ipocrite anche nelle orecchie più abusate. Il loro complemento, ben più attrattivo a livello dell’opinione pubblica, è quello della guerra di religione. Più che uno spettro, una sponda necessaria per uno Stato islamico che spera che la stigmatizzazione dei musulmani in Europa porti a quello scontro di civiltà che eccita in egual misura jihadisti e razzisti. E le scene che ci arrivano da Molenbeek con i cani usati dalla polizia contro la popolazione come nelle peggiori cartoline coloniali, non lascia presagire nulla di buono.
Resta l’urgenza di costruire una nostra opposizione a questa loro guerra, fatta di droni e attentati, che da Bruxelles a Raqqa continua a fare solo i nostri morti.

4 INFOAUT.ORG – Non sono passate neanche 48 ore dallosgombero dello sportello di Social Log di viale Masini 10 che un nuovo spazio per l’autorganizzazione della lotta per la casa bolognese è stato conquistato collettivamente.
Al grido di #nonsifermasociallog le centinaia di persone che hanno risposto all’appello per una risposta immediata alla provocazione della Questura di giovedì scorso hanno beffato l’imponente schieramento poliziesco, riappropriandosi di uno stabile in via Corticella 56 , nel quartiere Bolognina, disabitato e lasciato alla incuria da anni.
Il corteo era partito alle 16 da piazza dell’Unità, attraversando quelle vie della Bolognina che mostrano sempre di più lo scontro sociale e politico in corso a Bologna: si costeggia l’Ex-Telecom sgomberata nell’ottobre scorso, si passa di fianco ai muri dell’XM24 appena toccati dall’eutanasia artistica di BLU e dalla serata di rilancio contro i processi di gentrificazione messi in atto dalle istituzioni cittadine. Divertente il contrasto tra le facciate multicolori della nuova palazzina occupata e il grigio simbolicamente dipinto sulle opere artistiche che negli scorsi giorni sono state salvate dallo scippo delle fondazioni vicine a Roversi Monaco e ai poteri forti cittadini.
Si avvertono con cori e slogan le tante famiglie sotto sfratto che abitano il quartiere e che ancora non hanno trovato la volontà di prendere parte alla importante storia comune scritta a Bologna sin dalla prima occupazione del novembre 2013 e poi in via de Maria e in via Mura di Porta Galliera, le occupazioni tuttora esistenti in città. Lo striscione di apertura recitava “Contro sfratti, sgomberi e tagli al welfare,#nonsifermasociallog!” e questo è quanto è avvenuto nelle strade.
Presenti in piazza a portare solidarietà delegazioni di compagni attivi nella lotta per la casa di Cremona, Modena e Padova, così come tanti lavoratori e lavoratrici organizzate nel SI Cobas reduci dalla giornata di sciopero e blocco contro le politiche di guerre e austerità del governo Renzi. Tante altre realtà cittadine del mondo dei centri sociali, del sindacalismo di base e dell’associazionismo cittadino hanno dato il loro contributo importante alla riuscita della giornata.
Gli sportelli previsti ogni martedì e sabato tornano così ad essere attivi sul territorio, pronti per intercettare i bisogni e i desideri di riscatto degli uomini e delle donne che vorranno unirsi ad una storia collettiva che non si è fermata dopo lo sgombero di Ex-Telecom, non si è fermata dopo lo sgombero in via Agucchi del dicembre scorso, e non si è fermata neanche dopo quanto accaduto giovedì.

 

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INFOAUT – Oggi, Giovedì 3 Marzo, il leader della Lega Nord Matteo Salvini ha allestito l’ennesimo teatrino mediatico (convocato con poche ore d’anticipo) a P.zza Malatesta dove nel week end il banchetto elettorale di Noi Con Salvini era stato ribaltato dall’intollerenza degli abitanti del quartiere verso razzisti e politicanti di ogni colore. In cerca di rivincita e visibilità dopo l’attacco (che non è stato l’unico) subito dai leghisti, provando a cogliere l’occasione per del facile vittismo, ha messo in scena un fantomatico incontro con gli abitanti del quartiere contro “la violenza dei centri sociali”.
Non è andata proprio secondo i suoi piani, come in tante occasioni nell’ultimo anno in giro per l’Italia Salvini ha trovato una piazza desertificata dal suo arrivo e dalla presenza di decine di agenti in assetto antisommossa per difendere la comparsata del Matteo padano, a spese di chi il quartiere lo vive tutti i giorni. Nonostante l’ennesimo scandalo legato alle ruberie nella sanità lombarda da parte di esponenti della Lega Nord, vorrebbero far dimenticare i 20 anni al governo con Berlusconi rappresentandosi come l’alternativa a Renzi e al Partito Democratico, incentrando tutto il loro discorso politico sull’attacco ai migranti e sbandierando parole vuote come degrado, sicurezza e legalità. Ma nel territorio di Roma Est, storicamente attraversato da flussi migratori, prima dal sud Italia poi dal resto del mondo, la retorica ormai imperante in cui la colpa è dell’immigrato risulta stridente e estranea più che in altri luoghi.
Dall’altro lato della piazza ha trovato un presidio di un centinaio di persone, fra abitanti del territorio e realtà sociali attive nelle battaglie contro gli sfratti e la cementificazione, contro la guerra fra poveri e per i permessi di soggiorno, che ha fatto sentire la sua presenza, per poi attraversare le vie di Torpignattara in corteo.
Si apre per Roma e per diverse altre città italiane il triste periodo delle elezioni comunali, dove politicanti di diverso genere proveranno a calare in territori a loro estranei con false soluzioni a problemi che loro stessi hanno creato, dove sarà importante opporci con una voce chiara e forte!
12814229 607864762701156 6482233933058295841 n Dalla cacciata di Borghezio da parte delle madri della scuola Pisacane, alla mobilitazione di massa nel Febbraio scorso, dalla risposta di qualche giorno fa nel quartiere di TorSapienza fino al rifiuto odierno di diversi abitanti del territorio che hanno apostrofato a dovere il leader leghista, è evidente che nonostante l’enorme visibilità mediatica di cui gode questo personaggio è possibile opporsi alla retorica di Salvini scendendo in piazza per dimostrare a lui e ai suoi tirapiedi che a Roma non sono i benvenuti!
La mobilitazione contro i leghisti non è stata l’unica oggi, infatti a Cinecittà si è resistito per ore ad un tentativo di sfratto in Via Anicio Gallo dove la determinazione dei tanti accorsi in solidarietà ha strappato per Iranma e sua figlia una soluzione dignitosa. Nelle stesse ore venivano bloccati dai facchini della logistica in sciopero per riconquistarsi quello che gli spetta i magazzini della TNT di Roma (Via di Salone e Ciampino), Fiano Romano e Napoli.

Salvini unico straniero a casa nostra!

#MaiConSalvini