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Siamo tornati a Ventimiglia, per la prima volta dopo le vacanze di Natale, insieme a due altre attiviste facenti parte dell’assemblea no-borders di Genova.
Come al solito la situazione si evolve, velocemente e costantemente, nonostante la ridotta attenzione mediatica.
Da alcuni mesi, un gruppo di MSF, costituito da una psicologa, due mediatori e un’ostetrica sono sul territorio ed incontrano i migranti, sia presso il centro della Croce Rossa, sia presso il nella Parrocchia di San Antonio.
Come prima cosa, andiamo a fare visita al bar Lo Hobbit. Si trova vicino alla stazione di Ventimiglia, ed è molto particolare rispetto a tutti gli esercizi commerciali della cittadina. Ci sono solo ragazze, ragazzi e qualche bambino, neri. Saranno una trentina. Qualcuno dorme sul tavolo, molti discutono e c’è, nel complesso, gran movimento.
Quando entriamo la signora che aiuta la proprietaria dice a un ragazzo che ride: “Sei in Europa ragazzo, c’hai poco da ridere”.

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Dal 2015, la proprietaria Delia, ospita una clientela costituita quasi esclusivamente da migranti in transito. Offre a tutti la possibilità di ricaricare i cellulari attraverso un complesso sistema di etichette con sopra le parole più disparate: “oro”, “polo”… poiché le persone in viaggio gli lasciano il telefono lì e poi lei cambia il turno dei telefoni mettendone altri e c’è bisogno che tutti vengano riconosciuti. E’ un lavoro molto impegnativo, che rappresenta l’attività prevalente mentre siamo lì. Tutti la chiamano mamma e le dicono: “il mio cellulare”… lei da a tutti attenzione, a volte risponde anche un pò bruscamente: “aspetta tesoro che finisco quest’altra cosa…”.
Riusciamo a parlarci solo dopo una ventina di minuti. E’ in parte calabrese, ma ha vissuto sempre in Puglia, poi qualche tempo a Ferrara, poi 5 anni in Australia. Tornati dall’Australia in nave a Genova, con tutta la famiglia, racconta, negli anni 70, per la presenza di altri parenti e per una migliore situazione economica della città, investivano i soldi messi da parte in Australia, a Ventimiglia, in quella attività commerciale.
Le diciamo che la sua parmigiana sembra fatta da gente del sud, visto che ci sono dentro le uova sode… e lei risponde: “e certo, siamo immigrati noi! E ce ne vantiamo!”. Ci spiega che la gente di Ventimiglia non frequenta più il bar, che le hanno inviato dei controlli sanitari (che però non hanno trovato nulla da eccepire alla situazione igienica), che la faranno “durare poco”… dice che le persone pensano che lei si arricchisca in questo modo, ma in realtà molti clienti prendono solo un latte e rimangono lì tutto il giorno. Soprattutto in questo periodo. Ci racconta anche che nel periodo più caldo, con una professoressa in pensione, hanno organizzato un corso di italiano tutti i giorni e che, alla fine delle ore di corso, offriva un pasto caldo a tutti.
Questo sabato, con i solidali presenti è stato organizzato un aperitivo benefit per il suo bar, con la proiezione del video “Per un uso proporzionato della forza”, prodotto con le testimonianze dei migranti e i filmati degli attivisti.
Incontriamo lì gli attivisti del “progetto 20k” e la psicologa di MSF per un breve aggiornamento. La notizia principale è quella della chiusura ai nuovi ingressi del centro della croce rossa. La cosa è giustificata dagli operatori con la necessità di effettuare dei lavori per i servizi igienici. Ci raccontano che, a partire dalla settimana scorsa, hanno iniziato a far uscire le persone migranti dal centro. Inizialmente gruppi di minori, di cui solo alcuni hanno poi trovato alloggio presso la parrocchia (perché già al completo e perché accetta solo minori di età inferiore ai sedici anni).
Fondamentalmente, le persone partono, ma non entra più nessuno. Sembra che il vice-sindaco affermi che le persone rientreranno solo se si ricominceranno a vedere migranti che vivono in strada.
Ci rechiamo presso la parrocchia di Sant’Antonio. Dopo qualche difficoltà iniziale per entrare, ci viene aperto l’ambulatorio e iniziamo a vedere qualche “paziente”. In questo periodo ci sono molte persone (circa sessanta) e, come sempre, l’atmosfera è tesa. Ci sono persone che continuano a chiedere di entrare, anche minori ma i volontari della caritas dicono di non avere più posto. Inoltre un ragazzo sudanese, da noi già incontrato presso il fiume, ci dice che molti vivono ancora lungo il fiume e che le persone in strada stanno aumentando.
Contemporaneamente aumentano i trasferimenti forzati, soprattutto verso Taranto. Almeno uno-due autobus al giorno, nei giorni feriali, sempre e solo della compagnia Riviera trasporti. Le persone vengono prese ovunque si trovino, anche davanti alla chiesa.
Nel pomeriggio rivediamo la psicologa di MSF. Parliamo molto dell’inesistenza di una rete per via della repressione. Delle difficoltà di questo periodo con minori allontanati dai centri che rimangono in strada, delle molte deportazioni verso Taranto (lei riferisce di aver visto persone tornate indietro anche sette volte), moltissime le persone che dormono alla stazione e con la chiusura della croce rossa non possono andare a mangiare o a lavarsi da nessuna parte. Lei riferisce che nonostante i quotidiani contatti con le istituzioni del comune, della prefettura, della asl, non è cambiato praticamente niente. Ci chiede dove siano i giornalisti. Noi le spieghiamo dei report con i quali tentiamo di dare le informazioni corrette su ciò che avviene.
La serata al bar di Delia va bene perché, per fortuna, sono molti i presenti e non solo strettamente legati ai movimenti.

Il giorno dopo torniamo alla parrocchia in mattinata e abbiamo ancora più difficoltà per entrare. Solo dopo aver contattato il parroco ci viene permesso di fare le visite. Ci sono minori anche qui. Pochi giorni fa è stato arrestato un uomo residente a Ventimiglia, colpevole di abuso sessuale su minori, perpetrato con la promessa di pochi spicci. Capiamo le difficoltà di una situazione precaria e anomala come questa e promettiamo che la prossima volta avvertiremo prima di recarci nuovamente alla parrocchia.
La domenica visitiamo più persone. La popolazione è cambiata ancora, ci sono famiglie afghane anche con bambini piccoli, molti giunti attraverso la rotta balcanica, siriane, nigeriane, giovani della Costa d’avorio, della Guinea Conakry..
A ora di pranzo molti di coloro che si trovano all’esterno, ormai di tutte le strutture, si assiepano al di fuori della parrocchia e ad ognuno viene distribuito solo un bicchiere di latte e una banana.
Andando via, passiamo per la stazione, dove ci sono moltissimi migranti, alcuni con coperte per terra che evidentemente dormono lì. Numerosi rappresentanti delle forze dell’ordine, compresi quelli della croce rossa.
La psicologa di MSF ci aveva detto che nella notte più di 150 persone erano in strada nonostante la pioggia intensa e i volontari della caritas gli hanno fornito delle coperte, non potendoli accogliere. Diceva inoltre che molti di loro andavano a bussare sia alle porte della chiesa che a quelle del centro della CR, senza successo.
Tra le ipotesi sulle possibili cause di questa lenta dismissione sembra ci sia la volontà di favorire l’apertura di un CIE ad Albenga. Ipotesi caldeggiata già da tempo dal presidente della Regione.

Amelia Chiara Trombetta
Antonio Curotto

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arton20581.jpgDopo lo sgombero del campo di Idomeni, l’entrata scenica delle ruspe nella foresta di fronte Hotel Hara dove ancora resistono le ultime famiglie di pachistani e nordafricani, l’Eko Camp era rimasto l’ultimo grande campo non ufficiale nel nord della Grecia.
Sorto quasi sei mesi fa, a 20 km dal confine macedone nei pressi della stazione di servizio Eko, ospitava soprattutto migranti curdi siriani e alcune minoranze irachene.
I dati di UNHCR al 9 di giugno parlavano di 1.950 persone con una percentuale intorno al 40% di minori, i dati forniti dal governo di una popolazione poco più di 1.800 migranti. Secondo MSF ieri, al momento dello sgombero, Eko contava oltre 50 donne incinta.
L’ultimo lembo di terra dove i migranti che si erano rifiutati di dirigersi verso i campi militari, piantate le tende, continuavano ad avere la possibilità di interagire col mondo esterno.
Nel campo, affiancandosi e sempre più spesso sostituendosi alle NGO più grandi, i volontari indipendenti hanno allestito in questi mesi una cucina da campo per sopperire alla mancanza di cibo, una scuola per insegnare ai bambini le lingue, due centri medici di prima urgenza, un centro femminile, Radio No Border, provveduto alla distribuzione del vestiario e delle canadesi.
A differenza di quanto avvenuto ad Idomeni, l’evacuazione forzata dei migranti non era stata annunciata, nessuna data fissata, solo il gioco al terrore psicologico delle continue ronde di agenti in borghese e delle volanti, che da settimane ormai fermavano le vetture che si dirigevano o si allontanavano dalla tendopoli.
Durante le prime ore della sera del 12 giugno, due pullman della polizia hanno parcheggiato nell’area di sosta, presente sulla carreggiata opposta della autostrada, dove si sono trattenuti decine di agenti in tenuta antisommossa.
Intorno alle 4 del mattino, due camioncini di MSF hanno lasciato il campo e una pattuglia di agenti interrogata su cosa stava avvenendo si è rifiutata di rispondere avvertendo solo alcuni attivisti di “abbandonare entro un’ora il campo per non avere conseguenze legali”.
Il nervosismo tra i migranti, alle prime luci del mattino riscaldava l’aria umida e impediva a chiunque di dormire. “Non ci hanno detto nulla. Non ci fanno neanche sapere se dobbiamo tenerci pronti ad essere portati via in chissà quale luogo sperduto della Grecia”, spiegava Mohammed ad alcuni attivisti ancora svegli.
Ci sono stato in uno di quei posti, un mese. Sono scappato. Il cibo è pessimo. Piuttosto di tornarci mi uccido qui o torno in Siria a morire nella mia terra”, continuava Abdallah.
Secondo quanto riferito dall’agenzia giornalistica ANA-MPA nell’operazione di sgombero di ieri sera sono stati coinvolti circa 300 agenti.
Alle 8:30 le vetture della polizia e gli agenti in borghese erano ormai ovunque nel campo ordinando a gran voce a tutti i richiedenti asilo di salire sui pullman.
Agli abbracci e i pianti si alternavano le urla degli agenti di non perder tempo e di non temere perché i migranti avrebbero avrebbero potuto recuperare i propri effetti eventualmente in un secondo tempo.
La totale assenza di funzionari UNHCR ha permesso, ancora una volta, alle forze di polizia di esautorare le leggi e intimidire quanti avevano intenzione di assistere allo sgombero e filmare eventuali abusi.
A decine di attivisti che hanno tentato di prestare il loro aiuto alle famiglie in difficoltà è stato impartito di allontanarsi immediatamente dalla zona minacciando l’arresto immediato.
Decine di volontari e freelancer sono stati fermati, costretti a distruggere le foto dello sgombero e trattenuti per oltre un’ora lungo il ciglio dell’autostrada. Condotti in centrale a bordo di due cellulari della polizia sono stati identificati e rilasciati solo due ore più tardi.
Intorno alle 17:30 dell’Eko Camp erano rimaste solo le tende a prendere acqua e il silenzio della calma dopo la tempesta. 32 pullman hanno trasportato 1.132 rifugiati presso il campo di Vasilika, a sud di Salonicco.
Stamattina sono iniziate le operazioni di sgombero degli altri accampamenti vicini al confine.
Dalla stazione di servizio BP e dall’Hotel Hara sono partiti 11 pullman con 630 persone a bordo dirette ai campi di Vagiohori e Oinofyta.
Postcard from Hara Camp di Macao

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no-border
RADIO ONDA D’URTO – Sono circa 200 i che da giorni si trovano bloccati alla frontiera di , al confine con la .
Una zona di frontiera dove proseguono i respingimenti e la repressione. Ultimo episodio lunedì 18 aprile quando una sessantina di migranti ha cercato di oltrepassare a piedi il confine per protestare e per rompere l’invisibilità che li avvolge.
La risposta della polizia francese è stata violenta, con gli agenti che hanno colpito con scariche elettriche i migranti prima di respingerli nuovamente in Italia. Al rifiuto da parte dei migranti di tornare indietro, gli agenti  hanno reagito con manganellate e scariche elettriche.
L’intero gruppo è stato detenuto dalla PAF (police aux frontières) e due ragazzi sudanesi sono stati ripetutamente picchiati, tanto che uno di loro è stato ospedalizzato prima di essere consegnato alla polizia italiana. Anche altri gruppi di persone in viaggio sono stati intercettati dagli agenti mentre marciavano verso la frontiera e riaccompagnati a Ventimiglia. (Qui  il racconto di quanto accaduto dal blog dei no border Ventimiglia)
A Ventimiglia  intanto  il numero di persone che dorme all’addiaccio in stazione aumenta di giorno in giorno. Non hanno un posto dove dormire, lavarsi e anche il cibo scarseggia ed è affidato in parte alla caritas e in parte ai volontari. Per accedere alla postazione della Croce rossa è necessario farsi identificare: in  cambio di un pasto caldo e una brandina, viene intensificato il controllo su chi è in transito.
A complicare ulteriormente la situazione vi è l’ordinanza del sindaco di Ventimiglia della scorsa estate che vieta di condividere il cibo con i migranti; chi lo fa viene identificato e multato.
Per denunciare questa ordinanza sabato 23 aprile il ha lanciato una giornata di solidarietà dalle 14.00 con presidi mangerecci  per tutta Ventimiglia con lo scopo di  infrangere collettivamente l’ordinanza comunale. L’aggiornamento con una compagna del presidio no border di Ventimiglia 
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nazi

“Dai andiamoci a fare un bengalino”. Inizia così il gioco degli adolescenti della destra romana. Partire in squadre, al grido di “Camerata della destra romana, azione”, per andare a massacrare di botte uno straniero. Il ciak di un film surreale che ha ormai centinaia di proseliti, si chiama “Bangla Tour” e comincia davanti alle sedi di Forza Nuova. Una di queste si trova all’Appio, ai civici 52 e 54 di via Lidia.

È da lì che le baby squadre partono “per sconfiggere il nemico”, ovvero lo straniero, ovvero in bengalese, soggetto che, a dire dei sedicenni patecipanti, è perfetto per le spedizioni punitive. Perfetto perché non reagisce e non denuncia. Perfetto perché incarna l’immigrato debole su cui si può infierire senza timore di essere perseguiti. Quindi, con l’adrenalina a mille, si lascia la sede di Forza Nuova tappezzata da bandiere con croci celtiche e da poster inneggianti il Duce, si sale tutti insieme in una macchina, dove l’unico maggiorenne è colui che guida, si scegli il quartiere dove andare a fare il raid  –  Torpignattara, Casilino, Prenestino, Acqua Bullicante, zone dove la comunità del Bangladesh ha la sua più alta concentrazione  –  e una volta individuato il soggetto, si passa all’azione. Un pestaggio “terapeutico” e “ideologico”. Un massacro che “ti scarica i nervi e la tensione” e che racchiude un credo, quello di combattere l’immigrazione.

“Noi siamo camerata e combattiamo l’immigrazione clandestina”, non hanno neanche tentato di giustificarsi i due giovani che sono stati fermati dalla polizia dopo il colpo. Quel “Bangla Tour” per cui sono stati arrestati e processati un diciannovenne e un sedicenne iniziò una notte di maggio. Non era il primo e forse non sarebbe stato l’ultimo se uno dei due “camerata” non avesse smarrito, dopo il pestaggio di un minorenne del Bangladesh finito in ospedale col labbro e il sopracciglio spaccati, il proprio cellulare. La notte del 18 maggio infatti in via Oddi una testimone vide tutto dal suo balcone: i ragazzi che chiesero d’accendere al bengalese, lui che cercò l’accendino nella tasca e i due che lo scaraventarono a terra picchiandolo a sangue e con una violenza inaudita. Il minorenne massacrato, pensando a un pestaggio a scopo di rapina anche se mentre le prendeva di santa ragione venne insultato per il colore della sua pelle, tirò fuori il suo cellulare mentre tentava di ripararsi dai colpi e lo consegnò. Ennesimo segno di una resa incondizionata.

I due lo presero, per poi gettarlo nel primo cassonetto. Non era un bottino quello che volevano. Era picchiare il “bengalino” il loro scopo. Peccato però che nella fuga persero il loro cellulare che fu ritrovato appunto dalla polizia, avvertita dalla testimone. Rintracciati nel quartiere i ragazzi coi vestiti sporchi di sangue furono portati in commissariato. “Dietro queste spedizioni punitive  ha dichiarato l’avvocato Massimiliano Scaringella, difensore del sedicenne romano  –  a mio avviso c’è un vero e proprio indottrinamento. Il mio assistito rispondeva alle mie domande come un invasato. Picchiare i bengalesi per lui non era solo un modo per divertirsi, mi spiegò, ma era una vera e propria crociata, una battaglia che doveva combattere a tutti i costi. Qualcuno, più grande di lui, lo aveva attirato a frequentare la sede di Forza Nuova e l’idea che mi sono fatto è che il Bangla Tour fosse una sorta di iniziazione per essere accettato nel gruppo. Ma su di lui, sono certo, c’è stato un vero e proprio lavaggio del cervello. Ritengo sia una vittima inconsapevole di un sistema che tende comunque ad approfittarsi dei più deboli. Ora il ragazzo, grazie all’affetto e all’impegno della famiglia, sta uscendo, con fatica, dall’incubo in cui era finito”.

La caccia al bengalese per il sedicenne arrestato è finita con un percorso di riabilitazione psicologica. Per gli altri continua al grido di “camerata, azione”. Come nella brutta copia di una pellicola già vista che, ciclicamente, torna in voga, con buona pace di chi, per paura e per debolezza, non sporge mai denuncia.

Fonte: La Repubblica

rosarno

«100% a base di arance italiane». È questo lo slogan con cui la Coca-Cola Corporation promuove in Italia la più nota aranciata al mondo: la Fanta. Ed è vero, le arance vengono effettivamente prodotte in Italia. Quello che i consumatori non sanno, però, è che buona parte di questi agrumi provengono da Rosarno, in Calabria, e sono prodotti grazie allo sfruttamento di immigrati illegali. La stessa Coca-Cola ha confermato l’informazione, aggiungendo, però, «che tutto è in regola e che l’azienda non è a conoscenza di fenomeni di sfruttamento degli immigrati».

I migranti di Rosarno provengono dall’Africa (Ghana, Burkina Faso, Costa d’Avorio). Fuggono dalla fame, e più spesso dalla guerra.

L’Italia è uno dei principali produttori di agrumi del mondo: tre milioni e seicentomila tonnellate di frutta all’anno, che vengono coltivate in 170.000 ettari. La Calabria è la seconda regione per la produzione di arance (dopo la Sicilia) con 870.000 tonnellate l’anno. La maggior parte di queste vengono coltivate nella zona di Rosarno. In particolare, nella cittadina calabrese vengono prodotti i concentrati di succo d’arancia che sono alla base dell’aranciata.

E così, ogni inverno giungono a Rosarno duemila immigrati illegali. Che si vanno ad aggiungere a coloro che vivono stabilmente nella cittadina calabrese. Venticinque euro per ogni giornata di lavoro. Dieci, dodici ore in mezzo ai campi. Soldi da cui vanno decurtati cinque euro per il trasporto (a carico dei caporali).

«Non è tutta colpa solo dei caporali e delle aziende agricole. Diciamo che vengono incoraggiate allo sfruttamento da parte delle grandi aziende produttrici di aranciata, tra cui la Coca-Cola», dichiara Pietro Molinaro, della Coldiretti Calabria. «Gli agricoltori vengono letteralmente schiacciati dalla concorrenza estera: Brasile, Cina, Stati Uniti, Messico, Spagna. A questo vanno aggiunti i bassi prezzi pagati dalle aziende acquirenti. Il prezzo di mercato è sceso sotto al prezzo di produzione. Le arance industriali (quelle utilizzate per i concentrati) vengono pagate 7 centesimi al chilo. Mentre i lavoratori vengono pagati 8 centesimi al chilo». Molinaro tra le righe fa capire che lo sfruttamento è una necessità di sopravvivenza per le aziende agricole.

La Coldiretti Calabria sostiene di aver scritto alle aziende che acquistano i concentrati di succo d’arancia per protestare contro i prezzi sleali pagati agli agricoltori. A oggi non ha ricevuto alcuna risposta.

La Coca-Cola Corporation ha dichiarato che è in possesso di certificati che assicurano la correttezza della produzione e il non utilizzo di immigrati illegali sottopagati per la raccolta di arance. Ammette, però, che la multinazionale statunitense non è in grado di controllare ogni azienda produttrice di arance.

Fonte: popoff

Aumentare le tasse ai ricchi, come prevede di fare il nuovo presidente francese Francois Hollande, con un’aliquota al 75% per i redditi superiori a 1 milione di euro, “è logico” in un periodo di crisi: lo dice in un’intervista che verrà pubblicata questo fine settimana sul magazine di Le Monde, la stella del calcio francese, Zinedine Zidane, che non si era mai espresso su argomenti politici, fatta eccezione per il suo intervento nel 2002 contro l’allora candidato alle presidenziali del Fronte Nazionale, Jean-Marie Le Pen. Nell’intervista, di cui sono stati pubblicati alcuni stralci, Zidane, che compie 40 anni il 23 giugno, si dice anche a favore del diritto di voto agli stranieri, un’altra misura del programma di Hollande. “Non ho mai avuto problemi col fatto di pagare le tasse, di versare 50 centesimi per ogni euro che guadagno”, afferma Zidane, aggiungendo: “Non vivo in Francia ma non sono nemmeno in un paradiso fiscale. Vivo in Spagna, pago le tasse come tutti. E oggi, con quello che succede, si andranno a chiedere i soldi a chi ne ha. È logico”. Quanto al diritto di voto agli immigrati nelle elezioni locali, Zizou, figlio di algerini, non ha dubbi: “Non voglio dilungarmi ma una cosa è chiara: chi contribuisce, pagando le tasse, alla vita attiva del Paese, ha diritto di voto”. “Io la penso così”, conclude Zidane.

Fonte: Ansa