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È morto Valentino Parlato, tra i fondatori del manifesto, di cui è stato più volte direttore e presidente della cooperativa editrice.

Era nato a Tripoli, in Libia, il 7 febbraio 1931.

Comunista per tutta la vita, ha militato nel Pci fino alla radiazione, lavorato a Rinascita, fondato e difeso il manifesto in tutta la sua lunga storia.

Per ora ci fermiamo qui, abbracciando forte la sua splendida famiglia e tutti i compagni che, come noi, l’hanno conosciuto e gli hanno voluto bene.

Fonte: Il Manifesto

La chiesa cattolica francese rifiuta lo “scontro di civilta’” e la “guerra di religione” invocata da piu’ parti ( non solo in ) e in particolare dalla destra populista di Marion Le Pen che vorrebbe mettere fine a qualsisi tipo di accoglienza e politiche di integrazione nei confronti dei migranti.

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Il cardinale francese Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, dopo l’attacco alla chiesa di Saint-Etienne-du Rouvray ha dichiarato “ieri è stato fatto un passo in più dentro l’abisso. Perché attaccare un luogo di culto e un suo ministro che sta celebrando messa, che altro non è che un ministro di pace, è una vigliaccheria che fa sprofondare nel nulla”, invoca però “l’amore, la convivenza fra diversi, la fratellanza” sottolineando che “per interrompere la catena infinita della ritorsione e della vendetta l’unica strada percorribile è quella del dialogo disarmato. In sostanza, a mio avviso, dialogare significa andare all’incontro con l’altro disarmati, con una concezione non aggressiva della propria verità, e tuttavia non disorientati che è l’atteggiamento di chi pensa che la pace si costruisce azzerando ogni verità”. Occorre anche, prosegue, “un’educazione che parta dalla giovane età. È il primo e inevitabile strumento per contrastare qualsiasi tipo di estremismo e di follia omicida. Se alle origini dell’esistenza, nella giovane età, educhiamo all’amore tutto sarà diverso. È un lavoro lungo e dispendioso, ovviamente, eppure assolutamente necessario”.

“Inutile girarci attorno: oltre all’indignazione, la tensione e la paura crescono ed è comprensibile; non vorrei però che venissero strumentalizzate ad arte. Il cristiano non è certo un ingenuo, ma non si lascia nemmeno travolgere da reazioni puramente istintive. Per questo come vescovi siamo subito usciti con una nota che invita a evitare logiche di chiusura e di vendetta, per contribuire alla costruzione di una società riconciliata e aperta alla speranza”. Così il vescovo Nunzio Galantino, segretario generale della Cei.

Marion Le Pen, la deputata francese del Front National intervistata questa mattina da radio RMC parla di ” guerra identitaria “. Per lei, che ieri ha annunciato di arruolarsi in prima persona nella riserva militare per rispondere in prima persona alla minaccia del terrorismo, “l’unica cultura in Francia dovrebbe essere la cultura francese”. Marion Le Pen ritiene che quella che si profila all’orizzonte sia “una lotta generazionale”. Poi l’attacco ad un governo socialista “particolarmente debole e intimorito” davanti al terrorismo.

Ma radicalizzare lo scontro ” identitario, culturale, religioso, di civilta’ ” fa’ in qualche modo il gioco dello Stato Islamico? Mentre perde terreno in Iraq, Siria e Libia intensifica il numero di attacchi in : siamo di fronte a un cambio di strategia? Attacchi pianificati o schegge impazzite: che tipo di propaganda mediatica mette in atto lo Stato Islamico ?

Queste e altre domande abbiamo posto a Marta Fana ricercatrice a SciencesPo (Parigi) e collaboratrice de “il manifesto”. Con lei ricostruiamo l’attentato e ci facciamo spiegare quali sono le reazioni politiche in Francia .

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Nuova strategia o surplus di emulazione? Secondo l’analisi di Giulietto Chiesa , giornalista esperto di geopolitica, l’elemento principale da tenere in considerazione è il fatto che l’Isis è una creazione dei servizi segreti occidentali che ora sta’ sfuggendo di mano. Ad ogni modo la “presenza a Monaco e Nizza di uno stesso giornalista israeliano fa pensare che in qualche modo l’attacco sia stato programmato…”

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Achille Lodovisi anche lui esperto di geopolitica propone un ‘ altra analisi. L’Isis nel momento in cui riesce a ” reclutare senza reclutare ” sta’ vincendo la guerra sul piano culturale. Sentiamolo .

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Mentre ISIS perde terreno in Siria, Iraq e Libia aumentano gli attacchi in Europa. Ci troviamo di fronte a un cambio di strategia da parte dello Stato Islamico? Sentiamo Federico Petroni consigliere della rivista di geopolitica internazionale Limes.

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C’è il rischio che questa serie di attentati cambino in qualche modo anche le nostre abitudini quotidiane? Sentiamo Marco Revelli storico, sociologo e politologo italiano.

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Pubblichiamo un interessante contributo di Marco Bascetta sulla strage di Monaco, pubblicato su Il Manifesto dello scorso 24 luglio. In questi due giorni sono accaduti altri fatti di sangue (l’attacco alla Chiesa di Rouen, l’attentato kamikaze ad Ansbach, nei pressi di Berlino, la strage di Kabul) legati, in forme diverse, al terrore fondamentalista. L’articolo ci aiuta a riflettere su come fodamentalismo, securitarismo e xenofobia si auto-alimentino all’interno di un panorama in cui la guerra, diffusa e permanente, sta radicalmente mutando nelle sue forme e nei sui effetti sula vita di miliardi di persone.

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Cosa avesse davvero in testa il giovane attentatore di Monaco di Baviera non lo sapremo mai. La conclusione suicida della sua avventura non lascia spazio che al gioco delle illazioni analitiche. Ma in fondo non è poi così rilevante.Quello che è certo è che, come il diciassettenne accoltellatore afghano (forse pachistano) del treno di Wuerzburg, rappresentava nella sua persona la complessità, l’indistricabile intreccio e i fragili equilibri delle società europee in cui viviamo.
Iraniano di origine, musulmano, orgogliosamente tedesco, a quanto sembra, nemico giurato di non si sa quali stranieri, vendicatore di non si sa quali torti l’uno; profugo da un paese in guerra, adottato e improvvisato guerriero del Califfato, l’altro, ci hanno mostrato entrambi, senza troppi complimenti, cosa accade quando queste vite multiple e burrascose entrano, per le più diverse ragioni, in cortocircuito.
Qualcosa di non molto diverso da quanto accade nel più ampio contesto della vita collettiva: aggressioni, pogrom, sprezzo o soppressione dei diritti, legislazioni di emergenza, identità fittizie che digrignano i denti additando questo o quel nemico. La democrazia in cortocircuito genera la stessa irrazionalità omicida che muove l’azione del singolo giustiziere. Il risentimento per i torti subiti (reali o immaginari) colpisce alla cieca, ispirandosi a quanto il mercato ideologico offre in quel momento. Diversi governi europei non fanno molto di meglio.
L’odio, covato nell’ombra, dal giovane pistolero di Monaco non sembrerebbe poi così diverso da quello dei ragazzi americani autori della strage di Colombine e di tanti altri imprevedibili sterminatori scolastici. Sono il tempo e il contesto a essere diversi. Nel clima che ci circonda, pur non essendo in nessun modo riconducibile all’Is, anche il pluriomicida di Monaco fa la sua parte: ha origini islamiche e uccide a casaccio. Quanto basta per rinfocolare l’odio xenofobo.
Ogni tempo e ogni società dispongono di una rappresentazione «privilegiata» del Male che esercita sui «perdenti», le vittime e gli emarginati una potente forza di attrazione. A queste figure, così diverse tra loro ma accomunate da un sentimento di sconfitta che esige di essere riscattato, Hans Magnus Enzensberger aveva dedicato alcuni anni fa uno scritto illuminante, intitolato, appunto «Il perdente radicale».
Oggi, nel mondo e soprattutto in Europa, questa rappresentazione ha preso forma nel Califfato e nelle sue ramificazioni occulte. E non certo senza fondamento. Ma questo conferisce allo Stato islamico un formidabile vantaggio: quello di incarnare lo «spirito di vendetta» in generale, il quale non conosce confini territoriali né organigrammi organizzativi. Quella che potrebbe apparire una limitazione, e cioè la fede islamica interpretata nella maniera più rigida, in realtà non è che un’identità fittizia e provvisoria a disposizione di chiunque intenda portare a termine la propria personale «vendetta». Ai vertici del Califfato nessuno lo ignora ed è cinica consuetudine non andare troppo per il sottile. Del resto, come sappiamo, i «precetti della fede» incidono ben poco sui costumi e le abitudini di molti che si scoprono e si proclamano combattenti dello Stato islamico in Occidente. Questo fenomeno consente al Califfato e ai suoi organi di propaganda di intestarsi «a posteriori» anche quelle esplosioni di violenza che intrattengono un assai labile (a volte inesistente) legame con la sua dottrina. Quel che conta è, infatti, che il moltiplicarsi dei cortocircuiti individuali determini un grande cortocircuito sociale. A fronte di questa strategia le misure adottate dai governi europei rientrano in una sorta di decalogo dell’impotenza.
Gli «obiettivi sensibili» sono ormai un’espressione priva di qualunque senso. Se vi è qualcosa che non è mai stato toccato, dopo l’irripetibile attacco alle torri gemelle, sono proprio i luoghi e i simboli del potere politico ed economico. Che si tratti di cellule organizzate o di giustizieri improvvisati, l’obiettivo resta colpire nel mucchio. Cosicché tutti e ciascuno possano considerarsi potenziali vittime del terrorismo.
L’unica forma di protezione possibile è impedire che le nostre società si imbarbariscano, finendo col condividere la patologia vendicativa che anima gli autori delle stragi.

Tratto da:

21pol1-luca-casarini-facebook ILMANIFESTO.INFO – «Qui a Cosmopolitica si sono viste facce nuove che arrivano da pratiche di autogestione, di occupazione, di conflitto. Il mio auspicio è che questo sia l’avvio di un processo di una sinistra che disobbedisce». Luca Casarini, ’disobbediente’ quindici anni fa, nella tre giorni di Sinistra italiana ha sentito l’aria di Genova 2001.
Disobbedisce a cosa?
A se stessa, alle sue liturgie. La rottamazione ha ormai un’accezione fastidiosamente renziana, ma è vero che per pensare alle riforme vere bisogna intanto essere capaci di riformare se stessi.
Chi vuole rottamare?
Bisogna dare spazio a nuove figure, chi vive la precarietà, il lavoro autonomo, il co-working, il fatto di non avere altra possibilità che occupare una casa, chi non nasce nel 900 del lavoro salariato ma nella fine di quel paradigma e quindi sa leggere il contemporaneo perché lo vive. L’altra cosa a cui disobbedire è l’idea per cui fare un partito significhi chiedere un posto di tribunato in parlamento. Il tema di come utilizzeremo gli spazi che ci conquisteremo anche nei parlamenti è centrale. È una discussione che riguarda anche Podemos, Syriza, la Linke, Bloco de Esquerda. Dobbiamo pensare una rappresentanza per supportare quello che si muove fuori.
Oggi gli eletti della sinistra non dialogano con ’fuori’?
La rappresentanza ha bisogno di un’innovazione. Non vogliamo fare testimonianza, puntiamo al governo, come Podemos. Per questo dobbiamo riflettere: a cosa serve il governo oggi? O il governo apre crepe nel monolite delle politiche di austerity, o non serve.
Tutte le volte che la sinistra va al governo dichiara di volere aprire delle crepe. E se non riusciste a andare al governo?
Il nostro primo obiettivo è ripoliticizzare i conflitti. E la rappresentanza va ripensata, ce lo ha spiegato Luigi Ferrajoli: la sinistra si deve mettere al servizio di una rimovimentazione sociale, non il contrario. Non sono i movimenti che hanno bisogno di rappresentanti, ma i rappresentanti che hanno bisogno di movimenti.
Fin qui non è stato così?
Prima ci sono stati dei tentativi. Stavolta lo faremo in grande.
Quali sono stati i tentativi?
Nel 2001 abbiamo perso un grande treno. Tutti abbiamo partecipato a quel movimento. A Genova dietro gli scudi di plexiglas con me, con Nicola Fratoianni e con tanti che ho incontrato a Cosmopolitica, c’era Pablo Iglesias. Alexis Tsipras non ci è arrivato perché è stato preso a bastonate a Ancona. Eravamo lì tutti. Ma si è persa la grande occasione di pensare a come capitalizzare quella grande spinta al cambiamento.
Perché avete fallito?
Perché ciascuno è rientrato nei suoi schemi. Il partito ha fatto il partito, il movimento il movimento, il sindacato il sindacato. Oggi, a distanza di molti anni, tifiamo tutti Podemos in Spagna, ma Podemos ha avuto alle spalle un grande movimento, gli Indignados, e ha capito cosa era successo. Se anche noi l’avessimo fatto nel 2001 oggi non avremmo i frankenstein alla 5 stelle, né le sinistre che sono andate al governo producendo il topolino del governo Prodi. Oggi è un altro tempo, ma in questa tre giorni ho visto la possibilità di costruire qualcosa che si ponga il problema dell’efficacia. Dobbiamo ragionare sulla disobbedienza come capacità creativa. Anche sul partito: dobbiamo pensare a un partito che oltrepassi se stesso, che inventi delle nuove funzioni per sé.
Cioè? Pensa a un partito senza segretario?
Magari con due, un uomo una donna, oppure un segretario a tempo. Sicuramente penso a un leader che abbia vissuto la stagione di Genova 2001, e che abbia 40 anni e non 80.
È la rivincita di Genova?
Genova tra noi non è una foto-ricordo, ma l’idea di pratiche nuove. Anche nell’inventarci un’irruzione nella scena politico-elettorale di questo paese.
Podemos aveva alle spalle il movimento degli Indignados. Qual è il movimento che avete alle spalle voi?
Non c’è. Per questo dobbiamo più innovativi possibile e contribuire a far ripartire il conflitto sociale, una cosa grande e che parli a tutto il paese. Ci sono una miriade di conflitti diffusi ma dobbiamo convincere un paese intero a rimettersi in marcia.

 

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IL MANIFESTO – L’abbattimento per «sconfinamento» del jet russo impegnato a bombardare l’Isis è un deliberato agguato da parte del Sultano Erdogan. Non solo contro lo «zar» Putin, ma contro i risultati del vertice di Antalya, il G20 dei Grandi del pianeta nel quale, solo dieci giorni fa, hanno fatto irruzione gli attentati di Parigi dell’Isis. Quel vertice, oltre a suggellare una sorta di patto tra Putin e Obama, con l’approvazione esplicita dell’intervento russo in Siria — pagato con la strage dell’airbus di Mosca — realizzava un’altra ambiguità. Lo sdoganamento di Reyyep Erdogan, tornato interlocutore occidentale fondamentale dopo la vittoria nelle elezioni turche anticipite, per l’impossibilità dell’Akp, il partito islamista del premier, di avere la maggioranza in parlamento.
Vista l’affermazione per la prima volta dell’Hdp, il partito della sinistra kurda e turca con ben il 13% dei consensi.
Un paese alla frontiera di una guerra aizzata dallo stesso governo turco, anche in chiave anti-kurda, è stato investito da una strategia della tensione con il primo di una litania di attentati sanguinosi: una bomba contro la sinistra kurda e turca che ha fatto cento vittime. Poi di nuovo elezioni blindate, denunciate come «irregolari» anche dall’Osce, che hanno restituito la maggioranza al Sultano, l’islamista baluardo della Nato, ridimensionando l’alternativa politica rappresentata da Demirtas. Che solo tre giorni fa è stato oggetto di un attentato.
L’intervento russo è giunto a togliere le castagne dal fuoco ad un Occidente che dal novembre 2011 aveva lavorato per fare a Damasco quello che gli era riuscito a Tripoli con Gheddafi, vale a dire per abbattere nel sangue Assad attraverso una coalizione composita di «Amici della Siria», con dentro tutti i paesi europei, gli Stati uniti e le petromonarchie del Golfo. Tutti impegnati a sostenere l’intera opposizione da subito armata, l’Els, esercito libero siriano, ma anche le formazioni d’ispirazione jihadista, dalla forte e numerosa Ahra Al Sham, alla qaedista Al-Nusra fino alle milizie dell’Isis.
La Turchia ha avuto l’affidamento, dagli Usa e dalla Nato, della formazione, dell’addestramento e del sostegno diretto di tutti questi gruppi armati. Dopo tre anni e mezzo l’operazione è fallita, con 250mila morti sul campo e milioni e milioni di profughi: i testimoni del nostro fallimento arrivati in centinaia di migliaia nelle città europee.
Poi gli attentati di Parigi. E la solitudine — strategica — di Hollande che corre per schierare più alleati possibili: «Siamo in guerra, aiutateci». Un Hollande che trova il sostegno militare di Angela Merkel solo per il Mali. Ma faticherà non poco a ricucire con Mosca per avviare quello «stato maggiore unificato» con l’unico vero sodale nella guerra contro l’Isis in Siria: la diffidenza, nonostante la rincorsa del presidente francese, regna sovrana. Tanto che si riapre lo scontro sull’Ucraina e le forniture di gas russo all’Europa. L’agguato di Ankara al jet russo illumina la scena di una crisi regionale che, con gli interventi armati di una coalizione a pezzi non va risistemandosi ma scivola verso un’ulteriore contrapposizione violenta.
Mentre è chiaro che la Turchia che vuole l’abbattimento di Assad subito, considera una parte della Siria, a cominciare dall’area kurda del Rojava, praticamente sua e sotto tiro di una rischiosa no-fly zone. Mentre i raid Usa nell’immensa area dell’Iraq conquistata dallo Stato islamico, con il soccorso alla leadership impresentabile del Kurdistan iracheno, aprono la voragine della definitiva spartizione dell’Iraq. Preparando il nuovo confronto armato che già è evidente tra kurdi iracheni, sciiti e sunnniti. Del resto non era la guerra infinita quella che volevano in Medio Oriente i neocon statunitensi quando è partita nel 2003 la guerra a tutti i costi contro l’Iraq?

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IL MANIFESTO – Muoviamo da una ipotesi non nuova e piuttosto diffusa: Daesh è uno stato e non lo è. Potremmo definirlo un centro di irradiazione, piuttosto o, per così dire, una Mecca ideologico-militare del Jihad. Lo stato islamico interpreta a suo modo, e cioè in una forma violenta e totalitaria, la vocazione antinazionalista dell’Islam, quella che si rivolge alla comunità dei credenti aldilà da qualsiasi frontiera nazionale. Per questa ragione il suo insediamento a macchia di leopardo, dal Medio oriente all’Africa settentrionale e sub sahariana, fino alle periferie delle grandi metropoli europee non costituisce una debolezza, ma una forza.
Una realtà del tutto coerente con i principi a cui si ispira, un elemento di coesione e non di frammentazione. Del resto l’islamismo radicale contemporaneo, quello in armi, nasce nella fase conclusiva della guerra fredda come un’arma rivolta contro i nazionalismi “progressisti” e laici, cresciuti nella stagione delle lotte anticoloniali e presto degenerati in sistemi autoritari e corrotti di governo. Su questo terreno convergeranno, ma per poco, la strategia antisovietica americana e diffusi sentimenti popolari contro le caste burocratico-militari subentrate al dominio coloniale. Per principio, dunque, Daesh non può scendere a patti con nessuno stato nazionale, e nemmeno, fino in fondo, con quelli ideologicamente affini da cui riceve aiuto e sostegno, che può al massimo considerare come utili assetti di potere transitori nell’inarrestabile espansione della comunità islamica combattente. Anche l’Arabia saudita gioca dunque con il fuoco nel momento in cui si illude di poter ridurre l’entità jihadista a uno strumento docilmente asservito ai propri interessi nazionali e dinastici di egemonia regionale.
Questi brevi cenni, che non rendono certo giustizia alla estrema complessità della questione, solo allo scopo di chiarire come in nessun modo, per via diretta o indiretta, Daesh possa rappresentare un soggetto di interlocuzione diplomatica, neanche sul piano elementare dello scambio di prigionieri (fatta salva la vendita di ostaggi). La stessa ideologia e pratica del martirio lo impedirebbero. Solo ai bordi dell’Is, in un contesto allargato, la pressione delle cancellerie potrebbe forse conseguire qualche risultato, a patto di rinunciare però a voler salvare capra e cavoli, affari e diritti umani.
Dunque, la guerra. Che questa sia in atto è una circostanza innegabile, che non sia semplicemente interpretabile in termini teologici è altrettanto evidente, ma anche che senza il richiamo allo spazio potenzialmente illimitato della comunità dei credenti, intesa come esercito potenziale, non potrebbe mai raggiungere l’intensità e le ramificazioni che la contraddistinguono. Resta il fatto che la Mecca jihadista di Raqqa e Mosul, dove i giovani musulmani radicalizzati d’Occidente si recano in una sorta di pellegrinaggio, qualcosa di più di un semplice addestramento militare, prima di tornare ad agire nei rispettivi paesi, non si sgretolerà più senza un’azione di forza. C’è un punto oltre il quale la dimensione della guerra non è più revocabile. Così le sue retoriche risuonano da ogni parte. Chi invoca la “guerra totale”, come Goebbels nel celebre discorso del febbraio 1943, chi la civiltà contro la barbarie, chi la guerra identitaria, chi la guerra globale di lunga durata contro il terrorismo sulla scia della dottrina Bush. Converrà, tuttavia, mettere da parte proclami e rullar di tamburi, ma anche, per vederci un poco più chiaro, disertare il terreno dell’etica, le dispute su quanto valgono i “valori” e cioè il tema scivoloso della “guerra giusta”, per rivolgere l’attenzione a quello, assai più banale, della “guerra utile”. Una “guerra giusta” la si può anche perdere, ma una “guerra utile”, va da sé, non può che essere vincente, pena trasformarsi nel suo contrario.
Ma che cosa significa esattamente vincente? Un tempo le cose erano molto più chiare: vincere significava annettere o assoggettare un territorio imponendo alla sua popolazione le leggi (e le imposte) dei vincitori. Poi è venuto il tempo dei “governi fantoccio” e delle forme sempre più indirette, ma non per questo poco efficaci, di dominio. Oggi, per semplificare all’estremo, significa stabilizzare un’area attraversata da conflitti e turbolenze, imponendo un compromesso tra gli interessi che vi insistono (compresi naturalmente i propri), garantito da strutture politiche il più possibile solide e affidabili. E a questo scopo è necessario cancellare senza residui e con ogni mezzo necessario, i fattori irriducibili a una qualsiasi condizione di equilibrio. Nel nostro caso Daesh.
Se ci atteniamo a questo banale schema, nessuna delle guerre condotte in Medio oriente o in Africa dagli Stati uniti e dalle diverse coalizioni internazionali che si sono succedute nel tempo regge alla prova della “guerra utile”. Né la guerra in Afghanistan, né le due guerre irachene, per non parlare degli interventi in Somalia e Mali o dell’impresa di Libia possono definirsi in alcun modo vincenti. E il conflitto in Siria è ben avviato su questa stessa strada. Le innumerevoli vittime che hanno mietuto e i molteplici, incontrollati focolai di conflitto che hanno alimentato rappresentano il risvolto sanguinoso di questa inutilità. Gli strateghi geopolitici, imperversano da decenni come dilettanti allo sbaraglio, incassando una sequela interminabile di scommesse perse. Resta il fatto che lo Stato islamico con le sue mostruose manifestazioni deve essere spazzato via in tutte le sue articolazioni, al centro come alla periferia. Non si può certo attendere che la sua forza propulsiva si esaurisca e i suoi adepti si convincano col tempo ad abbandonarne i costumi e le insostenibili forme di vita. Le vittime non possono essere lasciate al loro destino.
La “guerra giusta” contro questa forma di fascismo confessionale deve però dimostrarsi anche utile. Alla qual cosa non gioveranno né spirito di vendetta, né esibizioni patriottiche ad uso interno dei governanti europei, né il revanscismo russo. Quale sia la strada, giunti a questo punto, è difficile a dirsi, se non che non sarà in nessun modo pacifica. Di certo, la situazione non consente più di manovrare le popolazioni della regione come marionette secondo logiche di potenza peraltro disorientate e governate dall’improvvisazione. Sarà una Yalta tra Iran e Arabia saudita e una guerra fredda tra sciiti e sunniti, l’esito del conflitto? Con i kurdi nella parte dei non allineati? Non abbiamo che fantasie e vecchi parametri, in fondo, saperi storici recenti o remoti, per leggere gli eventi. Saremo anche in guerra, ma certo è che non sappiamo come combatterla. Un criterio però si dovrebbe adottare.
Se Daesh punta a stringere il legame tra il fascismo islamista con la sua Mecca mesopotamica e l’emarginazione metropolitana in Europa, noi dovremmo puntare a reciderlo. Non in chiave nazionalpatriottica, ma sul terreno dei desideri di libertà e di benessere che attraversano le periferie metropolitane e non solo i frequentatori del Bataclan.
L’ennesima “guerra inutile” e perdente sarebbe quella contro le cosiddette “classi pericolose”. Possiamo solo sperare che i ragazzi di Saint Denis e dei grandi ghetti della cintura metropolitana parigina gettino via le cinture esplosive per tornare a incendiare le banlieues contro i loro colonizzatori, islamisti o repubblicani che siano. Poliziotti razzisti o predicatori barbuti. Ogni sovversivo in più sarà un terrorista di meno.

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Parla l’intellettuale e saggista Michel Warschawski (Mikado). «Le provocazioni continue del governo israeliano, la colonizzazione dei Territori occupati e la fine dell’illusione del processo di pace, sono le ragioni della nuova rivolta. La condizione più difficile è quella dei palestinesi di Gerusalemme»

L'intellettuale e saggista Michel Warschawski (Mikado)Per il primo mini­stro Neta­nyahu l’escalation di attac­chi pale­sti­nesi è sol­tanto una nuova cam­pa­gna ter­ro­ri­stica lan­ciata per odio nei con­fronti degli ebrei e non avrebbe legami con le poli­ti­che di Israele nei Ter­ri­tori occu­pati e a Geru­sa­lemme. A con­te­stare que­sta tesi non sono sol­tanto i pale­sti­nesi – il segre­ta­rio dell’Olp Saeb Ere­kat ieri ha addos­sato tutte le respon­sa­bi­lità alle «poli­ti­che israe­liane di occu­pa­zione, delle colo­nie e di Apar­theid» — ma anche alcuni intel­let­tuali ebrei come il sag­gi­sta Michel War­scha­w­ski, più noto in Israele come Mikado. Lo abbiamo inter­vi­stato ieri a Gerusalemme.

Per molti lea­der poli­tici israe­liani, a comin­ciare dal primo mini­stro, que­sto con­flitto non ha radici che scen­dono pro­fonde negli anni pas­sati. Come se fosse sorto appena qual­che giorno fa.
Tante per­sone, anche all’estero, hanno la memo­ria corta. La vio­lenza pale­sti­nese alla quale assi­stiamo da qual­che giorno a que­sta parte non è fine a se stessa, immo­ti­vata, come cer­cano di far pas­sare i lea­der israe­liani. Piut­to­sto è il risul­tato di qual­cosa di pro­fondo. Per­chè è divam­pata adesso? Le ragioni sono soprat­tutto due. La prima è che è ter­mi­nato il tempo che la popo­la­zione pale­sti­nese aveva messo a dispo­si­zione del pre­si­dente dell’Anp Abu Mazen per nego­ziare e rag­giun­gere un accordo con Israele. Credo che i pale­sti­nesi, incluso Abu Mazen, abbiano com­preso che non c’è alcun part­ner israe­liano che voglia nego­ziare sul serio e non solo por­tare avanti trat­ta­tive senza futuro. Siamo alla fine dell’illusione del cosid­detto pro­cesso di pace. La seconda ragione è la lunga serie di gravi pro­vo­ca­zioni com­piute dal governo israe­liano a danno dei pale­sti­nesi, a par­tire da quella avve­nuta sulla Spia­nata delle moschee di al Aqsa, senza dimen­ti­care la con­ti­nua espan­sione delle colo­nie in Cisgior­da­nia e a Geru­sa­lemme. Se met­tiamo insieme que­ste pro­vo­ca­zioni con la fine dell’illusione del pro­cesso di pace, si ottiene la rea­zione vista in que­sti ultimi giorni, che è stata spontanea.
Neta­nyahu ripete che il suo governo non modi­fi­cherà lo sta­tus quo della Spia­nata delle moschee. I pale­sti­nesi e il mondo isla­mico non gli credono.
Le pro­vo­ca­zioni com­piute da orga­niz­za­zioni e gruppi che, spesso appog­giati da mini­stri e depu­tati, cer­cano di imporre la sovra­nità israe­liana ed ebraica sulla Spia­nata hanno con­tri­buito ad inne­scare que­sta Inti­fada. Su que­sto non ci sono dubbi. Non dimen­ti­chiamo anche i con­ti­nui raid della poli­zia in quel sito sacro per i musul­mani di tutto il mondo, che hanno gene­rato sde­gno per­sino tra i pale­sti­nesi cri­stiani. Se que­ste pro­vo­ca­zioni sulla Spia­nata delle Moschee non ces­se­ranno, ogni sce­na­rio sarà pos­si­bile. Per que­sto motivo per­sino un lea­der arabo mode­rato come re Abdal­lah di Gior­da­nia è inter­ve­nuto con forza su Neta­nyahu per dir­gli di met­tere fine alle vio­la­zioni sulla Spia­nata che pos­sono creare una valanga devastante.
Dati dif­fusi nelle ultime ore dicono che l’80% degli attac­chi avve­nuti a Geru­sa­lemme nelle ultime due set­ti­mane sono stati com­piuti da pale­sti­nesi resi­denti nella città. Cos’è Geru­sa­lemme oggi per un palestinese?
È la situa­zione peg­giore in cui un pale­sti­nese che possa vivere dopo Hebron (città della Cisgior­da­nia meri­dio­nale divisa in due, ndr). Se da un lato l’annessione uni­la­te­rale a Israele della zona araba della città (occu­pata mili­tar­mente nel 1967, ndr) ha dato alcuni beni­fici ai pale­sti­nesi che vi abi­tano, come l’assistenza sani­ta­ria israe­liana, dall’altro più di una gene­ra­zione di pale­sti­nesi di Geru­sa­lemme ha dovuto sop­por­tare un’aggressione inces­sante nei loro quar­tieri, fina­liz­zata a iso­lare le aree arabe e a cir­con­darle di colo­nie israe­liane. Con l’obiettivo di ren­dere Geru­sa­lemme una città solo israe­liana. I pale­sti­nesi (di Geru­sa­lemme) sono al cen­tro di que­sti piani e, allo stesso tempo, sono iso­lati dal resto della Cisgior­da­nia a causa del Muro di divi­sione costruito da Israele tra la città santa e i Ter­ri­tori occupati.
Il silen­zio della sini­stra israe­liana è assordante.
Se par­liamo del Par­tito labu­ri­sta e di Peace Now, pos­siamo affer­mare con asso­luta cer­tezza che non esi­stono più, sono sva­niti nel nulla. Pen­sate, Yitz­hak Her­zog, lea­der di quel par­tito che si fa chia­mare ancora labu­ri­sta, è impe­gnato in una gara a destra con Neta­nyahu. Sostiene che il primo mini­stro sia inca­pace a “fer­mare il ter­ro­ri­smo e ripor­tare la calma nel Paese”. Quella che un tempo era nota come la sini­stra mode­rata nei fatti non esi­ste più. Certo, c’è sem­pre la sini­stra radi­cale ma rie­sce a mobi­li­tare sol­tanto alcune cen­ti­naia delle migliaia di per­sone che un tempo si vede­vano alle sue manifestazioni.
Per­chè il mondo, soprat­tutto quello occi­den­tale, non com­prende e non appog­gia più le aspi­ra­zioni dei palestinesi.
Esi­ste una dif­fe­renza tra l’opinione pub­blica inter­na­zio­nale e la cosid­detta comu­nità inter­na­zio­nale. La prima con­te­sta le poli­ti­che del governo israe­liano ed è lar­ga­mente impe­gnata a favore di una solu­zione per que­sta terra fon­data sulla giu­sti­zia e i diritti. La comu­nità inter­na­zio­nale, com­po­sta da governi ed isti­tu­zioni uffi­ciali, è for­te­mente con­di­zio­nata da Benya­min Neta­nyahu. Fa i conti con un pre­mier e il suo governo che senza pro­blemi fanno capire che non ter­ranno conto dell’opinione degli stra­nieri e che con­ti­nue­ranno certe poli­ti­che. Il mondo dovrebbe sfi­dare, met­tere in discus­sione que­sto atteg­gia­mento del governo Neta­nyahu, invece non lo fa e si accon­tenta di pen­sare che in fin dei conti Israele è una roc­ca­forte di sta­bi­lità in una regione in crisi, dove agi­scono movi­menti estre­mi­sti come l’Isis. Neta­nyahu lo sa, punta la sua poli­tica estera pro­prio sui timori degli occi­den­tali e, anche gra­zie a que­sto, rie­sce a tenerli dalla sua parte.

fonte: NENA NEWS

fonte: IL MANIFESTO (2013)

Walter Operto fu il primo giornalista ad arrivare in Bolivia dopo la morte di Ernesto. Dicevano di averlo ucciso in combattimento e invece scoprì che lo avevano catturato e giustiziato per ordine della CIA. Il piano era che il mondo si dimenticasse di lui e invece sollevarono la sua bandiera e lo resero immortale

8587102a048922251446bf846bbe6a0285f02c39fc652cb804dd0b88In un giorno qual­siasi della pri­ma­vera argen­tina è arri­vato a Bue­nos Aires Wal­ter Operto, un signore ele­gante e sereno, che gli appas­sio­nati di tea­tro rico­no­scono per essere uno dei più sti­mati dram­ma­tur­ghi di que­ste terre. Pochi però sanno che quasi cinquant’anni fa, fu anche il gior­na­li­sta che sco­prì e denun­ciò l’omicidio di Erne­sto Che Gue­vara, smen­tendo la ver­sione uffi­ciale per cui il leg­gen­da­rio guer­ri­gliero era morto com­bat­tendo con­tro l’esercito boliviano.

Quanti anni ha, Walter?

76. Sono nato in pro­vin­cia di Rosa­rio, da due con­ta­dini piemontesi.

Quando naque la sua pas­sione per il giornalismo?

Fu più che altro una neces­sità. Io scri­vevo rac­conti, versi, cer­cavo lavoro e nel ’54 un gruppo di poeti mi fece entrare in un quotidiano.

Quando arrivò alla rivi­sta Asì?

Nel ’62. A Rosa­rio non c’erano pra­ti­ca­mente più gior­nali, erano fal­liti tutti, allora mi tra­sfe­rii a Bue­nos Aires.

Che taglio edi­to­riale aveva la testata?

Era una rivi­sta popo­lare nel senso migliore del ter­mine. All’epoca il pero­ni­smo era proi­bito. Era una brutta parola dire “Peron”, “Viva Peron”, “pero­ni­sta”, potevi essere arre­stato. La rivi­sta Asì si occu­pava di pro­blemi sociali. Le pro­te­ste dei lavo­ra­tori dello zuc­chero. Le lotte dei preti ter­zo­mon­di­sti e poi qual­che noti­zia di cro­naca. Era la più letta del Paese.

Come arrivò in reda­zione la noti­zia della morte di Erne­sto Che Guevara?

Nell’ottobre del 1967 sta­vamo seguendo con atten­zione la Boli­via per­ché era nata una guer­ri­glia di tipo foco­lai­sta (Che Gue­vara teo­rizza ne La Guerra di Guer­ri­glia che sia pos­si­bile inne­scare una rivo­lu­zione anche par­tendo da un pic­colo foco­laio ribelle, ndr) nel dipar­ti­mento del Beni, la zona con­ta­dina del Paese. Sape­vamo che erano braccati.

Sape­vate anche che tra loro c’era Che Guevara?

No, non lo sospet­ta­vamo nep­pure. Alla testa c’erano i fra­telli Inti e Coco Peredo del Par­tito Comu­ni­sta Boli­viano. Allora l’ubicazione del Che era sco­no­sciuta e causa di ipo­tesi di ogni tipo, anche com­ple­ta­mente inve­ro­si­mili, come che Fidel lo tenesse pri­gio­niero o che fosse morto in Congo. La noti­zia della sua pre­senza in Boli­via si apprese solo dopo l’ultimo com­bat­ti­mento, l’8 otto­bre, quando dis­sero che era stato fatto prigioniero.

Quale fu la vostra reazione?

Il diret­tore, mi asse­gnò un foto­grafo, Hugo Laza­ra­dis, e mi disse che dovevo andare in Boli­via. Chiamò anche Miguel Fitz­ge­rald, che pilo­tava il pic­colo Ces­sna del gruppo edi­to­riale, e 5 ore dopo vola­vamo verso la frontiera.

Vi ha man­dato per­ché dif­fi­dava della ver­sione ufficiale?

No, per niente, solo per­ché era una noti­zia rile­vante. Arri­vammo a Valle Grande, in Boli­via, senza mappa, atter­rammo in cam­petto da cal­cio e appren­demmo che c’erano novità: Erne­sto era morto.

Era il posto in cui l’Esercito boli­viano aveva fatto base per dare la cac­cia al Che?

Si. Il coman­dante in capo era il colon­nello Zen­teno Anaya. Il gruppo che alla mat­tina aveva com­bat­tuto nella Gola del Yuro (dove cadde Erne­sto, ndr), era agli ordini del capi­tano Gary Prado. Que­sti però erano ancora nella selva, inse­gui­vano i guer­ri­glieri sopravvissuti.

Qual è stata la prima cosa che ha fatto, una volta arrivato?

Par­lare con Zen­teno Anaya. Sono andato alla caserma, i Ran­gers erano un corpo d’elité dell’Esercito boli­viano, adde­strati in USA. Ave­vano armi moderne, grande pre­stanza fisica.

E Zen­teno Anaya che le disse?

Che Gue­vara si era con­se­gnato dopo essere stato ferito da una raf­fica di mitra, alzando una ban­diera bianca e gri­dando: «Non ucci­de­temi, sono Erne­sto Che Gue­vara e per voi valgo più da vivo che da morto». Poi mi disse che alcuni dei suoi sol­dati erano stati feriti e gli chiesi di poterli vedere, ma negò che fos­sero ancora lì. Disse che erano tutti a La Higuera, nella scuola in cui era stato espo­sto anche il cada­vere del Che.

C’erano altri gior­na­li­sti con voi?

C’era solo il mio foto­grafo. Dopo aver par­lato col colon­nello, andammo a cer­care il medico che aveva fatto l’autopsia sul cada­vere, il dot­tor Mar­ti­nez Caso. Volevo che mi descri­vesse le ferite. Mi rac­contò che Erne­sto era stato col­pito a un fianco, alle gambe, alla spalla, e all’altezza del capez­zolo sinistro.

Il cuore?

Si, il cuore. Il foro era di un cali­bro diverso dagli altri. Quella era stata la causa della morte. Come poteva aver detto «non ucci­de­temi», con una ferita del genere? Lì nac­que il sospetto che non fosse morto in com­bat­ti­mento. E il dot­tore mi diede l’informazione che poco prima mi aveva negato Zen­teno Anaya. Mi disse: non avete par­lato con i sol­dati che hanno com­bat­tuto nel Yuro? No, gli risposi io, dove sono? E lui mi disse che i feriti erano all’ospedale Señor de Malta, poco lon­tano da lì. A quel punto ci rag­giunse Chou­zi­nho, un came­ra­man argen­tino cor­ri­spon­dente della Colum­bia Tele­vi­sion Color sta­tu­ni­tense. Gli rac­con­tai quello che sapevo e deci­demmo di andare all’ospedale. Per con­vin­cere le guar­die a lasciarci pas­sare, fin­gemmo di essere mili­tari. Siamo arri­vati con passo deciso e abbiamo dato il buon­giorno con tono mar­ziale. I sol­dati si sono aperti senza bat­tere ciglio. Ave­vamo i nomi dei sol­dati Cho­que, Taboada, Paco e Gime­nez e appena entrati in cor­tile dissi: «Infer­miera! Dov’è il sol­dato Cho­que?». Lo tro­vammo in una gran came­rata, insieme agli altri feriti. Gli chiesi se fosse stato al Yuro e se avesse visto Erne­sto. Mi disse di averlo visto vivo e ferito e mi con­fermò che si era arreso. «Quando l’hanno ucciso?», gli chiesi allora. «Il giorno dopo, signore — mi rispose lui — gli hanno spa­rato». Tutti gli altri tre sol­dati feriti ripe­te­rono la stessa versione.

I sol­dati dell’ospedale erano pre­senti quando lo uccisero?

No. Ma sape­vano che l’avevano giu­sti­ziato. Prima mi dis­sero che era stato un sot­tuf­fi­ciale e io attri­buii il gesto a Gary Prado. Poi si sco­prì che era stato il tenente Mario Teran.

E poi cosa successe?

Entrò un infer­miere men­tre Chou­zi­nho fil­mava e Laza­ra­dis faceva foto. Si rese conto che c’era qual­cosa che non andava e diede l’allarme. Noi scap­pammo dalla porta sul retro e cor­remmo fino al Ces­sna che ci aspet­tava sul cam­petto. Quando Fitz­ge­rald ci vide arri­vare cor­rendo, mise in moto e fuggimmo.

Quanto tempo rimase in tutto a Valle Grande?

Non più di quat­tro ore. Forse meno. Ho scritto il pezzo sull’aereo men­tre tor­na­vamo a Bue­nos Aires. Avevo l’esclusiva sull’omicidio del Che. Il gior­nale fece uscire un’edizione straor­di­na­ria. Il pre­si­dente boli­viano, il Gene­ral Bar­rien­tos, con­vocò una con­fe­renza stampa per smen­tirci e con­fer­mare la morte in com­bat­ti­mento. Disse che era­vamo gior­na­li­sti pagati dalla guer­ri­glia. 72 ore dopo, i fil­mati di Chou­zi­nho sta­vano cir­co­lando sulle TV ame­ri­cane e non era più pos­si­bile negare.

C’è una foto di Che Gue­vara in manette men­tre lo por­tano dal Yuro a La Higuera. Chi la scattò? Quando comparve?

Credo uno dei foto­grafi dell’Esercito boli­viano. La foto com­parve in seguito, come parte di quella che potremmo chia­mare l’industria del Che. Quando noi arri­vammo a Valle Grande, il foto­grafo dei matri­moni della città stava già ven­dendo le famose foto del cada­vere con gli occhi aperti, espo­sto a La Higuera.

Prima della morte del Che, il suo mito esi­steva già?

No, fu una cosa suc­ces­siva. La ban­diera di lotta nac­que con la sua morte.

Quando la invia­rono in Boli­via, lei ammi­rava Che Guevara?

Si, per me era un esem­pio di lotta lati­noa­me­ri­cana. Fu il primo a ripren­dere il con­cetto di un’America Latina unita.

Per­ché crede che l’abbiano ucciso?

Ho una teo­ria per­so­nale. Pochi giorni prima della sua caduta, furono pro­ces­sati in Boli­via Ciro Bustos, il pit­tore argen­tino e con­tatto in Europa dei guer­ri­glieri, e Regis Debrais, intel­let­tuale fran­cese e amico del Che (non­ché autore di un manuale di guer­ri­glia). Il tri­bu­nale si riempì di gior­na­li­sti e il governo boli­viano subiva forti pres­sioni inter­na­zio­nali, per­ciò fece libe­rare entrambi. Quando fu cat­tu­rato il Che chiese a Gary Prado se anche lui sarebbe stato messo a pro­cesso. Il coman­dante gli disse di sì, per­ché era con­vinto che quella fosse la deci­sione dei suoi supe­riori. Poi, la CIA e i boli­viani si resero conto che il giu­di­zio si sarebbe tra­sfor­mato in uno spa­zio di pro­pa­ganda della Rivo­lu­zione Cubana e delle idee gue­va­ri­ste. Per lo stesso motivo, fecero spa­rire il cadavere.

Per­ché crede che la guer­ri­glia del Che abbia avuto tante dif­fi­coltà in Bolivia?

Il Che era stato messo in guar­dia su que­sta pos­si­bi­lità. Prima di accen­dere il foco­laio ribelle lui Fidel Castro ne par­la­rono con Monje, il segre­ta­rio del PC Boli­viano e que­sti disse che la zona scelta era sba­gliata. Che non c’era suf­fi­ciente svi­luppo poli­tico affin­ché i valori della rivo­lu­zione potes­sero essere accolti. La zona giu­sta, secondo lui, era quella delle miniere, dove però il PC non aveva qua­dri, era ter­ri­to­rio del MNR, il Movi­mento Nazio­na­li­sta Rivo­lu­zio­na­rio. Ma il Che era un tipo osti­nato e partì comun­que. Si scon­trò con il rifiuto del contado.

Alcuni dei suoi com­pa­gni di lotta si sen­ti­rono abban­do­nati anche da Fidel Castro.

Que­sti discorsi fanno parte della novel­li­stica anti-cubana e anti-castrista, non sono reali. Il Che e gli altri sta­vano cer­cando di uscire della Boli­via con l’aiuto di Cuba. Comba, il suo luo­go­te­nente fuggi gra­zie a Fidel.

Ma Beni­gno si sentì offeso quando Erne­sto gli chiese di morire per la Rivo­lu­zione cubana nel Yuro. Cre­deva che li aves­sero traditi.

Que­sto è quello che pen­sava lui. Ma con la sua richie­sta Erne­sto dimo­strò di essere con­vinto del contrario.

E lei come si sentì quando sco­prì che l’avevano ucciso?

Tri­ste ed arrab­biato. In uno degli arti­coli, scrissi: «E nono­stante que­sto la terra non ha tre­mato, il cielo non si è oscu­rato. Nulla di quello che cre­devo sarebbe suc­cesso dopo la sua morte è acca­duto». Ma mi sba­gliavo, il suo fu un fal­li­mento mili­tare, ma un trionfo delle idee.

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La bomba esplode all’alba: il Biscione si man­gia il Cavallo. Il con­si­glio d’amministrazione di Ei Towers, la con­trol­lata di Media­set che a sua volta con­trolla la rete di tra­smis­sione della società, ha appro­vato all’unanimità il lan­cio di un’offerta pub­blica di acqui­sto e scam­bio (Opas) su Rai Way, l’omologa società della tv pub­blica, in parte quo­tata, da novem­bre, in borsa.

Fioc­cano i «l’avevo detto». Per primo quello di Roberto Fico, pen­ta­stel­lato pre­si­dente della com­mis­sione di vigi­lanza Rai che si beccò un «domani mat­tina i miei legali faranno que­rela a que­sto buf­fone» da parte di Sil­vio Ber­lu­sconi per aver affer­mato che la deci­sione del governo di ven­dere le torri della Rai faceva parte del Patto del Naza­reno. Ma anche per gli ana­li­sti, che plau­dono all’iniziativa, era chiaro che l’esito «natu­rale» della pri­va­tiz­za­zione sarebbe stato pro­prio questo.

La ven­dita di una quota di mino­ranza di Rai­way era pre­vi­sta nel decreto Irpef appro­vato nel giu­gno scorso che sot­traeva 150 milioni di euro alle casse di viale Maz­zini per coprire il bonus degli 80 euro. Suc­ces­si­va­mente, il 2 set­tem­bre, il rela­tivo decreto della pre­si­denza del con­si­glio spe­ci­fi­cava «l’opportunità di man­te­nere, allo stato, in capo a Rai, a garan­zia della con­ti­nuità del ser­vi­zio ero­gato da Rai Way a Rai mede­sima, una quota di par­te­ci­pa­zione sociale nel capi­tale di Rai Way non infe­riore al 51%». Tra le con­di­zioni poste da Ei Towers per la sua Opas per man­giarsi le torri Rai, quella che « l’offerente venga a dete­nere una par­te­ci­pa­zione pari almeno al 66,67% del capi­tale sociale di Rai Way». Ma lo stesso cda di Ei Towers spiega che «l’offerente potrà rinun­ciare a una o più delle con­di­zioni di effi­ca­cia dell’offerta ovvero modi­fi­carle, in tutto o in parte». E comun­que, se il Dpcm del 2 set­tem­bre si pre­oc­cu­pava di man­te­nere la mag­gio­ranza pub­blica per garan­tire la con­ti­nuità del ser­vi­zio, la società del Biscione assi­cura che a sua volta «con­ti­nuerà a garan­tire l’accesso alle infra­strut­ture a tutti gli ope­ra­tori tv», aggiun­gendo che l’Opas ser­virà a «porre rime­dio all’attuale situa­zione di inef­fi­ciente mol­ti­pli­ca­zione infra­strut­tu­rale dovuta alla pre­senza di due grandi operatori».

Ma per­ché l’operazione si possa con­clu­dere ovvia­mente sono neces­sari alcuni pas­saggi. La Rai dovrebbe accet­tare: oggi il cda comin­cerà a affron­tare la que­stione (per ora si fa sapere che si tratta di un’opa «non ami­che­vole»). Qui si inse­ri­sce anche la vicenda — improv­vi­sa­mente diven­tata per il governo urgen­tis­sima — della riforma della gover­nance della tv pub­blica annun­ciata da Renzi, che appunto non ha escluso un decreto (ma il Qui­ri­nale avrebbe con­si­gliato pru­denza). Nel cda di viale Maz­zini sie­dono anche ber­lu­sco­niani di stretta osser­vanza come Anto­nio Verro, quello che tra l’altro avrebbe inviato al Cava­liere un fax sui pro­grammi sgra­diti da addo­me­sti­care, e Anto­nio Pilati, noto come l’ispiratore della legge Gasparri. Il con­flitto d’interessi non è certo una novità delle ultime ore, ma insomma la fac­cenda si fa parec­chio grossa pro­prio men­tre Ber­lu­sconi viene descritto come un pover uomo alle corde (ma Finin­vest appena l’altra set­ti­mana ha ven­duto quasi 400 milioni di azioni Media­set, pro­prio per avviare altre ope­ra­zioni). E ancora, è neces­sa­rio che l’antitrust, che ha rice­vuto la noti­fica, dia il via libera. E il mini­stero dello svi­luppo deve auto­riz­zare la Rai a con­ti­nuare ad ope­rare con la nuova società.
Al momento, il governo si limita a ricor­dare l’esistenza del decreto della pre­si­denza del con­si­glio sull’opportunità di man­te­nere pub­blico almeno il 51% delle torrri di tra­smis­sione Rai. A borse chiuse (in una gior­nata che vede Rai­Way bal­zare del 9,4% a 4,05 euro verso i 4,5 al quale viene valo­riz­zata nell’offerta, con un +52% dal prezzo della quo­ta­zione, e Ei Towers chiude a +5,2%), il governo sforna la nota. Nella quale comun­que si sot­to­li­nea che «l’offerta pub­blica per Rai Way con­ferma l’apprezzamento da parte del mer­cato della scelta com­piuta a suo tempo di valo­riz­zare la società facen­dola uscire dall’immobilismo nel quale era con­fi­nata. La quo­ta­zione in Borsa si è rive­lata un suc­cesso», insomma.

Prima della nota serale con la quale il governo prova a cal­mare un po’ le acque di fronte alle pro­te­ste, il Pd ren­ziano era stato a dir poco abbot­to­nato, a parte Michele Anzaldi, della vigi­lanza Rai, che anche lui ricor­dava: «La quo­ta­zione in borsa è stata vin­co­lata alla ces­sione di una quota non supe­riore al 49%» e dun­que chie­deva all’Antitrust di valu­tare la vicenda (come ovvia­mente deve fare e sta facendo). Men­tre il gio­vane turco Fran­ce­sco Ver­ducci sot­to­li­neava il primo effetto dell’annuncio: i con­si­stenti gua­da­gni in borsa.
I for­zi­sti si sbrac­ciano invece per­ché l’operazione vada in porto in nome del «libero mer­cato» del Cav. Tor­nano invece a denun­ciare il «patto del Naza­reno tele­vi­sivo» i 5 Stelle e così Arturo Scotto, di Sel: «Non vor­remmo che quel patto del Naza­reno uscito dalla porta rien­trasse dalla finestra».

Micaela Bongi

Fonte: Il Manifesto

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Anche Nostro Signore è deluso dal gio­vane Tsi­pras. Non dalla maniera in cui il mini­stro delle finanze Varou­fa­kis gesti­sce oggi le trat­ta­tive con i part­ners euro­pei. Egli – che noto­ria­mente è onni­sciente — natu­ral­mente lo sapeva da sem­pre che sarebbe andata finire male. E per que­sto si è messo a mani­fe­stare la sua pena già all’indomani della vit­to­ria elet­to­rale di Syriza, attra­verso un Cro­ci­fisso ligneo che dal 26 gen­naio piange a dirotto lacrime amare in una sper­duta par­roc­chia di Corinto.

Ma se il par­rocco, sicuro elet­tore di destra, ha tutti i motivi per pro­te­stare con­tro il governo capeg­giato da un ateo dichia­rato, è molto più dif­fi­cile capire e inter­pre­tare le con­te­sta­zioni che emer­gono in que­ste ore dif­fi­cili, non tanto impe­tuo­sa­mente a dire il vero, all’interno di Syriza.

La com­pren­sione è ancora più dif­fi­cile se si vedono i fatti nudi e crudi. Ieri il mini­stro Varou­fa­kis ha con­se­gnato prima alla troika (par­don, alle isti­tu­zioni) e poi all’eurogruppo il pro­gramma di riforme richie­sto. Il testo è stato pub­bli­cato. E non è un’esagerazione dire che riflette in gran parte il pro­gramma pre­e­let­to­rale di Syriza, spe­cial­mente la parte degli inter­venti con­tro quella che Tsi­pras chiama «cata­strofe uma­ni­ta­ria»: aiu­tare le 400 mila fami­glie senza alcun red­dito, soste­nere i disoc­cu­pati, rias­su­mere gli sta­tali licen­ziati ille­gal­mente, per­fino aumen­tare il minimo sala­riale da 450 a 750 euro. Cosa più impor­tante, il docu­mento di Varou­fa­kis deli­nea molto chia­ra­mente la linea di scon­tro con gli oli­gar­chi greci, quando pre­fi­gura un’accesa lotta con­tro le aree di «immu­nità fiscale», quando pro­pone un con­corso pub­blico per le fre­quenze tele­vi­sive, con il risa­na­mento e un con­trollo stret­tis­simo dei cre­diti ban­cari verso mezzi d’informazione e partiti.

Per chi non cono­sce la realtà greca, si tratta di sman­tel­lare quell’intreccio tra mezzi d’informazione, ban­che e poli­tica che ha regnato fino al 25 gennaio.

Basta un raf­fronto anche super­fi­ciale con l’email (incre­di­bil­mente, per ben quat­tro anni la Gre­cia è stata gover­nata via email) che l’allora troika aveva man­dato all’ex mini­stro delle finanze Ghi­kas Har­dou­ve­lis a inizi dicem­bre per capire che siamo su un altro pia­neta. Quella email esi­geva ulte­riori tagli a pen­sioni e sti­pendi pub­blici e l’abolizione di ogni diritto sin­da­cale sul luogo di lavoro, men­tre le aste giu­di­zia­rie per la prima casa erano già comin­ciate con l’inizio dell’anno. Dove sono finite ora tutte que­ste misure? Dimen­ti­cate, sva­nite, evaporate.

Men­tre ieri si atten­de­vano nuovi e ancora più duri nego­ziati all’eurogruppo, a sor­presa, il docu­mento di Varou­fa­kis, che non con­te­neva nean­che una cifra di pre­vi­sione di incasso, è stato festo­sa­mente accolto dalla ex troika e dall’eurogruppo, con un’unica riserva: una mora­to­ria di quat­tro mesi per tutte le misure che pre­ve­dono esborsi pubblici.

Eppure, di fronte a que­sta stra­te­gia nego­ziale che rie­sce a dare risul­tati con­creti, una parte del par­tito di governo rea­gi­sce con bron­to­lii, lamen­tele, anche con dichia­ra­zioni dure, come quella del rispet­tato eroe della resi­stenza Mano­lis Gle­zos. Il fan­ta­sma evo­cato è quello del «cam­bio di mar­cia», di «abban­dono degli impe­gni pre­let­to­rali». Come se il «tra­di­mento» degli elet­tori di Tsi­pras fosse una tra­gica fata­lità, un destino ine­vi­ta­bile, una neme­sis della storia.

Già, la sto­ria: ecco il vero col­pe­vole. Come in un film già visto, una parte dell’opposizione interna di Syriza (e forse anche dell’elettorato) vedono nel governo Tsi­pras una rie­di­zione di un’esperienza pre­ce­dente, di un fal­li­mento che ancora grava sulle spalle della sini­stra elle­nica: quella del primo pre­mier socia­li­sta Andreas Papan­dreou. Il fon­da­tore del Pasok ha con­qui­stato il governo con un voto ple­bi­sci­ta­rio nell’ottobre del 1981, pro­met­tendo l’uscita del paese dalla Nato e dalla Comu­nità euro­pea. Invece, non solo ci rimase ma per­mise anche la dege­ne­ra­zione del Pasok da movi­mento auten­ti­ca­mente popo­lare a banda di sac­cheg­gia­tori delle casse pub­bli­che. Una delu­sione che è diven­tata rab­bia e dispe­ra­zione con lo scop­pio dell’inevitabile crisi eco­no­mica e la fuga in massa degli elet­tori dal Pasok verso Syriza.

Ma Ale­xis non è Andreas. E’ vero, durante la cam­pa­gna elet­to­rale ha esa­ge­rato un po’ in pro­messe: far tor­nare lo sti­pen­dio minimo a 750 euro (come i famosi 80 euro di Renzi) non è un mezzo per favo­rire la cre­scita, è o dovrebbe essere, il risul­tato della cre­scita. Biso­gnava rima­nere coe­renti e pro­met­tere solo quello che si poteva man­te­nere: la fine dell’austerità e la per­ma­nenza nell’eurozona. Esat­ta­mente quello che sta facendo adesso, non senza fatica.

Come scac­ciare quindi la male­di­zione di Andreas dal governo della sini­stra greca? Andreas era un lea­der cari­sma­tico, gli bastava un’occhiata o un gesto per comu­ni­care con la folla. Ale­xis è un poli­tico capace e rea­li­sta ma deve fati­care di più otte­nere con­senso verso la sua com­plessa stra­te­gia: incal­zare passo dopo passo i poten­tati finan­ziari euro­pei, gua­da­gnando sem­pre mag­giori mar­gini di auto­no­mia e di libertà. L’opinione pub­blica greca sem­bra com­pren­dere e apprez­zare. E’ ora che il governo si chia­ri­sca anche den­tro il par­tito di mag­gio­ranza e con­duca i vari capi­cor­rente verso un nor­male atter­rag­gio dagli schemi ideo­lo­gici alla tra­gica realtà della Gre­cia e dell’Europa. Non per accet­tarla ma per cambiarla.

Dimitri Deliolanes

Fonte: Il Manifesto