Posts contrassegnato dai tag ‘Idomeni’

CREDETEMI

Ha 38 anni e forse ne dimostra una decina in più. Lo incontriamo al campo militare per rifugiati di Pieria Ktima Iraklis, a una cinquantina di chilometri da Salonicco e a un centinaio dal punto in cui sorgeva il campo di Idomeni. Ora il campo di Idomeninon c’è più. Le diecimila persone che lo abitavano sono state deportate in decine di campi militari tutt’attorno. Tra questi, il piccolo campo di Pieria Ktima Iraklis. Sta dietro a un ristorante, in uno spazio verde, nel piccolissimo paese di Fotina. Sembra lo spazio dove di solito, proprio in questa stagione, stanno le feste di paese. Ci sono giochi per i bambini, un prato, un campo sportivo, dove adesso sorgono le tende che ospitano 200 tra siriani e curdi, e uno spazio coperto con tanti tavoli e panche di legno. È proprio a uno di questi tavoli da festa di paese che ci invita a sedere quest’uomo siriano. Lo fa con piacere, ci parla in buonissimo inglese. Non sa chi siamo. Non sa che siamo cinque italiani che partecipano al progetto #overthefortress, che siamo lì per sapere come sono le condizioni dei campi militari dopo la totale evacuazione di Idomeni. Ci presentiamo. Parliamo brevemente delle condizioni del campo. Stanno bene, lì. Hanno pure l’acqua calda alla mattina e alla sera (caso unico nel monitoraggio che abbiamo fatto finora). L’unica cosa di cui si lamentano è che gli danno da mangiare “macaroni” tutta la settimana. Che a un italiano potrebbe pure andare bene, ma ai curdi e ai siriani questa cosa non piace granché. Non tanto perché ce l’hanno con i “macaroni”. Vorrebbero solo un po’ di varietà in più. Solo quello. Ma è abbastanza chiaro che il nostro amico siriano non vuole parlare tanto del campo, quanto del motivo per cui lui e la sua famiglia sono lì.
In Siria produceva profumi e li vendeva nel suo negozio. Proprio in quel negozio un po’ di anni fa è entrata per comprare un profumo la donna che poi è diventata sua moglie. Lei ci raggiunge mentre lui ci racconta cosa è successo nella sua città, Deir ez-Zor, nella parte orientale della Siria, a un centinaio di chilometri dal confine con l’Iraq. Dall’inizio della guerra civile la zona di Deir ez-Zor ha visto combattere l’esercito siriano contro il Free Syrian Army. Poi si sono aggiunte agli scontri anche l’Isis e al-Nusra (il braccio siriano di al-Qaeda). La città è stata occupata pre tre quarti dall’Isis, con l’altro quarto in mano all’esercito siriano. Di fatto la città è rimasta sotto assedio per più di un anno. Il nostro amico siriano si è ritrovato con la sua famiglia, assieme ad altre 100.000 persone, nella condizione di non poter scappare né dall’Isis né dall’esercito siriano. Mancava acqua, cibo ed elettricità. Ci ha detto che gli aiuti umanitari (cibo e medicine) che venivano paracadutati sulla città erano sequestrati dall’esercito siriano per poi essere venduti alla popolazione a prezzi altissimi. Le persone iniziavano letteralmente a morire di fame. Dopo otto mesi di assedio ha deciso di uscire dalla città con l’unico metodo possibile: pagare i militari siriani. Si è diretto con sua moglie e i suoi due figli verso Damasco, ma poi si è reso conto che sarebbe stato troppo pericoloso: molto probabilmente sarebbe stato preso dall’esercito siriano e costretto a prestare servizio militare. Ci ha detto:

6704bf13384287130994b1408c070bd5.png

Perciò si sono diretti verso Aleppo e poi verso il confine turco. L’unica cosa che voleva era portare la sua famiglia fuori dalla Siria. Non aveva in mente alternative. Sì, ci ha detto, mi piace tanto l’Italia, sono tifoso del Milan (che comunque dovrebbe tornare in Champions League, perché la Champions League senza il Milan non è la Champions League), ma non avevo come sogno venire in Europa. Una volta in Turchia viene contattato da un amico. Gli dice un gruppo di siriani sta andando verso la Grecia. Si unisce al gruppo, ma ancora l’unico pensiero è che è finalmente uscito dalla Siria. Salgono su una barca, la Guardia Costiera greca li porta a Chios. Solo scesi dalla barca si rende conto che è in Europa. Lui, sua moglie e i suoi figli. In Europa. Mentre ci racconta tutto questo più volte i suoi occhi ci guardano fissi e ci dice “credetemi”. E io penso e dico “ma certo, certo che ti credo”. Da Chios sono stati portati ad Atene e poi lì, al campo di Pieria Ktima Iraklis, dove sta parlando con noi. Suo figlio passa a chiedergli qualcosa, lui risponde, e poi ci dice che lì i suoi figli sono molto contenti. Hanno passato praticamente gli ultimi quattro anni chiusi in casa, in Siria. Adesso possono giocare sul prato del campo assieme agli altri bambini. Poi, assieme alla moglie, sposta la conversazione su Assad, l’Unione europea, gli Stati Uniti e la Russia. La domanda retorica è perché nessun governo ha fatto niente per tutto questo tempo? Perché non c’è stata una pressione politica per mettere fine alla guerra? Perché? Perché Assad è ancora lì? Come può essere ancora al potere un uomo che ha portato la Siria a questo?
Poi, davvero non so come, siamo tornati a parlare di mangiare. Dai “macaroni” alla cucina siriana. Quando gli abbiamo detto che conosciamo i falafel e lo hummus si sono aperti i sorrisi e un mondo di altre ricette siriane. Un ragazzo più giovane, che è stato con noi tutto il tempo in silenzio, si è messo a cercare col cellulare immagini dei piatti e ogni volta ce li mostrava, per farci capire esattamente come fossero. Il nostro amico ci dice che quel ragazzo è di una città siriana sul mare, una città turistica dove d’estate moltissimi vanno in villeggiatura. Adesso, dice, invece che nuotare nel mare nuotano nel sangue. Ma non lo dice serio, lo dice come una battuta, un gioco di parole, come quelle cose che ti vengono in mente e senza pensare dici ad alta voce. È arrivata al tavolo anche la figlia di una coppia siriana che stava a sentire tutti questi discorsi: una bambina di 4 anni, straordinariamente bella e con un’espressione dolcissima. Ci dicono il nome. Dicono che il nome indica una cosa precisa, ma non capiamo cos’è. Il giovane ragazzo che viene dalla città sul mare ci aiuta col cellulare. Ci fa vedere un’immagine. Ora è chiaro. Il nome della bambina è il nome della celletta esagonale dell’alveare dove sta il miele. Diciamo alla mamma che non potevano scegliere un nome migliore per quella bimba. La moglie dice che veramente il nome l’ha scelto il marito. Ridiamo tutti. E poi basta. Poi, dopo i saluti, siamo usciti dal campo. E io avevo in testa ancora il nostro amico siriano e i suoi occhi che ci guardavano fissi e ci diceva “credetemi”. E io penso e dico “ma certo, certo che ti credo”.

Campagna #overthefortress

http://www.meltingpot.org/

Campagna #overthefortress – Il campo informale di Idomeni ha rappresentato, fino all’ultimo istante, uno scandalo e una sfida. Idomeni è la prova che in Europa è possibile che migranti e potenziali richiedenti asilo incontrino condizioni di vita assolutamente indegne per un continente che si continua a raccontare come difensore dei diritti umani. E anche lo smantellamento del campo di Idomeni rappresenta, con tutta evidenza, una scelta politica che deve farci urlare allo scandalo. Donne, uomini e bambini ostaggio delle politiche europee, intrappolati ad Idomeni per la scelta dei governi di chiudere la rotta balcanica. Uomini, donne e bambini trasportati – quasi sempre contro la propria volontà – in campi gestiti dal governo, all’interno dei quali le condizioni di vita non sembrano migliorare sostanzialmente. In nome dei diritti umani, il governo greco ha condotto migliaia di persone all’interno in strutture appositamente predisposte, che garantiscono un ampio controllo sulla mobilità, e rendono meno visibili gli elementi scandalosi nella gestione della cosiddetta crisi dei migranti.
Idomeni rappresenta, allo stesso tempo, una grande sfida collettiva. È bene e utile evitare l’utilizzo del passato: gli elementi di sfida e l’energia messa in circolo all’interno di questa intensa, difficile e contraddittoria esperienza restano presenti e continuano a produrre effetti concreti. Le migliaia di migranti che hanno scelto di abitare Idomeni, per lunghi ed intensi mesi, hanno sfidato, con la loro scelta, le decisioni dei governi europei. La presenza dei corpi a ridosso delle frontiere chiuse è stato un monito costante, difficile e straordinario, dal chiaro significato politico.
Si diceva che è necessario pensare che la sfida rappresentata da Idomeni sia tutt’ora in corso. È necessario farlo per evitare di ridurre lo sgombero di Idomeni ad un mero spostamento forzato di corpi passivi, oggetto delle politiche repressive e non più in grado di esprimere elementi di critica e resistenza.
La parole di M, giovane curdo siriano, che viveva in tenda ad Idomeni insieme al figlio di sei mesi, ben rappresentano la portata della sfida che si apre ora:
IDOMENI
La sfida contro l’invisibilità, che rischia di avvolgere la nuova fase della crisi dei migranti, è con tutta evidenza una delle priorità che abbiamo davanti.
Può essere utile ripartire tendo ben presenta l’altra storia di Idomeni, che per tutta l’esistenza del campo informale si è incessantemente intrecciata con la storia delle donne e degli uomini in migrazione. L’altra storia è quella delle attiviste e degli attivisti che, da ogni parte del mondo, hanno attraversato lo scandalo, predisponendo aiuti, assistenza, orientamento, sostegno, solidarietà.
È anche questa una vicenda difficile e straordinaria, anch’essa da non raccontare utilizzando verbi al passato. La solidarietà, praticata in tempi difficili, può condurre a rotture del discorso politico dominante: è questo, forse, l’insegnamento ultimo che le vicende di Idomeni continuano a urlare al mondo e alla politica. C’è, da questo punto di vista, una sfida nella sfida, per una politicizzazione della solidarietà. È la sfida di over the fortress, mai come in questa fase necessaria e possibile: dentro la crisi dei migranti, per costruire pratiche solidali, aperte e partecipate, accompagnate da una critica puntuale dello stato di cose presenti, per un loro capovolgimento.
Sia chiaro: Idomeni non è mai diventato un campo neanche lontanamente accettabile. Resta un pugno nello stomaco, uno scandalo e una sfida. Allo stesso tempo, nell’immondizia e nel fango, avvolta da un odore acre e di merda, un’inaspettata, intensa energia ha attraversato migranti e attivisti. Non si tratta, evidentemente, di un’opzione politica definitiva, ma di un’ipotesi aperta e in divenire.
L’immagine del campo di Idomeni sgomberato e normalizzato restituisce sensazioni inquietanti e spettrali. Come ripartire, mettendo da parte l’inevitabile tristezza che attraversa chi ha messo piede o ha seguito, con empatia e complicità, le vicende scandalose di Idomeni?
Può essere utile provare a contrapporre un’altra immagine spettrale, dandole forma e sostanza. Occorre ripartire tenendo bene a mente il clima di ostilità, avversione e sabotaggio, incessantemente prodotto da polizia e apparati di controllo nei confronti degli attivisti indipendenti all’interno del campo. È il segnale inequivocabile che la scelta di costruire percorsi e strumenti di solidarietà politicizzata può rappresentare una rottura dell’ordine del discorso dominante, allo stesso tempo repressivo e caritatevole.
La storia della relazione tra migranti e attivisti a Idomeni ci racconta che la classica relazione assistente/assistito è stata, per lunghissimi istanti, sospesa e capovolta. Le e i migranti hanno, fino al momento dello sgombero definitivo, ospitato, soccorso, protetto e sostenuto le attività degli attivisti indipendenti, difendendoli dal clima ostile specificatamente messo in scena nei loro confronti.
È il segno di quanto l’energia liberata dalla solidarietà politicizzata sia irrimediabilmente ancora in circolo. Le e i migranti torneranno a sfidare le frontiere chiuse, contro ogni marginalizzazione e riduzione a mere vittime. Ripartiamo da qui, ben consapevoli che la partita non è chiusa, che la solidarietà politicizzata è un punto di non ritorno. Con i piedi ancora nel fango, in tante e tanti, con lo sguardo rivolto verso l’Europa, con tutto il coraggio e la dignità accumulati in questi mesi, ancora una volta over the fortress.

http://www.meltingpot.org/

arton20509http://www.meltingpot.org/  –Rispondere alle crisi umanitarie con polizia, ruspe, manganelli e gas lacrimogeni sembra essere diventata la norma in Europa. Sarebbero dovute arrivare delegazioni di avvocati, medici, psicologi, operatori umanitari per ricollocare i profughi che da mesi vivevano accampati al confine tra Grecia e Macedonia, invece hanno mandato migliaia di poliziotti in tenuta antisommossa, all’alba, per sgomberare le famiglie che erano in attesa di riprendere il loro viaggio o di trovare una sistemazione. Dove fallisce la politica, arriva l’ordine pubblico.
I giornalisti e i volontari non sono stati fatti entrare nel campo: la violenza dellepolitiche disumane dell’Unione europea non deve avere testimoni. Mentre scorrevano le immagini di uomini, donne e bambini che lasciavano il campo nei pullman, le facce spaesate e stanche dietro ai finestrini, mi è tornata in mente una frase che mi ha detto Christine, una pastora protestante tedesca, qualche settimana fa a Lesbo: “È evidente che l’Europa vuole nascondere alla nostra vista i corpi e le sofferenze di questi uomini e di queste donne”. In effetti è evidente.
Le politiche dei governi europei seguono un doppio binario: da una parte vogliono scoraggiare le persone ancora intenzionate a raggiungere l’Europa. Se riuscirete ad arrivare, vi renderemo la vita impossibile, sembrano dire questi gesti di violenza plateale. D’altra parte i governi vogliono parlare ai loro elettori, stremati dalla crisi economica e sedotti dai nazionalismi e dall’estrema destra.
Le autorità usano i migranti come capro espiatorio e come diversivo per rispondere a chi scende in piazza in Grecia, in Francia e in Belgio contro nuove dolorose misure di austerità, jobs act, tasse, licenziamenti facili, tagli ai servizi e alla spesa pubblica.
Perché proprio ora?
Mentre i ministri delle finanze della zona euro sono riuniti a Bruxelles per decidere se alleggerire il debito greco e concedere una nuova parte di aiuti economici ad Atene, il governo di sinistra di Alexis Tsipras manda le ruspe a Idomeni e pensa in questo modo di cancellare un luogo che è diventato il simbolo dell’inadeguatezza delle politiche europee dell’accoglienza.
IDOMENIPerché il campo profughi più grande della Grecia è stato sgomberato? Per trovare una sistemazione stabile e duratura alle diecimila persone che ci abitavano? Per permettere ai profughi di raggiungere le loro famiglie in Germania, in Svezia o nei Paesi Bassi? Per concedergli la possibilità di chiedere asilo e di accedere ai programmi di ricollocamento?
Il campo profughi più grande della Grecia è stato sgomberato per rimuovere dai nostri discorsi e dal nostro sguardo l’esperienza di chi negli ultimi mesi ha intrapreso il viaggio verso l’Europa, con ostinazione. E con questo semplice e coraggioso progetto ha mandato completamente in tilt la presunta “unione” degli stati europei.
Una ruspa usata durante lo sgombero di Idomeni, il 24 maggio 2016. – Yannis Kolesidis, Reuters/Contrasto
Una ruspa usata durante lo sgombero di Idomeni, il 24 maggio 2016. (Yannis Kolesidis, Reuters/Contrasto)
A Idomeni hanno vissuto in condizioni precarie 12mila persone da quando la Macedonia ha deciso di chiudere la frontiera con la Grecia, porta di accesso alla cosiddetta rotta balcanica, percorsa dai migranti per arrivare in Europa occidentale. Quasi la metà della popolazione del campo era costituita da bambini. Siriani, iracheni, afgani in fuga dalla guerra.
I volontari sono stati fatti uscire dal campo a mezzanotte di martedì. “Martedì è stato un giorno di lacrime, perché le voci su uno sgombero imminente erano sempre più concrete”, racconta Colleen Sinsky, una volontaria statunitense indipendente che ha lavorato in passato per l’organizzazione norvegese A drop in the Ocean. “All’una di notte sono uscito dalla mia tenda e ho trovato i bomberos spagnoli che stavano smontando le loro cose perché dei poliziotti in borghese gli avevano chiesto di lasciare il campo”, aggiunge Tommaso Gandini di Over the fortress. “Un poliziotto ha chiesto anche a me di prendere le mie cose e andarmene, perché altrimenti la mia presenza sarebbe stata considerata illegale”.
“I profughi sono stati fatti salire sui pullman e sono stati portati in campi gestiti dall’esercito nel nord della Grecia”, racconta Colleen Sinsky. I volontari non sanno dove sono state trasferite le duemila persone che mercoledì hanno lasciato Idomeni a bordo di 42 pullman. Inoltre nei campi gestiti dall’esercito in Grecia ci sono posti solo per cinquemila persone e tutti si chiedono dove finiranno e in che condizioni vivranno i profughi di Idomeni.
“Hanno cominciato a sgomberare molto lentamente la prima parte del campo, alla ferrovia non sono ancora arrivati”, continua Tommaso. “Ma non sappiamo dove li stanno portando, sappiamo che hanno costruito un nuovo campo, vicino a Salonicco e che li stanno dividendo per nazionalità e per lingua: i curdosiriani, dai siriani e dagli iracheni”. Di fronte a questa ennesima prova molti dei profughi hanno chiesto di essere rimandati nel loro paese.
“Salah e la sua famiglia per esempio hanno chiesto di tornare in Iraq di fronte alla notizia dello sgombero imminente e sono stati già rimpatriati con un volo da Salonicco”, racconta Tommaso.
“Nemmeno ai medici è permesso entrare e non avviene la distribuzione del cibo. A breve sarà impossibile vivere qui e le persone lo sanno”, racconta Tommaso Gandini. I volontari hanno improvvisato una manifestazione lungo la strada, per chiedere di avere accesso al campo.
“Quando ho lasciato il campo l’ultima volta e ho percorso quella strada asfaltata, ho salutato per l’ultima volta le signore delle tende all’ingresso del campo e mi sono lasciata alle spalle i grandi alberi, sono scoppiata a piangere. Le persone erano spaventate, non sapevano dove le avrebbero portare”, racconta Colleen. “Al campo il lavoro non è stato tanto distribuire i pasti, ma portare umanità e ascolto a queste persone stremate”.
“Me ne tornerò in Siria, un posto dove si muore velocemente. È meglio morire velocemente, piuttosto che morire lentamente qui. Ho sperato di diventare adulto in Europa, ma ora sono stanco”, dice via sms un ragazzo siriano, mentre le ruspe distruggono una tenda da campeggio che è stata casa sua per qualche mese.

vedi sito Internazionale.it

IDOMENI

Prosegue oggi, per il secondo giorno, losgombero poliziesco voluto dal governo Tsipras del campo greco di, al confine con la Macedonia, la più grande deportazione di persone da decenni in Europa.

Oltre 700 poliziotti sono impegnati nelle operazioni di sgombero iniziate all’alba di ieri.

Nella prima giornata sono state spostate circa 2.000 persone su un totale di oltre 8.000. Sarebbero state condotte in altri campi del paese, campi dell’esercito, controllati, schedati e in mezzo al nulla, lontani centinaia di chilometri dall’agognato confine da superare.

Dalla Grecia un attivista di Over The Fortress – Meltingpot.orgAscolta o scarica

http://www.radiondadurto.org/

13263753_1158900207475038_6078908744985746552_nore 18.00 -‬ Sulla strada che porta al campo di Idomeni‬ alcuni volontari dei gruppi indipendenti, che da mesi sostengono e aiutano i migranti nei campi vicino al confine greco-macedone, stanno manifestando contro le deportazioni e l’allontanamento dei volontari e della stampa dalla zona. I volontari denunciano con vari striscioni che le deportazioni non sono altro che l’ennesima violazione dei diritti dei migranti. La polizia impedisce di avvicinarsi per documentare e sostenere i le persone durante le operazioni di sgombero. Da questa mattina nemmeno il cibo e il latte per bambini vengono fatti entrare al campo.

——————-

Da giorni circolavano voci di sgombero imminente e, ieri, molti giornali europei riportavano la notizia definendo molto probabile l’evacuazione delle circa 8000 persone a partire da oggi.
Negli ultimi giorni la rabbia e la disperazione stavano visibilmente aumentando, tanto che molte persone su pressione della polizia avevano deciso di recarsi all’interno dei campi governativi gestiti dai militari o addirittura di tornare indietro in Turchia o nei loro paesi martoriati dalla guerra. Il regime dei confini dell’Unione ha costretto per mesi migliaia di vite umane a vivere in tende piantate nel fango, sospese in un limbo in condizioni estreme. In più occasioni le forze di polizia macedoni e greche li hanno gasati, sparando contro le persone quei proiettili e quelle granate dai quali fuggivano. Il benvenuto per essersi spinti fino in Europa a sognare un futuro migliore e provare a costruire un presente più giusto. Lasciati soli dalle istituzioni europee, impossibilitati a far richiesta d’asilo, sbeffaggiati da un sistema di domanda attraverso skype che non ha mai funzionato.
Solo l’apporto di alcune organizzazioni umanitarie come MSF e dei tantissimi volontari indipedenti presenti al campo hanno garantito che le loro condizioni di vita non fossero ancor peggiori. Questa solidarietà all’Europa evidentemente fa paura, perchè la ripicca verso i migranti, dopo ogni giornata di protesta, era quella di non permettere ai volontari di entrare nel campo.
In questo tempo di attesa la determinazione dei migranti, le loro proteste e la speranza che quel maledetto confine si aprisse non sono mai mancate, anzi, hanno mantenuto viva l’attesa di tutti coloro che avrebbero voluto abbattare assieme a loro quella barreria e tagliare quel filo spinato.
In questo momento è in atto la più grande deportazione di massa degli ultimi decenni. Probabilmente non ci sarà bisogno di usare la forza nello sgombero: le persone sono state stremate fisicamente e psicologicamente in un lento ma inesorabile logorio. Basta solo la presenza della polizia e dell’esercito per farli salire stanchi sui pullman verso dei campi militarizzati che hanno sempre rifiutato. Da oggi nemmeno ai medici è permesso entrare e non avviene la distribuzione di cibo. A breve sarà impossibile vivere qui e le persone lo sanno. Anche i volontari sono stati costretti a smontare le loro strutture ed andarsene.
Oggi si scrive un’altra pagina buia dell’Europa, è lo specchio più nitido del fallimento di un continente che decanta i diritti ma non vuole più applicarli.

 

idomeni4

Le autorità greche hanno dato il via all’operazione per sgomberare gradualmente il campo profughi di Idomeni, il più grande del paese. Il campo e’ situato al confine con la Macedonia e vi hanno trovato rifugio per mesi una popolazione stimata di oltre 8.400 persone. L’operazione e’ cominciata all’alba e ai giornalisti non e’ stato permesso l’accesso alla zona.

Governo e agenti di polizia hanno comunicato che i migranti del campo di Idomeni verranno trasferiti gradualmente verso campi organizzati e allestiti appositamente. Il portavoce del governo greco per la crisi dei rifugiati, Giorgos Kyritsis, ha detto che la polizia non userà la forza.

Circa 20 unità di polizia anti-sommossa, per un totale di circa 400 agenti, si trova a Idomeni per portare a termine l’operazione.

Fonte: Ansa

AGGIORNAMENTO ORE 10.00

Lo sgombero prosegue lentamente, i migranti salgono sui bus senza uso della forza. La polizia è davvero tanta.

idomeni-1 A Idomeni, il campo in territorio greco, vicino al blindatissimo confine macedone, sono almenocinquemila i migranti ancora bloccati, che hanno rifiutato il trasferimento forzato dopo la chiusura della rotta balcanica. Da stamattina, lunedì 23 maggio, l’area, ormai diventata zona militare, ha visto l’aumento vertiginoso di poliziotti e soldati ellenici, che controllano chiunque voglia entrare o uscire da Idomeni.
Numerose voci parlano di uno sgombero del campo a partire da domani. Un’opzione che ci conferma anche Sherif, solidale indipendente che si trova a Idomeni.
Ascolta o scarica qui
In Turchia intanto parte oggi il primo World Humanitarian Summit, voluto dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. Alla presenza di 65 capi di Stato e rappresentanti dei governi, agenzie dell’Onu, ong e istituzioni umanitarie, ad aprire la cerimonia inaugurale, sarà il presidente turco Erdogan, l’autorcate del Bosforo che ha in corso una guerra vera e propria nel proprio sudest, quello curdo, con decine di migliaia di sfollati, nel silenzio internazionale, ed europeo in particolare, grazie all’accordo capestro tra Ue e Turchia sulla deportazione nel Paese dei migranti sbarcati in Europa.
Infine l’Italia. Proseguono le ricerche dell’imbarcazione con 14 migranti algerini a bordo, dispersa durante la traversata verso la Sardegna. Durante la notte la Guardia Costiera ha perlustrato l’area a 14 miglia a sud di Capo Spartivento (costa sud occidentale sarda) dove è stato recuperato un barchino di legno capovolto, ma senza successo.

Idomeni-lacrimogeni-migranti RADIO ONDA D’URTO – Non si placano le tensioni al campo profughi di , sul confine tra e Macedonia.
La polizia governativa ha usato ieri sera (mercoledì 18 maggio) lacrimogeni e granate assordanti contro i , dopo che un folto gruppo ha tentato di sfondare i cordoni spingendo alcune carrozze del treno, diventati rifugi di fortuna per parte dei 6mila presenti.
Inoltre stanotte Medici Senza Frontiere ha evacuato il proprio personale dal campo, facendolo rientrare solo in mattinata, quando la situazione è più calma. L’intera area è stata dichiarata “zona militare”: interdetto cioè l’accesso a chiunque non sia registrato
Infatti si sono inaspriti i blocchi e i controlli da parte delle forze di polizia, con diversi gruppi di volantari e associazioni di solidarietà interdetti all’accesso del campo.
Tutto questo mentre aumenta il clima di tensione interno al campo. Per un aggiornamento abbiamo raggiunto ai nostri microfoni Tommaso Gandini, attivista della carovana .
Ascolta l’intervista

http://www.meltingpot.org/ – La parabola di Idomeni è il viaggio attraverso l’Europa delle dogane con i volontari e attivisti dello Sherwood Festival e di #overthefortress che hanno deciso di installare al campo profughi al confine con la Macedonia una parabola perché i migranti possano fare domanda di asilo in Grecia.
Ma è anche la storia di chi ha attraversato il Mediterraneo e a destinazione non è ancora giunto perché ha dovuto fermarsi davanti alle reti e ai fili spinati, alla periferia dell’Occidente.

Ringraziamo la giornalista Elisa Dossi per la gentile concessione.

160311-world-migrants-idomeni-720a-jpg-0716_efe08662719faf6cb987b6f507360bc8.nbcnews-ux-2880-1000

A distanza di un mese dalla carovana Overthefortress che ha portato 300 persone da tutta italia nel campo di Idomeni, oggi tornare in questo luogo, ritrovare i compagni che stanno mantenendo la staffetta, rivedere i visi di bambini, ragazze e ragazzi già incontrati è qualcosa di piuttosto ambiguo.
Il campo resta, i mesi di permanenza di chi abita questo spazio aumentano. La tensione cresce e lo si capisce non solo dalle frequenti urla che provengono dalle interminabili file per un pasto. Si capisce che vivere nella condizione di paria per tanto tempo corrode la vita. Il progetto europeo di sistematizzare l’inaccettabile azzeramento dei diritti e il confinamento di donne e uomini ricorda i tempi più bui della storia europea contemporanea. Qui è consentita solo la nuda vita, quella biologica.
La skype call per la domanda d’asilo, unico brandello di una capacità giuridica macellata, continua a non funzionare da troppo tempo. I diritti umani sono alla mercé della tracotanza del potere. Qualcuno ha responsabilità, gravi, in tutto ciò. Gli stati nazione perpetrano l’antico rito che li vuole purificati da chi non possiede una cittadinanza formale con la complicità dell’ Ue colpevole di stringere le mani insanguinate di tiranni oppressori di popoli.
In questo però rimane anche #overthefortress, insieme agli altri volontari e attivisti, che continua a produrre solidarietà dal basso con il progetto wifi, con gli spazi per donne autogestiti, tessendo relazioni di cooperazione reale con chi è confinato in queste tende. Fare questo significa agire esattamente dove il potere si spoglia di ogni velo rivelando la sua brutale intimità e l’urlo che genera è quello dei no borders la cui eco ha valicato il Brennero, è risuonata a Roma nei palazzi dell’ambasciata turca e tuonerà ovunque ne rintracci i suoi responsabili.

http://www.meltingpot.org/