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6 / 8 / 2017

Riportiamo le parole della madre di Fabio, uno dei ragazzi arrestati durante il contro-vertice del G20 ad Amburgo, che ad oggi resta in carcere in attesa di processo e che da venerdì sera è in regime restrittivo, in questa continua ricerca di un capro espiatorio da parte della giustizia tedesca.

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«Sono ad Amburgo da quasi tre settimane, che ho trascorso affrontando l’ostruzionismo della burocrazia tedesca: avere permessi di visita, consegnare cambi di vestiario, far arrivare a Fabio dei libri, dei francobolli, il permesso di telefonare, tutti i suoi diritti, sono stati resi incomprensibilmente complessi o addirittura palesemente osteggiati.
Ho incontrato grandi difficoltà nel mettermi in contatto con l’ufficio visite del carcere per fissare e per confermare le visite:  il numero è sempre occupato oppure, se suona libero, nessuno risponde.
Anche con il permesso a telefonare non sta andando meglio: dopo un mese di detenzione ancora Fabio non ha ancora potuto usare il telefono del carcere. Prima ci era stato detto che non era possibile, poi i moduli da compilare erano scritti solo in tedesco e non era previsto che nessuno potesse aiutarlo a compilarli, alla fine la tessera telefonica gli è stata consegnata ma non era operativa.
Abbiamo incontrato lo stesso ostruzionismo anche per fargli ottenere i francobolli per poter inviare delle lettere.
Inoltre la mancanza di una corretta informazione sulla modalità e sulla frequenza di consegna di vestiario e altri beni consentiti ha fatto si che ciò che sono riuscita con fatica a recapitargli fosse ben al di sotto di quanto consentito dalla legge. Ora, oltre al danno la beffa: un paio di giorni fa ho scoperto che la prossima consegna potrò farla solo l’11 novembre!
Addirittura fargli arrivare dei libri è una impresa ardua: Fabio ha compilato la richiesta con i titoli di 5 libri e l’ha presentata per l’autorizzazione. I libri possono non essere autorizzati, se i titoli sono considerati non adatti. Sembra siano stati autorizzati, quindi ho provveduto all’invio, ma ad oggi non so se gli sono stati consegnati.
La maggior parte dei problemi che Fabio sta incontrando derivano dal fatto che non conosce la lingua tedesca, come non la conosco io del resto. Per fare un esempio, per qualsiasi richiesta deve compilare un modulo, che è presente solo in tedesco. Nemmeno il poco inglese che sa parlare non lo aiuta, visto che gran parte del personale del carcere non riesce a comunicare in inglese. Nonostante queste difficoltà linguistiche siano state fatte presenti, solo ieri sono venuta a conoscenza che all’interno del carcere lavora un’impiegata responsabile dei rapporti con gli stranieri che parla in italiano e che in queste quattro settimane non ha mai incontrato Fabio!
Ma il peggio deve ancora venire: da ieri sera (venerdì sera ndr), Fabio è sottoposto a un regime di detenzione restrittivo. Tutte le visite dovranno essere autorizzate dal tribunale e potranno avvenire in presenza della polizia e di un interprete. Tutte le sue telefonate, se per caso decidessero di iniziare a lasciargliele fare, dovranno essere autorizzate e saranno controllate. Tutta la sua posta in uscita e in entrata sarà acquisita dalla Procura, tradotta e controllata. Tutti i pacchi dovranno sottostare agli stessi controlli.
Lui è stato avvisato di ciò, ed è molto amareggiato per questa decisione. Lo sono anch’io, soprattutto perché questo nuovo regime non mi permetterà di visitarlo nei prossimi giorni come già concordato e potrebbe arrivare ad annullare ogni possibilità di contatto con lui.
L’atto ufficiale di restrizione ancora non è stato consegnato, quindi non ne conosco le motivazioni. Posso supporre siano collegate a possibili comunicazioni con la stampa. L’avvocatessa di Fabio considera questa decisione illegittima, in quanto Fabio si trova in custodia preventiva solo per evitare il pericolo di fuga. Quindi non può essere limitato in alcun modo il suo diritto di comunicare con l’esterno del carcere. Valuterà in che modo procedere contro questa assurda decisione.
Io continuerò a scrivergli lettere lunghissime, ricopiando anche testi di libri, canzoni, poesie. Per farlo sentire meno solo, in questo momento che stanno rendendo sempre più pesante».
Questa testimonianza non fa che aumentare il senso di rabbia e rivalsa nei confronti di quella che sta assumendo sempre più le forme di una “vendetta di Stato”. Ma non mancano le continue espressioni di solidarietà verso le persone ancora detenute. Oggi si terrà una manifestazione di solidarietà ad Amburgo, con appuntamento alla fermata del tram Billwerder-Moorfleet e diretta al carcere di Billwerder.

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Le giornate che seguono le manifestazioni con scontri di piazza non sono mai piacevoli. Sono ore terribili in cui la realtà viene distorta dalle parole strumentali della carta stampata, dalle narrazioni proposte da chi ha un mandato preciso delle redazioni delle grandi testate, dai post su facebook di chi c’era e soprattutto di chi non c’era o, peggio, dalle costruzioni antropologiche dei fantomatici professionisti della violenza. Quelle costruzioni che, poi, si abbattono sulla vita degli attivisti, come è successo per Luigi e Carmine, che dopo un processo per direttissima saranno costretti a rispettare un obbligo di firma fino a maggio, di fatto, pagando personalmente per un corteo nel quale c’eravamo tutti noi. Un carnevale di saccenteria senza profondità che francamente non vediamo l’ora venga sostituito dal prossimo trend topic del momento.
salvini_doc.jpgSolitamente, soprattutto quando si tratta di giornate assai significative, ci prendiamo sempre qualche giorno in più per scrivere in un testo articolato come la pensiamo, ma stavolta, anche e soprattutto per l’investimento soggettivo che abbiamo fatto nella costruzione di questo corteo, abbiamo necessità di prendere parola subito, esprimendo un punto di vista che, perdonateci, non si attesterà sul voyerismo un po’ perverso con cui si sta provando a costruire la condanna univoca della piazza di sabato.
Per farlo non possiamo prescindere dal contesto, dalle giornate che hanno preceduto il corteo e dallo sforzo fatto da tanti e tante per costruire una mobilitazione che tenesse insieme tutte le anime della città, da quelle più moderate a quelle più radicali.
Quando Salvini ha deciso di venire a Napoli era chiaro a tutti che, al di là della sfida, anche un po’ retorica, alla città dell’accoglienza, il leader della Lega in realtà puntava ad alzare il livello dello scontro nell’intero paese, probabilmente in vista delle politiche, inebriato dall’effetto Trump. Chi avrebbe potuto scommettere su Salvini in città mentre per le strade non accadeva niente?
Attraversare la frontiera napoletana, per il leader leghista, significava non solo superare un blocco effettivo, reale, culturale prima che politico, che rende di fatto impossibile la trasformazione dell’opzione secessionista- ancora caldeggiata da Bossi-in quella sovranista e nazionalista di stampo lepeniano che Salvini vorrebbe riproporre in Italia, ma significava anche porre un problema alla città riguardo le modalità della sua “accoglienza”.
Lo abbiamo detto dal primo momento che la sua venuta a Napoli era una provocazione che non avremmo accettato a testa bassa e che la paura delle strumetalizzazioni non ci avrebbe fatto dimenticare decenni di insulti, offese e soprattutto promozione di politiche di sviluppo a trazione solo settentrionale, contribuendo a rideterminare la nostra condizione di colonia interna. Il Salvini, che oggi prova goffamente a indossare i panni dell’ultra-democratico al quale viene sottratto il diritto di parola, è tuttavia, come tutti sappiamo, un reazionario radicale, uno che gioca sul tavolo dell’esasperazione del clima e che grazie a quell’esasperazione guadagna consenso. La sua venuta a Napoli serviva esattamente a questa esasperazione e dentro questo campo, scelto da lui e dalla sua maledetta pretesa di venire a sfidare il sud nella città storicamente più insultata dalla lega, nasce la costruzione di un corteo complicato, che per questo abbiamo voluto fosse costellato passo dopo passo di momenti pubblici, di assemblee, di chiacchierate, di incontri.
Non c’è anima che ha sfilato in quel corteo che non abbiamo incontrato durante queste settimane di costruzione. Non c’è realtà collettiva che non si è assunta la responsabilità di costruire l’opposizione napoletana alla Lega nord pubblicamente. Ognuna nei propri contesti, ognuna con i propri linguaggi.
Su una cosa siamo sempre stati chiari però, in ognuno di questi momenti pubblici e in ogni dichiarazione alla stampa: abbiamo sempre detto di voler costruire un corteo che potesse essere la casa di tutti, una manifestazione festosa contrapposta alle loro passioni tristi, ma abbiamo sempre ribadito anche che non avremmo mai accettato un livello di militarizzazione della città da grande kermesse, che non avremmo tollerato la costruzione di una zona rossa rossa vastissima attorno al palacongressi, funzionale ad occludere la nostra libertà di circolazione e a difendere e proteggere il leader leghista e i suoi pochi sodali prezzolati chiusi nel teatro.
Poi la realtà ci ha ampiamente scavalcato a destra e quelle che dovevano essere mere disposizioni di ordine pubblico, condizionate dalla prima performance napoletana del nuovo questore e sulle quali credevamo finanche di poter mettere bocca pubblicamente, si sono trasformate in scelte condizionate dall’entrata in scena a gamba tesa del Viminale. Fuorigrotta Sabato era in assetto di guerra a difesa degli spazi della mostra requisiti dal governo per far parlare Matteo Salvini.
download Per questo motivo vi invitiamo a non decontestualizzare l’undici marzo dalle giornate precedenti, durante le quali abbiamo capito che la visita del leader della lega, che a buona parte della città sembrava un oltraggio insopportabile, avrebbe invece goduto di ogni tutela e garanzia da parte dello Stato e della stampa legata ai poteri forti. Cancellare questo dato e concentrarsi solo sulla performance dello scontro offusca la mente e ci porta tutti a cadere rovinosamente in una trappola costruita con arguzia.
L’undici marzo, quel meraviglioso ed enorme corteo, non può quindi essere slegato dalle cariche a freddo subite degli attivisti fuori la sede del Mattino, a volto scoperto e semplicemente seduti. Abbiamo mostrato la fronte ferita di un nostro compagno non perché ci piace fare del vittimismo ma perché volevamo che si avesse contezza della ferocia con cui le forze dell’ordine stavano preparando il loro undici marzo. Nè possiamo cancellare i fatti del dieci quando in seguito all’occupazione da parte degli attivisti del coordinamento #maiConSalvini del palacongressi, l’ente Mostra ha deciso di rescindere il contratto stipulato con il portavoce campano della Lega Cantalamessa ed è stata, dopo un braccio di ferro durato una notte, di fatti scavalcata, con un atto formale del governo che solitamente si usa per le calamità naturali.
Un’operazione gravissima, violenta, antidemocratica che si è scelto di portare avanti sapendo che avrebbe comportato una esasperazione del clima e un innalzamento della tensione senza più ritorno.
Non sono scelte obbligate. Minniti lo sa bene. Proprio l’altro ieri, durante il corteo, l’Olanda decideva di vietare il comizio  pubblico all’ambasciatore di Erdogan perché ha riconosciuto che la Turchia in questo momento rappresenta un paese in cui vige una dittatura ed in cui si perpetua una costante violazione dei diritti umani. Certo si è assunta una responsabilità ma ha dimostrato con un atto forte che la libertà di parola nei luoghi pubblici non è cosa che si deve garantire a tutti al di là del contenuto di ciò che si afferma.
E invece in questo paese mediocre succede che se un’intera città dimostra, in mille modi e per settimane, di essere ostile alla venuta del leader della lega, è addirittura il Ministro degli Interni ad intervenire per tutelare presunti diritti costituzionali di quell’uomo che ride di due donne rom chiuse in una pattumiera e che auspica spari sui barconi di disperazione che attraversano il mediterraneo.
E allora, se tutto questo è vero, se per l’ennesima volta è stato possibile che per un maledetto comizio si stralciasse come niente il nostro diritto a decidere, la lettura della giornata va per forza sottratta alla narrazione degli ultimi dieci minuti, alle posizioni piatte del giornalismo che se ne sta ansioso sulla riva del fiume aspettando lo sparo del primo lacrimogeno.
Lo sforzo che dobbiamo fare allora è tornare in quella piazza, col corpo e con la testa. Recuperare il sentimento che quelle maledette semplificazioni giornalistiche provano a strapparci dall’anima, che è la gioia di aver messo in strada quindicimila donne e uomini contro Salvini e contro il razzismo, nonostante il clima di terrore che in tanti hanno provato a costruire in queste settimane. Fotografare quell’ingiustificabile schieramento di mille uomini e una enorme quantità di mezzi a Piazzale Tecchio con il quale la questura ha semplicemente intimato al corteo che non aveva alcuna altra scelta che fermarsi lì e terminare la manifestazione a testa bassa. Una testa che scusateci non abbasseremo mai.
Leggere quindi quello che è successo dopo senza fermarsi alla passione estetica per passamontagna e caschi ma innanzitutto come indisponibilità ad accettare quel livello di militarizzazione e la zona rossa, aiuterebbe a non diventare strumenti funzionali alla narrazione main stream. Può piacere o non piacere la modalità di scontro con la polizia dell’11, ma è un fatto con il quale il gusto c’entra poco. Senza girarci attorno,è la Questura che ha imposto la modalità dello scontro . Questo piano, oggi difficile da ricostruire a parole, è un piano apparso chiarissimo allo stesso corteo, che durante tutto il tempo degli scontri, ha scelto di non disperdersi, di accogliere al suo interno chi era avanti e di non lasciare solo nessuno.
Per questo le valutazioni politiche hanno ben poco a che fare con ciò che, a nostro gusto personale, è giusto o sbagliato, bello o brutto: la piazza non è un reality show e non la gestisce il televoto. È un fatto complesso, senza copioni scritti, soprattutto quando la controparte mette in moto tutti gli apparati dello stato (forza militare, prefetture, ministero degli interni, infiltrazioni in “borghese”, blindati da guerra, sequestro di beni pubblici e privati) ed esiste parallelamente, mai come in questo caso senza retorica, una eccedenza vera in città, che su Salvini e sulla calata leghista, dopo anni di soprusi, si è manifestata. Ci sarebbe poi da smontare pezzo pezzo la ridicola costruzione narrativa di contorno dei giornali. Non c’è nessun quartiere devastato, nessuno scenario da guerriglia urbana e nessuna macchina bruciata. Non sono mai esistite le molotov. Se lo si scrive non vuol dire che è vero anche perché per fortuna sono innumerevoli le testimonianze dei cittadini di Fuorigrotta che smentiscono con ironia le parole del main strem. Così come, per capire quanto c’è di artificioso nella costruzione della criminalizzazione mediatica della piazza napoletana, basterebbe fermarsi ad ascoltare le parole dell’ex Premier Renzi e in generale di tutta la stampa e le televisioni nazionali che stanno provando a creare una connessione forzata tra la piazza e il Sindaco. Una connessione ridicola, che non solo-ovviamente- non esiste ma che ha solo l’intento preciso di mettere in discussione quel legame sano, saldo e dialettico tra l’amministrazione e i movimenti sociali della città, che però, è evidente che per natura mantengono tra loro assoluta autonomia. Una connessione ridicola che serve a far fare fronte unico al mondo politico del paese contro De Magistris e in solidarietà a Salvini.
2311069_t5.jpg Ma l’Italia, si sa, è figlia di una provincialità esterofila per cui la radicalità delle piazze, spesso caratterizzata dalle stesse identiche immagini che abbiamo visto a Fuorigrotta, va bene solo se è a migliaia di chilometri dalla propria poltrona.
È così che ci esaltiamo quando vediamo migliaia di persone a contestare Donald Trump dopo la sua elezione, gridando alla bellezza della democrazia e poi – quando si contestano a casa nostra le stesse idee di mondo, fatte di odio e razzismo – diventiamo tutti quanti commentatori da domenica sportiva.
Per questo il nostro consiglio è  quello di limitarsi a leggere la narrazione della piazza napoletana da media esteri (basta la BBC, un network che non è certo tacciabile di anarcoinsurrezionalismo). La piazza di Napoli viene paragonata a tutte le altre piazze occidentali in cui si stanno sviluppando momenti di contestazione al fenomeno dei nuovi populismi di destra, senza nessun appello lacrimoso e clerico-fascista sullo stile di quelli che oggi possiamo leggere su Repubblica.
Questo non vuol dire, ovviamente, non mettere al centro un’analisi seria sulle pratiche di piazza: argomento che non riguarda i social, ma invece chi si pone concretamente il problema dell’attivazione di processi di mobilitazione di massa e della loro efficacia politica. È da più di due anni che la gestione dell’ordine pubblico nel nostro paese sta vivendo un tentativo di “riforma” poliziesca in senso Nord Europeo ( dispiegamento di uomini e mezzi sproporzionato, abuso di lacrimogeni e idranti  per disperdere l’intero corteo) ,  sabato forse ci abbiamo fatto davvero i conti per la prima volta a casa nostra.
Ora, se questa è la tendenza, chi agisce momenti di piazza non può semplicemente pensare di accettarla come si accettano i precetti religiosi. È chiaro che le contestazioni servono se arrivano a contestare le idee in questione, altrimenti sono passeggiate, girotondi, scampagnate tutti insieme, a caso, in giro per la città: prima ci diranno che possiamo arrivare solo a dieci chilometri dal nostro obiettivo, poi che possiamo manifestare solo in giornate diverse da quelle interessate dal fenomeno da contestare, poi che possiamo manifestare senza superare un certo limite di persone e alla fine diranno che se non ci sta bene possiamo mandare tutti una mail all’ufficio lamentale del Ministro dell’Interno, comodamente seduti a casa. Chi dice che, semplicemente, bisogna limitarsi a protestare secondo le disposizioni della questura non si rende conto (nella migliore delle ipotesi) di iscriversi in un crinale in cui il diritto al dissenso è subordinato alle valutazioni della classe politica con la quale si vorrebbe dissentire. Non è un caso – visto che il tema della libertà è stato più volte tirato in ballo in questi giorni – che se una cittadina come Goro organizza barricate violente per cacciare donne e bambini immigrati la prefettura accetta quella violenza e manda via i rifugiati e, invece, se una città come Napoli si oppone all’arrivo di Salvini viene semplicemente scavalcata, sequestrata e messa a disposizione di chi ha i soldi e il potere per comprarla.
Su questo tema Napoli ha dato un segnale forte e persino i giornali e telegiornali più schiacciati sull’ideologia dominante hanno difficoltà a negarlo: il messaggio della Lega Nord nella nostra città non è passato. Il teatro di Salvini era pieno unicamente degli esponenti del ceto politico di destra regionale, che cerca di riciclarsi dopo il fallimento del centrodestra di Caldoro e l’esplicita identificazione – che ormai è chiara a tutti – tra quello che è stato il centrodestra campano e gli interessi dei clan camorristici. Pur di riempire un Palacongressi di poche centinaia di persone, le compagini della destra meridionale hanno dovuto invitare (e pagare) delegazioni di militanti provenienti da tutto il centro-sud d’Italia, dal Lazio fino alle isole. Salvini ha fallito e lo sa: non è un caso che Umberto Bossi – che per molti militanti di base della Lega resta il vero riferimento spirituale –  dichiara a mezzo stampa che è stato un errore venire a Napoli, che Napoli è la capitale del malaffare e che i napoletani non potranno mai essere suoi alleati. Se Umberto Bossi – che ormai era sparito dai radar della tribuna politica – deve scendere in campo è perché il grande vecchio deve provare a rimediare al disastro che Salvini ha messo in scena in questi giorni (aiutato certo, perché bisogna riconoscere i meriti a tutti, dall’assoluta insipienza e imbecillità dei suoi referenti meridionali, che certo avranno tante qualità, ma l’intelligenza non figura tra esse).
manifestazione0-e1489274281286.jpg Di fatti, prendiamo atto, che oggi il dibattito anche sul main stream gira attorno alla legittimità che ha la Lega di prendere parola ed è una cosa che in vent’anni non era mai accaduta. Anche questo è un gran risultato.
Da tutti questi elementi bisogna partire. E dall’enorme forza che la città di Napoli ha espresso, dimostrando ancora una volta di essere il più enorme laboratorio di democrazia che esiste nel nostro paese (e con pochissime rivali in Europa). Soprattutto, bisogna partire da chi c’era, dalle quindicimila donne e uomini che sono scese in piazza nonostante il terrorismo mediatico dei giorni precedenti il corteo, dallo sforzo straordinario di oltre trenta artisti napoletani nel produrre in pochissimi giorni una meravigliosa canzone contro il razzismo. Quindicimila persone che non vengono fuori dal nulla, non sono un “miracoloso” evento politico-mediatico. Esse sono il risultato di un lavoro di base difficilissimo e costante: quello di chi deve provare a costruire un’alternativa in una città sotto lo scacco di due diversi poteri, quello dello Stato e quello degli apparati criminali. Un riferimento, questo, non casuale: bisogna precisarlo, infatti, visto che Salvini ha ben pensato di dire che i manifestanti di sabato hanno genitori che, probabilmente, sono affiliati con la camorra. Invece, mentre si accumulano le indagini sui rapporti tra Lega Nord e ‘ndrangheta (e la leadership di Salvini deriva proprio dall’azzeramento dei vecchi quadri dirigenti leghisti a mezzo di indagini e tribunali), a Napoli i centri sociali da sempre si pongono attivamente il problema dell’anticamorra sociale. Basterebbe che il leader leghista si facesse raccontare dai suoi sodali locali  cosa sono stati in Campania i movimenti per la giustizia ambientale e contro le ecomafie, le battaglie contro i rifiuti industriali scaricati dalle industrie del nord nelle nostre terre tramite la mediazione con la camorra. Ognuno di questi movimenti è stato attraversato anche, ma non solo dai centri sociali.
Con la nostra gente, con quelli che tutti i giorni lottano per Napoli e non se ne ricordano solo durante il “grande evento”, con loro, da vicino, senza la malattia del clic e dei like, vogliamo discutere di tutto. Di come è andata la giornata, di come si riparte, di cosa ha funzionato meglio, di cosa ha funzionato peggio, di come si può migliorare tutti insieme, da come si può costruire un’alternativa meridionale e non razzista che riscriva la prassi con cui oggi si governa il mondo.
I cortei astratti, le manifestazioni astratte, i temi astratti riguardo ai quali bisognerebbe manifestare stanno solo nella testa di chi non si è mai mosso dallo schermo del PC. Questo documento non parla a loro: parla alla nostra gente, che è quella che scende in piazza, che sventola le bandiere, che canta i cori e che continuerà a farlo sempre.
Usciamo dalla paranoia dell’errore. Cara Napoli, abbiamo dato una meravigliosa lezione all’Europa che a testa china sta accettando la barbarie. Lo abbiamo fatto come hanno fatto qualche settimana fa i nostri fratelli di Nantes contro la Le Pen.
Non diamogli tregua. Ci rivederemo in tutte le piazze antirazziste e antileghiste, il 25 marzo a Roma contro le celebrazioni del sessantennale dei trattati di Roma che saranno occasione per i capi di Stato Europei per scrivere nuove pagine di repressione per i migranti, il 28 e 29 Maggio a Taormina contro il despota statunitense Donald Trump. Abbiamo appena cominciato.

INSURGENCIA

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Cortei, assemblee, astensione dal lavoro, fuori e dentro casa. Quello di oggi vuole essere un 8 marzo poco celebrativo e molto di protesta: le donne si sono riprese la scena e hanno indetto uno “sciopero globale” – lanciato in Argentina, ma che si è espanso oltre 40 Paesi – che vuole coinvolgere lavoratrici dipendenti, precarie, autonome, disoccupate, studentesse, casalinghe. Così oggi, sono migliaia le donne che parteciperanno alla mobilitazione indossando il nero o il fucsia d’ordinanza, “e che scenderanno in strada con cortei e assemblee – spiegano le organizzatrici – per mostrare con forza che la violenza maschile è un a questione strutturale della società e attraversa ogni luogo. Resteremo al sole delle piazze a goderci la primavera a dispetto di chi ci uccide per “troppo amore”, di chi, quando siamo vittime di stupro, processa prima le donne e i loro comportamenti, di chi “esporta democrazia” in nostro nome e poi alza muri tra noi e la nostra libertà. Di chi scrive leggi sui nostri corpi, di chi ci lascia morire di obiezione di coscienza, e di chi ci ricatta con le dimissioni in bianco o ci offre stipendi comunque più bassi degli uomini a parità di mansioni”.

Oggi una marea umana invaderà le strade di tantissime città per protestare contro ogni forma di violenza, sarà l’occasione per le donne di riappropriarsi di una giornata di lotta in cui sperimentare e praticare forme di blocco della produzione e riproduzione sociale, utilizzando lo sciopero come arma di protesta femminile contro ogni forma di violenza, sfruttamento e discriminazione quotidiana, in ogni ambito, sia della vita pubblica che privata.

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Lo sciopero delle donne di oggi arriva a coronamento di un anno che ha visto i movimenti femministi al centro di diversi dibattiti, e alla guida, di mobilitazioni straordinarie: il Black Monday in Polonia, il Mércoles Negro in Argentina, la Women’s March del 21 gennaio a Washington – ripresa poi in diverse parti del mondo – in contrapposizione a Trump.

24 ore, una giornata, dalla’America Latina alla Polonia, “senza donne” nel 2017, per chiedere giustizia, equità e diritti  per ribadire la centralità della donna come soggetto attivo nel sistema socio-economico che però spesso non la ricompensa con equità.

La giornata è iniziata prestissimo per i collettivi studenteschi di Schio e Treviso in corteo in occasione dell’8 Marzo per dire NO alla violenza di genere e ad ogni forma di discriminazione nelle scuole. Anche i più giovani hanno voluto connotare questa giornata con le matrioske per ribadire che la lotta alla violenza di genere deve partire anche dai luoghi della formazione. In corso delle assemblee pubbliche in attesa dell’ulteriore appuntamento serale nelle due città.

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Anche a Vicenza la mobilitazione ha preso il via dalla mattina presto con 250 persone in piazza – tra studenti, studentesse ed insegnanti – che hanno rilanciato con la giornata di oggi la possibilità di riportare dibattiti e iniziative sulle questioni di genere e sulla violenza sulle donne all’interno dei luoghi di formazione, perché è proprio da lì che deve nascere una maggiore consapevolezza e la spinta per una trasformazione positiva della società. Lungo il percorso la marea umana vicentina si è fermata davanti alla sede dell’INPS per chiedere che la maternità non sia solo un diritto per poche ma che venga estesa a tutte le donne, rivendicando allo stesso tempo pari diritti per entrambi i genitori, per avere pari opportunità nella gestione della genitorialità. Si è parlato anche di lavoro e di come sia necessario che i voucher vengano aboliti immediatamente in quanto essi sono una delle più grandi manovre anti welfare portate avanti dal governo, che intrappola donne e uomini in un lavoro senza alcun tipo di tutela e diritti.

Milano rallegra il corteo con diversi striscioni che recitano “le strade libere le fanno le donne che le attraversano”, e ancora “scuola e cultura contro ignoranza e sessismo” a firma dei collettivi studenteschi che aprono la lunga sfilata che ha attraversato le strade principali della città. Manifestazione colorata e partecipata che vede insieme uomini e donne, giovani e non all’insegna della lotta per la rivendicazione dei diritti delle donne. Una coreografia targata nero e fucsia che rimanda immediatamente a come nella comunicazione dei giorni nostri anche la rappresentazione stereotipata dei corpi delle donne è violenza di genere. Per questo gli studenti hanno deciso di “sanzionare” le vetrine di Zara di via Torino, appendendo dei volantini che dicono “basta alla violenza sulle donne”. (foto da web) Il corteo mattutino si è concluso con l’ultima tappa al palazzo della Regione, simbolo di una sanità pubblica che nega il diritto all’aborto e all’autodeterminazione in ospedali con imbarazzanti percentuali di obiettori. “Oggi scioperiamo, dalle aspettative di genere, dal lavoro di cura, dalle disparità salariali, dalla famiglia tradizionale” rilanciano in diverse dal microfono. Il corteo cittadino serale partirà alle 18 dal grattacielo Pirelli per terminare a Porta Venezia, con concentramenti già nel pomeriggio per partire da altre zone della città e raggiungere il concentramento.

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Venezia si mobilita invece rispetto ad uno dei diritti fondamentali di qualsiasi persona, ossia il diritto ad avere una casa, così intorno alle 10.00 del mattino più di cento tra donne bambini e uomini dell’Assemblea Sociale per la Casa (Asc) hanno occupato la sede dell’ATER per richiedere un incontro con il commissario dell’ente. #NonUnaCasaDiMeno è lo slogan di oggi, chiedendo allo stesso tempo di cambiare i criteri di assegnazione e di sperimentare nuove forme di cittadinanza e residenza attraverso progetti di autogestione e autorecupero.

L’incontro con il Commissario dell’Ater è stato produttivo. Il progetto di autorecupero e autogestione collettiva portato avanti da anni da Asc Venezia è stato consegnato e c’è stata disponibilità all’apertura di un dialogo e di confronto volti a trovare soluzioni al problema abitativo in città.

A Padova una larghissima partecipazione – quasi inaspettata – al corteo mattutino lanciato dagli studenti, ma dove sono confluite diverse centinaia di persone, una manifestazione che ha visto diverse generazioni insieme contro la violenza maschile sulle donne. Nel 2017 “lotto marzo” vuole parlare di una società aperta e inclusiva in cui i diritti appartengono a tutti, senza distinzione di genere, etnia o provenienza.

A Trieste la mobilitazione parte dall’Università con un’assemblea pubblica sul tema del sessismo all’interno del mondo della formazione, sulla storia dei movimenti femministi e sulla violenza di genere. A seguire pranzo sociale, laboratori e musica e alle 17:30 concentramento per scendere al corteo delle 18 che partirà dal Tribunale.

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Mattinata movimentata a Napoli, a fronte di una giornata composta da diversi momenti che non si è ancora conclusa: i picchetti davanti alla Fca di Pomigliano d’Arco hanno aperto l’8 marzo partenopeo; in seguito diversi blocchi si sono mossi per la città contro la femminilizzazione del lavoro e la precarietà esistenziale. Successivamente, alla notizia della visita a sorpresa del leader della Lega Nord Matteo Salvini, in diversi sono accorsi sotto la sede del quotidiano Il Mattino, bloccandone l’ingresso con un sit-in di protesta. Da una parte i manifestanti che sono stati manganellati per aver provato a chiudere l’accesso al leader del Carroccio, cariche scomposte e a freddo su giovani e giovanissimi, in maniera del tutto ingiustificata; dall’altra un deciso gruppo di donne che è stato fermato in prossimità del punto di ritrovo da un cordone di polizia. Da entrambe le “postazioni” è emerso a gran voce che Salvini non è ben accetto a Napoli, rilanciando il corteo per sabato 11 marzo. (foto di Insurgencia). In serata un corteo unico aperto dal grande spezzone “Non Una di Meno – Napoli di donne, identità divergenti e maschilità non egemoniche”.

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In molte città si è conclusa la mattinata di lotta, che ha visto principalmente la presenza e la partecipazione del mondo della formazione; la giornata di sciopero continua con altre iniziative che si articoleranno nel corso del pomeriggio e della serata

Si torna in piazza alle 14.00 a Venezia, dove quello che doveva un semplice presidio si è trasformato in un corteo a causa della numerosissima partecipazione, circa un migliaio di persone sono accorse all’appuntamento lanciato dal Laboratorio Occupato Morion e dal centro Antiviolenza Iside. Una marea nera e fucsia ha inondato Venezia e dal Ponte degli Scalzi si dirige verso Ca’ Foscari, all’università dove sono programmate delle letture all’aperto a cura di alcune docenti dell’Ateneo.

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Letture che descrivono la violenza maschile sulle donne. Tantissime persone hanno invaso il cortile interno e si sono susseguiti interventi che riprendevano i punti della mobilitazione internazionale, un’assemblea spontanea e un dialogo continuo che ha voluto rilanciare un importante appuntamento e ha voluto – allo stesso tempo – da subito rilanciare una proposta: così riprendendo il punto sulla libertà di movimento e di restare si è ricordato l’appuntamento del 19 marzo della Marcia dell’Umanità Side by Side a Venezia; mentre dall’altra si ci è lasciati con la promessa di continuare, assieme ai tanti che hanno attraversato questa giornata, la costruzione del percorso Non Una Di Meno.

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Un presidio itinerante invece per le strade di Perugia toccando diversi punti significativi della città: un’assemblea iniziale al consultorio, per poi proseguire con diversi blocchi in città. In corso un’assemblea pubblica molto partecipata prima del tra poco ci sposteremo per un flash mob che verrà fatto in centro storico. La città oggi è animata e attraversata da tante matrioske nero – fucsia vestite, contro la violenza di genere, che colpisce le donne e tutte le soggettività non conformi alla norma eterosessista, che è strutturale e funzionale alla società basata su modelli patriarcali e non può essere disgiunta da un cambiamento radicale di questi modelli e dalla messa in discussione dei ruoli e dei rapporti sociali; che è trasversale, a tutte le classi, le etnie e gli ambienti. Violenza è essere costretta a firmare le dimissioni in bianco, vedersi negata la pillola del giorno dopo o non poter abortire con la RU486 , è quella con cui siamo costrette a confrontarci sui posti di lavoro, negli ospedali, nelle scuole ed università, nei tribunali, nei Cie. (Foto da L’Autoradio)

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Trento apre questa giornata di sciopero e di lotta nel primo pomeriggio; contemporaneamente si snodano due iniziative in Piazza Pasi il Collettivo Transfemminista Queer ha allestito una mostra fotografica contro la violenza di genere e del genere e e, successivamente, si partirà per una passeggiata arrabbiata lungo le vie della città; al Liceo Coreutico Bomporti, invece, un’assemblea studentesca su questioni di genere verso e oltre l’8 marzo, organizzato e curato dal Coordinamento Studenti Medi di Trento

“Oggi come studenti di tutte le scuole ci siamo riuniti in assemblea al Liceo Musicale Bonporti in occasione dello sciopero globale contro la violenza di genere. Abbiamo voluto aprire un percorso di sensibilizzazione partendo dalle fasce più giovani della società. La scuola è quel luogo dove al sessismo e all’ignoranza si deve opporre la cultura e il rifiuto di qualsiasi forma di violenza nei confronti delle donne e delle fasce più deboli.”

Treviso Continua la giornata di #FeminiSTRIKE con le iniziative serali

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La giornata di mobilitazione a Jesi è iniziata con un’iniziativa comunicativa all’esterno dei consultori dell’ospedale cittadino. Alle 18.30 è previsto il corteo che attraverserà Corso Matteotti per arrivare in piazza, dove terminerà con un flash-mob che improvviserà una coreografia internazionale di OneBillionRising, con alle spalle il Teatro Pergolesi illuminato di viola, continuando a manifestare contro la cultura patriarcale e la violenza di genere.

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Vicenza – è partito il corteo cittadino dello sciopero globale dell’8 marzo. 500 persone stanno sfilando per le vie del centro: nel corso del corteo si faranno 8 tappe come gli 8 punti dello sciopero. Ogni tappa verrà motivata e rinominata con nomi di donne che hanno fatto la storia del femminismo in Italia e nel mondo

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Trieste – mille persone partite ora in un corteo per le vie della città per rivendicare pari diritti e pari dignità e contrastare ogni tipo di violenza di genere e discriminazione.

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Trento – dopo un pomeriggio in piazza parte la “passeggiata arrabbiata” per le vie del centro storico. Questo 8 marzo scioperiamo con i nostri corpi, contro ogni discriminazione e contro ogni violenza di genere. Toccheremo i punti cruciali che anche in questa città perpetuano e alimentano le discriminazioni e la violenza eteropatriarcale.  Oltre duecento persone, donne e uomini, studenti e studentesse, lavoratori e lavoratrici, precari e precarie oggi fanno sentire la loro voce.

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Napoli – in migliaia in corteo per le strade della città in questa giornata di #FeminiSTRIKE. Anche all’appuntamento serale la città partenopea ha risposto con convinzione per ribadire che Napoli è un territorio antisessista, antifascista e antirazzista. Verso #11m contro la presenza di Salvini – già contestato duramente nella mattinata di oggi.

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Roma – Una giornata di intense mobilitazioni a partire dalla mattina con i presidi di solidarietà alle lavoratrici Almaviva, con i cortei studenteschi e universitari, le assemblee e lezioni pubbliche e con il presidio delle donne occupanti dei Blocchi Precari Metropolitani presso l’Assessorato alle Politiche Sociali. Alle 17 in ventimila hanno raggiunto il concentramento al Colosseo per il corteo serale che conclude il #FeminiSTRIKE

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Milano – in 10000 al corteo serale Non Una Di Meno. Una marea invade il capoluogo lombardo dopo i cortei studenteschi mattutini e il presidio presso l’Ospedale Niguarda per protestare contro l’obiezione di coscienza. Durante il corteo performance improvvisa di corpi liberi Anasuromai – BodyRevolution #sulagonna. Segui MilanoInMovimento per la diretta dal corteo

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8 punti per l’8 marzo. È questa la piattaforma politica formulata dalle 2000 persone riunite in assemblea nazionale a Bologna il 4 e 5 febbraio, che hanno proseguito il lavoro sul piano femminista antiviolenza e stanno organizzando lo sciopero delle donne dell’8 marzo che coinvolge diversi paesi nel mondo. I punti esprimono il rifiuto della violenza di genere in tutte le sue forme: oppressione, sfruttamento, sessismo, razzismo, omo e transfobia.

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L’8 marzo quindi incrociamo le braccia interrompendo ogni attività produttiva e riproduttiva: la violenza maschile contro le donne non si combatte con l’inasprimento delle pene ‒ come l’ergastolo per gli autori dei femminicidi in discussione alla Camera ‒ ma con una trasformazione radicale della società. Scendiamo in strada ancora una volta in tutte le città con cortei, assemblee nello spazio pubblico, manifestazioni creative.
Scioperiamo per affermare la nostra forza. Ribadiamo ancora una volta la richiesta a tutti i sindacati di convocare per quella giornata uno sciopero generale di 24 Ore, Non un’ora meno, e chiediamo alle realtà confederali ed in particolare alla Cgil di rispondere pubblicamente sulla convocazione dello sciopero generale.
Scioperiamo perché
La risposta alla violenza è l’autonomia delle donne
Scioperiamo contro la trasformazione dei centri antiviolenza in servizi assistenziali. I centri sono e devono rimanere spazi laici ed autonomi di donne, luoghi femministi che attivano processi di trasformazione culturale per modificare le dinamiche strutturali da cui nascono la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere. Rifiutiamo il cosiddetto Codice Rosa nella sua applicazione istituzionale e ogni intervento di tipo repressivo ed emergenziale. Pretendiamo che nell’elaborazione di ogni iniziativa di contrasto alla violenza vengano coinvolti attivamente i centri antiviolenza.
Senza effettività dei diritti non c’è giustizia né libertà per le donne
Scioperiamo perché vogliamo la piena applicazione della Convenzione di Istanbul contro ogni forma di violenza maschile sulle donne, da quella economica alle molestie sessuali sui luoghi di lavoro a quella perpetrata sul web e sui social media. Pretendiamo misure di protezione immediate per le donne che denunciano, l’eliminazione della valutazione psico-diagnostica sulle donne, l’esclusione dell’affidamento condiviso nei casi di violenza familiare.
Sui nostri corpi, sulla nostra salute e sul nostro piacere decidiamo noi
Scioperiamo perché vogliamo l’aborto libero, sicuro e gratuito, l’abolizione dell’obiezione di coscienza negli ospedali, nelle farmacie e nei consultori, l’eliminazione delle sanzioni per le donne che ricorrono all’aborto clandestino, il pieno accesso alla Ru486, l’eliminazione della violenza ostretrica e del controllo medico sulla maternità. Scioperiamo per sovvertire le norme di genere che ci opprimono, per avere più autoformazione su contraccezione e prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, per ri-politicizzare i consultori, per aprirli alle esigenze e ai desideri delle donne, delle lesbiche, dei gay, delle persone trans e intersex, indipendentemente dalla condizione economica e fisica, dall’età e dal passaporto.
Se le nostre vite non valgono, scioperiamo!
Scioperiamo per rivendicare un reddito di autodeterminazione, per uscire da relazioni violente, per resistere al ricatto della precarietà, perché non accettiamo che ogni momento della nostra vita sia messo al lavoro; un salario minimo europeo, perché non accettiamo di essere penalizzate per il fatto di essere donne, né che un’altra donna, spesso migrante, sia messa al lavoro nelle case e nella cura in cambio di un salario da fame; un welfare per tutte e tutti organizzato a partire dai bisogni delle donne, che ci liberi dall’obbligo di lavorare sempre di più e più intensamente per riprodurre le nostre vite.
Vogliamo essere libere di muoverci e di restare. Contro ogni frontiera: permesso, asilo, diritti, cittadinanza e ius soli
Scioperiamo contro la violenza delle frontiere, dei Centri di detenzione, delle deportazioni che ostacolano la libertà delle migranti, contro il razzismo istituzionale che sostiene la divisione sessuale del lavoro. Sosteniamo le lotte delle migranti e di tutte le soggettività lgbtqi contro la gestione e il sistema securitario dell’accoglienza! Vogliamo un permesso di soggiorno incondizionato, svincolato da lavoro, studio e famiglia, l’asilo per tutte le migranti che hanno subito violenza, la cittadinanza per chiunque nasce o cresce in questo paese e per tutte le migranti e i migranti che ci vivono e lavorano da anni.
Vogliamo distruggere la cultura della violenza attraverso la formazione
Scioperiamo affinché l’educazione alle differenze sia praticata dall’asilo nido all’università, per rendere la scuola pubblica un nodo cruciale per prevenire e contrastare la violenza maschile contro le donne e tutte le forme di violenza di genere. Non ci interessa una generica promozione delle pari opportunità, ma coltivare un sapere critico verso le relazioni di potere fra i generi e verso i modelli stereotipati di femminilità e maschilità. Scioperiamo contro il sistema educativo della “Buona Scuola” (legge 107) che distrugge la possibilità che la scuola sia un laboratorio di cittadinanza capace di educare persone libere, felici e autodeterminate.
Vogliamo fare spazio ai femminismi
Scioperiamo perché la violenza ed il sessismo sono elementi strutturali della società che non risparmiano neanche i nostri spazi e collettività. Scioperiamo per costruire spazi politici e fisici transfemministi e antisessisti nei territori, in cui praticare resistenza e autogestione, spazi liberi dalle gerarchie di potere, dalla divisione sessuata del lavoro, dalle molestie. Costruiamo una cultura del consenso, in cui la gestione degli episodi di sessismo non sia responsabilità solo di alcune ma di tutt*, sperimentiamo modalità transfemministe di socialità, cura e relazione. Scioperiamo perché il femminismo non sia più un tema specifico, ma diventi una lettura complessiva dell’esistente.
Rifiutiamo i linguaggi sessisti e misogini
Scioperiamo contro l’immaginario mediatico misogino, sessista, razzista, che discrimina lesbiche, gay e trans. Rovesciamo la rappresentazione delle donne che subiscono violenza come vittime compiacenti e passive e la rappresentazione dei nostri corpi come oggetti. Agiamo con ogni media e in ogni media per comunicare le nostre parole, i nostri volti, i nostri corpi ribelli, non stereotipati e ricchi di inauditi desideri.
Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo. #NonUnaDiMeno #LottoMarzo

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Lavagna, sulla Riviera di Levante, 12 mila abitanti in provincia di Genova, è su tutte le prime pagine dei giornali nazionali in seguito alla drammatica vicenda che ha visto un ragazzino di 16 anni morto suicida dopo un controllo della guardia di Finanza.

La sua colpa sarebbe stata quella di possedere un “pezzetto di fumo”, 10 grammi per la precisione.

Soffermiamoci sul dato più angosciante, a costo di ripeterlo: un sedicenne di Lavagna si è tolto la vita davanti alla madre e al padre gettandosi dal balcone di casa mentre i finanzieri effettuavano la perquisizione della sua stanza, alcova di sogni e segreti di qualsiasi adolescente; è salito sulla balaustra del balcone e si buttato nel vuoto approfittando di alcuni attimi era stato lasciato solo. Altri dettagli non sono importanti; sono importanti la violenza e la pressione “sociale” che hanno determinato questo gesto.

Adesso, però, bisogna fare una scelta, trovare un colpevole, comprendere se la colpa è dei consumatori – anche se adolescenti e incensurati – o di un sistema proibizionista che non funziona, e non ha mai funzionato se non per arricchire malavita e mafia, come la storia del primo ‘900 ci insegna.

Negli anni Venti entrò in vigore in America il Volstead Act, che aveva l’obiettivo di moralizzare la società statunitense (il proibizionismo è infatti chiamato anche the noble experiment) ma che di fatto consentì ai grandi gruppi mafiosi di crescere grazie ai proventi ricavati dal contrabbando di alcol e di sopravvivere dopo l’epoca del proibizionismo, assorbendo o distruggendo gli altri che non erano riusciti ad adattarsi alla fine dei profitti del contrabbando. Al Capone a Chicago è forse l’esempio, grazie al grande schermo, più famoso.

Ora siamo nel 2017, è passato quasi un secolo dal Volstead Act eppure in Italia la storia delle sostanze psicotrope, leggere o pesanti, è intrisa di narrazioni conservatrici che ne hanno pesantemente condizionato l’informazione. Il proibizionismo c’è ancora, il piano pubblico della discussione è diventato un triste rituale teso a criminalizzare comportamenti, stili di vita e modus operandi dei consumatori.

Se negli anni Venti il proibizionismo vietava la vendita di alcol, il cui prezzo di vendita schizzò alle stelle arricchendo così i gangster d’America, intenzionati a proteggere a qualsiasi costo i loro interessi, ora anche in Italia pare evidente che ci sia ancora qualcuno che questi interessi li deve proteggere, per quanto le sostanze “incriminanti” siano cambiate.

Il giovane suicida di Lavagna non ha colpe, la colpa è di un sistema politico stantio dove la legge diventa incomprensibile; l’unico comune denominatore è il peso di essere un consumatore, la vergogna sociale di essere additato come un tossico. Le scuole rappresentano un laboratorio di repressione e cattiva informazione, con i blitz della finanza in costante aumento, e le città che continuano ad essere schiave di un modello securitario, che tende a vedere la droga e i suoi consumatori come un problema di ordine pubblico.

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L’Italia si trova di fronte a una scelta: mantenere le sue politiche proibizioniste, che hanno già ucciso migliaia di persone, o trasformare completamente il suo approccio nei confronti delle droghe?

Il caso di Lavagna dovrebbe porci ancora una volta questa domanda. Che senso ha continuare a sprecare risorse nella repressione dei consumatori senza arrivare al nocciolo del problema? Ha senso che questa “trasgressione” continui a prosperare arricchendo le organizzazioni criminali? Così facendo si continua a ledere gravemente i diritti umani e le libertà personali, mentre si promuovono stigma e discriminazione.

Quando parli di droga, in Italia, devi farlo sottovoce, siamo infatti in un paese dove la coscienza collettiva si basa sul senso di colpa, un cattolicissimo senso di colpa che l’Italia intera, non si capisce perché, deve espiare. E la cosa più grave è che da un retaggio culturale e sociale si passa immediatamente ad un problema politico: se da una parte è rientrata in vigore la differenza tra droghe leggere e pesanti, dall’altra il senso del proibito e il senso di colpa relegano ad una zona periferica il dibattito sulle sostanze. I consumatori ci sono e si nascondono, e quando vengono scoperti non sempre reggono il colpo. L’odissea giudiziaria che aspetta comunque il consumatore fermato dalle Forze dell’Ordine, è un chiaro esempio: non c’è una legislatura chiara e la depenalizzazione delle droghe, almeno quelle leggere, è soggetta ad un iter giudiziario che fa addirittura perdere la voglia di svaccarsi su un divano a fumarsi una canna.

Le spese si sommano e sono miliardi di euro che lo Stato paga per contrastare, inutilmente, il narcotraffico.

Intanto nelle scuole ogni giorno si verificano nuovi controlli antidroga, ormai ci si è abituati da diversi anni a questa parte, c’è addirittura chi lo appoggia senza obiezioni: dirigenti scolastici e professori desiderosi di dare segnali di legalità e sprazzi di giustizia, genitori che così si sentono più tranquilli, magari si alleggeriscono del peso dell’educazione dei propri figli, tanto si sa che “che quelli col fumo sono sempre i figli degli altri”.

Ma la vera domanda è: che messaggio si vuole dare nelle scuole attraverso questi controlli? Prevenzione, controllo? No, è molto più semplice: la risposta è repressione.

Che tu sia colpevole o meno, sei adolescente. Ed è umiliante per chiunque essere perquisito, annusato. Sospettato di essere un drogato, o peggio uno spacciatore.

Il messaggio è chiaro: “i giovani di oggi sono dei rammolliti poco raccomandabili”, ed io promuovendo i controlli nelle scuole te lo sto ribadendo. Fai parte dello status sociale, infimo, di adolescente: sei controllabile, attento a non sgarrare.

E si sa, in una società in cui veniamo bombardati di messaggi contrastanti e in cui il gusto del proibito ti spinge a provare per forza, ormai – non siamo ipocriti – chiunque fa uso di sostanze, che sia sporadicamente o meno. Per provare, per scoprire, per fare gruppo nel caso dei più giovani; per rilassarsi, per gestire lo stress, per dimenticare nel caso di chi ha qualche anno in più. Qualunque sia il motivo non è importante, le droghe, leggere o pesanti che siano, ci sono e inevitabilmente ci incuriosiscono.

A Lavagna è morto un ragazzo, ma non si è ucciso da solo, lo ha fatto con lo Stato che criminalizza l’uso – definendolo a prescindere abuso – di sostanze e ancora non si è messo a lavorare seriamente su una legge che normi il consumo. I giovani vivono in una realtà sempre più artefatta, il confronto non è quasi più verbale ma celato dietro una tastiera, le frustrazioni ci sono e il giudizio del prossimo si teme ancora di più.

I giovani di adesso sono più soli, hanno sempre meno vita reale e non sanno molto spesso con chi condividere il senso di colpa. L’Italia deve appropriarsi del diritto di regolamentare il consumo consapevole delle sostanze, per il ragazzo di Lavagna, per noi, per tutti.

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Riceviamo e pubblichiamo un comunicato di A.I.T., il Battaglione Antifascista Internazionale che è nato per supportare la rivoluzione in Rojava e si trova sul fronte della più importante offensiva contro l’Isis.
La liberazione della città Tal Abyad/Gire Spi ha permesso la storica unione dei due cantoni di Kobane é Cizire, ha troncato la famigerata (ma non unica) autostrada della jihad tra gli allora alleati Turchia e ISIS ed ha contemporaneamente impresso una forte accelerazione alla rivoluzione del Rojava. Anche nel 2016, l’anno appena trascorso, molta è stata la strada percorsa dai popoli che abitano le terre del Nord della Siria. Il doppio binario sul quale si muove la Rivoluzione è costituito da un lato dall’unione con Efrin, il terzo cantone più occidentale del Rojava e dall’altro dall’attacco a Raqqa la capitale del sedicente Stato Islamico. Per quanto concerne il primo obiettivo, la liberazione territoriale ha ormai superato le acque del fiume Eufrate con la sanguinosa battaglia di Manbij. Tutte le battaglie sono sanguinose per definizione ma il prezzo pagato dalle compagne e dai compagni è stato particolarmente alto.
Considerando tutti gli Stati che si stanno combattendo direttamente o per procura nel Siraq (il territorio della Siria e dell’Iraq dal confine ormai polverizzato dalla guerra) quella che sta avvenendo in queste terre é de facto una micro Guerra mondiale con alleanze variabili. I nemici della Rivoluzione del Rojava non mancano ma sicuramente il più accanito si chiama Recep Tayp Erdogan l’attuale presidente della Turchia.
La politica neottomana della Turchia prevedeva l’espansione sia nel Nord dell’Iraq che nel Nord della Siria contestualmente all’eliminazione di Bashar Al Assad. Per questo progetto imperialista la Rivoluzione del Rojava a forte trazione curda è un incubo strategico: sia perché l’unione territoriale dei tre cantoni Efrin, Kobane e Cizire sigillerebbe il confine turco ponendo fine a qualunque obbiettivo siriano, sia perché il radicamento del confederalismo democratico rappresenta un temibile esempio ed una stabile sponda per i 15 milioni di curdi del Bakur, il Kurdistan turco. La campagna imperialista dello Stato turco non sta dando buoni frutti: in Iraq la coalizione per l’assedio a Mosul ha fortemente osteggiato la forza militare turca e l’ha esautorata dall’operazione. Ora Erdogan grazie al suo utile alleato Masud Barzani, presidente del KRG (Kurdistan Regional Governament), il governo regionale del Kurdistan nell’Iraq del Nord, preme su Shengal ed i territori Yazidi cercando di piazzarsi sul confine orientale del Rojava tagliandone le uniche linee di approvvigionamento.
Nell’estate del 2016 con un grande tripudio di fanfare e tromboni è partita l’operazione “scudo dell’Eufrate” “per combattere i terroristi dell’ISIS ed i terroristi curdi dello YPJ/YPG”, secondo la propaganda del governo turco.
Mettendo piede in Siria l’esercito turco ha dato il via all’avventura espansionistica di Erdogan, sancendo un cambio di posizionamento nello scacchiere delle nazioni che si stanno scontrando qui. La Turchia da alleata e sponsor sunnita dell’altrettanto sunnita ISIS e dalla guerra per procura è passata alla guerra in prima linea contro i Daesh (l’acronimo arabo per ISIS), gli amici di ieri. I militari turchi, per contrastare l’unione territoriale della Confederazione Democratica della Siria del Nord, denominazione ufficiale della Rivoluzione del Rojava che rappresenta l’alleanza multietnica tra curdi, arabi, assiri, circassi, turkmeni, ecc., hanno prima ottenuto la città di Jarabulus, tramite un accordo con l’ISIS, hanno bombardato e colpito duramente la popolazione del cantone di Efrin ed i villaggi intorno Manbji, spingendosi poi velocemente a sud verso Aleppo, città cardine della Siria.

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Non riuscendo ad ottenere risultati con l’FSA, (Free Siryan Army) l’esercito siriano libero, in realtà ormai milizie sotto il comando turco, è stato siglato un patto tra Russia e Turchia, leggi Vladimir Putin e Recep Erdogan. L’FSA e la Turchia hanno lasciato Aleppo ai governativi di Assad, presidente della Siria-filoiraniano-ed ormai pedina della Russia, in cambio della completa libertà di azione su Al Bab, attualmente in mano all’ISIS. Al-Bab è la città principale che separa ancora Efrin dagli altri due cantoni, per questo motivo l’avanzata delle forze democratiche della Siria si è per ora fermata a meno di 40 chilometri dall’unione (vedi Cartina n 1). Le notizie che ci arrivano dal fronte di Al-Bab raccontano di una battaglia senza sosta tra esercito turco ed Isis e di continui bombardamenti aerei e di artiglieria da terra ma, dopo più di un mese di scontri, le forze turche non sono ancora neanche riuscite a mettere piede nella città di Al Bab. Un altro elemento non trascurabile nello scacchiere del Siraq è stato l’accordo siglato lo scorso dicembre tra Russia Iran e Turchia per la spartizione della Siria. Tale accordo prevede una tregua tra le parti che sta sostanzialmente tenendo per la prima volta dai precedenti tentativi dell’ONU. Rappresenta inoltre un anticipo per un futuro smembramento del territorio siriano. Da questo triplice accordo sono state escluse le forze rivoluzionarie del Rojava, equiparate all’ ISIS, e gli Stati Uniti d’America, dopo il tramonto della gestione Obama ed a pochi giorni dall’insediamento del neo presidente eletto Donald Trump (avvenuto il 20 gennaio) . Cosa comporterà e quali ricadute avrà la nuova gestione a marchio repubblicano resta ancora attualmente un incognita.

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Per quanto riguarda il secondo obiettivo della Rivoluzione confederale l’operazione Raqqa, denominata “Operazione Ira dell’Eufrate”, è partita nel novembre scorso. L’ assedio della capitale Daesh con una manovra a tenaglia sta procedendo lentamente ma senza pause villaggio dopo villaggio e l’ultima postazione rilevante liberata è stata quella della cittadina e del castello di Jabar sul cosiddetto lago di Assad (vedi cartina n 2). Per quanto riguarda la Turchia non possiamo non ricordare la brutale repressione del popolo curdo nel Bakur e non solo e la sistematica soppressione di qualunque voce discordante nei confronti del capo di stato Erdogan. Sarebbe troppo riduttivo parlarne qui e per questo motivo rimandiamo ad un successivo apposito comunicato sull’argomento.
Mentre il coraggio ed il sacrificio delle Unità di Protezione del Popolo e delle Donne consolidano ed ampliano gli orizzonti della confederazione democratica della Siria del Nord, la società civile sta cambiando rivoluzionando se stessa anche in tempo di guerra, grazie all’impegno portato avanti negli anni dalle compagne e dai compagni. Molto strada resta da percorrere ma il modello politico confederale, interetnico ed intereligioso, l’utilizzo non capitalistico delle risorse naturali e la Rivoluzione della donna, vera punta di diamante per recidere i lacci di una società patriarcale conservatrice di stampo tribale rappresentano un patrimonio dell’umanità da difendere, se necessario, anche con le armi.

Ci siamo uniti a questa Rivoluzione in cammino per difendere e diffondere questi valori che crediamo universali.

Silav û rezen Soresgeri.

A.I.T. -Antifascist Internationalist Tabur Battaglione Antifascista Internazionalista 10.01.2017

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In Italia, ogniqualvolta accadono tragedie che riguardano le migrazioni e che hanno come vittime i migranti, ci troviamo di fronte al solito duplice schema di reazioni. Da un lato c’è chi, come il leader della Lega Nord Salvini, mette in moto lo sciacallaggio razzista inneggiando ad «espulsioni di massa». Un atteggiamento odioso di per sé, ma alimentato dalla lettura mainstream dei fatti di cronaca che, nel caso della morte di Sandrine Bakayoko e delle successive proteste dei migranti concentrati a Cona, ha immediatamente enfatizzato il dato della “rivolta”, dando risalto ad elementi di ordine pubblico e mettendo in secondo piano, o a volte sottacendo, la morte della ragazza ivoriana. Dall’altro lato c’è chi, soprattutto all’interno della cosiddetta “sinistra”, prosegue ad interpretare i fatti con il metro della pietascristiana, non lasciando spazio a tutte le contraddizioni che episodi come quello di Sandrine mettono in luce.
L’autopsia ha reso noto il fatto che Sandrine sia morta per una tromboembolia polmonare bilaterale fulminante, le cui cause sono ancora da accertare. Al di là dei risultati dell’inchiesta condotta dal procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio, che a caldo ha soffiato sul fuoco dichiarando che «non si possono escludere infiltrazioni terroristiche a Cona», va messo in luce che la morte di Sandrine va contestualizzata rispetto alle condizioni di vita indegne che i migranti vivono a Cona ed in altri centri. È dunque l’ennesimo evento luttuoso legato ad una gestione dell’accoglienza da sempre imbrigliata nella dialettica tra business delle cooperative appaltatrici e logica politica emergenziale.
Che le condizioni del centro di Cona fossero da tempo oltre il limite della sopportazione umana lo denunciava già un report fatto da Melting Pot e LasciateCIEntrare lo scorso 10 giugno. Allora vivevano nei recinti in mezzo al nulla della campagna veneziana 620 persone; alla fine del 2016 i numeri sembravano più che raddoppiati, anche se non è facile fare delle stime certe. Questi dati la dicono lunga sulla vera matrice dell’episodio.
La morte di Sandrine avviene, inoltre, in un momento in cui il dibattito politico italiano sul tema migratorio si sta orientando verso posizioni più restrittive, soprattutto in seguito all’attentato di Berlino ed alla paventata “svolta di ferro” della Merkel.  Mentre continuano gli sbarchi – o meglio le operazioni di recupero in mare aperto – e le strutture di “prima accoglienza” sono al collasso, monta infatti la polemica attorno alla linea dura contro i migranti irregolari indicata dalla circolare diramata dal neo-ministro agli Interni Minniti congiuntamente al (vecchio) capo della Polizia, Franco Gabrielli. Oggetto della polemica non è la politica di accoglienza, attraverso la concessione dello status di rifugiato politico o di protezione umanitaria, né tantomeno le condizioni materiali in cui sono costrette a vivere per un tempo non quantificabile le migliaia di richiedenti asilo in attesa del verdetto delle Commissioni Territoriali di valutazione.
No, la scena politica è occupata dall’indicazione del Ministro degli Interni di ripristinare i CIE, Centri di Identificazione ed Espulsione, istituendone uno per Regione.
Il nuovo Governo deve segnare una discontinuità rispetto al precedente, tanto in politica interna quanto sul piano delle relazioni internazionali, ed il “giro di vite” sulle espulsioni dei migranti “irregolari” è la carta buona da giocare su entrambi i tavoli. Il ritrovato protagonismo del sistema di accoglienza e dei CIE nel discorso pubblico fa emergere anche altri due elementi: il ruolo delle amministrazioni comunali e la lotta per la successione di Renzi alla segreteria del PD.
Il fallimento dello schema di “accoglienza” implementato dal governo Renzi è palese, ciò che continua ad essere ignorato è la fallacia dell’ approccio emergenziale di fronte ad un fenomeno chiaramente strutturale. Il flusso migratorio che attraversa il Mediterraneo è iniziato nel 2011, i numeri dei migranti in partenza dall’altra sponda del mare sostanzialmente invariati da sei anni dovrebbero indurre a considerarlo ormai stabile e di conseguenza adottare misure pensate per mantenere efficacia a lungo termine.
Così non è, e sono i nomi stessi di programmi e strutture a tradire l’equivoco. Nei piani ministeriali esiste un programma di ricollocazione dei migranti richiedenti asilo su tutto il territorio nazionale. Nella realtà, l’ossatura è costituita dai CAS, Centri di Accoglienza Straordinaria, che sono divenuti in poco più di un anno la regola, la normalità. Così come si è fatta consuetudine la loro collocazione in strutture militari dismesse poste in aperta campagna, in un tessuto di paesini di poche migliaia di residenti. Luoghi dove stazionano migliaia di persone in violazione delle più elementari norme di igiene e forse sicurezza: tendopoli sature di letti a castello, dove il tempo trascorre tra escrementi ed avanzi di cibo avariato. Luoghi dove non si entra, ma da dove i migranti possono uscire e raccontare o diffondere agghiaccianti video come nel caso della struttura di Cona. Affidati in gestione a società cooperative solo nella ragione sociale e molto spesso dedite ad attività di altro tipo, nella realtà i CAS sono mere occasioni di speculazione finanziaria. Basti un accenno alle vicende di Mafia Capitale per chiudere ora questo argomento. Questi centri dovrebbero essere “temporanei”, ospitare i migranti nel tempo necessario affinché sia istruita la domanda di richiesta di asilo ed avvenga il colloquio con la commissione di valutazione. Questo tempo in media è di un anno, durante il quale dovrebbero essere proposti alle persone in attesa programmi di sostegno, affiancamento ed inclusione nel tessuto sociale. Ma va da sé, nessun gestore di strutture “temporanee” dedica risorse per programmi a medio termine: il vero modello realizzato è l’assistenzialismo puro, e fatto male.
Ciò che qui ci preme sottolineare è lo stretto legame tra il proliferare di queste strutture sovraffollate e l’arroccamento ideologico dei sindaci reazionari che si rifiutano di dare corpo al piano di ricollocazione dei migranti in tutta Italia. Un esempio per tutti: il Veneto a trazione leghista vede due comuni su tre rifiutarsi di aderire al piano ministeriale. Del resto, i costi del piano di ricollocazione ricadono sulle amministrazioni locali ed i sindaci che debbono obbedire al patto di stabilità hanno giuoco facile di fronte al Governo nel contrapporre gli interessi dei cittadini-elettori a quelli dei migranti da accogliere. Le Prefetture dunque restano col cerino in mano e la soluzione più immediata è il riutilizzo del patrimonio dismesso del demanio militare. Così lo stesso comune che ha rifiutato di accogliere una decina di migranti si ritrova mille e più persone con una decisione inappellabile calata dall’alto. La situazione insomma rischia di sfuggire di mano, a tutto vantaggio della speculazione politica delle organizzazioni della destra estrema, che cavalcano un desiderio securitario sempre più esplicito, alimentato dai timori di azioni terroristiche. Si apre un problema per un Governo che deve comunque parare i colpi di Salvini: togliergli il mantra delle “espulsioni dei clandestini” significa depotenziare una delle più potenti armi retoriche di cui è solito fare uso.
L’equivoco di fondo, dicevamo, sta nel ritenere un’anomalia lo sbarco di centinaia di migliaia di persone ogni anno sulle coste italiane, nel non capire come le spiagge italiane siano, viste dall’Africa, nulla più che l’approdo in un Continente dove le condizioni di vita sono migliori. Certo, la gestione dei migranti non deve essere affare esclusivo dello Stato di frontiera esterna dell’UE: ma qui scoperchiamo un altro vaso di Pandora, che va ben oltre l’inefficacia della strategia di Renzi, il quale buttava sul tavolo delle trattative economiche in sede UE la solitudine dell’Italia nel gestire “la crisi migratoria”. A mostrare la corda è l’intero progetto di unificazione politica continentale. Dal punto di vista delle politiche migratorie, sembra che la sola cosa che accomuna i 27 Stati UE sia l’avere una frontiera comune, un perimetro esterno, un modo per tenere lontani nuovi poveri da economie che arrancano. Non c’è, a Bruxelles, una vera politica comune rispetto alle migrazioni: gli accordi di Dublino sono inapplicati, la loro revisione è urgente, puntualmente in agenda ad ogni Consiglio Europeo ed altrettanto puntualmente rinviata. Quanto all’accordo di Schengen, si va di sospensiva in sospensiva per gli Stati del Nord Europa: insomma, stanno a poco a poco ritornando visibili le frontiere interne. Dal settembre 2015 il “corretto funzionamento” della libera circolazione dentro l’UE viene assoggettato alla «gestione efficace delle frontiere esterne».
Ogni Stato si muove sullo scenario geopolitico globale come attore singolo, solo la dichiarazione congiunta UE-Turchia del 18 marzo 2016 ha visto una sola voce levarsi dai Governi nell’attribuire alla Turchia il ruolo di gendarme esterno alle frontiere comunitarie. L’urgenza era dettata dalla necessità di bloccare la rotta balcanica. I rimpatri sono oggetto di accordi bilaterali tra Stati, e vale la pena di ricordare l’esperienza acquisita dal Gentiloni ministro degli Affari Esteri: pochi giorni prima di lasciare la Farnesina per Palazzo Chigi ha compiuto una visita in Niger, Mali e Senegal, allo scopo di «ridurre la pressione migratoria sul Mediterraneo Centrale». Dieci giorni prima a Roma incontrava il presidente del maggior partito di governo tunisino, al quale confermava «il determinato sostegno dell’Italia, sul piano bilaterale ed europeo».
Nella visione di Gentiloni Migration Compact e cooperazione internazionale sono indissolubili: ecco come l’impraticabilità di una “accoglienza europea” apre le porte ad un altro schema di relazioni internazionali, che mescolano migranti e commesse industriali realizzate da aziende controllate o partecipate dal Governo, basti come esempio un elettrodotto euro-mediterraneo dal Maghreb all’Italia che attraversa la Tunisia.
Insomma Gentiloni intende fare un uso politico della questione migratoria molto diverso da quanto fatto da Renzi: non più elemento di contrattazione tra Italia ed UE, ma pedina da muovere nello scacchiere euro-mediterraneo, dove l’Italia gioca la sua partita come player indipendente.
Rimettere in campo i CIE e le espulsioni dunque è funzionale all’ apertura di trattative bilaterali con gli Stati di provenienza dei migranti, con i quali sottoscrivere accordi di sviluppo industriale: «aiutiamoli a casa loro», e facendo pure buoni affari. In questo il governo guidato da Gentiloni potrebbe avere una caratura inaspettata, taciuta nella cronaca politica mainstream.
C’è un ultimo aspetto su cui non possiamo fare a meno di porre l’attenzione, sebbene non ci appassioni affatto. Sul terreno dell’accoglienza e delle politiche migratorie si sta iniziando la battaglia per la successione a Renzi alla guida del PD. Non ci soffermeremo sull’ipocrisia di funzionari di partito che forse nemmeno hanno mai visitato una struttura di “accoglienza” o assistito ad una operazione di salvataggio in mare, eppure esibiscono vergogna a comando o si vantano della millenaria tradizione di accoglienza degli Italiani. Le manovre, piccole e grandi, sono già iniziate, e la macchina micidiale dell’infotainmenttelevisivo inizia a proporre dibattiti dove improvvisamente l’ospite presentato come «candidato alla segreteria PD» sciorina soluzioni e prospettive immediatamente attuabili. Tutte basate, guarda caso, sulla separazione tra “rifugiati” e “clandestini”, tutte giocate sul filo delle definizioni formali. Nessuno che ponga come punto di partenza la materialità inoppugnabile: ci sono duecentomila esseri umani che etichettiamo come “migranti” o “profughi”; esistono ed interagiscono con i “residenti” nelle città, nei paesini di campagna. Ci sono centinaia di migliaia, forse un milione di persone sulla sponda africana del mediterraneo, disposte a rischiare la vita nella traversata verso l’Europa.
Sulla loro pelle continua inarrestabile un vergognoso teatro di dichiarazioni, proclami e ospitate in tv. Simmetricamente, nella pancia del Belpaese si sta sviluppando una reazione pericolosissima contro la loro stessa esistenza, montata a neve dalle bordate di pura retorica esibita in tv. Secondo Minniti, le migrazioni stanno innescando «un problema di ordine pubblico, che mette a prova la tenuta del tessuto democratico del Paese». Ebbene, è ora di prendere posizione ed affermare con forza che sono proprio dichiarazioni come queste a fomentare odio nella società e distrarre l’attenzione dall’analisi delle dinamiche globali di cui il flusso migratorio in Italia è solo una piccola parte.
La morte di Sandrine ci impone di dire la verità sui migranti e di agire di conseguenza: perché non ci siano mai più dispersi in mare, perché non ci siano mai più strutture d’emergenza degradate e avvilenti, perché l’accoglienza sia fatta nei territori mettendo in relazione i migranti con gli abitanti in quanto stessi cittadini di un territorio.

15622702_899380940197839_1366520401792076699_nE’ difficile dimenticare la prima volta, quella lunga corsa in autobus con gli occhi puntati sulla strada, perchè chissà qual è la fermata. Poi eccolo lì, entro, brevi saluti e presentazioni e poi subito un martello in mano e la frase «inizia a montare i vetri più piccoli, i chiodi sono là». Da allora il centro sociale Ex-Mattatoio diventa il centro di un piccolo mondo fatto di compagni e compagne ed esperienze che ormai fanno parte di me.
Sarà difficile, forse ancor di più, dimenticare  quest’ultima serata. I fumogeni dentro la sala, i continui abbracci ubriachi dietro il bancone e tutta quella gente che continuava a chiedere se fosse uno scherzo, magari un modo un po’ stronzo di pubblicizzare la serata.
Invece no, lasciamo l’Ex-Mattatoio perché cacciati, costretti dal ricatto e dall’indebitamento di una parte della città (quella del potere e della “sicurezza”) che dopo ben 16 lunghi anni pensa di essersi disfatta di quelle migliaia di persone che in tutto questo tempo hanno attraversato, vissuto, amato il centro sociale.
Durante la serata appare uno striscione portato dai compagni con scritto “nelle strade ci troverete”, e così sarà. Ci troveranno nelle piazze, per le vie per opporre al vigliacco tentativo di eliminare ogni forma di organizzazione dal basso la nostra idea di una società meticcia, queer e antifascista.
Che io ricordi, mai serata è iniziata più puntuale. La gente ha iniziato ad affluire fin da subito, incoraggiata sicuramente dalla line-up, forse una delle migliori di sempre, e Via della Valtiera 23 torna per l’ennesima volta ad essere la bocca dell’inferno (vecchia storia di buche e lavori, tanto per cambiare).
Tanti i gruppi sul palco, volti storici riuniti per quest’ultimo grande appuntamento, gruppi provenienti da diverse parti d’Italia e locali che continuano con coraggio a portare avanti quel genere, metal e hardcore, che ha sempre visto nel centro sociale una tappa fondamentale. L’augurio è sempre lo stesso, tornare a suonare, divertirsi, ubriacarsi per  altre mille serate come questa, serate che non hanno solo un valore simbolico ma che fanno concretamente capire l’importanza degli spazi sociali, luoghi d’incontro, di scambio di idee e di emozioni, lontani anni luce da quell’idea dominante del consumo e della merce.
L’essere entrato in un collettivo per la prima volta subito dopo il declino delle grandi mobilitazioni studentesche mi ha abituato in qualche modo a vivere ed affrontare i momenti difficili, ma mai alla sconfitta. Mai potremmo vedere in questo ultimo concerto una sconfitta, noi compagn* che sempre sappiamo rialzarci, lottare come una duna che, sebbene sempre scossa dal vento, resta solida e compatta.
Dal microfono, tra un cambio palco ed un altro, arrivano parole importanti: possono sgomberarci, indebitarci ma mai nessuno potrà scalfire la nostra passione. Noi, i molti che eravamo lì, anche in questo momento difficile, abbiamo già vinto, è solo questione di tempo.
La serata continua martellante e i ricordi si fanno sempre più incerti. Qualche foto mi ricorda dei fumogeni che hanno intossicato mezza sala, un momento di nostalgia mi ricorda che quello schifo non toccherà più pulirlo, ma tant’è.
Da domani siamo già a lavoro. #PerugiaNonSiVende, Refugees Welcome, la città, e altri mille progetti. Abbiamo tanto da fare e questo non è altro che un ramo di traverso nel nostro costante cammino.
Bisogna ora più che mai contrastare l’avanzata di questo capitalismo sfrenato che produce povertà e mercificazione, paura e sottomissione. Alle loro passioni tristi dobbiamo opporci con la nostra gioia rivoluzionaria, a testa alta.
Ed è quello che faremo, come prima, più di prima.

Hasta siempre Mattatoio

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Tante cose sono ancora avvolte da confusione ad oltre 48 ore dalla ”strage di Berlino”, il cui bilancio è per il momento fermo a 12 vittime e 48 feriti. Delle vittime alcune non sono ancora state identificate; per loro si sta proseguendo alla certificazione mediante il riconoscimento o con l’analisi del DNA. La polizia tedesca, spesso preceduta dalla fama di solerzia ed impeccabilità, fino ad ieri pomeriggio non aveva ancora ancora reso noto un identikit completo del ricercato; addirittura non si sapeva se i sospettati fossero uno o due. All’interno del mezzo usato per la strage sono stati ritrovati dei documenti di identità di un giovane tunisino, Anis Amri, del quale si conoscono solamente alcuni dei tratti biografici. I media insistono molto sul suo sbarco  Lampedusa, su un passato delinquenziale che lo ha portato per quattro anni dietro le sbarre dell’Ucciardone, sul rifiuto delle autorità tunisine di ottemperare al decreto di espulsione ottenuto in Italia. Sulla sua vita in Germania e soprattutto su eventuali legami con le cellule internazionali dell’Isis, l’elemento più rilevante di tutta la vicenda, le informazioni sono ancora molto frammentate.
camion-berlino-535x300_1 Le pressioni iniziano a farsi sentire, soprattutto dopo la cantonata presa dagli inquirenti teutonici circa 12 ore dopo l’attentato, quando sono state costrette a rilasciare, con mille scuse, un ventitreenne pakistano già crocefisso dal circo mediatico internazionale, con le solite testate italiane che sgomitavano per accaparrarsi la lancia per trafiggerne il costato. La sensazione è che la polizia si stia muovendo in maniera frenetica, setacciando abitazioni private e centri profughi, proprio sulla scorta di tali pressioni e del clima politico venutosi a creare in Germania. Le indagini si stanno concentrando nell’area del Nord Reno-Westfalia, dove sembra che Anis abbia soggiornato per diverso tempo, ed ha fermato 4 persone, poi rilasciate, sospettate di aver avuto contatti con l’uomo.
A fronte di elementi di cronaca ancora opachi e mutevoli si sta delineando, invece, un quadro politico cristallino (e fragile). È l’Isis ad aver colpito, armando la mente e la mano di uno o più richiedenti asilo, in risposta alla riconquista di Aleppo da parte del regime di Assad ed in concomitanza, o quasi, con un altro attentato che ha scosso nei giorni scorsi l’opinione pubblica: l’uccisione dell’ambasciatore russo in Turchia, avvenuta in un museo di Ankara per mano di un poliziotto al grido di «Allah akbar». Il quadro politico viene completato dal fatto che quella dei camion è una strategia che l’Isis sta consolidando nei suoi attacchi al cuore dell’Europa, come abbiamo avuto già modo di vedere a Nizza, e che la radice del problema siano i milioni di immigrati che abitano (oppure «hanno invaso», a seconda della matrice ideologica dell’analisi) il vecchio continente.
56e0f9c4d8f6c46f8dc464b0425cb10d «Tutto così chiaro che non ci credo» direbbe il buon Adamsberg. Sebbene non abbiamo la fantasia dello “spalatore di nuvole” regalatoci dalla penna di Fred Vargas, proviamo anche noi a sollevare le obiezioni su un quadro che non ci convince in nessun aspetto e che è fatto di certezze bucate. L’unico elemento che al momento appare certo è la rivendicazione da parte dell’Isis, avvenuta per mezzo dell’agenzia Amaq. Una rivendicazione che appare più un gesto posticcio che un’azione pianificata ed organizzata con un preciso scopo politico, come già accaduto con la strage dello scorso 14 luglio a Nizza, che per modalità e tragico epilogo ricorda tremendamente quella berlinese. Questo mutamento di strategia rivendicativa da parte dell’Isis non è detto che sottenda ad una diminuzione della propria capacità organizzativa, che ne ha drammaticamente tracciato i caratteri in senso post-moderno, ma di certo indebolisce in parte quel rapporto immediato tra azione terroristica ed obiettivi politici, che nella fase precedente tracciava un ponte leggibile tra i territori di contesa bellica e le aree di espressione della guerra a bassa intensità. Con questo non vogliamo dire che la situazione siriana non abbia minimamente influenzato l’attentato, ma è difficile pensarlo all’interno di una strategia dell’Isis, che proprio ad Aleppo aveva da tempo perso forza militare e politica. La rincorsa a «mettere il timbro» sull’attentato di Berlino fa parte forse di un’altra strategia dell’Isis, ossia quella di non perdere quell’appeal del terrore e continuare a giocare, almeno in Europa, il ruolo egemonico sul fondamentalismo islamico che l’evolversi del conflitto in Siria ed Iraq sta mettendo in discussione in Medio-Oriente.
Se la corrispondenza tra Aleppo e Berlino fa sorgere in noi un ragionevole dubbio, ancora più marcata è la titubanza tra la strage nel capoluogo tedesco e l’attentato di Ankara. Riteniamo, anzi, che non solo l’accostamento sia fuorviante, ma sia assolutamente funzionale a quella “economia della violenza” della quale parlavamo alcuni mesi fa[1]. La lettura univoca e meccanicista di eventi di questo genere, consumata all’interno di un vortice necropolitico che vede rincorrersi la governance neoliberale, le forze del populismo identitario ed il fondamentalismo islamico, rende sempre più la violenza perpetrata dall’alto verso il basso un tratto distintivo dei rapporti di potere nel capitalismo contemporaneo. Uno schema che si riproduce immediatamente nella guerra ai migranti che, a vario livello, media, forze politiche ed apparati polizieschi intensificano in seguito ad episodi come quello di Berlino. L’irruzione al campo profughi di Tempelhof, fatta dalle unità speciali della polizia poche ore dopo la strage, ne è una prova lampante.
un-immagine-di-cio-che-rimane-del-tir-usato-per-l-attentato-fonte-laregione-ch_1047415Già dalle prime battute appare lampante come la strage di Berlino possa diventare un fattore all’interno della campagna elettorale, che si sta aprendo in Germania per le prossime elezioni politiche, previste per la fine dell’estate o l’inizio del prossimo autunno. Angela Merkel, la cui candidatura alla Cancelleria è stata riconfermata al congresso della Cdu terminato il 7 dicembre scorso, ha provato con forza a spostare a destra l’asse politico del partito. Nel discorso da lei tenuto al citato congresso, le dichiarazioni contro il burqa  e sulla possibilità di attuare misure più restrittive per l’accoglienza dei rifugiati sono sembrate qualcosa in più che semplici battute ad effetto. È chiaro che la Cdu deve guardarsi a destra, soprattutto dopo quanto avvenuto alle elezioni in Meclemburgo-Pomerania avvenute lo scorso settembre. Il sorpasso di Afd ai danni della compagine della Merkel[2] ha il sapore di una sfida che si giocherà proprio sul terreno delle migrazioni. Nonostante la Cancelliera stia ancora passando nella narrazione mainstream come la «paladina dei migranti», è indubbio che il connubio terrorismo-migrazioni, ben marcato nella lettura dei fatti di Berlino, è già parte integrante di un discorso pubblico egemonico, sul quale le forze politiche si stanno attestando, per convinzione o per convenienza. L’incredibile aumento di consensi avuto dall’Afd negli ultimi anni è coinciso con l’intuizione della leader Frauke Petry di radicalizzare le proprie posiziostrage-a-berlino-camion-sulla-folla-al-mercatino-di-natale_1043241ni in chiave anti-islamica e di identitarismo nazionale, leggendo nel perverso rapporto tra impoverimento della società tedesca e “paura dell’invasione” una possibile miniera d’oro, in termini di bacino elettorale. Questo rapporto, ormai assorbito da gran parte del corpo sociale, viene ancor più consolidato dall’elemento securitario, dall’incubo, cavalcato dagli opinion makers, che in ogni migrante possa annidarsi un potenziale attentatore.
Per far fronte alle contraddizioni che la strage di Berlino svela, per rendere realmente giustizia all’ennesimo bagno di sangue gratuito al di fuori di ogni ipocrisia è necessario scavare dentro al discorso pubblico che viene creato e vedere dove si nascondono quei meccanismi che alimentano l’economia della violenza, la polarizzazione sociale e le tensioni individuali. Bisogna sempre portare avanti un lavoro dove si trovano delle cause reali per comprendere laddove ci sono responsabilità dei rapporti di potere e della politica. In questo caso, ci sembra che la matrice comune di tutti gli episodi di violenza non sia tanto “l’unico grande male” dell’Isis, quanto gli effetti bellici del neoliberalismo: da quelli esportati in terre non occidentali e tatticamente governati a quelli che si sono creati dopo anni di impoverimento sociale e di diffusione del razzismo.

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[1] F. Mengali, Economia ed antropologia della violenza nel “bellum omnium contra omnes”, Globalproject.info, 29 luglio 2016

[2] Vedi, A.P. Lancellotti, Germania. Sorpasso a destra, Globalproject.info, 5 settembre 2016

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Ci sono tante cose che una piazza di cinquantamila persone riesce a dire. Questo soprattutto nel contesto di una sfida che si preannunciava fin dall’inizio di alto livello: occupare lo spazio pubblico con una proposta di movimento nel tempo politico della disputa referendaria. Spazio e tempo saturati da un dibattito vuoto, a tratti penoso, degno di un ceto politico che, a tutti i livelli, incarna i peggiori caratteri del decadentismo.
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Il dato numerico è, questa volta, incontrovertibile. Il week-end capitolino ha visto scendere in piazza, nel complesso, trecentomila persone. E questo ha un valore politico altamente significativo, che sa di scossa in un Paese da tempo poco abituato a vedere grandi numeri in piazza, soprattutto nelle scadenze “nazionali”. La manifestazione moltitudinaria “Non una di meno!” del sabato ha fatto emergere il lavoro sommerso di centinaia di realtà che si battono contro la violenza maschile e la violenza di genere, facendo prendere parola in maniera dirompente a quei corpi che non rispondono delle identità chiuse, esclusive, coercitive e obbliganti sempre più presenti in un mondo oscuro e reazionario, nato dalle macerie della crisi. Il grande corteo di “C’è chi dice NO” ha invece provocato uno shock nelle pretese di rinnovata sicurezza delle oligarchie nazionali e internazionali. La scossa di domenica va letta come un cambio di segno, in termini di soggettivazione, se la leggiamo in continuità con il moltiplicarsi delle contestazioni a Renzi ed agli esponenti del governo nelle ultime settimane, in coincidenza con l’entrata nel vivo della campagna elettorale. Il “No sociale”, quello nato da una reale messa in comune delle tante lotte sociali che si articolano nei nostri territori, lungi dall’essere una mera evocazione millenarista, ha trovato immediatamente la propria collocazione nelle piazze.
La pesantezza della posta in palio è stata ribadita dagli indici finanziari del day after, con la borsa italiana a picco, trascinata nel baratro dai soliti titoli bancari, ed uno spread che si riavvicina a 200 dopo quasi tre anni. Dopo i giochini delle scorse settimane tra Roma e Bruxelles sulla Legge di Stabilità e le ambivalenti letture degli analisti economici più “autorevoli”, è ormai palese che i grandi poteri della finanza continentale stiano spingendo in ogni modo perché il 4 dicembre sia il SI a prevalere nelle urne. La volata elettorale si apre dunque con questa esplicita richiesta di compatibilità con gli interessi dei mercati finanziari, che diversi politici e quotidiani nazionali hanno immediatamente trasformato in uno spot per il SI. La bellezza di piazza del Popolo ha dunque fatto tremare i piani alti della governance,rendendo reale la possibilità della sfiducia organizzata dal basso verso il suo operato e la sua ideologia, verso il sistema neoliberale nel suo complesso.
Non era affatto scontato riuscire ad aprire uno spazio concreto in grado da un lato di demolire la retorica dell’accozzaglia messa in campo dal fronte del SI, dall’altro di far irrompere nella scena pubblica del NO riflessioni, pratiche ed agenda politica di movimento. Le contestazioni alla Leopolda del 5 novembre ed i cinquantamila della piazza romana, nell’intreccio dialettico tra radicalità ed allargamento, sono la rappresentazione più legittima di un corpo sociale sofferente, ma non più disarmato, dopo un decennio di crisi e politiche di austerità. Il problema non è stato mai soltanto quello di differenziarsi dal NO di Salvini, Grillo e dei vecchi tromboni della sinistra. Il problema principale, immediatamente trasformatosi in sfida, era e rimane quello di ridare un senso di possibilità a milioni di persone, dando forma politica a quel senso di rabbia, frustrazione e angoscia sociale che attanaglia il nostro Paese. Se tutto questo si trasformerà in una spinta in grado realmente di ribaltare gli attuali rapporti di forza è troppo presto per dirlo. Di certo l’intuizione politica di “C’è chi dice NO”, e le forme reticolari assunte dalla campagna, mutano le “condizioni di partenza” iniziando a trasformare la “palude italica” in un terreno nuovamente fertile per la movimentazione sociale.
La scommessa fatta dalla campagna approfondisce ancor di più la crisi che il mondo (vecchio, nuovo, ri-fondato) della sinistra istituzionale sta subendo da troppo tempo. La piazza di “C’è chi dice NO” ha superato i due timori che hanno attanagliato la sinistra al PD, sia partitica che sindacale, durante i mesi dedicati al referendum: coinvolgere i segmenti del lavoro vivo e dei subalterni e sfidare il partito-Stato di Renzi sul piano della mobilitazione e della presenza di massa. Dal primo punto di vista, l’assenza di radicamento si accompagna con la fobia del conflitto, connaturata al fatto che ogni mobilitazione rischia sempre di eccedere il perimetro fissato dalle organizzazioni istituzionali. Dal secondo, la totale subalternità all’estremismo di centro, così come ai crescenti populismi, sono la cifra della velleità di qualsiasi progetto di rifondazione della sinistra, anche con pretese di rottura istituzionale o di convergenza tra alto e basso. Il vuoto riempito da “C’è chi dice NO” deve fare i conti con il terrorismo e l’oscurantismo mediatici per continuare a vivere in questa settimana, ma soprattutto nei giorni immediatamente successivi al voto referendario. Il percorso fatto finora ha cominciato a sedimentare una politicizzazione di parte del “NO” alludendo ai suoi contenuti specifici e vertenziali che, necessariamente, vivono al di là della finestra temporale del voto. Può il NO, prendendo corpo nei territori, essere propulsore di convergenza e di apertura di un conflitto costituente, che riscriva davvero i rapporti di forza del nostro presente?
Tutto questo è possibile a partire da una continuità di iniziativa, politica e di piazza, che sappia leggere a fondo il sentire comune nella fase post-voto, soprattutto sulla base dei legami sociali territoriali che la campagna “C’è chi dice NO” ha contribuito a solidificare.
La dimensione territoriale è imprescindibile e fondamentale all’interno di questo percorso. Dietro lo slogan dei “territori in lotta”, più volte ripreso nelle piazze ed anche nella narrazione mediatica, si cela una delle contraddizioni fondamentali del nostro tempo. La relazione tra Stato e territori, che tocca uno dei nodi cruciali del referendum, ossia la riforma del titolo V della Costituzione, non può definirsi solo all’interno di un equilibrio tra poteri. La rivendicazione di autonomie territoriali non è una battaglia in favore degli enti di prossimità, che sicuramente lasciano più spazi di agibilità ai movimenti sociali rispetto alle istituzioni centrali, bensì una lotta che ambisce a creare nuove istituzioni del comune. Per questa ragione è necessario sovvertire qualsiasi concetto di territorio chiuso all’interno di confini etnico-geografici, mettendo in atto processi riappropriativi dei diritti, della ricchezza socialmente prodotta e della decisionalità. Ambizione all’autogoverno e capacità di confederare le esperienze ribelli sono, al momento, condizioni necessarie per uno sviluppo delle lotte nel periodo medio-lungo, partendo proprio dalle contraddizioni che hanno ottenuto un maggiore riverbero e un comune punto di riferimento nella campagna referendaria.
Le occasioni sono frutto dell’intersezione tra due linee: quella della virtù e quella della fortuna. Ma la relazione tra le due linee non è orizzontale, perché la virtù permette di prevenire e di modificare un possibile esito nefasto della fortuna. La creazione delle condizioni il più possibile favorevoli alla trasformazione radicale dell’esistente è compito della virtù. Dopo il voto, vedremo se i nostri presidi democratici saranno in grado di rafforzare i contenuti del NO, divenire forza d’urto e se il percorso fatto finora abbia dischiuso spazi di agibilità politica da praticare nell’immediato. Di sicuro, un primo bersaglio è stato centrato per permettere, in modo autonomo ed indipendente, a tutto lo spettro di lotte sociali ed a coloro che non si sentono rappresentati dalle forze partitiche di trovare cittadinanza e legittimazione. Una virtù che è difficile trovare se si rimane immobili.