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520 milioni di euro per un calciatore. Niente moralismi, questo è il capitalismo finanziario, una bolla che esploderà

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Non ha suscitato particolare scandalo l’oltre mezzo miliardo di euro che gli sceicchi del Qatar, proprietari del Paris Saint Germain e di tante altre cose tra le quali anche mezza Milano, hanno speso per il giocatore di calcio Nyemar. Nel passato cifre ben inferiori avevano suscitato più disagio pubblico. Ma allora era un altro mondo, quello di squadre di calcio in mano a Berlusconi o simili, ricconi di dimensione locale, in un mondo nel quale la globalizzazione non era ancora diventata un dogma. In italia negli anni 50 del secolo scorso il Napoli di Achille Lauro acquistò Jepsson per cento milioni di lire. Quella cifra, allora giudicata enorme, fu misurata con lo stato di miseria della città, era naturale farlo. Oggi a quale realtà andrebbero collegati i 520 milioni di Nyemar, con i tre miliardi di poveri? No la dimensione è troppo grande, da tutti i lati, il numero come diceva Monsieur Verdoux-Chaplin, legittima.
Quindi non ci saranno moralismi per una cifra con la quale si potrebbero fare tante cose per le quali normalmente si dice: non ci sono i soldi. È il capitalismo mondiale che funziona così e chi lo contesta di solito si trova sulla lista nera degli esportatori di democrazia.
Nessuno dirà che il mondo del calcio è oramai completamente falsato da piramidi di soldi, irraggiungibili per gran parte delle squadre; non funziona così anche la politica, quanti miliardi ci vogliono per diventare presidente degli Stati Uniti? E i super manager che prendono 1000 e più volte lo stipendio dei loro dipendenti finalmente potranno tirare un sospiro di sollievo: Nyemar legittima tutti.
E poi è vero che il calciatore è pure un tipo simpatico, non è certo un gigante come Maradona, Pelè, Cruiff, che in soldi valevano di meno, però è bravino. E poi non é mica detto che tale montagna di danaro serva a vincere il campionato, si sa la palla è rotonda.
I veri risultati di questo affare sono tre e a me sembrano tutti positivi. Primo, è reso ridicolo il concetto di merito, che viene sempre sbandierato dagli ipocriti apologeti del mercato. Secondo, è resa ancora più evidente l’assoluta arbitrarietà della distribuzione e concentrazione della ricchezza. Terzo, come tutte le bolle finanziarie, anche quella del calcio improvvisamente scoppierà e sarà parte di una nuova fase della crisi. E questa schifosa globalizzazione, che sta precipitando l’umanità indietro di secoli, comincerà a disintegrarsi. Non voglio dare altri meriti al povero Nyemar e agli sceicchi che l’hanno comprato, sono solo parte di un sistema che non ha futuro.

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Bisognava soltanto attendere. La logica omicida che sta dietro ogni ondata securitaria si infrange sempre, per prima cosa, sulle persone più deboli. E i più deboli in assoluto, in questo momento, sono i migranti. Peggio ancora per i più anziani di loro, che debbono sommare alla debolezza dei diritti e al colore della pelle (che facilita l’individuazione come bersaglio) anche la debolezza dell’età.

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Roma, ambulante senegalese morto durante fuga a Lungotevere de Cenci
„Il giorno dopo il “pattuglione” stile Scelba messo in scena alla stazione di Milano a beneficio di Salvini in astinensa da selfie, a Roma un’insolito squadrone di vigili urbani è stato inviato a rastrellare il centro storico a caccia di venditori ambulanti. Il “decoro urbano” lo chiede…
Alla vista delle divise, come sempre, hanno raccolto alla bell’e meglio la propria mercanzia nei borsoni e si sono dati alla fuga. Uno di loro, Nian Maguette, un cittadino senegalese di 53 anni, che faceva parte di un gruppo che correva in direzione di Lungotevere de’ Cenci – all’altezza del Ghetto, davanti all’isola Tiberina – si è accasciato a terra. Diverse le versioni sull’accaduto. Alcuni suoi compagni hanno riferito che: “E’ stato investito da un motorino dei vigili urbani in borghese mentre scappava dal controllo. E’ caduto e ha battuto la testa”.  Secondo la versione ufficiale, invece, sarebbe stato probabilmente vittima di un infarto (ma il rapporto lo definisce “il giovane”…). il personale medico intervenuto sul posto non ha comunque potuto far altro che constatarne il decesso.
Sembrava un episodio come tanti, per quanto tragico. Ma la goccia scava la pietra, e anche la paziente sopportazione dei migranti trova in qualche caso il suo limite.
Gli altri venditori ambulanti, quasi tutti africani, hanno messo in atto una protesta, bloccando laa circolazione tra largo dei Vallati e largo Arenula.
La risposta, cieca come soltanto le polizie sanno essere, si è materializzata con l’intervento dei carabinieri e della polizia, comprensiva di agenti del Reparto Mobile in tenuta antisommossa. Come se servisse una seconda vittima per farsi capire meglio…

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Stavolta gli Usa hanno attaccato la Siria. Ne parliamo con Fulvio Scaglione, giornalista, da anni vicedirettore di Famiglia Cristiana. Buongiorno Fulvio, grazie per essere con noi.

Grazie a voi, buongiorno a tutti.

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Ci siamo svegliati questa mattina con l’attacco, con i 59 missili statunitensi lanciati sulla Siria e quindi con una guerra che è un po’ più vicina ancora?

No, io non credo che questo sia il prologo di una terza guerra mondiale, come molti dicono e anche con qualche legittima preoccupazione. Penso invece che sia l’ennesima recita, l’ennesima messa in scena di questa guerra che da sei anni; oltre ad essere un grottesco incredibile massacro, è anche una rappresentazione. Io credo che i russi fossero avvisati di questa operazione americana, che è un’operazione molto mirata, condotta per fare, in realtà, il minimo dei danni e per non dare l’idea che si tratti di una rappresaglia indiscriminata. Credo che questa operazione non sia stata varata da Trump per le ragioni dichiarate. Certamente non è un’operazione che contribuisce ad eliminare il terrorismo, come ha dichiarato Trump. Certamente non è un’operazione che farà cadere il regime di Bashar al-Assad. Credo che Trump avesse bisogno di lanciare un segnale al proprio elettorato e all’opinione pubblica interna americana, un segnale che dica: “non è vero che sono succube dei russi, non è vero che sono disposto a qualunque compromesso per compiacere Vladimir Putin”. Questo il senso. D’altra parte è un’operazione militare che ci dice anche altre cose. Per esempio ha fatto più danno a Bashar al-Assad in una notte Trump di quanti anni abbia fatti in due anni e mezzo Barack Obama all’Isis con i suoi presunti bombardamenti. Anche questa è una cosa da rilevare. Naturalmente resta invariata la situazione nella provincia di Idlib, dove c’è stato l’attacco dell’altro giorno che tanti morti ha fatto; perché, per quanto si faccia sfoggio di sdegno e di pietà, la situazione nella provincia di Idlib resta questa: i “ribelli moderati”, quelli che dovrebbero essere, secondo alcuni, la speranza della Siria del futuro, sono in fortissima difficoltà, perché la prevalenza militare nella provincia è tutta a favore dei jihadisti di Al Nusra, che sono militanti di Al Qaeda. Quindi la situazione lì è quella; cioè che il terrorismo sta avendo la prevalenza netta in questa provincia che ancora sfugge al controllo di Russia e diAssad.

Quello che mi colpisce di questa situazione, e di altre in passato, è come non si riesca a capire quali sono le conseguenze di certi atti. L’attacco terroristico globale che stiamo vivendo negli ultimi anni certamente non è scollegato dalle politiche che l’Occidente ha tenuto nell’area per 25 anni. eppure il metodo sembra continuare ad essere lo stesso. Mettiamo mano, facciamo quello che ci serve nel momento contingente, senza nemmeno un briciolo di sguardo di medio o lungo periodo. E’ una lettura possibile?

E’ sicuramente è una lettura possibile. Però io insisto, anche la presunta “guerra al terrorismo” che fu proclamata nel 2001 dopo gli attentati alle torri gemelle è, a sua volta, una rappresentazione. Dal 2000 al 2016 i morti per opera del terrorismo islamico, che è al 95% terrorismo islamico sunnita, sono cresciuti di 9 volte. Quindi non c’è alcun risultato in questa lotta al terrorismo, perché, secondo me, non c’è alcuna vera guerra al terrorismo islamico. Non può esserci nessuna vera guerra al terrorismo islamico finché i paesi occidentali – per primi gli Usa, ma anche Regno Unito, la Francia, l’Italia stessa – sono i migliori amici, i migliori partner commerciali, i migliori alleati militari dei paesi che, in base a tutto ciò che noi sappiamo, sono i principali sponsor e finanziatori e ideologhi del terrorismo. Cioè le petromonarchie del Golfo Persico. Questa non è un’opinione, è un dato di fatto. Tutto ciò che noi di serio, di scientifico, sappiamo, ci dice che i paesi che ispirano e finanziano il terrorismo islamico nel mondo sono quelli: l’Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait. Quelli, e sempre quelli, da 40 anni. D’altra parte questa nostra conoscenza ci è stata confermata anche dalle e-mail di Hillary Clinton, cheWikileaks ha rivelato prima nel 2010 e poi nel 2015. Basta andare a vedere sul sito diWikileaks, leggersi le cose che la Clinton scriveva ai suoi collaboratori in queste occasioni. E’la stessa Clinton che dice che i governi di Arabia Saudita e Qatar sono i finanziatori dell’Isis. Quindi, siccome noi non prendiamo provvedimenti contro questi paesi, ma prendiamo provvedimenti contro paesi che hanno magari altre responsabilità, ma non quelle – come abbiamo fatto con l’Iraq, con la Libia, la Siria – è ovvio che nessuna guerra al terrorismo esista realmente e nessun risultato sarà ottenuto.

E’ inquietante questa ricostruzione, anche perché molto attinente alla realtà. Cosa ci possiamo aspettare invee nei rapporti tra Stati Uniti e Russia, anche alla luce di quello che lei diceva poco fa: i russi erano stati avvisati dell’imminente attacco.

Io credo che in Medio Oriente e Nord Africa, tra Stati Uniti, Russia, Israele, Siria, ecc. si stia giocando una partita molto complicata. E’ di queste ore, ad esempio, la notizia che la Russia ha deciso di riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale dello stato di Israele; che è una presa di posizione abbastanza clamorosa. E’ la stessa presa di posizione che aveva ventilato Trump, eche era stato criticatissimo per questo. La stessa Israele, peraltro, che ha sostenuto, appoggiato Trump nei suoi bombardamenti contro la Siria. Quindi in tutta quest’area, questa vasta vasta area destabilizzata, si sta giocando una partita tra potenze regionali e potenze globali molto complessa, molto complicata, che evidentemente in parte sfugge anche ai migliori osservatori. E’ una partita di cui, probabilmente, vedremo le conseguenze solo tra qualche tempo.

Chiarissimo. Fulvio io ti ringrazio per essere stato con noi e per averci aiutato a fare un po’ di chiarezza in questo quadro così complesso.

Grazie a voi.

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Ogni volta che sento parlare il ministro Poletti – si occupa del Lavoro, lui che viene dal mondo Coop e sa come sfruttarlo fino all’ultima goccia – mi torna in mente il proverbio in uso tra gli avvocati: “studia, figlio mio, sennò mi diventi giudice”.

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Non soddisfatto del “successo” ottenuto con altre esibizioni retoriche in pubblico, ieri ha consegnatoagli studenti dell’istituto Manfredi Tanari di Bologna un’altra perla della sua saggezza ruspante: “Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum”.
Non sarebbe giusto estrapolare questa sola frase per crocifiggere un manager prestato allagovernance, che spesso ha dimostrato di non comprendere la differenza tra il dirigere un’azienda o un paese. In fondo, stava illustrando la bontà della famosa “alternanza scuola-lavoro”, ossia quella novità introdotta nella cosiddetta “buona scuola” per cui invece di stare ad imparare qualcosa (a ragionare confrontandoti con quello che l’umanità ha appreso in passato e consegnato ai libri, di qualsiasi genere), uno studente può essere spedito a servire ai tavoli di McDonald’s o all’Autogrill. A lavorare gratis, insomma, senza imparare altro che obbedire a un caporale (ci siamo passati tutti, da ragazzi; ma lo facevamo d’estate e venivamo pagati).
Quindi, prendiamo anche qualche altra sua frase memorabile ripresa dai giornali “amici” del governo, come la risposta data a chi ha già sperimentato gli stage finendo a fare operazioni manuali ripetitive il ministro fa notare che “se vai in un bar ti fanno fare un caffè” (si può vedere la scocciata scrollatina di spalle dalle sole parole scritte…). Oppure quella data a chi più modestamente contestava l’assenza di risultati dopo questi esperimenti: “Intanto vedi un mondo”. Come se lavorare gratis fosse una vacanza in paesi esotici…
Le pernacchie online hanno presto sommerso le parole di Poletti, che ha provato la solita, goffa (non ha studiato!), marcia indietro: voglio chiarire che non ho mai sminuito il valore del curriculum e della sua utilità. Ho sottolineato l’importanza di un rapporto di fiducia che può nascere e svilupparsi anche al di fuori del contesto scolastico. E quindi dell’utilità delle esperienze che si fanno anche fuori dalla scuola”.
Anche noi non crediamo molto ai curriculum e, come tutti, li vediamo finire in un attimo nel cestino della carta straccia. Soprattutto in Italia, però, dove le imprese preferiscono – come Poletti teorizza – avere a che fare con dipendenti pre-selezionati come aspiranti schiavi obbedienti. Quindi in base a raccomandazioni, segnalazioni fiduciarie, ecc. Uno stile che dà la misura dell’arretratezza dell’imprenditoria italiana rispetto agli stessi paesi capitalistici con cui dice di voler “competere”.
A metà strada tra il Berlusconi che beatificava i “lavoretti” e il Caimano laido che invitava le ragazze a sposare un uomo ricco, Poletti in realtà propone un modello di “trovar lavoro” che è l’unico da lui sperimentato. Si entra in un “giro di conoscenze” (ai suoi tempi un partito, ora in una clientela strutturata), ci si fa conoscere come “affidabili” (obbedienti ai capi e capetti di tutta la gerarchia interna), si ottengono man mano delle responsabilità superiori, fino all’”uno su mille ce la fa” che lo ha portato alla guida della Coop e di lì alla poltrona ministeriale.

Un “modello relazionale” che ha senso in un partito, non certo per la ricerca di un lavoro dipendente. A meno di non intendere un posto di lavoro come il “munifico dono” di un signorotto medioevale, cui devi baciar le scarpe prima di essere ammesso nel cortile di proprietà…

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Le vicende giudiziarie che stanno trascinando il Pd renziano verso l’implosione, a partire dalla principale – l’affare Consip, centrale degli acquisti per le amministrazioni pubbliche – non stupisce nessuno. La classe dirigente italiana – imprenditori e politici, funzionari e corpi militari – è un abisso da cui ogni persona onesta vorrebbe distogliere lo sguardo.
Eppure una cosa stupisce: l’asimmetria palese tra dimensioni colossali degli affari o delle ambizioni e il nanismo imbarazzante delle filiere in competizione per accaparrarseli.

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In questa oscena faccenda saltano fuori faccendieri più o meno improvvisati, quasi sempre figli, padri, fratelli, amici di infanzia e di famiglia. Tutti referenti di piccoli “imprenditori”-prestanome di altrettanti amici, parenti, famigli. Vien quasi da rimpiangere la Prima Repubblica, i grandi partiti divisi da visioni del mondo strutturate, in cui gli affari sporchi erano affidati a militanti provatissimi, pronti ad immolarsi anche in carcere pur di salvaguardare gli interessi del partito (Severino Citaristi per la Dc, Primo Greganti per il Pci, ecc). Crollate le fedi, volatili le appartenenze, individualizzate le ambizioni, non resta che affidarsi alla famiglia, al giro stretto di quelli che “io ti ho creato, io ti distruggo”. Come nella n’drangheta…
Solo uno spaccato sintetico per capirci qualcosa, utilizzando le cronache giudiziarie. Il “povero” Alfredo Romeo aspira all’affare della sua vita puntando all’appalto per le pulizie dei palazzi del potere situati nel centro storico di Roma. Un business da 100 milioni facili facili (con il jobs act si possono fare miracoli imprenditoriali pagando quasi nulla i lavoratori precari) dagli importanti risvolti “politici”. Pulire i cessi del potere è già di per sé uno stare nelle stanze del potere, no? Una volta lì, da cosa può nascere cosa….
Cerca un contatto con il padre di Renzi tramite un ragazzotto poco più che trentenne che però conosce bene sia il padre Tiziano che lo stesso (allora) premier. Può vantare – diventa la sua dote principale, nel resoconto che sarebbe stato fatto a Luca Lotti – di essere affidabile perché capace di tenere la bocca chiusa anche se rinchiuso in carcere (come era avvenuto qualche anno fa, poi assolto). Il padre Tiziano è sospettato – dallo stesso Romeo e dagli inquirenti – di fare “il doppio gioco”, perché c’è un concorrente (la Cofely del piemontese Bigotti, ora in mani francesi) che però sarebbe “vicinissimo” a Denis Verdini. Con il quale  Tiziano Renzi ha una innegabile conoscenza pluridecennale (era il distributore del Giornale di Toscana, in qualche modo proprietà del Verdini ieri condannato anche per questioni connesse a quel giornale).
Usciamo da questi maleodoranti anfratti e cerchiamo di respirare – speranza vana – innalzandoci alle vette della polichetta italiana. Qui “l’affaire Consip” sta destabilizzando il percorso del congresso del Pd, voluto proprio da Renzi il più rapido e sbrigativo possibile (idee e progetti da discutere non ce ne sono, perché perder tempo…). Più passano i giorni, più consistenti pezzi della vecchia maggioranza renziana si vanno sbriciolando. Per paura che il purosangue si sia dimostrato un ronzino molto dopato (la botta della sconfitta al referendum avrebbe determinato la sua scomparsa, in un paese normale), per vaghe tentazioni egemoniche (Franceschini, più che Orlando o Emiliano), per le incertezze sul futuro (tra un sistema politico balcanizzato dalla legge proporzionale e una ormai certa presa di controllo del paese da parte dell’Unione Europea, se le elezioni in Francia e Germania non produrranno sconquassi inimmaginabili).
Sorprende, insomma, che le prevedibili traversie giudiziarie di una filiera corta come il “giglio magico” possano esser diventate il detonatore in grado di far esplodere ciò che resta del sistema politico italiano. Se il Pd – come si ammette ormai quasi apertamente – è sul punto dell’implosione per motivi così bassi, non esiste nessuna alternativa che possa risultare credibile ai mitici “mercati”, alla Troika e non da ultimo alla popolazione di questo paese. I Cinque Stelle non lo sono per una lunga serie di motivi, che la giunta Raggi si è incaricata di esemplificare. E comunque, una qualsiasi offerta politica che possa risultare gradita a Bruxelles o Francoforte è ipso facto invisa a un elettorato dal “vaffa” facile. Anche se nell’immediato fosse possibile presentargliela con una “narrazione” fascinosa, tempo pochi mesi e le cose si chiariscono bene…
Filiera cortissima, quella fiorentina. Un “comitato d’affari” ristretto in pochi chilometri quadrati, rivelatosi incapace di rappresentare una soluzione efficace per ciò che resta della borghesia di questo paese; incapace di qualsiasi “visione” più concreta di un acido lisergico, intellettualmente nano e concentrato unicamente sui propri interessi personali; una compagnia di ventura a chilometri zero.
Che è poi la vera cifra del “pensiero politico” diffuso in ogni ambiente di questo paese: vista corta, miope, con molti gradi di astigmatismo.

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Intervista realizzata da Radio Città Aperta.

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Come sta andando la preparazione dello sciopero dell’8 marzo?

Dopo la grande manifestazione del 26 novembre, dopo i tavoli partecipatissimi del 27 novembre da cui poi è stato lanciato lo sciopero globale dell’8 marzo su appello delle compagne, delle donne argentine. Noi l’abbiamo raccolto, il movimento ha chiesto a tutti i sindacati di proclamare lo sciopero. Noi abbiamo raccolto la sfida, abbiamo da subito proclamato lo sciopero generale in tutti i settori, privato e pubblico, ma non solo. Noi lo sciopero generale lo stiamo in realtà preparando davvero. Abbiamo decine e decine di assemblee fatte come Usb all’interno dei posti di lavoro, dove invitiamo puntualmente anche le compagne del movimento Nonunadimeno ad interloquire con le lavoratrici e i lavoratori sui posti di lavoro. Quindi arriveremo all’8 marzo forti di assemblee importanti su molti posti di lavoro. Ma crediamo che l’8 sia opportuno stare in piazza con tutto il resto del movimento.

Guardando sul sito dell’Usb ci sono, tra gli altri, gli appuntamenti per tante iniziative di preparazione dello sciopero. E guardando ai punti programmatici, c’è il riferimento naturalmente alla violenza di genere, ai femmiicidi, alle discriminazioni salariali. Proprio da questo punto di vista – delle discriminazioni salariali – come funziona? Perché ogni tanto si dice: le donne guadagnano meno degli uomini, però mai viene spiegato come questo meccanismo venga messo in pratica…

Guarda, i meccanismi di quello che viene definito poi il gap gender, quindi la differenziazione salariale, in verità sono molti e variano tra posti di lavoro. Noi sappiamo ormai per certo che il gap si aggira su circa il 20% di stipendio. In alcune parti, per esempio il lavoro pubblico, si registra il mancato accesso ad alcuni livelli più alti del lavoro; quindi le donne sono relegate a livelli più bassi del lavoro, e questo dà l’idea della discriminazione. Le donne, non potendo accedere ai gradi più alti, comunque guadagnano di meno. Nel privato, invece, in realtà la discriminazione è molto più pesante perché le donne, per la loro peculiarità, occupano i posti di maggiore precariato; sono obbligate al part-time involontario, quindi guadagnano meno perché sono costrette a lavorare meno, ma non ad avere occupato meno tempo, in realtà. Perché il part-time non è detto che si svolga tutto nella stessa parte della giornata… Quindi, volendo proprio rimanere all’ambito grossolano, diciamo che questi sono i due meccanismi principali: una maggiore precarietà che porta, anche in gioventù, ad una maggiore precarietà. Le donne, per esempio, sono quelle che vengono utilizzate maggiormente dal popolo dei voucheristi, che conduce – anche come previsione – alla fame in vecchiaia. Le donne, si sa, che sono quelle che hanno le pensioni più basse, nella fascia dei 500 euro mensili.

Questa mattina (mercoledì 1 marzo, ndr), se non sbaglio, c’è stata un’assemblea indetta dalla Usb sull’8 marzo all’Istituto superiore di Sanità. Si è parlato molto sui giornali di un fatto di cronaca, relativo all’assunzione di due medici che praticassero l’aborto al San Camillo. Su questo si è creato un chiacchiericcio, assolutamene surreale, come se ci fosse qualche cosa di strano che venga assunto qualcuno per fare davvero il lavoro per cui è assunto. Questo per dire che la legge 194, come tutti sanno perfettamente, non viene mai applicata, perché quasi tutti i ginecologi sono tutti obiettori di coscienza. Tu, che ci sei stata a lungo nell’ambito della sanità. puoi spiegarci come funziona?

Guarda, sono perfettamente d’accordo con te che è paradossale. Addirittura per l’assunzione di due medici assunti per fare il loro lavoro; che sanno perfettamente, fin da quando sono all’università, come nel loro lavoro c’è anche il garantire il diritto alle donne all’interruzione di gravidanza in maniera sicura. Ora c’è questa narrazione, per cui vorrebbero dipingere questi medici obiettori come “vittime di discriminazione”… E invece noi siamo in una regione(Lazio, ndr) che ha il 76% di ginecologi obiettori e il 49% di anestesisti obiettori. Senza contare che spesso si aggiungono gli infermieri obiettori, i biologi obiettori, ecc… Questa è una regione in cui, al pari di molte, l’interruzione volontaria di gravidanza non è di fatto garantita.E se pure lo è, in particolare al San Camillo, le donne sono costrette a fare una lunghissima fila la mattina alle 5 e solo poche di loro riescono, durante la stessa giornata, ad essere visitate e ad avere garantito poi l’interruzione. Zingaretti ha deciso quello che per noi – come dire – è il minimo sindacale, che però garantisce pochissimo. Per lui propbabilmente è più un discorso – come dire – di provocazione politica: “io non riesco a garantire questo servizio, per cui faccio un concorso in cui è chiaro che chi vince deve lavorare nel servizio di interruzione di gravidanza. Il problema è che non garantisce nulla questa cosa, perché dopo i tre mesi di prova, dove probabilmente ci si attiene a quanto c’è scritto nel concorso, nessuno li può obbligare a farne ancora. Alla base c’è il fatto che è proprio sbagliata la legge sull’obiezione; è sbagliato che il servizio pubblico si ponga solo il problema di coscienza dei medici. Il quale spesso si smaterializza di fronte alla possibilità che invece venga gestito in intramoenia, quindi con il privato. Questa è una delle rivendicazioni che noi porteremo l’8 marzo, nella manifestazione che la mattina faremo insieme a tutto il resto del movimento sotto la regione Lazio; e attraverso la quale chiederemo un incontro anche a Zingaretti. Uno dei temi è proprio questo; l’altro sarà quello sul finanziamento dei centri antiviolenza di Roma e del Lazio, e poi tutte le vertenze del lavoro, legate in particolar modo alla sanità privata e al mondo degli appalti. Cose su cuiZingaretti deve rispondere, perché da troppo tempo non hanno risposta; e lavoratori e lavoratrici, durante i cambi di appalto, rischiano o il peggioramento delle condizioni di lavoro o il licenziamento.

Un’ultima cosa, Licia. Puoi darci gli appuntamenti per l’8 marzo, se ce ne sono ancora?

Sì, ovviamente quelli sul territorio nazionale sono moltissimi, in tutte le principali città. Per quanto riguarda Roma, si inizia la mattina alle 8 a Casal Boccone, con un presidio delle lavoratrici di Almaviva contro i licenziamenti. Ci sarà poi una piazza della formazione a piazza San Cosimato, che arriverà al Miur. Alle 10 ci sarà una piazza sotto la Regione, che prenderà i tavoli della salute, quello dell’autodeterminazione e quello sulle vertenze del lavoro. Noi anche le nostre educatrici di Usb che scenderanno in piazza Bocca della Verità, alle 10; poi alle 17 c’è di nuovo l’appuntamento unitario di Nonunadimeno, dove noi confluiremo, al Colosseo, con il corteo cittadino.

Bene, noi ti ringraziamo. Magari ci sentiremo di nuovo subito prima dell’8 marzo, così ci potrai raccontare come è andata.

Sì, ci sentiremo… Anche perché non finirà l’8 marzo. Intanto era necessario riappropriarsi di una data per non lasciarla ai cioccolatini, alle mimose, ai commercianti e ai ristoranti. Però, al di là di questo, il vero obiettivo, è la presentazione di un piano, scritto dal basso in tutti questi mesi, in alternativa al piano governativo contro la violenza; un piano scritto invece da tutte le donne che in questi mesi hanno animato le piazze. Quindi ci sarà modo di sentirci e vederci ancora.

Grazie, grazie molte.

Grazie a voi.

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.Se dunque il trattato di amicizia tra Libia e Italia, firmato proprio a Bengasi, dovesse saltare potrebbe scattare l’emergenza. In quel documento il nostro governo, in cambio di concessioni economiche e politiche al regime di Gheddafi, ha ottenuto impegni libici a controllare le coste per impedire le partenze di barconi dalla zona nord del Paese…(Il fatto quotidiano, 2011).

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Sono merce di scambio pregiata. I migranti Senza Nome fanno funzionare l’economia e la politica. Permettono accordi commerciali, di frontiere e soprattutto danno garanzia di continuità al futuro del sistema.Una storia che si ripete, si riproduce e si arricchisce di nuovi paesaggi geopolitici. Sono stati avanzati dubbi sull’impegno reale del Marocco a contenere gli assalti alle reti di difesa di Ceuta. In appena un paio di giorni diverse centinaia di migranti hanno raggiunto l’Europa dei Campi di Detenzione. Merce di scambio e insieme ritorsione per le minacce agricole sui commerci tra l’Europa e questo paese. Il Marocco che a sua volta ha costruito una frontiera di sabbia con il Sahara ex spagnolo contro il popolo Sarahoui in cerca di remota indipendenza. Ad ognuno i suoi ostaggi.
“Il primo ministro Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi stanno costruendo il loro accordo di amicizia a spese di individui, di altri paesi, ritenuti sacrificabili da entrambi”, afferma Bill Frelick, direttore per le politiche dei rifugiati di Human Rights Watch, nel giorno della visita del leader libico in Italia. “Più che un trattato di amicizia – aggiunge – si direbbe uno sporco accordo per permettere all’Italia di scaricare i migranti e quanti sono in cerca di asilo in Libia e sottrarsi ai propri obblighi” ( La repubblica, 2008).
Non importa come. Il fine giustifica i mezzi e questo si sa.In questo si è semplicementi conseguenti col sistema che esclude i poveri che non si rassegnano a scomparire nella sabbia. Il sistema li accoglierà, ne ha bisogno, ma a condizione di prestarsi, docili e sottomessi ai dettami delle leggi del mercato. Il Niger ha fatto dei migranti una delle sue pregiate mercanzie, insieme alle cipolle per piangere da esportazione e l’uranio che illumina la politica della Francia. Compravendite inedite nel Sahel:controllo dei migranti in cambio di soldi e progetti. L’epoca della tratta umana non è terminata, ha solo cambiato di modalità operative e di soggetto. Un recente rapporto delle Nazioni Unite sulla Popolazione Mondiale parla di migrazione da ripopolamento. Secondo questo documento in Italia sarebbero necessari 6 500 migranti all’anno per ogni milione di abitanti.Quanto circonda il ‘controllo’ delle migrazioni è solo una grande menzogna.
Come durante il regime di Gheddafi, l’Europa si gira dall’altra parte quando non ritiene opportuno denunciare le violazioni dei diritti umani in Libia. Basta che Tripoli mantenga il suo ruolo di controllore dei flussi di migranti e rifugiati… (Il fatto quotidiano, 2012).
Ed è la storia di oggi. Perché parlare di ‘corridoi umanitari’ quando esiste un diritto a migrare, riconosciuto dalla dichiarazione universale dei diritti umani. Corridoi pieni di polvere che, sotto i riflettori degli schermi televisivi, sono funzionali al sistema. Come se i diritti fossero una pesca di beneficienza da commercializzare in TV. Non corridoi ma riconoscimento di dignità e trasformazione del mondo così com’è adesso. Questo processo si chiama ancora oggi rivoluzione. Proprio quella di cui i migranti sono gli irregolari portatori.

Niamey, febbraio 017

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