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Precari della scuola in rivolta contro il “concorsone” voluto da Profumo. Con una richiesta: cancellare il bando per le 11.542 cattedre messe a disposizione. La prima manifestazione nazionale dell’autunno, a scuole appena riaperte, parte dunque dai docenti. Ad organizzarla la sigla “Precari uniti contro i tagli” a cui si sono aggiunte sigle autonome, l’Anief, i Cobas, la Flc-Cgil e l’Usb. Ci sono i coordinamenti romani così come gli insegnanti senza cattedra di Bologna o di Bari. Tra le adesioni anche quelle di Sel, dell’Idv, di Riformazione comunista e dei comunisti italiani. E le organizzazioni studentesche come l’Uds, che tornerà poi in piazza in tutta Italia il 12 ottobre. L’appuntamento per il corteo era alle 14.30 in piazza dell’Equilino. Poi giù in via Cavour, largo Corrado Ricci, via dei Fori Imperiali, piazza del Colosseo, via Celio Vibenna, via di San Gregorio e via dei Cerchi fino ad arrivare alla Bocca della Verità (saranno limitate, o deviate, le linee di autobus C3, 53, 71, 75, 80, 81, 85, 87,117, 160, 175, 271, 571, 628, 673, 810 e 110 open). “Siamo quindicimila” urlano entusiasti gli organizzatori verso le 17.30, poco prima della fine del percorso. Cosa chiedono i docenti? “Il ritiro del concorso, il rispetto delle graduatorie per le immissioni in ruolo, il rifinanziamento della scuola pubblica dopo la ferrea dieta Gelmini, il ritiro della legge Aprea” che autorizza l’ingresso di finanziamenti privati nelle scuole e limita alcuni spazi di rappresentanza all’interno degli organi interni. Ma perché la contrarietà al concorso? “I precari hanno già superato una o più procedure concorsuali, ora si vorrebbe annullare tutto e farci ripartire da zero” spiegano, aggiungendo: “Il quizzone con domande di logica, comprensione del testo, lingua straniera e informatica non ha senso e mortifica la professionalità acquisita negli anni in classe”. Insomma, “le risorse andrebbero investite non per il bando ma per immettere in ruolo tutti i precari in graduatoria”. “Oggi sfiliamo con la determinazione di chi questo concorso lo rifiuta e dice no a chi cerca di toglierci i nostri diritti, a questo governo infame. Speriamo che questo corteo sia l’inizio di un periodo di lotta di tutte le componenti della scuola, non solo noi precari ma anche i docenti di ruolo. Siamo qui per far sentire al ministro Profumo e a tutte le forze che lo appoggiano, e speriamo siano sempre di meno, la nostra voce” dicono gli organizzatori. Tra il rosso delle bandiere dei Cobas, spuntano cartelli rivolti al ministro dell’Istruzione come quello che ritrae una bottiglia di profumo e la scritta: ”Profumo d’imbroglio: solo un modo per licenziare ancora”. “Sono in graduatoria da quando ho 19 anni- racconta Daniela, 36enne romana- Ho fatto il concorso del 1994 e insegno matematica. Ho già dato. Questo è un concorso truffa per inserire qualcuno. Ma ci proverò comunque, altrimenti mi rubano il posto. Ho fatto prima cinque anni di supplenze cambiando ogni giorno scuola- racconta- ora da 7 anni ho l’incarico annuale. Il concorso non serviva ci dovevano assumere”. Attimi di tensione (ma solo verbale) fra forze dell’ordine e alcuni precari che, fra i cartelli che riproducevano copertine di libri modificate con foto di politici (ad esempio: “L’uomo senza qualità” con il volto di Profumo) ne hanno esposto uno con la faccia di Napolitano sotto il titolo “La nausea” di J.P.Sartre. Le forze dell’ordine hanno intimato al precario di toglierlo per evitare il vilipendio al capo dello Stato, i precari hanno rivendicato la libertà di espressione e di opinione, dicendo che il cartello non conteneva alcun insulto.

Fonte: La Repubblica

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Lo scorso 24 luglio a Bologna sono state sgomberate quattro occupazioni a scopo abitativo di vecchie casette dei ferrovieri in prossimità di via del Chiù. Pare che né le ferrovie dello stato né il comune abbiano interesse a rivendicarsene la proprietà, non avendo entrambi i fondi per realizzare progetti specifici sull’area. Non avendo neanche i soldi per abbattere totalmente le casette, si sono limitati a eliminare i tetti per renderle inabitabili. Nell’arco di due anni le occupazioni erano aumentate, arrivando a quattro negli ultimi mesi, e questo forse spiega l’accelerazione delle procedure di sgombero. Nel corso del tempo si erano creati ottimi rapporti con molti dei vicini, le nuove occupazioni venivano accolte con entusiasmo e favorite con utili informazioni, tant’è che già da ieri la voce dell’imminente sgombero era stata fatta arrivare agli occupanti. All’alba un gruppo di solidali aveva eretto una barricata lungo la stradina d’accesso alle case, mentre alcuni occupanti si erano barricati in casa ed altri saliti sul tetto. Poco dopo le 8 un folto gruppo di digos (una ventina) si presenta scortando alcuni operai con uno escavatore mentre una camionetta di poliziotti in tenuta antisommossa si posiziona all’ingresso della stradina d’accesso. Immediatamente i solidali vengono allontanati con urla, insulti e spintoni. Ignorando ogni loro stessa procedura di sgombero, da una delle case gli occupanti vengono subito sbattuti fuori. Alla richiesta di mostrare un mandato la risposta è: “apri che te la faccio vedere io la carta dello sgombero”. Sgomberata la prima casa, gli operai su ordine della polizia passano direttamente alla fase di demolizione, incuranti della presenza di tre compagni sul tetto, senza neanche aspettare l’arrivo dei pompieri, che sostengono di avere chiamato, ma che non si sono mai presentati sul posto. Molti degli abitanti della zona mostrano sgomento, rabbia e solidarietà. I “lavori” partono dalla casa adiacente a quella ancora difesa, senza preoccuparsi del fatto che le vibrazioni e i forti scossoni provocati dall’escavatore potessero mettere a serio repentaglio la stabilità della casa, molto vecchia (una porzione era puntellata), e l’equilibrio dei compagni reso già precario dall’inclinazione del tetto in tegole. Il braccio meccanico viene quindi diretto sul tetto occupato, strappando prima cavi ed antenne, e poi puntato minacciosamente verso i compagni, fino a spingerli fisicamente. La digos dal basso incita l’operaio a buttare giù comunque il tetto e questi non si fa alcun problema a procedere, mentre la polizia scientifica, che aveva ripreso tutto fino a quel momento, prontamente distoglie le telecamere. All’arrivo dell’avvocato il digos Miolli si precipita di corsa verso l’escavatore urlando: “fermi fermi, sta arrivando l’avvocato”. Vista l’impossibilità di rimanere sul tetto in quelle condizioni di estremo pericolo, gli occupanti decidono di scendere. Non hanno dovuto mostrare i documenti e non sono stati portati in questura sebbene sia ovviamente partita la denuncia per occupazione sia per loro che per i primi due sgomberati. Da queste due case si è riusciti a salvare almeno una parte delle proprie cose, mentre nelle altre due tutto è stato seppellito sotto le macerie, macerie che ora circondano chi ancora abita lì. È importante porre l’accento sulla particolare modalità di questo sgombero perché, ora più che mai, è necessario non fare affidamento alcuno sulla “legalità” delle procedure. I mandanti e gli esecutori materiali di questo sgombero hanno ampiamente dimostrato di non tenere alcun conto delle loro stesse regole, tanto meno dell’incolumità delle persone. Degno di rilievo è anche il comportamento dell’operaio che manovrava l’escavatore che, in modo totalmente deresponsabilizzato, eseguiva gli ordini che gli venivano impartiti senza alcuna remora a mettere a repentaglio la vita degli occupanti. Nonostante l’epilogo rivendichiamo la pratica dell’occupazione. In questi due anni è stato possibile recuperare degli spazi a scopo abitativo e ciò ha favorito il sorgere di rapporti di conoscenza, confronto e aiuto reciproco con gli abitanti della zona. Un’esperienza in contrasto con l’abituale indifferenza che caratterizza i rapporti e che troppe volte si traduce in atteggiamenti di servile obbedienza ai comandi e di sopraffazione degli appartenenti alla stessa propria classe.

La casa è di chi l’abita. Lo sgombero è un’infamia!

Occupanti e solidali

Che la protesta per l’aumento delle tasse universitarie in Quebec fosse una cosa seria era chiaro a tutti, tranne che al governo del primo ministro Charest. Da due mesi gli studenti sono in sciopero, bloccano l’attività didattica delle università e scendono in piazza tutti i giorni scontrandosi spesso con la brutalità della polizia. In questo momento la minaccia maggiore che incombe sugli universitari (circa 160mila ancora in sciopero) è di perdere il semestre, tasto su cui rettori e governo premono ad ogni occasione, infatti tra poco saranno troppi i giorni di blocco delle lezioni per poterli recuperare. La reazione degli studenti?  Ieri sera sono scesi in piazza con un grande corteo che ha girato in notturna per le vie di Montreal sfidando i blocchi ed i divieti della polizia e guadagnandosi la libertà di muoversi per la città. In questo periodo diventerà uno spettacolo molto frequente a Montreal dove gli studenti si sono dati appuntamento tutte le sere alle 20.30 per fare cortei e blocchi in città. Venerdì scorso a Montreal alcuni studenti sono riusciti ad entrare nel palazzo in cui il primo ministro avrebbe dovuto tenere un discorso su un contestato piano di sviluppo economico. La polizia ha reagito caricando gli studenti all’interno della struttura, ci sono poi stati violenti scontri all’esterno che hanno portato all’arresto di 17 manifestanti. Nel frattempo il governo cerca come sempre di dividere il movimento, l’obbiettivo questa volta è l’organizzazione studentesca C.L.A.S.S.E:  il primo ministro Charest attacca rifiutandosi di ammettere al tavolo di confronto questa organizzazione perché non intende dissociarsi dalle violenze. Allo stesso tempo la ministra Beauchamp cerca di convincere gli studenti a interrompere lo sciopero proponendo di far avvenire l’aumento delle tasse in sette anni anziché in cinque. Il movimento da un’ulteriore (dopo quella delle scorse settimane) dimostrazione di maturità rifiutando la trappola della divisione tra buoni e cattivi e rispedendo al mittente la proposta farsa della ministra dell’educazione. Del resto nella popolazione del Quebec la simpatia per la protesta studentesca è grande, il comportamento autoritario del governo crea molto malcontento e data la situazione gli scontri con la polizia non scandalizzano nessuno, anzi sotto accusa è spesso la brutalità con cui le forze dell’ordine reprimono le manifestazioni. Quello che emerge è che la  protesta non riguarda solo più l’università ma mette in discussione un intero sistema economico, quello neoliberista. L’aumento delle tasse e l’austerity si accompagnano alle privatizzazioni dei servizi pubblici e alla svendita alle multinazionali delle risorse naturali di cui il Canada è ricco. Manovre che vengono presentate come necessarie (non solo dal nostrano governo dei professori!) ma rivelano tutta la loro politicità nel momento in cui diventa evidente la volontà del governo del Quebec di scaricare i costi della crisi verso il basso e favorire l’arricchimento dei grandi capitalisti. Nel movimento comincia a diffondersi l’uso di riferirsi a questo intenso periodo di lotta come alla “Primavera degli Aceri” (la foglia d’acero è il simbolo del Canada) richiamandosi esplicitamente alla primavera araba ed ai movimenti di contestazione al capitalismo finanziario diffusi in tutto il mondo. Intanto gli studenti stanno lavorando per costruire uno sciopero generale contro le politiche neoliberiste che coinvolga tutti i settori della società del Quebec … to be continued!

Fonte: CuaTorino.org