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don corsiSono state 1500 persone accompagnate da centinaia e centinaia di fiaccole sulla spiaggia di San Terenzo a Lerici. Tutti lì davanti alla chiesa per protestare contro il volantino che a Piero Corsi, il parroco, “è stato utile” per “giustificare” il femminicidio. Ma non partecipano solo donne. A difendere don Corsi c’è solo la mamma: ”E’ un bravo ragazzo, ha un carattere un po’ focoso, ma poi quel testo non l’ha scritto lui”. Per il prete esorcista, in passato è stato criticato già per affermazioni sull’Islam, non ci sono che condanne. La notte scorsa un blitz di un gruppo di cittadini lericini ha affisso alla bacheca della chiesa un volantino con l’eloquente scritta ”Dei nostri corpi decidiamo noi”. Poi sono arrivati anche gli attacchi della regista Francesca Archibugi (”Quel prete va isolato”), poi la fiaccolata a cui ha deciso di aderire anche GiuLia, la rete delle giornaliste unite, libere, autonome. Sulla spiaggia interventi, letture, messaggi arrivati da tutta Italia, come quelli della Segretaria Nazionale della Cgil Susanna Camusso:”La nostra dignità è fatta di libertà di scelta, d’integrità, di cittadinanza, per questo non colpevoli ma offese, non provocatrici ma persone libere” e di Serena Dandini. Poi è seguita la lettura, toccante, dei nomi delle 122 donne che dall’inizio del 2012 sono state uccise dagli uomini. La manifestazione ha rischiato di trasformarsi in rissa quando un gruppo di manifestanti è entrato nella chiesa, fermando la funzione religiosa. Ne è nata una violenta discussione, sfociata in qualche spintone tra manifestanti e fedeli, ma l’intervento dei carabinieri ha convinto chi protestava a lasciare la chiesa. E con le polemiche e le condanne arrivano anche le provocazioni su facebook: in Duomo, a Carrara, alla messa della domenica tutte in minigonna e decoltè per manifestare il proprio dissenso per le parole di don Piero Corsi. E don Corsi? In silenzio, chiuso nel silenzio di Villa Carafatti, residenza per anziani di Lerici.

Fonte: Controlacrisi

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livornoIn merito alla manifestazione di ieri organizzata dall’ex caserma occupata e a cui hanno partecipato numerose realtà politiche Livornesi. Ieri primo dicembre abbiamo organizzato un presidio di protesta in Piazza Grande per denunciare l’atteggiamento provocatorio della Polizia e del Partito Democratico e le successive cariche ingiustificate avvenute alla stazione marittima il giorno prima. Verso le 18 ci siamo mossi pacificamente in corteo verso il comune. Dopo pochi metri il dirigente della questura Paolo Rossi ci ha avvicinato dicendoci (testuali parole) che se non ci fossimo dispersi ci “avrebbero pestato”. Ci siamo successivamente spostati verso piazza Cavour ,sempre in maniera del tutto pacifica. Una volta in piazza sono arrivati nuovamente i reparti di celere e dopo pochi minuti siamo stati caricati brutalmente dalla statua fino all’angolo della piazza, di fronte a centinaia di persone inermi. Numerosi feriti portati in ambulanza anche tra i passanti e decine e decine di contusi tra i manifestanti. Successivamente si è scatenata la rabbia e la protesta di tutti i presenti, increduli di fronte a quella situazione. Non ci interessa il fatto che a Livorno il diritto a manifestare è evidentemente negato. Non ci interessa il fatto che le istituzioni Locali siano evidentemente complici di questa situazione. Noi domani saremo in piazza per rivendicare il diritto al dissenso e a ribadire che la nostra agibilità politica conquistata in anni di battaglie e mobilitazioni a fianco dei disoccupati, dei precari, degli studenti, e di tutti i cittadini livornesi, non SI METTE IN DISCUSSIONE. Che lo sappiano i dirigenti dei partiti locali, le istituzioni e soprattutto i vari sceriffi della questura venuti da fuori  che si permettono di dare ordini nella nostra città. Portiamo inoltre la massima solidarietà a tutti i feriti e contusi e a tutti i cittadini presenti in Piazza che per un attimo hanno creduto di vivere in una qualche dittatura del passato.

Oggi, domenica 2 dicembre, alle 17.00 tutti in piazza Cavour.

Ex caserma occupata

“Sito strategico nazionale”. Così l’esecutivo ha definito l’Ilva di Taranto. C’è stato un altro caso in cui ha usato questo appellativo, con il termovalorizzatore di Acerra. In Campania mandò i militari a guardia di migliaia di tonnellate di rifiuti. L’obiettivo era di difendere “’a munnezza” dalla protesta dei cittadini. Anche in quel caso era in ballo la salute dei cittadini. Per ora se ne parla soltanto, o meglio ne parla il ministro Clini, ma giovedì, quando Roma sarà attraversata da migliaia di caschi gialli, potrebbe uscir fuori dal “cappello” di Monti la soluzione “manu militari”, che tra l’altro sembra avere il placet del presidente della Repubblica che ieri ha convocato in tutta urgenza il premier. E così mentre la magistratura continua a sfornare indagati su indagati (il sindaco, il parroco, il poliziotto), l’esecutivo continua a cercare lo scontro con la Procura della Repubblica. Le parole usate da Clini sono, a questo proposito, inequivocabili. Secondo Clini ”e’ evidente che l’obiettivo, anche della Procura tarantina, è bloccare l’attuazione dell’Aia (sulla quale il procuratore capo Franco Sebastio si è già espresso negativamente, ndr) e arrivare alla chiusura dello stabilimento. Stanno cercando di creare le condizioni per cui l’Aia non sia applicabile. Questo non e’ legale. Devono rassegnarsi, su questo non mollo”. Clini parla di ”situazione paradossale: c’e’ un rischio di convergenza di interessi per cui fra l’iniziativa della magistratura e l’interesse dell’azienda a non investire, avremmo il risultato pratico di un’area inquinata pericolosa e la perdita di lavoro per migliaia di persone. Oggi Clini riferirà alla Camera. Il presidente della Puglia Vendola, infine, cerca una via d’uscita sulla triste vicenda dei dati epidemiologici, già sottostimati dal Governo nella compilazione dell’Aia, e invita Clini a fornire un quadro più realistico sulla situazione delle malattie. A prendere le difese della magistratura sono i cittadini. ”Taranto potra’ rinascere e guardare al futuro grazie a questa nuova azione della magistratura che da’ speranza di vita e di futuro ai miei concittadini”, dichiara Fabio Matacchiera, presidente del Fondo Antidiossina Taranto onlus. ”E’ stato ormai dimostrato che – continua – dietro al business della grande industria non si nasconderebbero solo inquinamento, malattie e morti, ma anche un giro impressionante di intrecci e di rapporti, su vari livelli, tra politici, dirigenti e uomini delle istituzioni che hanno posto i loro interessi personali sopra a tutto e sopra la testa degli stessi cittadini di Taranto che sono stati sacrificati ed umiliati nella loro stessa dignita”. Per il Verde Angelo Bonelli, “il decreto (per il momento ci sono solo indiscrezioni, ndr) del governo sembra un vero e proprio golpe nei confronti della legislazione ambientale e a tutela della salute nel nostro ordinamento”.

Fonte: www.controlacrisi.org

Blitz di Forza Nuova a Pontedera al “Teatro Era” dove sabato pomeriggio era in corso la consegna della cittadinanza a 603 bambini nati in Italia da genitori stranieri. Un gruppetto di una decina di militanti ha gridato slogan contro gli immigrati e provato a distribuire volantini, prima di essere respinto e allontanato dal personale di sicurezza del teatro e da alcune persone presenti alla manifestazione. Il sindaco, Simone Millozzi, ha immediatamente condannato il gesto di Forza Nuova, parlando di atteggiamento ”fascista e squadrista dei contestatori all’iniziativa del Comune”. Sulla vicenda è intervenuto anche il Comitato antifascista e antirazzista Valdera, sottolineando come la festa sia stata “interrotta da pratiche xenofobe e razziste”. “Non abbiamo altri termini per descrivere una ignobile manifestazione – continua il comunicato – che colpisce i migranti e loro famiglie che vivono e lavorano da anni in Valdera, uomini e donne parte integrante della società civile”. “Per troppo tempo le istituzioni locali – conclude il Comitato – hanno sottovalutato la pericolosità dell’estrema destra concedendo negli anni spazi pubblici per manifestazioni nostalgiche e di richiamo al fascismo”. Ieri pomeriggio il Comitato antifascista e antirazzista ha tenuto un sit-in in Corso Matteotti.

Fonte: www.controlacrisi.org

“Boia chi molla” è una di quelle frasi che in Emilia, terra di resistenza e partigiani, si pensa nessuno avrebbe mai il coraggio di pronunciare. Eppure così non è stato a Campegine, in Provincia di Reggio Emilia, dove ieri mattina è stato trovato un adesivo con l’effige di Mussolini che recita appunto “Boia chi molla”, attaccato sopra un monumento dedicato ai partigiani. Il gesto di stampo fascista, fa ancora più rumore proprio perché accaduto in una zona dove la memoria della resistenza è parte sacra della cultura cittadina. Il cippo sfregiato si trova ai bordi della strada provinciale che unisce Campegine con Castelnovo Sotto in un punto geografico molto significativo per la storia locale. “La strada grande”, come la chiamano da quelle parti, conduce infatti in pochi minuti a Casa Cervi, la casa museo che ha visto crescere e nascere i sette fratelli Cervi, partigiani uccisi dai soldati repubblichini di Salò nel 1943, ma soprattutto il simbolo della resistenza emiliana. Campegine, Poviglio e Gattatico, il trittico della memoria, là dove ogni 25 aprile accorrono persone da tutta la regione per ricordare la lotta di nonni e concittadini per la liberazione dal fascismo. L’adesivo con l’immagine di Mussolini è stato incollato sul volto di Marino Bocconi, detto “Lampo”, uno dei cinque partigiani a cui è dedicato il monumento. Il cippo commemorativo infatti ricorda il sacrificio di Gianfranco Maiola detto Gianni, Aleardo Ferrari detto Toti, Gino Poli detto Athos, Alide Conti detto Leone, Marino Bocconi detto Lampo, uomini che il 23 aprile 1945 furono uccisi dai tedeschi in una di quelle che dovevano essere le ultime battaglie della seconda guerra mondiale in Val d’Enza. I cittadini residenti si sono subito accorti dell’oltraggio, nonostante il monumento sia abbastanza piccolo e come segnalano, in evidente stato di decadenza. Il gesto ha provocato le dure reazioni di cittadinanza e istituzioni, che non hanno potuto fare a meno di notare il fatto che non sia la prima volta che si verificano episodi di questo tipo nella zona emiliana. “Questi attacchi nostalgici, – comunicano con una nota ufficiale il sindaco di Campegine Paolo Cervi e il Presidente dell’A.N.P.I. locale Enrico Orlandini, – che cercano una revisione di ciò che ha rappresentato il fascismo per l’Italia, dimostrano soprattutto una profonda ignoranza e un totale disprezzo per le vittime di questa dittatura da parte degli autori di questo grave gesto. Speriamo che possano rimanere atti isolati e che rimanga sempre ben impressa nella memoria delle nostre comunità il sacrificio che Gianfranco Maiola, Aleardo Ferrari, Gino Poli, Alide Conti e Marino Bocconi e molti altri, hanno pagato per la libertà di tutti”. L’episodio è stato duramente condannato anche dal Presidente Provinciale dell’A.N.P.I. Giacomo Notari, il quale ha ricordato la campagna antifascista lanciata dal Presidente Nazionale Carlo Smuraglia proprio il 25 luglio scorso e proprio a casa Cervi. A pochi chilometri dalla statua sfregiata infatti, la dirigenza nazionale dell’associazione partigiani ha presentato un documento di sei pagine in cui ribadisce l’importanza della loro lotta: “Benché in Italia esista un gruppo consistente, diffuso e coerente di veri, sinceri e impegnati antifascisti, non c’è dubbio che il Paese avrebbe bisogno di una forte iniezione di antifascismo, capace di diffonderlo fra i cittadini e di farlo penetrare nella cittadella delle istituzioni, come condizione essenziale per il consolidamento della democrazia”. L’A.N.P.I aveva scelto la terra tra Campegine, Poviglio e Gattatico proprio per ribadire il suo ruolo fondamentale all’interno della società civile italiana, in un momento storico dove il governo ha messo in discussione i fondi che permettono all’associazione di restare in vita. E lo sfregio pubblico al monumento, affermano i partigiani, è la prova del bisogno ancora oggi di una campagna antifascista: “Pensiamo che in materia di democrazia e di antifascismo ci sia bisogno di uno slancio salutare e innovativo sia per l’anima che per il corpo; ed a questo vogliamo contribuire con una grande campagna di massa per creare una vera cultura dell’antifascismo e della democrazia, per disperdere ogni vocazione autoritaria e populistica, per ricreare la fiducia reciproca fra cittadini e istituzioni.

Terza giornata di manifestazioni nel centro di Madrid dei dipendenti pubblici e di altri settori in lotta, dai cosiddetti ‘indignados’ agli insegnanti mobilitati in difesa dell’istruzione pubblica. Ieri sera alcune centinaia di lavoratori dell’amministrazione dello Stato si sono concentrati in Plaza de Neptuno ed hanno bloccato il traffico su Paseo del Prado, una delle principali arterie della capitale. Dopo l’intervento della Polizia i manifestanti – alcuni dei quali sono stati identificati dagli agenti – hanno deciso di interrompere la protesta ma solo dopo due ore dal suo inizio. Le proteste contro i tagli di Rajoy al settore pubblico – in particolare contro i licenziamenti e la soppressione della tredicesima – erano iniziate nel tardo pomeriggio nelle vicinanze della sede del Congresso dei Deputati, blindato dalla Polizia che aveva completamente circondato il Parlamento con barriere e transenne. Essendo impossibile manifestare sotto il Congresso i manifestanti hanno deciso di spostarsi in corteo verso l’altro punto del centro di Madrid. Nel frattempo altri duemila attivisti, alcuni dei quali appartenenti ai corpi di Polizia e dei Vigili del Fuoco, hanno tentato di circondare la sede del Partito Popolare in calle Genova, anche questa fortemente presidiata dagli agenti in tenuta antisommossa che per impedire l’assedio hanno caricato i dipendenti pubblici – inclusi i loro colleghi – ed hanno sparato alcune pallottole di gomma. Anche in questo caso i manifestanti hanno deciso di spostarsi in corteo verso Cibeles per unirsi all’altro spezzone che intanto aveva raggiunto calle Alcalà. Le manifestazioni sono continuate fino a tarda notte con la partecipazione di parecchie migliaia di persone – dipendenti pubblici soprattutto, insegnanti, pompieri, medici, studenti, precari – al grido di ‘Mani in alto, questa è una rapina’ e ‘Meno crocefisso, più lavoro fisso’. “Siamo presi in giro da chi ci paga di meno e aumenta le tasse” hanno denunciato i lavoratori che si oppongono alla mega manovra da 65 miliardi di euro di tagli e nuove tasse approntata dal governo di destra per ricevere dall’Unione Europea i cosiddetti aiuti – per un valore di 30 miliardi – da destinare alla ricapitalizzazione delle banche iberiche in crisi. E ieri per la prima volta anche alcuni settori delle forze armate si sono pronunciati contro le politiche del governo del Partito Popolare, di fatto commissariato dalla troika come già avvenuto in Grecia, Portogallo, Irlanda e Italia. “La nostra capacità di sopportazione ha un limite” ha tuonato ieri in un comunicato l’Associazione Unificata dei Militari Spagnoli (AUME). I soldati affermano di essere stati “pazienti, tolleranti, solidali” ma che con gli ultimi tagli il governo ha cambiato le regole del gioco. Il sindacato delle forze armate con toni aspri ha quindi annunciato il suo sostegno alle iniziative che i cittadini intraprenderanno per la difesa di diritti che non è accettabile perdere. Un’altra associazione, ‘Militari per la democrazia’, ha chiesto al Ministero della Difesa che non si taglino i salari dei soldati impegnati in zone di conflitto – le cosiddette ‘missioni di pace’ – o quelli impiegati nelle operazioni della Nato, affermando che è possibile tagliare alcune spese semplicemente riducendo o cancellando del tutto parate e celebrazioni ufficiali. Per il prossimo 19 luglio i sindacati ufficiali spagnoli – Ccoo e Ugt – hanno indetto una giornata di mobilitazione in tutto lo stato, ma non lo sciopero generale che movimenti sociali e minatori continuano inutilmente a chiedere alle due centrali. Ieri sera le bandiere delle due sigle non si sono viste in piazza, e non mancano tra chi si mobilita forti critiche all’immobilismo se non alla complicità delle direzioni dei sindacati concertativi nei confronti delle manovre lacrime e sangue del governo Rajoy.

Marco Santopadre

La polizia questa settimana ha ucciso 5 persone  durante le proteste contro la miniera Yanacocha nelle provincie di Celendin e Bambamarca nella regione di Cajamarca nel Nord del Perù. Da un anno campesinas e campesinos insieme a cittadini di Cajamarca e dei dintorni lottano contro il progetto aurifero “Conga” della compagnia miniera Yanacocha di proprietà della Newmont Mining Corporation (Canada), Compañía de Minas Buenaventura (Perù) e della Corporazione Finanziaria Internazionale (IFC). Il progetto Conga prevede l’estrazione di oro da due laghi nella zona altoandina di Cajamarca e la distruzione di altri due laghi che verranno utilizzati come deposito di residui, questi 4 laghi costituiscono la sorgente dei pricipali fiumi della zona. Da un mese a questa parte nella regione di Cajamarca era stato dichiarato un “paro indefinido”, un periodo di proteste e di veglia continua ai laghi per impedire l’inizio dei lavori della compagnia, lo Stato ha sempre mostrato la sua sottomissione a Yanacocha e inviato in più occasioni polizia e militari per reprimere le proteste. Gli abitanti della regione e soprattutto delle provincie che verranno colpite direttamente dal progetto non si sono fatti intimidire e hanno continuato la loro lotta , a Celendín i primi di maggio un contingente della polizia nazionale è stato cacciato dalla città dai manifestanti. Il giorno 3 luglio la polizia è arrivata a Celendín con l’ordine di sparare ai manifestanti che tentavano di attaccare la municipalidad per dimettere l’alcalde che aveva dato il suo appoggio al progetto Conga e al presidente Ollanta Humala. La violenta repressione ha provocato la morte di tre persone José Silva Sánchez (35), Eleuterio García Díaz (40)  e  C.M.A di 17 anni, altre 30 sono rimaste ferite. Secondo la stampa nazionale che appoggia il governo e la violenza della polizia due poliziotti sono stati feriti con armi da fuoco usate dai manifestanti. È stato dichiarato lo stato di emergenza per 30 giorni nelle provincie di Celendin Huangayoc e Cajamarca (sospensione dei diritti di libertà personale, riunione, circolazione, inviolabilità del domicilio e molti altri) questo garantisce  la totale libertà alla polizia e la giustifica per ulteriori violenze. Nonostante ciò il 5 luglio le proteste sono continuate in tutta la regione e così anche la repressione, la polizia ha infatti ucciso altri manifestante a Bambamarca. Secondo i comunicati radio che arrivano dalla regione gli abitanti di Cajamarca sono decisi a resistere e lottare per difendere la loro acqua e le loro terre.

Fonte: Informa-azione