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“Se lo Stato non è in grado di identificare gli autori di questo pestaggio, che è stato riconosciuto da tutti, non ci rimane altro che un’azione civile dei confronti del ministero. Una responsabilità del ministero c’è al di là dell’accertamento delle singole responsabilità”. L’avvocato Fabio Anselmo, avvocato della famiglia di Stefano Cucchi, avverte i giudici che l’accertamento della verità sulla morte dell’uomo, non si limiterà al ricorso in Cassazione. Stando infatti al risultato logico della sentenza di appello, tutto il procedimento sarebbe da rifare in quanto non sono state accertate le responsabilità. L’errore, semmai è aver portato indagini, accusato persone ed esibito prove che non c’entrano molto con la morte di Stefano Cuccni. “Siamo sereni – ha spiegato – non urliamo allo scandalo per questa sentenza ma quello che è uno scandalo è come si è arrivati a questa sentenza e che non sia servita né per identificare l’autore del pestaggio né per dire come è morto Stefano Cucchi – ha detto – Io critico le indagini, lo scandalo che la famiglia urla è per quello che ha dovuto subire. Di fronte a una perizia non idonea, io avrei voluto che la Corte disponesse un supplemento peritale per risolvere i dubbi sulle cause della morte”.  “Appena lette le motivazioni faremo ricorso in Cassazione”, ha aggiunto l’avvocato.

“E’ una magra soddisfazione ma sono contento di avere convinto la famiglia di Stefano ad accettare un risarcimento da parte della struttura ospedaliera, che comunque è un’assunzione di responsabilità”, ha concluso.

Anche Ilaria Cucchi spiega che “il prossimo passo è la Cassazione e la Corte europea. Non è finita qui. Se lo Stato non sarà in gradi di giudicare se stesso, faremo l’ennesima figuraccia davanti alla Corte europea. Sono molto motivata”.

Fonte: CopntrolaCrisi

no tav 5

Dopo ore di attesa, è stata infine resa pubblica nella tarda serata di ieri la sentenza della Corte di Cassazione di Roma chiamata a pronunciarsi sulla legittimità delle accuse di terrorismo con cui Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò sono rinchiusi in carcere da più di 5 mesi.

Le prime notizie della giornata non facevano ben sperare dal momento che il Procuratore Generale della Cassazione, Giovanni d’Angelo, aveva chiesto di confermare le accuse formulate dalla Procura di Torino e di mantenere la detenzione in carcere per i quattro No Tav. Poco prima di mezzanotte, invece, la smentita della Corte, che ha annullato la sentenza del Tribunale della libertà di Torino, che lo scorso 9 gennaio aveva respinto le richieste degli avvocati dei No Tav e confermato invece in toto l’impianto accusatorio del gip e della Procura. Ora, lo stesso dovrà riformulare le accuse a carico di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò.

Che l’accusa di terrorismo fosse irricevibile e ridicola il movimento No Tav l’aveva dichiarato fin dall’inizio, respingendo tout court teoremi improbabili, che al danneggiamento di un compressore avrebbero voluto associare il “danneggiamento dell’immagine del paese” (sic!), sfoderando accuse che prevedono pene fino ai 30 anni. E l’ha respinta anche nei fatti, stringendosi senza se e senza ma attorno ai quattro arrestati e rivendicando compatto la pratica del sabotaggio, come l’ultima grande giornata di lotta e solidarietà di sabato scorso a Torino ha dimostrato.

Insomma, non è certo uso del movimento attendere una mano salvifica da corti e tribunali ma la sentenza emessa questa sera dalla Cassazione non può che essere accolta positivamente: l’annullamento dell’accusa di terrorismo sarà infatti determinante in vista della prima udienza del processo che si aprirà il 22 maggio nell’aula bunker delle Vallette a carico di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò. Ma darà anche un’indicazione rispetto alla gestione più generale delle indagini e delle accuse che negli ultimi anni hanno ormai coinvolto più di mille No Tav.

Insomma, sembra proprio che tra aggressioni inventate e accuse di terrorismo respinte quella di oggi sia stata una giornata decisamente nera per il duo dei pm con l’elmetto Padalino-Rinaudo e per la Procura torinese tutta…

Un primo importante passo è stato fatto: ora liberi tutti!

Fonte: InfoAut

genova 2001

Alla sbarra ancora 5 dei 10 compagni giudicati dalla sentenza di Cassazione dello scorso 13 luglio, quella dei cento anni complessivi di condanne per i reati di devastazione e saccheggio. Per i 5, oggi, la Corte d’Appello ha valutato la concedibilità dell’attenuante dell’aver agito per «suggestione della folla in tumulto».

La decisione è stata quella di ridurre le condanne per 4 dei 5 compagni con pene comprese tra i 6 e i 8 anni di carcere. Tenendo conto dell’indulto per 3 di loro sicuramente non si apriranno le porte del carcere. Per altri due, condannati a 8 anni, probabile le misure alternative (ma non certe). Adesso si attendono le motivazioni per eventualmente impugnarle ancora una volta in Cassazione.

Dodici anni da quel luglio del 2001, dieci condannati, dieci anni di processo, cento anni di condanne. Tre compagni in carcere condannati in via definitiva tra i 10 e 15 anni, una compagna ai domiciliari per 6 anni. Un compagno che, invece, continua a correre libero. Per portare solidarietà a tutte e tutti loro, dalle 10.30 fuori e dentro il Tribunale presidio di diversi solidali. Prima della sentenza abbiamo contattato Lorenzo, del cs Buridda, da Genova. Ascolta o scarica il contributo

Fonte: Radio Onda d’Urto

berlusconi

I giudici della sezione feriale della Cassazione, presieduta da Antonio Esposito, hanno emesso il loro verdetto: confermate le condanne per frode fiscale a carico di Silvio Berlusconi e degli altri tre imputati del processo Mediaset, gli ex dirigenti di Mediaset Daniele Lorenzano e Gabriella Galetto e il produttore cinematografico Frank Agrama.

La Cassazione ha invece annullato la pena accessoria a carico dell’ex premier, l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, e ha disposto il rinvio alla Corte d’Appello di Milano per la rideterminazione della pena accessoria.

Fonte: La Repubblica

lander-askatuIeri è stata notificata agli avvocati difensori di Lander la sentenza emessa dalla IV Sezione della Corte d’Appello di Roma riguardo al procedimento di estradizione del giovane basco -agli arresti domiciliari da circa 7 mesi con l’accusa di aver incendiato, insieme al altre persone, un autobus vuoto che si trovava nel percorso di una manifestazione della sinistra indipendentista svoltasi nel 2002. A 11 anni dai fatti, Lander viene quindi inserito all’interno del processo e su queste basi, seguendo il tradizionale e consueto teorema, viene classificato dalla magistratura dello Stato spagnolo, come militante dell’organizzazione armata basca ETA. Mentre i Tribunali spagnoli comandano, i Tribunali italiani obbediscono, concedendo così l’estradizione, nonostante la magistratura spagnola e l’avvocato Fausto Coppi non siano stati in nessun modo capaci di fornire nessun elemento che attesti la presenza di Lander sul luogo in cui avvennero i fatti in quel lontano 2002. Ma quando la magistratura è una magistratura più di tipo politico che giuridico, prioritario diventa perseguire l’obiettivo, ancora una volta nel nome della diplomazia, dove a primeggiare sono interessi altri. Di certo è che, come si è dimostrato da alcuni mesi a questa parte, la solidarietà per Lander non accenna a diminuire e mentre gli avvocati preparano il prossimo passo verso il ricorso in Cassazione, altre mobilitazioni si stanno organizzando per continuare a fare pressione contro l’estradizione e per la liberazione di Lander.

Fonte: Infoaut

referendumSui referendum le firme ci sono! Sono state consegnate in queste ore in Cassazione a Roma; e sono oltre un milione. Raccolte da Idv, Rifondazione comunista, Verdi e Fiom, tra gli altri, per abolire la riforma dell’art.18 introdotta dal ministro Fornero e l’abolizione dell’art.8 del decreto Sacconi sui contratti di lavoro (l’articolo 8 di fatto abolisce il contratto nazionale). Sui due quesiti, comunque, per effetto dello scioglimento delle Camere, non si voterà, e il comitato promotore grida ”allo scippo”. Di Pietro annuncia il ricorso alla Corte costituzionale “per ripristinare il diritto leso dei lavoratori”. Nelle scorse settimane il comitato aveva scritto a Napolitano chiedendo di posticipare lo scioglimento delle Camere di alcuni giorni. E invece il presidente della Repubblica e garante delle Costituzione repubblicana ha fatto orecchie da mercante. Nella foto, un furgone bianco stracarico di scatoloni, e uno scatolone sigillato con il nastro adesivo da pacchi lo stringono già nelle mani Antonio Di Pietro, Angelo Bonelli e Paolo Ferrero.

Fonte: Controlacrisi

Le violenze della polizia e gli immotivati arresti di massa dei no-global inerti e innocenti, hanno ”gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero”. Lo sottolinea la Cassazione nelle motivazioni, appena depositate, del processo ‘Diaz’ che ha decapitato i vertici della polizia. La ”gravita”’ dei reati commessi dai funzionari della polizia, come quello della violazione ”dei doveri di fedeltà” delle calunnie e dei falsi, legittima il ‘no’ ”al riconoscimento delle attenuanti generiche” a favore degli imputati. Hanno commesso una ”consapevole preordinazione di un falso quadro accusatorio ai danni degli arrestati, realizzato in un lungo arco di tempo intercorso tra la cessazione delle operazioni ed il deposito degli atti in Procura”. “L’esortazione rivolta dal capo della polizia (a seguito dei gravissimi episodi di devastazione e saccheggio cui la città di Genova era stata sottoposta) ad eseguire arresti, anche per riscattare l’immagine della Polizia dalle accuse di inerzia, ha finito con l’avere il sopravvento rispetto alla verifica del buon esito della perquisizione stessa”, sottolinea la Cassazione rilevando che l’irruzione alla Diaz fu condotta con “caratteristiche denotanti un assetto militare”. La Cassazione evidenzia, come già fatto dalla Corte d’Appello di Genova, ”l’odiosità del comportamento” dei vertici di comando. ”Di chi, in posizione di comando a diversi livelli come i funzionari – e’ scritto – una volta preso atto che l’esito della perquisizione si era risolto nell’ingiustificabile massacro dei residenti nella scuola, invece di isolare ed emarginare i violenti denunciandoli, dissociandosi cosi’ da una condotta che aveva gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero e di rimettere in libertà gli arrestati, avevano scelto di persistere negli arresti creando una serie di false circostanze”. In pratica, crearono verbali menzogneri ”funzionali a sostenere cosi’ gravi accuse da giustificare un arresto di massa”. Ed avevano formulato le accuse ”in modo logico e coerente, tanto da indurre i pubblici ministeri a chiedere, e ottenere seppure in parte, la convalida degli arresti”. L’operazione “si è caratterizzata per il sistematico ed ingiustificato uso della forza” da parte di tutti i poliziotti che hanno fatto irruzione. “La mancata indicazione, per via gerarchica, di ordine cui attenersi” si è tradotta “in una sorta di ‘carta bianca’, assicurata preventivamente e successivamente” all’operazione”. Tutti erano liberi “di usare la forza ‘ad libitum'”. I poliziotti che fecero irruzione “si erano scagliati sui presenti, sia che dormissero, sia che stessero immobili con le mani alzate, colpendo tutti con i manganelli (detti ‘tonfa’) e con calci e pugni, sordi alle invocazioni di ‘non violenza’ provenienti dalle vittime, alcune con i documenti in mano, pure insultate al grido di ‘bastardi’”.

Fonte: Ansa

 

L’azione dei quattro poliziotti che il 25 settembre presero a botte e ammazzarono Federico Aldrovandi, dalla Cassazione è stata giudicata “sproporzionatamente violenta e repressiva”. Motivazione che la Cassazione ha espresso in ben 43 pagine e attraverso la quale il 21 giugno scorso è stata confermata la condanna a tre anni e sei mesi, a cui è seguito il messaggio di solidarietà di Paolo Ferrero. La condanna è stata dichiarata e senza attenuanti per Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri che, non intenzionati mai a collaborare, hanno persino intralciato le indagini. Questo si legge nella sentenza che ha portato al diniego delle attenuanti generiche per gli imputati Enzo Pontani, Paolo Forlani, Monica Segatto e Luca Pollastri che “avevano anche omesso di fornire un contributo di verità al processo, da reputarsi doveroso per dei pubblici ufficiali, a fronte delle manipolazioni delle risultanze investigative pure realizzate dai funzionari responsabili della Questura di Ferrara”. Le condotte dei poliziotti vengono definite nella sentenza “specificamente incaute e drammaticamente lesive”, sia per “la serie di colpi sferrati contro il giovane”, sia per “le modalità di immobilizzazione del ragazzo, accompagnate dall’incongrua protratta pressione esercitata sul tronco dell’Aldrovandi”. Ricordiamo che è nata l’associazione a Federico Aldrovandi.

Fonte: www.controlacrisi.org

“Non è un reato partecipare ad una manifestazione violenta No Tav” e pertanto il tanto paventato concorso morale, reato con il quale incriminare chiunque partecipi a una manifestazione notav, non esiste. Sono state pubblicate le motivazioni della sentenza per Nina e Marianna, che finirono assolta la prima e condannata la seconda in un processo farsa con testimonianze fumose che dimostrarono l’inconsistenza delle accuse nei confronti delle due notav. Fin dall’udienza preliminare presidiata dal Procuratore di Torino Caselli si capiva l’aria che tirava e che la procura voleva sentenziare nei confronti del movimento notav, e tentare di giocare la carta del “concorso morale” per munirsi di un altro strumento per intimorire il movimento. E invece neanche questa volta è passato l’esercizio da “legge speciale” che la procura di Torino ha tentato per l’ennesima volta dimostrando palesemente la volontà di dotarsi di strumenti adatti a fermare “all’origine” la mobilitazione popolare, come è stato fatto con i folgi di via, gli obblighi di dimora ed altri piccoli escamotage “legali” . Il tribunale, nelle motivazioni, cita un giudizio della Cassazione riferendosi alla pronuncia di assoluzione del senatore Giulio Andreotti (30 ottobre 2003) per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli…Il giudice comunque si lancia nelle considerazioni finali, emettendo a suo modo la sentenza nei confronti di MArianna e del Movimento, non ricordando bene che la condanna di Marianna (nata da una testimonianza assurda e mai verificata) è stata condannata perchè nel suo caso la pena “deve tener conto della gravità del fatto, inserito in quei pesanti disordini che sovente accompagnano le motivazioni No Tav soffocando e vanificando, con una violenza che troppo spesso nasconde la mancanza di idee e di ideali, la voce e le ragioni di coloro che cercano di dare la massima visibilità alla loro opposizione in modo civile, motivato, democraticamente rispettoso”.

Per fortuna la storia, nel nostro caso, non la scriveranno i tribunali!

Fonte: http://www.notav.info

Il “saluto romano” è reato. A stabilirlo, come riporta l’AGI, è l’odierna sentenza n.35549 della sesta sezione penale della Cassazione, con la quale si rigetta il ricorso e si ribadisce la condanna (inflittagli in precedenza dalla Corte d’appello di Firenze) di un uomo di 50 anni (Lorenzo F.) che, durante una “riunione pubblica”, aveva effettuato il tipico gesto del ventennio scandendo “slogan inneggianti al razzismo e al regime fascista”. Il ricorso dell’uomo era basato sull’impossibilità del suo riconoscimento perché, all’epoca dei fatti, aveva il ”capo coperto da un cappello, una sciarpa sul volto e un giubbotto imbottito”. L’imputato, per sua sfortuna, era però noto alla Digos e alla Questura di Firenze sin dal 1990 per manifestazioni analoghe ed ”era pluripregiudicato e, perciò, anche sotto questo profilo, era noto alle forze di Polizia”.