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La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio di cinque carabinieri coinvolti nell’indagine bis sulla morte di Stefano Cucchi, ovvero per i tre carabinieri che lo arrestarono, per i loro colleghi che avrebbero mentito per coprire le torture: chiesto il rinvio a giudizio.

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Ora un giudice di Roma dovrà stabilire la data dell’udienza preliminare perché c’è la richiesta di rinvio a giudizio per cinque dei carabinieri coinvolti nell’inchiesta bis sulla morte di Stefano Cucchi, il geometra trentenne deceduto una settimana dopo il suo arresto, nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale Pertini di Roma, nell’ottobre del 2009. Per i tre militari che lo arrestarono, l’accusa contestata dalla procura è quella di omicidio preterintenzionale, mentre altri due appartenenti all’Arma sono accusati di calunnia e falso.
L’ipotesi di reato di omicidio preterintenzionale riguarda Raffaele D’Alessandro, Alessio Di Bernardo e Francesco Tedesco, mentre il falso e la calunnia riguardano Roberto Mandolini e Vincenzo Nicolardi. All’epoca del fatto prestavano servizio alla stazione dei carabinieri di Roma Appia. Sono loro che arrestarono Cucchi in flagranza di reato perchè trovato in possesso di stupefacenti. Ai carabinieri Roberto Mandolini comandante interinale della stazione Appia vengono contestati i reati di calunnia e falso mentre l’accusa di calunnia è contestata ancora al carabiniere Tedesco nonchè a Vincenzo Nicolardi.
La Procura di Roma, dunque, contesta il reato di omicidio preterintenzionale ai tre carabinieri che arrestarono Stefano Cucchi. Ai tre carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale per la morte di Stefano Cucchi è contestata anche l’accusa di abuso di autorità. L’avviso di chiusura indagine, atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, dice che hanno sottoposto il geometra «a misure di rigore non consentite dalla legge». Per la procura con «l’aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi, riconducibili alla resistenza di Cucchi al momento del foto-segnalamento». Dalla prima ipotesi di lesioni volontarie si è passati all’ipotesi di omicidio preterintenzionale anche dopo una malintesa perizia, quella con cui, secondo Ilaria Cucchi, si tentava «di scrivere la sentenza finale del processo per i responsabili del violentissimo pestaggio a mio fratello». Il collegio peritale si era avventurato a formulare due ipotesi di morte. «La prima, per epilessia, che se in un primo momento viene ritenuta forse più probabile, nelle conclusioni la definisce ‘priva di riscontri oggettivi’. La seconda, dopo aver riconosciuto tutte le evidenze cliniche da sempre dai nostri medici legali evidenziate, riconosce il ruolo del globo vescicale come causa di morte in conseguenza delle fratture. A pagina 195 descrive compiutamente ‘un’intensa stimolazione vagale produce brachicardia giunzionale’, che ovviamente è conseguenza delle fratture, e poi della morte».
Malgrado tutto, gli unici dati oggettivi scientifici che la perizia riconosce sono: il riconoscimento della duplice frattura della colonna e del globo vescicale che ha fermato il cuore. «Abbiamo ottime possibilità di vedere processati gli indagati per omicidio preterintenzionale.
Un violentissimo pestaggio, dunque, toccò a Stefano Cucchi, già nella notte dell’arresto da parte di alcuni carabinieri del comando della stazione Appio che spunta solo dopo sei anni nelle ipotesi della Procura della Repubblica di Roma che, con un documento di 50 pagine, ha chiesto al gip a dicembre del 2015 di disporre lo svolgimento di un incidente probatorio per ricostruire tutti i fatti che hanno preceduto la morte di Cucchi, avvenuta il 22 ottobre del 2009 all’ospedale Pertini, «dopo aver subito – come si legge nel documento della procura – nella notte tra il 15 e 16 ottobre un violentissimo pestaggio da parte dei carabinieri appartenenti al comando stazione Appia».
Sempre più concrete, perciò, le ipotesi che emergevano con forza dalle primissime ricostruzioni e dalle evidenti contraddizioni dei carabinieri durante la prima inchiesta. Ma all’epoca, con un proclama perentorio, parve a tutti che il ministro della Difesa La Russa fosse intervenuto a gamba tesa per tenere lontana l’Arma da un’inchiesta. Così fu. Così, forse, non è più. Una consulenza del radiologo Carlo Masciocchi, consulente della famiglia Cucchi, accertò l’esistenza di una frattura lombare recente sul corpo del defunto.
Nella ricostruzione dell’accaduto e soprattutto sulle lesioni subite da Stefano Cucchi nelle carte si scrive che a pestarlo furono i carabinieri D’Alessandro, Di Bernardo e Tedesco. Il pestaggio avvenne in un arco temporale certamente successivo alla perquisizione domiciliare eseguita nell’abitazione dei genitori dello stesso Cucchi, un pestaggio che «fu originato da una condotta di resistenza posta in essere dall’arrestato al momento del fotosegnalamento presso i locali della compagnia Carabinieri Roma Casilina». Qui subito dopo la perquisizione domiciliare si legge nel documento Cucchi era stato portato. Secondo la ricostruzione fatta dal magistrato una volta nella caserma Casilina «fu scientificamente orchestrata una strategia finalizzata a ostacolare l’esatta ricostruzione dei fatti e l’identificazione dei responsabili per allontanare i sospetti dei carabinieri appartenenti al comando stazione Appia». In particolare nella ricostruzione decisa dai carabinieri «non si diede atto della presenza dei carabinieri Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo nella fase dell’arresto di Stefano Cucchi. Il nominato dei due militari infatti non compariva nel verbale di arresto, pur essendo gli stessi pacificamente intervenuti già al momento dell’arresto e pur avendo partecipato a tutti gli atti successivi».
Nel documento della Procura si sottolinea poi che «fu cancellata inoltre ogni traccia di passaggio di Cucchi dalla Compagnia Casilina per gli accertamenti fotosegnaletici e dattiloscopici al punto che fu contraffatto con bianchetto il registro delle persone sottoposte a fotosegnalamento». Poi si aggiunge che nel verbale di arresto non si diede atto del mancato fotosegnalamento e che Stefano Cucchi «non fu arrestato in flagranza per il delitto di resistenza a pubblico ufficiale perpetrato nei locali della compagnia carabinieri di Roma Casilina, nè fu denunciato per tale delitto. Omissione che può ragionevolmente spiegarsi solo con il fine di non fornire agli inquirenti alcun elemento che potesse spostare l’attenzione investigativa sui militari del comando stazione carabinieri di Roma Appia». Secondo il pubblico ministero fu taciuto agli altri carabinieri che avevano partecipato all’arresto di Cucchi.

da http://www.osservatoriorepressione.info/

news_img1_66633_stefano-cucchi-300x225 Cinque condanne per omicidio colposo, è questa la richiesta del Procuratore Generale della corte d’Assise di Roma, Eugenio Rubolino nell’ambito del processo di appello-bis per la morte di Stefano Cucchi: 4 anni di reclusione per il primario del reparto lager dell’ospedale Pertini, e 3 anni e 6 mesi per altri 4 medici. Dura la requisitoria del PG, il quale ha così esordito “Non vorrei che Stefano Cucchi morisse per la terza volta: una prima volta lo hanno ucciso servitori dello Stato in divisa, si tratta solo di stabilirne il colore, la seconda volta lo hanno ucciso servitori dello Stato in camice bianco”, paragonando le sofferenze di Stefano alle torture subite da Giulio Regeni.
Sempre per quanto riguarda il caso Cucchi, domani invece nuova udienza per l’inchiesta bis che vede indagati cinque carabinieri: tre per lesioni personali aggravate e abuso d’autorità, e due per falsa testimonianza. I periti della difesa, che devono stabilire l’esistenza o meno di un nesso di causa-effetto tra il decesso di Cucchi e le lesioni che gli vennero inflitte durante il pestaggio la notte del suo arresto hanno chiesto altri 90giorni e così la prescrizione di avvicina. A prendere tempo è il professor Francesco Introna, ex massone, uomo di destra con un passato in Alleanza Nazionale, il quale nei giorni scorsi aveva sostenuto di “non avere ancora tutto il materiale”.
Il commento dell’avvocato della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo, al termine dell’udienza.Ascolta o scarica

http://www.radiondadurto.org/

alt INFOAUT– Ieri Ilaria Cucchi ha postato sul proprio profilo Facebook la foto di uno dei cinque carabinieri che hanno massacrato suo fratello Stefano.
Il fisico palestrato immortalato in spiaggia, degna di una foto per pubblicizzare una casa produttrice di costumi da bagno, era evidentemente sul profilo dello stesso aspirante modello. Il carabiniere, vistosi rimbalzato su ogni testata giornalistica, si è precipitato a toglierla e nello stesso tempo tramite il suo legale ha formalizzato una denuncia nei riguardi di Ilaria Cucchi ”per le sue affermazioni e per le numerose e gravissime ingiurie che sono state rivolte a lui e ai suoi familiari a seguito e a causa della Signora Cucchi”.
Forse è l’immagine che più ci si attendeva e che meglio si addiceva, quanto meno per uno di loro, quella dello sbirro tutto muscoli e niente cervello. Sul fatto che ci fosse stato un abuso da parte dei CC non vi era dubbio e le parole all’interno delle intercettazioni emerse negli ultimi giorni hanno fatto capire che cosa sono stati capaci di fare sul corpo di Stefano e come si fossero studiati anche un piano per tirare a campare (“ci diamo alle rapine”).
Al di là della valanga di commenti (alcuni del tutto condivisibili) apparsi in seguito alla pubblicazione, la questione di fondo rimane la pochezza di questi individui che continuano ad essere in servizio, spalleggiati dai loro colleghi nei secoli fedeli, mentre tra i comuni mortali basta molto meno per perdere il posto di lavoro. E’ stata la stessa Ilaria Cucchi a sottolineare poi che se si fosse trattato di un comune mortale a quest’ora non solo sarebbero usciti i nomi e le foto delle persone coinvolte, ma sicuramente si sarebbe anche concluso il processo con tanto di condanna. Invece a distanza di anni per il caso Cucchi ci troviamo ancora a parlare di soli indagati, personaggi senza arte né parte pronti ad indossare una divisa per poter accomunare lo stipendio con qualche potere in più, in questo caso sperando che quella divisa li protegga per quel pestaggio che in quella tragica notte ha spento la vita di Stefano.
Incapaci di assumersi le proprie responsabilità rispetto a quello che hanno fatto, tentano di rimanere il più possibile anonimi, salvo poi scandalizzarsi di fronte a quella che è una semplice foto di una persona con un nome ed un cognome. Ma si sa che ci sono persone che si prestano più alla vita nell’ombra che alla luce del sole e che agiscono e si sentono forti solo in branco.
altDi seguito riportiamo i messaggi postati da Ilaria Cucchi sulla sua pagina Facebook, da quello che accompagnava la foto del carabiniere a quelli in cui spiega il senso della propria scelta di fronte alla polemica che ne è seguita:
“Volevo farmi del male, volevo vedere le facce di coloro che si sono vantati di aver pestato mio fratello, coloro che si sono divertiti a farlo. Le facce di coloro che lo hanno ucciso”.
Dopo una serie di commenti pesanti indirizzati verso il carabiniere la sorella scrive: “Non tollero la violenza, sotto qualunque forma – precisa – Ho pubblicato questa foto solo per far capire la fisicità e la mentalità di chi gli ha fatto del male, ma se volete bene a Stefano vi prego di non usare gli stessi toni che sono stati usati per lui. Noi crediamo nella giustizia e non rispondiamo alla violenza con la violenza”.
A chi le chiede se avesse senso pubblicare la foto lei risponde:”Il senso è che Stefano era la metà di questa persona”.
In serata, decide di rompere ancora una volta il silenzio: “Sto ricevendo numerose telefonate anche di giornalisti su questa fotografia – scrive – La prima domanda che mi pongo è: se fosse stato un comune mortale, cioè non una persona in divisa, non ci si sarebbe posto alcun problema. Ho pubblicato questa foto perché la ritengo e la vedo perfettamente coerente col contenuto dei dialoghi intercettati e con gli atteggiamenti tenuti fino ad oggi dai protagonisti. Il maresciallo Mandolini (il primo indagato tra i militari, ndr) incurante di quanto riferito sotto giuramento ai giudici sei anni fa e non curandosi nemmeno della incoerente scelta di non rispondere ai magistrati ha avviato un nuovo processo a Stefano e a noi, che abilmente sarà di una violenza direttamente proporzionale alla quantità di prove raccolte contro di loro dai magistrati. E quindi io credo che non mi debba sentire in imbarazzo se diventeranno pubblici anche i volti e le personalità di coloro che non solo hanno pestato Stefano ma pare se ne siamo addirittura vantati ed abbia.o addirittura detto di essersi divertiti”. “Di fronte al possibile imbarazzo che qualcuno possa provare pensando che persone come queste possano ancora indossare la prestigiosa divisa dell’arma dei carabinieri io rispondo che sono assolutamente d’accordo e condivido assolutamente questo imbarazzo” scrive ancora la Cucchi.
Concludendo poi: “Quella di avere pestato Stefano è stata una scelta degli autori del pestaggio. Quella di nascondere questo pestaggio e di lasciare che venissero processato altri al loro posto è stata una scelta di altri. Così come quella di farsi fotografare in quelle condizioni e di pubblicarla sulla propria pagina Facebook è stata una scelta del soggetto ritratto. Io credo che sia ora che ciascuno sia chiamato ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Accollandosene anche le conseguenze. E il fatto che questo qualcuno indossi una divisa lo considero un’aggravante non certo un’attenuante o tantomeno una giustificazione”.

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La Procura della Repubblica di Roma dovrà riaprire le indagini sul caso Cucchi. Lo affermano in sostanza i giudici della Corte di Assise d’Appello che stamane hanno depositato la motivazione della sentenza con la quale il 31 ottobre dello scorso anno mandarono assolti le guardie carcerarie, i medici e il personale paramedico dell’ospedale Sandro Pertini dove Cucchi era stato ricoverato e dove morì dopo una settimana dal ricovero. Secondo i giudici non ci sono dubbi che qualcuno abbia infierito sul giovane arrestato nell’ottobre del 2009.

Secondo il segretario del Prc Paolo Ferrero, le motivazioni della Corte d’Assise d’Appello di Roma sull’omicidio di Stefano Cucchi “confermano la controversa sentenza ma accolgono in sostanza le richieste fatte dai famigliari subito dopo quella scandalosa assoluzione. Ora le nuove indagini siano vere e si vada avanti nella ricerca di verità e giustizia per la morte di Stefano”. IlPrc continuerà a stare dalla parte di Ilaria Cucchi e della sua famiglia. E per impedire che crimini del genere abbiano a ripetersi, “in Italia bisogna introdurre il reato di tortura e i codici identificativi per le forze dell’ordine”.

Alla Procura ora è affidato il compito di approfondire la posizione di persone diverse dalle tre guardie carcerarie imputate e condannate in primo grado ma poi assolte in appello. E la nuova indagine dovrà necessariamente riguardare anche i carabinieri che ebbero in custodia Cucchi dopo che fu arrestato per droga al termine di una perquisizione nella sua abitazione. Rimettendo gli atti alla Procura della Repubblica la Corte dispone che venga valutata ”la possibilità di svolgere ulteriori indagini al fine di accertare eventuali responsabilità di persone diverse dagli agenti di polizia penitenziaria giudicati da questa Corte”.

Nella motivazione di 67 pagine il presidente Mario Lucio D’Andria, il giudice a latere Agatella Giuffrida insieme con i componenti della giuria popolare sottolineano che ”le lesioni subite da Cucchi sono necessariamente collegate ad un’azione di percosse e comunque da un’azione volontaria che può essere consistita anche in una semplice spinta che abbia provocato la caduta a terra con l’impatto sia del coccige, sia della testa contro una parete o contro il pavimento”. Sempre per quanto riguarda le lesioni provocate a Cucchi la Corte sottolinea che ”non può essere definita un’astratta congiuntura l’ipotesi emersa in primo grado secondo la quale l’azione violenta sarebbe stata commessa dai carabinieri che hanno avuto in custodia Cucchi nella fase successiva alla perquisizione domiciliare” e ciò perchè l’ipotesi si fonda su concrete circostanze testimonialidalle quali emerge che ”già prima di arrivare in Tribunale Cucchi presentava segni e disturbi che facevano pensare ad un fatto traumatico avvenuto nel corso della notte”.

Sempre a proposito della causa della morte di Stefano Cucchi secondo i giudici ”non è possibile individuare le corrette condotte che gli imputati avrebbero dovuto adottare”. ”Le 4 diverse ipotesi avanzate al riguardo da parte dei periti d’ufficio, dai consulenti del pubblico ministero, dalle parti civili e degli imputati non hanno fornito una spiegazione esaustiva e convincente del decesso di Cucchi. Dalla mancanza di certezze non può che derivare il dubbio sulla sussistenza di un nesso di causalità tra la condotta degli imputati e l’evento”. In particolare, secondo i consulenti della Corte la morte era conseguente ad una sindrome da inanissione; per quelli del pubblico ministero morte per insufficienza cardiocircolatoria acuta, per quelli di parte civile morte per esiti di vescica neurologica e per quelli degli imputati morte cardiaca improvvisa.

In sostanza i giudici concludono che da quanto emerge dagli atti l’attività svolta dai medici e dagli infermieri non è stata di apparente cura del paziente ”ma di concreta attenzione nei suoi riguardi”.

Fabrizio Salvatori

Fonte: Controlacrisi

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Di fronte alla violenza di stato che colpisce alla cieca con le forze dell’ordine e umilia i familiari delle vittime innocenti in processi che non condannano nessuno come nel caso di Cucchi, Anonymous afferma:

La giustizia non è quella dei tribunali dei carnefici di stato, la vera giustizia è la vendetta degli oppressi!

Ci incarichiamo di dare una parziale espressione all’ira delle vittime inermi della violenza di stato, perciò, secondo i nostri metodi abbiamo violato per la seconda volta l’archivio del sito sap-nazionale.org(Sindacato Autonomo di Polizia); qua di seguito riportiamo quelle che di fatto rappresentano le garanzie minime del cittadino nei confronti dello stato, in qualsiasi stato moderno; garanzie che evidentemente in Italia ancora non esistono e che Anonymous non si stanca di rivendicare con tutte le sue forze:

Una legge contro la tortura da parte delle forze dell’ordine, che tuteli, al contrario di quanto avviene oggi, chi si trovi sotto la custodia degli agenti.

Una continua video sorveglianza nelle questure e nelle carceri al fine di garantire la tutela delle persone detenute o sotto la custodia degli agenti. E’ necessario ricordare che tale richiesta è posta anche a causa del gran numero di “suicidi” nelle carceri italiane, circostanza che testimonia le condizioni disumane di reclusione e lascia dubbi sulla effettiva condotta della polizia carceraria.

Leggi che permettano di espellere dalle forze dell’ordine e di punire adeguatamente chi tra gli  agenti si sia macchiato di maltrattamenti, percosse o molestie contro persone in stato di fermo, arresto o comunque sotto custodia.

Che le forze dell’ordine scendano in piazza disarmate, come avviene ad esempio in Gran Bretagna; ciò rappresenta un incentivo affinché anche i manifestanti lo siano. Le imbottiture di cui sono dotate e uniformi che i tutori dell’ordine indossano durante le manifestazioni sono tali da poter assorbire i colpi portati con le sole mani evitando ogni danno per i membri della pubblica sicurezza. Perciò è giusto chiedere che durante le manifestazioni tutori dell’ordine disarmati svolgano funzione di pura interposizione senza mai reagire alle aggressioni, perché ciò può essere attuato garantendo l’incolumità delle forze dell’ordine. Chiediamo anche che gli agenti durante le manifestazioni siano considerati semplici cittadini e non pubblici ufficiali. E’ infatti sufficiente, che un qualunque manifestante risponda all’aggressione di un agente per incorrere nel reato di aggressione a pubblico ufficiale e ciò viola il diritto dei dimostranti al dissenso violento. Il fondamento del diritto citato sta nel Proclama di emancipazione degli schiavi che Abramo Lincoln scrisse nel 1863, lì si chiede agli schiavi liberati di astenersi da ogni violenza a meno che la propria incolumità non fosse direttamente minacciata. Da questo si deduce che il diritto alla protesta violenta è lecito se vi è una diretta minaccia alla integrità fisica degli esseri umani.

Vili fascisti in camicia blu della polizia, non solo avete massacrato Stefano Cucchi ma avete anche umiliato la sua famiglia con un processo farsa che ha lasciato tutti impuniti e oltre a ciò vi siete permessi di irridere Stefano e i suoi cari con le dichiarazioni del segretario del sindacato di polizia SAP Gianni Tonelli, che quì riportiamo “Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze” (leggi qui il comunicato integrale).

Siano maledette le forze dell’ordine vile sbirraglia serva dello stato e la magistratura che striscia bieca ai piedi dei potenti; non potete ingannarci con le vostre frasi di circostanza ormai è chiaro che quella che chiamate giustizia non è altro che il prolungamento della violenza squadristica degli uomini in divisa con altri mezzi.

We are Anonymous.

We are legion.

We do not forgive.

We do not forget.

Expect us.

Sindacato Autonomo di Polizia

Hacked & Defaced !!!

MATERIALE

https://anonfiles.com/file/3fa300723909cb29a3973d90b1015a83

Example:

Dipartimento pubblica sicurezza Commissione paritetica Tecnologia e Informatica

CHIAMA/INVIA EMAIL A TONELLI!!!

Esprimi il tuo dissenso!!!

Gianni Tonelli 3392773249

gianni.tonelli@poliziadistato.it

DUMP .CSV

https://anonfiles.com/file/a5b8beb65090fe0b796be29b21db685e

Sap Journalist emails

https://privatepaste.com/aae9acc9e1/SAP_journalist_email

Sap Passwords

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Messaggi_SAP

https://privatepaste.com/7438d4ea3f

Messaggi Forum (3MB)

https://docs.zoho.com/file/fs79p465eb8b955a8450a926c037bd4963ae0

Sap Telefoni Cellulari Privati/Email/Nomi/Cognomi/Reparti…

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Sap/PoliziaDiStato Liste Mail (1800)

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ScreenShot Immagine Sistema Gestione Pensioni

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VITTIME DELLO STATO

Federico  Aldrovandi (2005), Stefano Cucchi (2009), Riccardo Rasman (2006),  Giuseppe Uva (2008), Niki Aprile Gatti (2008), Carlo Giuliani  (2001),Massimo Casalnuovo (2011),Gregorio Durante (2011), Aldo Bianzino  (2007), Gabriele Sandri (2007), Simone La Penna (2009), Manuel  Eliantonio(2008), Marcello Lonzi (2003), Michele Ferrulli (2011), Dino  Budroni (2011), Carmelo Castro (2009),Daniele Franceschi  (2010),Giuseppe Casu (2006), Piero Bruno (1975), Giovanni Ardizzone  (1962), Rodolfo Boschi (1975).

SOPRAVVISSUTI

Luciano  Isidro Diaz, Stefano Gugliotta, Luigi Morneghini, Paolo Scaroni etc..  etc.. (la lista dei morti di Stato sarebbe molto più lunga).

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“Io e la mia famiglia veniamo presi in giro da cinque anni quindi sicuramente l’abbiamo accolto con grande apertura, con quella disponibilità con la quale io e i miei genitori da soli, senza avvocati e senza nessuno, siamo andati dal procuratore capo della Repubblica di Roma siamo andati lì come famigliari di Stefano Cucchi a dire semplicemente questo: ‘bene procuratore capo, ci sono queste sentenze come si intende andare avanti per assicurare alla giustizia i responsabili di quel pestaggio’, questo era il nostro spirito”. Così Ilaria Cucchi, all’indomani dell’incontro con il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone. Pignatone  ha da una parte promesso alla famiglia di rivedere gli atti sull’omicidio di Stefano, dall’altra però ha anche elogiato il lavoro svolto dai pm Vencenzo Barba e Mria Francesca Loy che hanno condotto l’inchiesta.

Duro il commento di Ilaria che ha dichiarato “Io e la mia famiglia per 5 anni abbiamo combattuto, perchè così devo dire, un processo assurdo nel quale se non si fosse trattato della morte di mio fratello sarebbe sembrata una barzelletta. Abbiamo sentito dire di tutto e soprattutto abbiamo cercato con ogni forza sentir negare quelle fratture e le conseguenze di quelle fratture. Oggi abbiamo due sentenze che ci dicono che Stefano è stato pestato e ci dicono che non si è in grado di stabilire chi ne siano gli stato autori di quel pestaggio.

La famiglia del 31enne morto per mano poliziesca nell’ottobre 2009, assieme all’associazione Acad, ha organizzato per sabato prossimo a Roma alle 18.30 una fiaccolata dal titolo “Mille candele per Stefano. Accendiamo la verità”. Appuntamento davanti al Csm,: un luogo scelto non a caso, dopo l’incontro tra la famiglia Cucchi e il procuratore di Roma, Pignatone, che si era detto disponibile a riaprire il caso dopo la sentenza di assoluzione in Corte d’Appello “se in presenza di nuovi elementi”. Oggi lo stesso Pignatone ha annunciato che la stessa Procura Generale di Roma “valuterà la sussistenza di motivi” per ricorrere in Cassazione “dopo aver letto le motivazioni” della sentenza di assoluzione in appello degli imputati per la morte di Stefano Cucchi.

Fonte: Radio Onda d’Urto

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“Se lo Stato non è in grado di identificare gli autori di questo pestaggio, che è stato riconosciuto da tutti, non ci rimane altro che un’azione civile dei confronti del ministero. Una responsabilità del ministero c’è al di là dell’accertamento delle singole responsabilità”. L’avvocato Fabio Anselmo, avvocato della famiglia di Stefano Cucchi, avverte i giudici che l’accertamento della verità sulla morte dell’uomo, non si limiterà al ricorso in Cassazione. Stando infatti al risultato logico della sentenza di appello, tutto il procedimento sarebbe da rifare in quanto non sono state accertate le responsabilità. L’errore, semmai è aver portato indagini, accusato persone ed esibito prove che non c’entrano molto con la morte di Stefano Cuccni. “Siamo sereni – ha spiegato – non urliamo allo scandalo per questa sentenza ma quello che è uno scandalo è come si è arrivati a questa sentenza e che non sia servita né per identificare l’autore del pestaggio né per dire come è morto Stefano Cucchi – ha detto – Io critico le indagini, lo scandalo che la famiglia urla è per quello che ha dovuto subire. Di fronte a una perizia non idonea, io avrei voluto che la Corte disponesse un supplemento peritale per risolvere i dubbi sulle cause della morte”.  “Appena lette le motivazioni faremo ricorso in Cassazione”, ha aggiunto l’avvocato.

“E’ una magra soddisfazione ma sono contento di avere convinto la famiglia di Stefano ad accettare un risarcimento da parte della struttura ospedaliera, che comunque è un’assunzione di responsabilità”, ha concluso.

Anche Ilaria Cucchi spiega che “il prossimo passo è la Cassazione e la Corte europea. Non è finita qui. Se lo Stato non sarà in gradi di giudicare se stesso, faremo l’ennesima figuraccia davanti alla Corte europea. Sono molto motivata”.

Fonte: CopntrolaCrisi

Dopo la lettura della sentenza legata al caso Stefano Cucchi, nell’aula bunker del carcere di Rebibbia, qualcuno, alcune persone hanno reagito così contro gli amici e i parenti della famiglia Cucchi. La sorella di Stefano, Ilaria, ha definito questi gesti terribili.

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La prima corte d’assise d’appello di Roma, presieduta da Mario Lucio D’Andria, ha assolto tutti gli imputati nel processo per la morte di Stefano Cucchi, arrestato il 15 ottobre del 2009 e deceduto dopo una settimana nel reparto di medicina dell’ospedale Sandro Pertini. In primo grado erano stati condannati cinque medici mentre erano stati assolti tre infermieri e tre agenti della polizia penitenziaria. La formula adottata dal Tribunale è quella prevista dal secondo comma dell’articolo 530 che in sostanza rispecchia la vecchia formula dell’assoluzione per insufficienza di prove.

Lucia Uva, sorella di Giuseppe, morto nel giugno 2008 in ospedale, a Varese, dopo aver trascorso una notte in caserma, ha così commentato: “E’ uno schifo, i giudici si devono vergognare. Se fosse capitato ad un loro figlio, si sarebbero accontentati di questa verità? Non riesco a crederci. Sono vicina a Ilaria e mi dispiace per lei e per tutta la sua famiglia”. Per Amnesty international, come si legge in una nota, a questo punto ci si aspetta di sapere “perché la Corte abbia deciso di mandare tutti assolti. Quel che è certo è che, a cinque anni di distanza dalla morte di Stefano Cucchi, la verità processuale non sembra dirci nulla di quel che è accaduto davvero”, aggiunge il presidente di Amnesty International Italia, Antonio Marchesi.

Fonte: Controlacrisi