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Visti arri­vare i cara­bi­nieri, e subito dopo che que­sti erano usciti dalle auto, il ragazzo si è but­tato in ginoc­chio rivolto verso i mili­tari dicendo loro “era uno scherzo” “scu­sate”, “non mi fer­mate”, ripe­tendo più volte que­sta frase sem­pre con tono con­ci­tato. Io mi sono accorto che il ragazzo era in qual­che modo ’alte­rato’, se non altro per il tono della voce e per il com­por­ta­mento che stava tenendo». E’ da poco pas­sata l’1 della notte tra il 2 e il 3 marzo scorso a Borgo San Fre­diano, a Firenze. Dalle fine­stre dei palazzi, ma anche dalla strada, molte per­sone assi­stono a quelli che sono gli ultimi momenti di vita di Ric­cardo Maghe­rini, il qua­ran­tenne, ex cal­cia­tore della Fio­ren­tina morto dopo essere stato fer­mato dai cara­bi­nieri. Decine di testi­mo­nianze rac­colte dall’avvocato Luca Bis­sori, legale della fami­glia Maghe­rini in seguito sosti­tuito dall’avvocato Fabio Anselmo, che ora entrano nell’inchiesta della pro­cura fio­ren­tina e che descri­vono il com­por­ta­mento dei mili­tari. «Ric­cardo risulta essere stato immo­bi­liz­zato con un uso della forza non pre­vi­sto nelle tec­ni­che delle forze dell’ordine» è scritto nella denun­cia pre­sen­tata al tri­bu­nale di Firenze da Guido e Andrea Maghe­rini, il padre e il fra­tello dell’ex calciatore.

ella notte Maghe­rini si tro­vava in un forte stato con­fu­sio­nale. Dopo aver pas­sato la serata con alcuni amici, aveva girato per le strade del quar­tiere urlando frasi scon­nesse. Rac­conta un testi­mone: «Gri­dava frasi del tipo: “Mi vogliono ammaz­zare!” “Chia­mate la poli­zia” “Sono un bravo ragazzo, sono un padre di fami­glia”». E’ agi­tato, ma non peri­co­loso, come con­cor­dano tutti i rac­conti. Quando arri­vano, prima un pat­tu­glia poi un’altra, i cara­bi­nieri cer­cano di immo­bi­liz­zarlo. Maghe­rini si agita, non vuole essere fer­mato. «Dopo pochi minuti — pro­se­gue il testi­mone — i cara­bi­nieri sono riu­sciti a met­terlo in ginoc­chio: uno di loro lo teneva per il collo, un altro gli aveva preso le mani tenen­dole die­tro la schiena». L’ex cal­cia­tore si agita, muove le brac­cia non per col­pire i mili­tari, ma solo per libe­rarsi da quella stretta e riu­scire ad andare via. In que­sti momenti col­pi­sce al volto un cara­bi­niere con una manetta. Poi viene bloc­cato. «In que­sto momento lo hanno immo­bi­liz­zato — pro­se­gue sem­pre il testi­mone -, men­tre uno dei cara­bi­nieri con­ti­nuava a tenerlo alla testa, credo già in quel momento ponen­do­gli un ginoc­chio sul collo».

L’operazione potrebbe finire qui, con Maghe­rini ormai reso inno­cuo e steso a terra. E invece, stando al rac­conto dei testi­moni, non è così. «Ho visto che un cara­bi­niere con i capelli rasati dava alla per­sona fer­mata almeno 5 o 6 calci, col­pen­dolo con il piede destro all’altezza dell’addome. Non saprei dire quanta vio­lenza o ener­gia ci fosse in que­sti colpi, di cui però ho avver­tito il rumore», pro­se­gue il teste. Un altro testi­mone spe­ci­fica: «I calci non mi hanno col­pito per la loro vio­lenza ma più per la loro evi­dente inu­ti­lità (per­ché il ragazzo era immo­bi­liz­zato) ma per­ché era calci a “bul­letto”, “ven­di­ca­tivi”, cioè dati come chi pensa “ti ho messo a terra”. Sicu­ra­mente si è trat­tato di calci del tutto inutili».

Così come inu­tile è il trat­ta­mento a cui Maghe­rini viene sot­to­po­sto una volta a terra: «Gli erano pra­ti­ca­mente sopra tutti e quat­tro i cara­bi­nieri, in que­ste posi­zioni: uno gli stava sulle gambe, pre­men­do­gli con i piedi sopra le gambe all’altezza tra il pol­pac­cio e il resto del ginoc­chio; due gli sta­vano sulla schiena, e lo tene­vano fermo a terra pre­men­do­gli le ginoc­chia e le mani sopra la schiena e tenen­do­gli ferme le brac­cia: il quarto, il più anziano, gli teneva la testa pre­muta con­tro l’asfalto, pro­ba­bil­mente sem­pre di lato… e con il ginoc­chio sul collo. Que­sta posi­zione è durata abba­stanza, a me è sem­brata un’eternità… pra­ti­ca­mente fino all’arrivo dell’ambulanza».

Il modo in cui i cara­bi­nieri agi­scono suscita la rea­zione di nume­rose per­sone. C’é che grida dalla fine­stra di smet­terla e di chia­mare un’ambulanza, chi chiede che Maghe­rini non venga più preso a calci: «Avendo visti i calci, gli ho gri­dato “piano, dovete fare piano” ed anche altre per­sone hanno gri­dato cose simili», rac­conta un altro testi­mone. Una rea­zione a cui, pro­se­guono le testi­mo­nianze, un cara­bi­niere rea­gi­scee rispon­dendo «fatevi i cazzi vostri» prima che «il più anziano» ordi­nasse di «pren­dere i docu­menti» a chi protestava.

Nella denun­cia pre­sen­tata in tri­bu­nale, la fami­glia chiede ora che i cara­bi­nieri ven­gano inda­gati per omi­ci­dio pre­te­rin­ten­zio­nale, men­tre chi ha pre­stato i soc­corsi per omi­ci­dio col­poso. «Emer­gono ancora — com­menta invece il sena­tore pd Luigi Man­coni, che sul caso Maghe­rini ha chie­sto l’intervento del mini­stro della Giu­sti­zia — la peri­co­lo­sità dei metodi con cui si attuano i fermi di poli­zia e il ricorso a una a moda­lità di con­trollo della per­sona che può por­tare, come già spesso acca­duto, alla morte del fer­mato, pro­vo­can­done l’asfissia».

Fonte: Il Manifesto

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napoliIeri sera si è tenuta al teatro San Carlo di Napoli la prima de “La Traviata” alla presenza di diversi ministri del governo Monti. Nel palco reale infatti siedevano i ministri Profumo, Passera, Severino, Cancellieri, Giarda ed Ornaghi insieme alle autorità locali. I collettivi universitari si sono dati appuntamento alle ore 21:00 per andare a contestare la presenza in città degli esponenti dell’esecutivo Monti e per protestare contro le politiche di tagli ed austerità del governo. Arrivati da Via Mezzocannone gli studenti si sono avvicinati a volto scoperto ed a mani alzate al cordone di polizia che proteggeva l’ingresso del teatro. Una violenta carica ha travolto il presidio improvvisato a cui prendevano parte un centinaio di studenti. Un operatore di Global Project è stato colpito alle mani con il chiaro intento di voler colpire la telecamera con cui provava a riprendere la scena. Uno studente è stato colpito alla testa ed è sevnuto per il trauma ricevuto. Si è ripreso solo alcuni minuti dopo. Polizia e Carabinieri hanno respinto gli studenti fino all’ingresso della Galleria Umberto I difronte al teatro San Carlo dove si svolge l’opera lirica. Durante la carica sembra sia stato utilizzato lo spray urticante, molti studenti sono stati colti da malore e da forti bruciori alle vie respiratorie. Il bilancio attualmente è di due feriti tra gli studenti. Ebbene sottolineare che nel giorno della presenza del Ministro Cancellieri in città proprio a Scampia un uomo è stato freddato a colpi di pistola nel cortile di una scuola materna. Il ministro ha pensato bene di andare a presenziare alla prima della Traviata al San Carlo.

Fonte: Global Project

Una Napoli blindata da decine di camionette di Polizia e Carabinieri in tenuta celere. Il corteo di diverse centinaia di persone tra studenti, lavoratori, disoccupati, attivisti dei centri sociali e comitati territoriali, non si ferma di fronte alla massiccia militarizzazione. A Piazza del Plebiscito si riunisce il vertice italo-tedesco-polacco sull’integrazione europea, con l’intervento del Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, di quello della Repubblica Federale di Germania, Joachim Gauck, e quello della Repubblica di Polonia, Bronisław Komorowski. Tanti tra napoletane e napoletani, giovani e meno giovani, hanno accolto con indignazione questo tipo di passerella politica: «è un’offesa venire a parlare di integrazione europea nel sud del sud-europa, dove l’unica amalgama è rappresentata dalle nuove forme di povertà», dice una manifestante. La manifestazione, partita dal centro antico, trova un folto schieramento di celere alla fine di Via Toledo, sull’accesso alla Piazza Trieste e Trento, contigua a quella del Plebiscito dove è sito il Palazzo reale in cui si è tenuto il vertice. A quel punto i manifestanti sono arrivati quasi al contatto col cordone di polizia ma senza impattare. A quel punto è partito un lancio di uova ed ortaggi sullo schieramento poliziesco. Subito dopo il corteo è defluito per i vicoli alla destra di Via Toledo ed ha provato a raggiungere Piazza del Plebiscito da sopra. Qualche manifestante è riuscito ad infilarsi tra i cordoni di Polizia ma raggiunto il centro della Piazza è stato fermato con forza da celere e digos.

Fonte: Global Project

L’ultimo sondaggio in programma nell’autoporto di Susa è stato attaccato ieri sera, con un lancio di pietre e bombe-carta e molotov, da un centinaio di attivisti No Tav. Il presidio interforze ha reagito con i lacrimogeni e gli idranti, mentre non è escluso un intervento dei reparti anti-sommossa. Un’auto di servizio di Ltf è stata danneggiata da un gruppo di incappucciati che si sono introdotti in un parcheggio. La Fiat 16 era stata appena utilizzata dai dirigenti del cantieri, tutti ora sottoposti a misure di tutela della loro sicurezza personale, dopo le minacce dei giorni scorsi e il gravissimo episodio di ieri sera.  I tre sondaggi in programma, più l’ultimo deciso in queste ore grazie alle circostanze favorevoli, sono ormai quasi conclusi. Restano poche ore per completare gli scavi dell’area, necessari per concludere il progetto esecutivo della linea ferroviaria Torino-Lione. Il movimento, martedì e mercoledì aveva reagito all’arrivo delle trivelle con una modesta mobilitazione, non più di trecento attivisti che dopo un’assemblea avevano tentato invano di avvicinarsi ai cantieri presidiati da mille poliziotti, carabinieri e finanzieri divisi in quattro turni. Poi si erano decisi a bloccare le statali 24 e 25 e infine, l’altra notte, la A32 all’altezza di Chianocco. Un’iniziativa finita nel nulla, nonostante i danneggiamenti, le barricate e le cataste di legno incendiate, poco dopo l’una trenta, tanto che il traffico è ripreso regolare già da ieri mattina presto. Ieri sera, dopo l’assemblea al presidio No Tav di San Giuliano, a cui erano presenti poche decine di attivisti, quasi tutti dell’area antagonista, autonomi e una ventina di anarchici, l’attacco al cantiere. Quasi tutti gli attivisti sono a volto coperto e hanno scelto la trivella più visibile e vicina gli svincoli. Nel frattempo, i responsabili dell’autostrada hanno rinforzato le barriere per impedire all’ala violenta del movimento di bloccare per l’ennesima volta in questi mesi l’autostrada. Ci sono timori per il fine settimana, poiché una parte dei capi No Tav, sembrerebbero decisi, nonostante la scarsa risposta agli appelli per mobilitare la valle, a utilizzare piccoli gruppi di attivisti per paralizzare le vie d’accesso. Ieri in prefettura s’è tenuto un vertice sulla sicurezza a cui ha partecipato anche il sindaco di Chiomonte Renzo Pinard, ora anche lui oggetto di una rete di protezione, dopo le minacce e le lettere anonime ricevute nei giorni scorsi, affidata a pattuglie di polizia e carabinieri. Proseguono infine le indagini per individuare i responsabili dell’aggressione ai danni di un’auto della polizia stradale a colpi di spranga e di un blindo dei carabinieri a cui gli attivisti hanno tagliato i pneumatici. Ci sono i primi indizi, forse presto sviluppi concreti.

Fonte: La Stampa

La diretta testuale della serata di protesta in Val di Susa (tratta da http://www.notav.info):

19.45: Nelle ore scorse una trivella è stata spostata nei pressi dell’uscita dell’autostrada di Susa, vicino al presidio internazionale. Lo svincolo è stato chiuso con i newjersey e completamente militarizzato. Dopo l’assembla i notav si sono radunati intorno all’area e dalle 19.45 è in corso un lancio di lacrimogeni fitto e l’uso dell’idranti sui manifestanti intorno all’area.

20.00: Le macchine continuano a passare tra gas lacrimogeni e idranti. I lacrimogeni nei giardini delle case della frazione di San Giuliano.

20.10: Nonostante l’impiego di mezzi e forze spropositato, i No Tav non se ne vanno.

20.20: Continua la battitura dei No Tav, ora da due fronti. Lo svincolo autostradale è completamente bloccato.

20.30: Lacrimogeni tra le case di San Giuliano

20.40: Battitura terminata si torna al Presidio e si decidono le prossime mosse. Settimana lunga notav!

20.50: Tir bloccati sulla rotonda dell’autoporto tra #notav e fdo.

21.10: Battitura ri-iniziata e le fdo scaricano una quantità di Lacrimogeni molto alta. I tir bloccati in mezzo alla strada vengono fatti andare avanti dai notav perché intossicati dai lacrimogeni.

21.14: Bloccata spontaneamente la statale 25.

23.00: Continuano tutt’ora i lanci di lacrimogeni.

23.15: Ripresa la battitura notav.

23.35: Barricate date alle fiamme.

23.50: Battitura terminata, i notav si danno appuntamento per domani alle 18.00.

Primi momenti di protesta da parte della popolazione terremotata dell’Emilia, primi focolai di ribellione dopo mesi di promesse non mantenute e caos legislativi che hanno portato ad una situazione di profondo disagio per gli oltre 30.000 sfollati. Ma andiamo con ordine. Il primo episodio si è verificato a Cavezzo, uno dei comuni più colpiti dal sisma, dove i Carabinieri si sono presentati in una della tante tendopoli spontanee per sgomberare chi ancora dorme nelle tende. Nello specifico, questa tendopoli si trova a pochi metri dal Campo Abruzzo della Protezione Civile ed è abitata da soli migranti, esclusi dai campi ufficiali in quanto possessori del domicilio ma non della residenza nel comune di Cavezzo, tutti lavoratori che pagano i contributi nel Comune stesso. Appare fin da subito provocatoria l’azione dei Carabinieri, che si presentano senza alcun mandato in mano e, dopo aver minacciato i migranti, smontano una tenda dichiarando di tornare la sera per sgomberare l’intero campo. Dal pomeriggio inizia a girare la notizia tra i vari Comitati che agiscono sul territorio e si decide di organizzare un presidio per la sera stessa. Arrivati sul posto, una cinquantina tra abitanti della tendopoli e cittadini solidali iniziano a rimontare le tende ed a organizzare turni per presidiare la situazione in attesa dell’arrivo dei carabinieri. Dopo poco tempo, si presenta un assessore del comune di Cavezzo che rivendica la totale estraneità, sua e del Sindaco, in merito a tale azione. Ne segue un lungo momento di dibattito, che porta alla rassicurazione da parte della rappresentante comunale che la tendopoli può rimanere al suo posto e che non si verificheranno più sgomberi di questo tipo. In particolare, l’assessore rimane allibita da questa operazione che, a quanto pare, i carabinieri hanno effettuato autonomamente. In realtà, circa due settimane prima lo stesso Sindaco aveva fatto uscire una ordinanza di sgombero di tutte le tendopoli spontanee presenti sul territorio comunale, opportunamente distribuita a tutte le tende. Possiamo intuire allora su quale base i carabinieri si siano presentati, nonostante l’amministrazione si sia difesa definendo la suddetta ordinanza “solo una operazione di rito” che di fatto non verrà mai applicata. Al di là del successo della giornata che ha visto i migranti coprotagonisti nell’azione di riappropiazione del campo, il dato fondamentale è che per la prima volta si è assistito ad una risposta decisa contro gli sgomberi da parte degli abitanti delle tendopoli spontanee. Infatti, si erano già verificati tentativi di resistenza agli sgomberi in altre zone del cratere, ma in questo caso la prontezza dei vari comitati ha impedito per la prima volta che lo sgombero fosse operativo. Successivamente, anche gli “ospiti” delle tendopoli della Protezione Civile hanno protestato per la situazione in cui si trovano. Per primi si sono ribellati gli abitanti di Finale Emilia che si sono presentati al COC (Centro Operativo Comunale) per occuparlo e rivendicare una sistemazione dopo lo smantellamento della tendopoli, che dovrebbe avvenire entro fine mese. Anche in quel caso sono intervenute le forze dell’ordine e il Sindaco di Finale, il quale ha tentato una mediazione per evitare che gli sfollati occupassero la struttura comunale. Successivamente, gli “ospiti” dei due campi della P. C. ancora presenti a Mirandola mercoledì sera si sono organizzati e sono usciti dalle due tendopoli per raggiungere casa del Sindaco e subito dopo hanno occupato una rotonda nel centro di Mirandola, causando diversi disagi alla circolazione. Questa volta si è rivendicata la necessità di ottenere un alloggio e si è protestato per la scarsa qualità del cibo. Infatti, in vista della chiusura completa dei campi, sono state smantellate le cucine interne ed è stato affidato l’appalto dei pasti ad una cooperativa di ristorazione che riceve 9 euro per pasto, ma nonostante l’ingente esborso economico il cibo erogato è decisamente scarso, freddo e di pessima qualità. Anche in questa occasione sono intervenute le Forze dell’Ordine, che dopo qualche ora hanno fatto rientrare le proteste. Da notare i comunicati del Sindaco e del segretario del PD mirandolese usciti nei giorni seguenti. In sintesi, da un lato sostengono che il Sindaco sia incontestabile perché nonostante poco o nulla funzioni, lui ha comunque lavorato molto (evidentemente l’idea di democrazia che ha questo partito contempla l’incontestabilità del Sindaco!) e dall’altra dichiarano esplicitamente che chi ancora è nelle tendopoli ha la colpa di non essersi saputo arrangiare autonomamente, come invece hanno fatto altri. Quindi, il Sindaco si unisce a quella parte dello Stato che invita i terremotati ad arrangiarsi e non pensa che tra gli sfollati ci sono tante persone che oltre ad aver perso tutto, dalla casa al lavoro, non hanno accesso a soluzioni facilmente praticabili. E’ evidente come quello della chiusura delle tendopoli della Protezione Civile stia diventando un tema molto caldo. Sembra che la mossa propagandistica di “chiudere i campi perché ormai tutto va bene” non sia affiancata da soluzioni che accontentano i terremotati. Infatti, i moduli abitativi arriveranno a Gennaio (nella migliore delle ipotesi!) e la ricerca delle case sfitte non procede, nonostante ci sia un’ampia disponibilità, perché manca la volontà politica di requisirli (i dati del solo comune di Mirandola dicono che a fronte di un migliaio di case sfitte solo 16 sono disponibili). L’unica soluzione proposta dalle Istituzioni rimane quella di sistemare gli sfollati negli alberghi, che si trovano molto distanti dai vari paesi della Bassa e comportano un esborso economico enorme (la convenzione è di 40 euro a notte per ospite) che andrebbe a togliere fondi alla ricostruzione. Al di là dell’esito di queste mobilitazioni, che comunque hanno costretto le Istituzioni alla mediazione, il dato fondamentale è che per la prima volta i terremotati sono riusciti ad organizzarsi per far valere i loro diritti. Tale risultato è tutt’altro che scontato, poiché in questo territorio l’apparato del PD, che governa ininterrottamente dal 1945, ha negli anni disabituato le persone a porsi in modo critico di fronte alla gestione del proprio territorio, inculcando capillarmente la pratica della delega al partito stesso. In aggiunta, il senso di smarrimento provocato dal terremoto ha “intorpidito” la popolazione, stretta tra le problematiche quotidiane da risolvere e il caos delle ordinanze, che a sua volta ha contribuito ad abbattere possibili punti di riferimento. Finalmente ora si cominciano a mettere in campo le prime rivendicazioni autorganizzate, i terremotati iniziano a superare l’individualismo dilagante e a capire che solo con l’unione di intenti si possono ottenere risultati concreti; tutto ciò è anche frutto del lavoro costante che i vari comitati stanno facendo, nonostante le mille difficoltà incontrate. Insomma il castello di carta messo in piedi da Errani & co., fatto di promesse mai mantenute, inizia a mostrare le prime crepe!!!

Infoaut Modena

“Decine, forse centinaia di migliaia di donne e di uomini sono al lavoro, negli interstizi del disordine globale, per «riannodare i nodi», ricucire le lacerazioni, «elaborare il male» … Li si trova a Banja Luka e a Prjedor come a Baghdad o in quella terra che solo con impietosa ironia si può continuare a definire «santa», nella miseria radicale delle favelas latinoamericane come nel fetore delle periferie africane, nel cuore di Kabul come nelle banlieu di Parigi, o negli slum di New York o di Londra, tra le macerie di Grozny e la polvere di Mogadiscio, a riparare dal basso i danni che i flussi sradicanti dell’economia e della politica (del Mercato e dello Stato) producono… I politici di professione, gli «statisti» – quelli che dominano sulle prime pagine dei giornali e che decidono l’impiego degli eserciti – li guardano con un sorriso di commiserazione, come si guardano le anime belle. Ma sono loro l’unico embrione, fragile, esposto, di uno spazio pubblico non avvelenato o devastato nella città planetaria.” (Marco Revelli, “La Politica Perduta”). Le periferie del disordine globale al quale fa riferimento Revelli sono le periferie del Sud del Mondo. Ma sono parole che potrebbero adattarsi anche a realtà dell’Europa e dell’Italia di oggi. Sicuramente l’ex stazione ferroviaria di San Vito Marina è una di queste. Un luogo abbandonato da anni, preda della sporcizia e del degrado, diventato uno dei tanti non – luoghi dimenticati dalle Istituzioni. Succede sempre più spesso, il cittadino comune vi si è ormai arreso. Venerdì 25 novembre 2005 fu l’ultimo giorno per molti pendolari della tratta ferroviaria Termoli-Pescara sul vecchio tracciato costiero. Ricordo quell’alba come particolare, diversa da tutte le altre. Un’aura magica sembrava avvolgerla. I caldi raggi del sole, appena spuntati, disegnavano sulle onde splendenti diademi. Il mare, come la più bella delle donne che sa che non rivedrà l’amato per lungo tempo, aveva indossato il suo vestito più sgargiante. Due giorni dopo, dopo oltre mezzo secolo, l’ultimo treno percorse quella tratta, dal giorno successivo tutti i treni hanno percorso l’attuale tracciato interno. Nacque il progetto della “Via Verde”, un progetto finora rimasto solo sulla carta tra rimpalli, promesse, infinite discussioni e scarsa incisività dell’azione istituzionale (è di pochi mesi fa l’ultimo forte monito del Presidente Provinciale dell’ARCI Lino Salvatorelli a non perder tempo e a realizzare il progetto esistente…) mentre l’ex tracciato e quel che vi è intorno diventava, come accennato su, preda di incuria e degrado, un immenso non luogo. Ragazze e ragazzi di San Vito Marina, già animatori di tante bellissime esperienze in questi anni, non si sono arresi, non hanno accettato passivamente quanto sta accadendo e la logica dell’abbandono e dei non-luoghi. Nel dicembre scorso sono entrati nell’ex stazione ferroviaria in via Caduti del Lavoro e con pochi mezzi, una fortissima determinazione e l’aiuto convinto di tantissimi cittadini, giorno dopo giorno, l’hanno fatta rinascere. Parafrasando Dé Andre, anche dal letame nascono i fiori. E sono fiori bellissimi, colorati, sgargianti, tenaci. E’ la nascita di Zona22, diventato in pochi mesi punto di riferimento di tantissimi, giovani e meno giovani, della cittadina, della Regione ma anche di tantissimi altri da ogni parte d’Italia. In tutti i manuali di Economia scolastici si trova la definizione dei “fallimenti del mercato”, Zona22 è la dimostrazione vivente che si possono risolvere anche i fallimenti dello Stato e delle Istituzioni tutte: lì dove le Istituzioni non arrivano e l’abbandono regna sovrano si arriva dal basso, arrivano i cittadini, le attiviste, la volontà di tessere reti informali e nuovi spazi di coesione sociale. E’ un intervento che restituisce alla collettività, che dona alla Res-Publica quel che gli è stato tolto. Questo hanno fatto in questi mesi, facendo rinascere l’ex stazione, realizzando mostre, concerti, dibattiti, proiezioni, rappresentazioni teatrali e tantissimo altro, a Zona22. Non hanno rubato niente, hanno restituito e donato. La settimana scorsa l’arrivo dei carabinieri, con l’identificazione e la denuncia di alcune persone presenti in quel momento, è apparso il primo passo verso lo sgombero forzato. Immediata la pronta reazione e protesta della cittadinanza, schieratasi con Zona22. La dimostrazione più vera che Zona22 è patrimonio di tutti, che Zona22 è sentita da tutti come una cosa che gli appartiene. Tutti coloro che sono andati in Comune a chiedere che Zona22 non venga sgomberata hanno fatto proprio il motto della scuola di Barbiana “I Care” (“m’interessa, mi sta a cuore” con una traduzione imprecisa e riduttiva) Zona22. Si è stabilito di istituire un tavolo nel quale discutere dell’assegnazione legale agli attiviste e alle attiviste di Zona22 degli spazi di Via Caduti del Lavoro. Seguiremo l’evolversi della vicenda, cercheremo in ogni occasione anche noi di pronunciare il nostro I Care, di sostenere Zona22. Lo sgombero sarebbe un inaccettabile calata del sipario sulla migliore esperienza di gestione pubblica della costa teatina. Mentre le Istituzioni non riescono a realizzare il Parco Nazionale e la Via Verde, loro hanno portato il colore dell’impegno civile e sociale lì dove dominava il grigio del disinteresse. Zona22 dovrebbe diventare un esempio, non essere cancellata. Non la si sgomberi, ma la si faccia fiorire ovunque. Le nostre città, l’ex tracciato ferroviario, ovunque ci giriamo troviamo non luoghi. Zona22 sia l’esempio da seguire per farli rinascere. Un luogo è pubblico quando la cittadinanza ne può fruire, quando la sua bellezza è un bene condiviso. Non per la proprietà nominale. In tempi di crisi economica e sociale non servono proprietà nominali, servono beni pubblici veri.

Fonte: Contropiano

E’ accaduto questa mattina alle ore 8.30: le forze di polizia, carabinieri e guardia di finanza hanno bloccato via Prenestina e aiutati da una decina di blindati hanno sfondato il cancello del civico 911. Obiettivo: irrompere nell’insediamento abitato da circa tre anni quasi del tutto da rom e romnì e proprio a seguito del precedente sgombero del campo di via di Centocelle. Al civico 913 gli abitanti di Metropoliz durante il fattaccio sono saliti sui tetti e si sono barricati all’interno dell’ex fabbrica pronti a resistere. I 40 nuclei del 911 hanno avviato una trattativa con la sala operativa sociale del comune con la mediazione di 2 attivisti dell’associazione Popica onlus, che sono stati denunciati. Una trentina di nuclei rom e romnì hanno rifiutato le soluzioni tampone proposte dal comune e così sono stati accolti dentro Metropoliz. Hanno deciso di proseguire il loro percorso di lotta e di autodeterminazione all’interno della città meticcia. Gli altri hanno trovato sistemazione all’interno varie strutture gestite dal comune. Agosto: ancora una volta l’amministrazione e la questura utilizzano il mese  per portare a termine operazioni di sgombero senza soluzioni concrete, mostrando il pugno duro contro chi reclama diritti e occupa per necessità in assenza di politiche abitative degne e sostenendo gli interessi dei signori del mattone e della rendita in una città disegnata a misura degli speculatori. questo accanirsi contro i rom e le romnì conferma che il “piano nomadi” è uno strumento di mera persecuzione razzista. Ma la scelta di non subire il ricatto dell’amministrazione e di proseguire la battaglia per il diritto all’abitare dentro la città meticcia da parte di 30 nuclei rafforza l’idea che oggi più che mai, dentro la crisi, è necessario autorganizzarsi e riconquistare il diritto alla città attraverso il riuso del costruito pubblico e privato, per sottrarre spazio alla rendita e affermare spazi di libertà.

Isabella Borghese