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E’ STATO PUBBLICATO IL NUMERO QUATTRO ANNO UNDICI DEL MENSILE

“BUCO 1996 – nei secoli a chi fedeli???”

Nel quarto numero dell’undicesimo anno trovate:

–          Editoriale – Il 25 Aprile fonte di Resistenza sempre attuale

–          L’Intervista – Doriana: “Manifestazione No Tav il 6 maggio”

–         Politica – La messinscena dell’abolizione dei voucher

–        Esteri – Venezuela, bisogna riprendere gli obiettivi chavisti

–         Ricordo – A 80 anni dalla morte di Gramsci

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Bisognava soltanto attendere. La logica omicida che sta dietro ogni ondata securitaria si infrange sempre, per prima cosa, sulle persone più deboli. E i più deboli in assoluto, in questo momento, sono i migranti. Peggio ancora per i più anziani di loro, che debbono sommare alla debolezza dei diritti e al colore della pelle (che facilita l’individuazione come bersaglio) anche la debolezza dell’età.

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Roma, ambulante senegalese morto durante fuga a Lungotevere de Cenci
„Il giorno dopo il “pattuglione” stile Scelba messo in scena alla stazione di Milano a beneficio di Salvini in astinensa da selfie, a Roma un’insolito squadrone di vigili urbani è stato inviato a rastrellare il centro storico a caccia di venditori ambulanti. Il “decoro urbano” lo chiede…
Alla vista delle divise, come sempre, hanno raccolto alla bell’e meglio la propria mercanzia nei borsoni e si sono dati alla fuga. Uno di loro, Nian Maguette, un cittadino senegalese di 53 anni, che faceva parte di un gruppo che correva in direzione di Lungotevere de’ Cenci – all’altezza del Ghetto, davanti all’isola Tiberina – si è accasciato a terra. Diverse le versioni sull’accaduto. Alcuni suoi compagni hanno riferito che: “E’ stato investito da un motorino dei vigili urbani in borghese mentre scappava dal controllo. E’ caduto e ha battuto la testa”.  Secondo la versione ufficiale, invece, sarebbe stato probabilmente vittima di un infarto (ma il rapporto lo definisce “il giovane”…). il personale medico intervenuto sul posto non ha comunque potuto far altro che constatarne il decesso.
Sembrava un episodio come tanti, per quanto tragico. Ma la goccia scava la pietra, e anche la paziente sopportazione dei migranti trova in qualche caso il suo limite.
Gli altri venditori ambulanti, quasi tutti africani, hanno messo in atto una protesta, bloccando laa circolazione tra largo dei Vallati e largo Arenula.
La risposta, cieca come soltanto le polizie sanno essere, si è materializzata con l’intervento dei carabinieri e della polizia, comprensiva di agenti del Reparto Mobile in tenuta antisommossa. Come se servisse una seconda vittima per farsi capire meglio…

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E’ STATO PUBBLICATO IL NUMERO TRE ANNO UNDICI DEL MENSILE

“BUCO 1996 – nei secoli a chi fedeli???”

Nel terzo numero dell’undicesimo anno trovate:

–          Editoriale – Difendere il territorio per difendere la collettività

–          L’Intervista – Emilio: “Accoglienza come logica sociale”

–         Politica – Per una rifondazione costituzionale dell’UE

–        Movimenti – Storie di vita, storie di resistenza

–         Inchiesta – I paradisi delle multinazionali

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Stavolta gli Usa hanno attaccato la Siria. Ne parliamo con Fulvio Scaglione, giornalista, da anni vicedirettore di Famiglia Cristiana. Buongiorno Fulvio, grazie per essere con noi.

Grazie a voi, buongiorno a tutti.

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Ci siamo svegliati questa mattina con l’attacco, con i 59 missili statunitensi lanciati sulla Siria e quindi con una guerra che è un po’ più vicina ancora?

No, io non credo che questo sia il prologo di una terza guerra mondiale, come molti dicono e anche con qualche legittima preoccupazione. Penso invece che sia l’ennesima recita, l’ennesima messa in scena di questa guerra che da sei anni; oltre ad essere un grottesco incredibile massacro, è anche una rappresentazione. Io credo che i russi fossero avvisati di questa operazione americana, che è un’operazione molto mirata, condotta per fare, in realtà, il minimo dei danni e per non dare l’idea che si tratti di una rappresaglia indiscriminata. Credo che questa operazione non sia stata varata da Trump per le ragioni dichiarate. Certamente non è un’operazione che contribuisce ad eliminare il terrorismo, come ha dichiarato Trump. Certamente non è un’operazione che farà cadere il regime di Bashar al-Assad. Credo che Trump avesse bisogno di lanciare un segnale al proprio elettorato e all’opinione pubblica interna americana, un segnale che dica: “non è vero che sono succube dei russi, non è vero che sono disposto a qualunque compromesso per compiacere Vladimir Putin”. Questo il senso. D’altra parte è un’operazione militare che ci dice anche altre cose. Per esempio ha fatto più danno a Bashar al-Assad in una notte Trump di quanti anni abbia fatti in due anni e mezzo Barack Obama all’Isis con i suoi presunti bombardamenti. Anche questa è una cosa da rilevare. Naturalmente resta invariata la situazione nella provincia di Idlib, dove c’è stato l’attacco dell’altro giorno che tanti morti ha fatto; perché, per quanto si faccia sfoggio di sdegno e di pietà, la situazione nella provincia di Idlib resta questa: i “ribelli moderati”, quelli che dovrebbero essere, secondo alcuni, la speranza della Siria del futuro, sono in fortissima difficoltà, perché la prevalenza militare nella provincia è tutta a favore dei jihadisti di Al Nusra, che sono militanti di Al Qaeda. Quindi la situazione lì è quella; cioè che il terrorismo sta avendo la prevalenza netta in questa provincia che ancora sfugge al controllo di Russia e diAssad.

Quello che mi colpisce di questa situazione, e di altre in passato, è come non si riesca a capire quali sono le conseguenze di certi atti. L’attacco terroristico globale che stiamo vivendo negli ultimi anni certamente non è scollegato dalle politiche che l’Occidente ha tenuto nell’area per 25 anni. eppure il metodo sembra continuare ad essere lo stesso. Mettiamo mano, facciamo quello che ci serve nel momento contingente, senza nemmeno un briciolo di sguardo di medio o lungo periodo. E’ una lettura possibile?

E’ sicuramente è una lettura possibile. Però io insisto, anche la presunta “guerra al terrorismo” che fu proclamata nel 2001 dopo gli attentati alle torri gemelle è, a sua volta, una rappresentazione. Dal 2000 al 2016 i morti per opera del terrorismo islamico, che è al 95% terrorismo islamico sunnita, sono cresciuti di 9 volte. Quindi non c’è alcun risultato in questa lotta al terrorismo, perché, secondo me, non c’è alcuna vera guerra al terrorismo islamico. Non può esserci nessuna vera guerra al terrorismo islamico finché i paesi occidentali – per primi gli Usa, ma anche Regno Unito, la Francia, l’Italia stessa – sono i migliori amici, i migliori partner commerciali, i migliori alleati militari dei paesi che, in base a tutto ciò che noi sappiamo, sono i principali sponsor e finanziatori e ideologhi del terrorismo. Cioè le petromonarchie del Golfo Persico. Questa non è un’opinione, è un dato di fatto. Tutto ciò che noi di serio, di scientifico, sappiamo, ci dice che i paesi che ispirano e finanziano il terrorismo islamico nel mondo sono quelli: l’Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait. Quelli, e sempre quelli, da 40 anni. D’altra parte questa nostra conoscenza ci è stata confermata anche dalle e-mail di Hillary Clinton, cheWikileaks ha rivelato prima nel 2010 e poi nel 2015. Basta andare a vedere sul sito diWikileaks, leggersi le cose che la Clinton scriveva ai suoi collaboratori in queste occasioni. E’la stessa Clinton che dice che i governi di Arabia Saudita e Qatar sono i finanziatori dell’Isis. Quindi, siccome noi non prendiamo provvedimenti contro questi paesi, ma prendiamo provvedimenti contro paesi che hanno magari altre responsabilità, ma non quelle – come abbiamo fatto con l’Iraq, con la Libia, la Siria – è ovvio che nessuna guerra al terrorismo esista realmente e nessun risultato sarà ottenuto.

E’ inquietante questa ricostruzione, anche perché molto attinente alla realtà. Cosa ci possiamo aspettare invee nei rapporti tra Stati Uniti e Russia, anche alla luce di quello che lei diceva poco fa: i russi erano stati avvisati dell’imminente attacco.

Io credo che in Medio Oriente e Nord Africa, tra Stati Uniti, Russia, Israele, Siria, ecc. si stia giocando una partita molto complicata. E’ di queste ore, ad esempio, la notizia che la Russia ha deciso di riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale dello stato di Israele; che è una presa di posizione abbastanza clamorosa. E’ la stessa presa di posizione che aveva ventilato Trump, eche era stato criticatissimo per questo. La stessa Israele, peraltro, che ha sostenuto, appoggiato Trump nei suoi bombardamenti contro la Siria. Quindi in tutta quest’area, questa vasta vasta area destabilizzata, si sta giocando una partita tra potenze regionali e potenze globali molto complessa, molto complicata, che evidentemente in parte sfugge anche ai migliori osservatori. E’ una partita di cui, probabilmente, vedremo le conseguenze solo tra qualche tempo.

Chiarissimo. Fulvio io ti ringrazio per essere stato con noi e per averci aiutato a fare un po’ di chiarezza in questo quadro così complesso.

Grazie a voi.

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Ogni volta che sento parlare il ministro Poletti – si occupa del Lavoro, lui che viene dal mondo Coop e sa come sfruttarlo fino all’ultima goccia – mi torna in mente il proverbio in uso tra gli avvocati: “studia, figlio mio, sennò mi diventi giudice”.

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Non soddisfatto del “successo” ottenuto con altre esibizioni retoriche in pubblico, ieri ha consegnatoagli studenti dell’istituto Manfredi Tanari di Bologna un’altra perla della sua saggezza ruspante: “Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum”.
Non sarebbe giusto estrapolare questa sola frase per crocifiggere un manager prestato allagovernance, che spesso ha dimostrato di non comprendere la differenza tra il dirigere un’azienda o un paese. In fondo, stava illustrando la bontà della famosa “alternanza scuola-lavoro”, ossia quella novità introdotta nella cosiddetta “buona scuola” per cui invece di stare ad imparare qualcosa (a ragionare confrontandoti con quello che l’umanità ha appreso in passato e consegnato ai libri, di qualsiasi genere), uno studente può essere spedito a servire ai tavoli di McDonald’s o all’Autogrill. A lavorare gratis, insomma, senza imparare altro che obbedire a un caporale (ci siamo passati tutti, da ragazzi; ma lo facevamo d’estate e venivamo pagati).
Quindi, prendiamo anche qualche altra sua frase memorabile ripresa dai giornali “amici” del governo, come la risposta data a chi ha già sperimentato gli stage finendo a fare operazioni manuali ripetitive il ministro fa notare che “se vai in un bar ti fanno fare un caffè” (si può vedere la scocciata scrollatina di spalle dalle sole parole scritte…). Oppure quella data a chi più modestamente contestava l’assenza di risultati dopo questi esperimenti: “Intanto vedi un mondo”. Come se lavorare gratis fosse una vacanza in paesi esotici…
Le pernacchie online hanno presto sommerso le parole di Poletti, che ha provato la solita, goffa (non ha studiato!), marcia indietro: voglio chiarire che non ho mai sminuito il valore del curriculum e della sua utilità. Ho sottolineato l’importanza di un rapporto di fiducia che può nascere e svilupparsi anche al di fuori del contesto scolastico. E quindi dell’utilità delle esperienze che si fanno anche fuori dalla scuola”.
Anche noi non crediamo molto ai curriculum e, come tutti, li vediamo finire in un attimo nel cestino della carta straccia. Soprattutto in Italia, però, dove le imprese preferiscono – come Poletti teorizza – avere a che fare con dipendenti pre-selezionati come aspiranti schiavi obbedienti. Quindi in base a raccomandazioni, segnalazioni fiduciarie, ecc. Uno stile che dà la misura dell’arretratezza dell’imprenditoria italiana rispetto agli stessi paesi capitalistici con cui dice di voler “competere”.
A metà strada tra il Berlusconi che beatificava i “lavoretti” e il Caimano laido che invitava le ragazze a sposare un uomo ricco, Poletti in realtà propone un modello di “trovar lavoro” che è l’unico da lui sperimentato. Si entra in un “giro di conoscenze” (ai suoi tempi un partito, ora in una clientela strutturata), ci si fa conoscere come “affidabili” (obbedienti ai capi e capetti di tutta la gerarchia interna), si ottengono man mano delle responsabilità superiori, fino all’”uno su mille ce la fa” che lo ha portato alla guida della Coop e di lì alla poltrona ministeriale.

Un “modello relazionale” che ha senso in un partito, non certo per la ricerca di un lavoro dipendente. A meno di non intendere un posto di lavoro come il “munifico dono” di un signorotto medioevale, cui devi baciar le scarpe prima di essere ammesso nel cortile di proprietà…

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16.03.2003 – 16.03.2017: quattordici anni fa, la notte nera di . Davide “” Cesare, compagno milanese, ucciso per mano fascista in via Brioschi. Dax, quella notte, fu aggredito, insieme ad altri compagni del centro sociale Orso, da 3 neofascisti, padre e figli, che lo ferirono a morte, a coltellate.
Compagne e compagni si recarono poi all’ospedale , dove fu portato il corpo di Davide, subendo una ferocissima repressione, fatta in quelle ore di teste rotte e violenza insensata e – nei mesi e anni successivi – di pesantissime condanne pecuniarie, che tutt’ora gravano su antifascist* meneghini. Il processo scaturito ha portato infatti in Cassazione, nel 2011, a una pena di 20 mesi di reclusione e al “risarcimento” di 130mila euro a carico di due compagni.

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Stasera, giovedì 16 marzo 2017, l’appuntamento per tutte e tutti è proprio in via

Con noi Davide, compagno amico di Dax e dell’associazione Dax – Sedicimarzoduemilatre.

Ascolta o scarica qui.

Di seguito, il comunicato per l’appuntamento di giovedì 16 marzo 2017 a Milano:

Alle ore 21:00 Partenza del corteo da via Brioschi!

Dalle ore 18:30 concentramento in via Brioschi!
Rappresentazione teatrale a cura di Daniele Biacchessi su Fausto e Iaio, per presentare il film-documentario da poco uscito.
Seguiranno gli interventi dei compagni di Fermo sull’uccisione per mano fascista di Emmanuel Chidi Nnamdi e dei compagni e parenti di Abd El Salam anche lui morto durante un picchetto, ucciso dall’arroganza del capitalismo.

Antifascismo è anticapitalismo, anticapitalismo è antifascismo!

Aquì no se rinde nadie!

Sono passati 14 anni dalla scomparsa di Dax, compagno ucciso durante un agguato fascista, e dagli scontri all’ospedale San Paolo di Milano. In una fase storica in cui assistiamo a un progressivo diffondersi di politiche di esclusione a danno di profughi ed immigrati, e il proliferare di rigurgiti razzisti che ne giustificano l’applicazione, questo anniversario lo dedichiamo a due migranti uccisi dal servilismo fascista e dall’arroganza del capitalismo.
Si tratta di Abd El Salam, ucciso nel settembre scorso a Piacenza davanti ai cancelli del suo posto di lavoro, mentre lottava per i propri diritti, e di Emmanuel Chidi Nnamdi, ammazzato nel luglio 2016 a Fermo per aver risposto agli insulti di un esponente di Casa Pound. Entrambi hanno versato il loro sangue perché non hanno accettato il sopruso e il razzismo, reagendo con fierezza e determinazione alle ingiustizie. Storie che ci appartengono come quella di Dax, che entrano a far parte delle nostre lotte e della nostra memoria, esempi importanti per chi non abbassa la testa e non si arrende.
L’assemblea allargata delle compagne e compagni di Dax ha voluto dare, come ogni anno, questo significato antifascista e anticapitalista alla giornata del 16 marzo. Nel presidio in via Brioschi e durante il corteo nel quartiere Ticinese, porteremo tematiche alle quali Dax ha dedicato la propria esistenza: la lotta per il diritto alla casa, l’antifascismo e l’antirazzismo, l’internazionalismo, la lotta contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sulla donna e sulla natura.

Contro fascismo e razzismo Dax vive nelle lotte!images

http://www.radiondadurto.org/

Le giornate che seguono le manifestazioni con scontri di piazza non sono mai piacevoli. Sono ore terribili in cui la realtà viene distorta dalle parole strumentali della carta stampata, dalle narrazioni proposte da chi ha un mandato preciso delle redazioni delle grandi testate, dai post su facebook di chi c’era e soprattutto di chi non c’era o, peggio, dalle costruzioni antropologiche dei fantomatici professionisti della violenza. Quelle costruzioni che, poi, si abbattono sulla vita degli attivisti, come è successo per Luigi e Carmine, che dopo un processo per direttissima saranno costretti a rispettare un obbligo di firma fino a maggio, di fatto, pagando personalmente per un corteo nel quale c’eravamo tutti noi. Un carnevale di saccenteria senza profondità che francamente non vediamo l’ora venga sostituito dal prossimo trend topic del momento.
salvini_doc.jpgSolitamente, soprattutto quando si tratta di giornate assai significative, ci prendiamo sempre qualche giorno in più per scrivere in un testo articolato come la pensiamo, ma stavolta, anche e soprattutto per l’investimento soggettivo che abbiamo fatto nella costruzione di questo corteo, abbiamo necessità di prendere parola subito, esprimendo un punto di vista che, perdonateci, non si attesterà sul voyerismo un po’ perverso con cui si sta provando a costruire la condanna univoca della piazza di sabato.
Per farlo non possiamo prescindere dal contesto, dalle giornate che hanno preceduto il corteo e dallo sforzo fatto da tanti e tante per costruire una mobilitazione che tenesse insieme tutte le anime della città, da quelle più moderate a quelle più radicali.
Quando Salvini ha deciso di venire a Napoli era chiaro a tutti che, al di là della sfida, anche un po’ retorica, alla città dell’accoglienza, il leader della Lega in realtà puntava ad alzare il livello dello scontro nell’intero paese, probabilmente in vista delle politiche, inebriato dall’effetto Trump. Chi avrebbe potuto scommettere su Salvini in città mentre per le strade non accadeva niente?
Attraversare la frontiera napoletana, per il leader leghista, significava non solo superare un blocco effettivo, reale, culturale prima che politico, che rende di fatto impossibile la trasformazione dell’opzione secessionista- ancora caldeggiata da Bossi-in quella sovranista e nazionalista di stampo lepeniano che Salvini vorrebbe riproporre in Italia, ma significava anche porre un problema alla città riguardo le modalità della sua “accoglienza”.
Lo abbiamo detto dal primo momento che la sua venuta a Napoli era una provocazione che non avremmo accettato a testa bassa e che la paura delle strumetalizzazioni non ci avrebbe fatto dimenticare decenni di insulti, offese e soprattutto promozione di politiche di sviluppo a trazione solo settentrionale, contribuendo a rideterminare la nostra condizione di colonia interna. Il Salvini, che oggi prova goffamente a indossare i panni dell’ultra-democratico al quale viene sottratto il diritto di parola, è tuttavia, come tutti sappiamo, un reazionario radicale, uno che gioca sul tavolo dell’esasperazione del clima e che grazie a quell’esasperazione guadagna consenso. La sua venuta a Napoli serviva esattamente a questa esasperazione e dentro questo campo, scelto da lui e dalla sua maledetta pretesa di venire a sfidare il sud nella città storicamente più insultata dalla lega, nasce la costruzione di un corteo complicato, che per questo abbiamo voluto fosse costellato passo dopo passo di momenti pubblici, di assemblee, di chiacchierate, di incontri.
Non c’è anima che ha sfilato in quel corteo che non abbiamo incontrato durante queste settimane di costruzione. Non c’è realtà collettiva che non si è assunta la responsabilità di costruire l’opposizione napoletana alla Lega nord pubblicamente. Ognuna nei propri contesti, ognuna con i propri linguaggi.
Su una cosa siamo sempre stati chiari però, in ognuno di questi momenti pubblici e in ogni dichiarazione alla stampa: abbiamo sempre detto di voler costruire un corteo che potesse essere la casa di tutti, una manifestazione festosa contrapposta alle loro passioni tristi, ma abbiamo sempre ribadito anche che non avremmo mai accettato un livello di militarizzazione della città da grande kermesse, che non avremmo tollerato la costruzione di una zona rossa rossa vastissima attorno al palacongressi, funzionale ad occludere la nostra libertà di circolazione e a difendere e proteggere il leader leghista e i suoi pochi sodali prezzolati chiusi nel teatro.
Poi la realtà ci ha ampiamente scavalcato a destra e quelle che dovevano essere mere disposizioni di ordine pubblico, condizionate dalla prima performance napoletana del nuovo questore e sulle quali credevamo finanche di poter mettere bocca pubblicamente, si sono trasformate in scelte condizionate dall’entrata in scena a gamba tesa del Viminale. Fuorigrotta Sabato era in assetto di guerra a difesa degli spazi della mostra requisiti dal governo per far parlare Matteo Salvini.
download Per questo motivo vi invitiamo a non decontestualizzare l’undici marzo dalle giornate precedenti, durante le quali abbiamo capito che la visita del leader della lega, che a buona parte della città sembrava un oltraggio insopportabile, avrebbe invece goduto di ogni tutela e garanzia da parte dello Stato e della stampa legata ai poteri forti. Cancellare questo dato e concentrarsi solo sulla performance dello scontro offusca la mente e ci porta tutti a cadere rovinosamente in una trappola costruita con arguzia.
L’undici marzo, quel meraviglioso ed enorme corteo, non può quindi essere slegato dalle cariche a freddo subite degli attivisti fuori la sede del Mattino, a volto scoperto e semplicemente seduti. Abbiamo mostrato la fronte ferita di un nostro compagno non perché ci piace fare del vittimismo ma perché volevamo che si avesse contezza della ferocia con cui le forze dell’ordine stavano preparando il loro undici marzo. Nè possiamo cancellare i fatti del dieci quando in seguito all’occupazione da parte degli attivisti del coordinamento #maiConSalvini del palacongressi, l’ente Mostra ha deciso di rescindere il contratto stipulato con il portavoce campano della Lega Cantalamessa ed è stata, dopo un braccio di ferro durato una notte, di fatti scavalcata, con un atto formale del governo che solitamente si usa per le calamità naturali.
Un’operazione gravissima, violenta, antidemocratica che si è scelto di portare avanti sapendo che avrebbe comportato una esasperazione del clima e un innalzamento della tensione senza più ritorno.
Non sono scelte obbligate. Minniti lo sa bene. Proprio l’altro ieri, durante il corteo, l’Olanda decideva di vietare il comizio  pubblico all’ambasciatore di Erdogan perché ha riconosciuto che la Turchia in questo momento rappresenta un paese in cui vige una dittatura ed in cui si perpetua una costante violazione dei diritti umani. Certo si è assunta una responsabilità ma ha dimostrato con un atto forte che la libertà di parola nei luoghi pubblici non è cosa che si deve garantire a tutti al di là del contenuto di ciò che si afferma.
E invece in questo paese mediocre succede che se un’intera città dimostra, in mille modi e per settimane, di essere ostile alla venuta del leader della lega, è addirittura il Ministro degli Interni ad intervenire per tutelare presunti diritti costituzionali di quell’uomo che ride di due donne rom chiuse in una pattumiera e che auspica spari sui barconi di disperazione che attraversano il mediterraneo.
E allora, se tutto questo è vero, se per l’ennesima volta è stato possibile che per un maledetto comizio si stralciasse come niente il nostro diritto a decidere, la lettura della giornata va per forza sottratta alla narrazione degli ultimi dieci minuti, alle posizioni piatte del giornalismo che se ne sta ansioso sulla riva del fiume aspettando lo sparo del primo lacrimogeno.
Lo sforzo che dobbiamo fare allora è tornare in quella piazza, col corpo e con la testa. Recuperare il sentimento che quelle maledette semplificazioni giornalistiche provano a strapparci dall’anima, che è la gioia di aver messo in strada quindicimila donne e uomini contro Salvini e contro il razzismo, nonostante il clima di terrore che in tanti hanno provato a costruire in queste settimane. Fotografare quell’ingiustificabile schieramento di mille uomini e una enorme quantità di mezzi a Piazzale Tecchio con il quale la questura ha semplicemente intimato al corteo che non aveva alcuna altra scelta che fermarsi lì e terminare la manifestazione a testa bassa. Una testa che scusateci non abbasseremo mai.
Leggere quindi quello che è successo dopo senza fermarsi alla passione estetica per passamontagna e caschi ma innanzitutto come indisponibilità ad accettare quel livello di militarizzazione e la zona rossa, aiuterebbe a non diventare strumenti funzionali alla narrazione main stream. Può piacere o non piacere la modalità di scontro con la polizia dell’11, ma è un fatto con il quale il gusto c’entra poco. Senza girarci attorno,è la Questura che ha imposto la modalità dello scontro . Questo piano, oggi difficile da ricostruire a parole, è un piano apparso chiarissimo allo stesso corteo, che durante tutto il tempo degli scontri, ha scelto di non disperdersi, di accogliere al suo interno chi era avanti e di non lasciare solo nessuno.
Per questo le valutazioni politiche hanno ben poco a che fare con ciò che, a nostro gusto personale, è giusto o sbagliato, bello o brutto: la piazza non è un reality show e non la gestisce il televoto. È un fatto complesso, senza copioni scritti, soprattutto quando la controparte mette in moto tutti gli apparati dello stato (forza militare, prefetture, ministero degli interni, infiltrazioni in “borghese”, blindati da guerra, sequestro di beni pubblici e privati) ed esiste parallelamente, mai come in questo caso senza retorica, una eccedenza vera in città, che su Salvini e sulla calata leghista, dopo anni di soprusi, si è manifestata. Ci sarebbe poi da smontare pezzo pezzo la ridicola costruzione narrativa di contorno dei giornali. Non c’è nessun quartiere devastato, nessuno scenario da guerriglia urbana e nessuna macchina bruciata. Non sono mai esistite le molotov. Se lo si scrive non vuol dire che è vero anche perché per fortuna sono innumerevoli le testimonianze dei cittadini di Fuorigrotta che smentiscono con ironia le parole del main strem. Così come, per capire quanto c’è di artificioso nella costruzione della criminalizzazione mediatica della piazza napoletana, basterebbe fermarsi ad ascoltare le parole dell’ex Premier Renzi e in generale di tutta la stampa e le televisioni nazionali che stanno provando a creare una connessione forzata tra la piazza e il Sindaco. Una connessione ridicola, che non solo-ovviamente- non esiste ma che ha solo l’intento preciso di mettere in discussione quel legame sano, saldo e dialettico tra l’amministrazione e i movimenti sociali della città, che però, è evidente che per natura mantengono tra loro assoluta autonomia. Una connessione ridicola che serve a far fare fronte unico al mondo politico del paese contro De Magistris e in solidarietà a Salvini.
2311069_t5.jpg Ma l’Italia, si sa, è figlia di una provincialità esterofila per cui la radicalità delle piazze, spesso caratterizzata dalle stesse identiche immagini che abbiamo visto a Fuorigrotta, va bene solo se è a migliaia di chilometri dalla propria poltrona.
È così che ci esaltiamo quando vediamo migliaia di persone a contestare Donald Trump dopo la sua elezione, gridando alla bellezza della democrazia e poi – quando si contestano a casa nostra le stesse idee di mondo, fatte di odio e razzismo – diventiamo tutti quanti commentatori da domenica sportiva.
Per questo il nostro consiglio è  quello di limitarsi a leggere la narrazione della piazza napoletana da media esteri (basta la BBC, un network che non è certo tacciabile di anarcoinsurrezionalismo). La piazza di Napoli viene paragonata a tutte le altre piazze occidentali in cui si stanno sviluppando momenti di contestazione al fenomeno dei nuovi populismi di destra, senza nessun appello lacrimoso e clerico-fascista sullo stile di quelli che oggi possiamo leggere su Repubblica.
Questo non vuol dire, ovviamente, non mettere al centro un’analisi seria sulle pratiche di piazza: argomento che non riguarda i social, ma invece chi si pone concretamente il problema dell’attivazione di processi di mobilitazione di massa e della loro efficacia politica. È da più di due anni che la gestione dell’ordine pubblico nel nostro paese sta vivendo un tentativo di “riforma” poliziesca in senso Nord Europeo ( dispiegamento di uomini e mezzi sproporzionato, abuso di lacrimogeni e idranti  per disperdere l’intero corteo) ,  sabato forse ci abbiamo fatto davvero i conti per la prima volta a casa nostra.
Ora, se questa è la tendenza, chi agisce momenti di piazza non può semplicemente pensare di accettarla come si accettano i precetti religiosi. È chiaro che le contestazioni servono se arrivano a contestare le idee in questione, altrimenti sono passeggiate, girotondi, scampagnate tutti insieme, a caso, in giro per la città: prima ci diranno che possiamo arrivare solo a dieci chilometri dal nostro obiettivo, poi che possiamo manifestare solo in giornate diverse da quelle interessate dal fenomeno da contestare, poi che possiamo manifestare senza superare un certo limite di persone e alla fine diranno che se non ci sta bene possiamo mandare tutti una mail all’ufficio lamentale del Ministro dell’Interno, comodamente seduti a casa. Chi dice che, semplicemente, bisogna limitarsi a protestare secondo le disposizioni della questura non si rende conto (nella migliore delle ipotesi) di iscriversi in un crinale in cui il diritto al dissenso è subordinato alle valutazioni della classe politica con la quale si vorrebbe dissentire. Non è un caso – visto che il tema della libertà è stato più volte tirato in ballo in questi giorni – che se una cittadina come Goro organizza barricate violente per cacciare donne e bambini immigrati la prefettura accetta quella violenza e manda via i rifugiati e, invece, se una città come Napoli si oppone all’arrivo di Salvini viene semplicemente scavalcata, sequestrata e messa a disposizione di chi ha i soldi e il potere per comprarla.
Su questo tema Napoli ha dato un segnale forte e persino i giornali e telegiornali più schiacciati sull’ideologia dominante hanno difficoltà a negarlo: il messaggio della Lega Nord nella nostra città non è passato. Il teatro di Salvini era pieno unicamente degli esponenti del ceto politico di destra regionale, che cerca di riciclarsi dopo il fallimento del centrodestra di Caldoro e l’esplicita identificazione – che ormai è chiara a tutti – tra quello che è stato il centrodestra campano e gli interessi dei clan camorristici. Pur di riempire un Palacongressi di poche centinaia di persone, le compagini della destra meridionale hanno dovuto invitare (e pagare) delegazioni di militanti provenienti da tutto il centro-sud d’Italia, dal Lazio fino alle isole. Salvini ha fallito e lo sa: non è un caso che Umberto Bossi – che per molti militanti di base della Lega resta il vero riferimento spirituale –  dichiara a mezzo stampa che è stato un errore venire a Napoli, che Napoli è la capitale del malaffare e che i napoletani non potranno mai essere suoi alleati. Se Umberto Bossi – che ormai era sparito dai radar della tribuna politica – deve scendere in campo è perché il grande vecchio deve provare a rimediare al disastro che Salvini ha messo in scena in questi giorni (aiutato certo, perché bisogna riconoscere i meriti a tutti, dall’assoluta insipienza e imbecillità dei suoi referenti meridionali, che certo avranno tante qualità, ma l’intelligenza non figura tra esse).
manifestazione0-e1489274281286.jpg Di fatti, prendiamo atto, che oggi il dibattito anche sul main stream gira attorno alla legittimità che ha la Lega di prendere parola ed è una cosa che in vent’anni non era mai accaduta. Anche questo è un gran risultato.
Da tutti questi elementi bisogna partire. E dall’enorme forza che la città di Napoli ha espresso, dimostrando ancora una volta di essere il più enorme laboratorio di democrazia che esiste nel nostro paese (e con pochissime rivali in Europa). Soprattutto, bisogna partire da chi c’era, dalle quindicimila donne e uomini che sono scese in piazza nonostante il terrorismo mediatico dei giorni precedenti il corteo, dallo sforzo straordinario di oltre trenta artisti napoletani nel produrre in pochissimi giorni una meravigliosa canzone contro il razzismo. Quindicimila persone che non vengono fuori dal nulla, non sono un “miracoloso” evento politico-mediatico. Esse sono il risultato di un lavoro di base difficilissimo e costante: quello di chi deve provare a costruire un’alternativa in una città sotto lo scacco di due diversi poteri, quello dello Stato e quello degli apparati criminali. Un riferimento, questo, non casuale: bisogna precisarlo, infatti, visto che Salvini ha ben pensato di dire che i manifestanti di sabato hanno genitori che, probabilmente, sono affiliati con la camorra. Invece, mentre si accumulano le indagini sui rapporti tra Lega Nord e ‘ndrangheta (e la leadership di Salvini deriva proprio dall’azzeramento dei vecchi quadri dirigenti leghisti a mezzo di indagini e tribunali), a Napoli i centri sociali da sempre si pongono attivamente il problema dell’anticamorra sociale. Basterebbe che il leader leghista si facesse raccontare dai suoi sodali locali  cosa sono stati in Campania i movimenti per la giustizia ambientale e contro le ecomafie, le battaglie contro i rifiuti industriali scaricati dalle industrie del nord nelle nostre terre tramite la mediazione con la camorra. Ognuno di questi movimenti è stato attraversato anche, ma non solo dai centri sociali.
Con la nostra gente, con quelli che tutti i giorni lottano per Napoli e non se ne ricordano solo durante il “grande evento”, con loro, da vicino, senza la malattia del clic e dei like, vogliamo discutere di tutto. Di come è andata la giornata, di come si riparte, di cosa ha funzionato meglio, di cosa ha funzionato peggio, di come si può migliorare tutti insieme, da come si può costruire un’alternativa meridionale e non razzista che riscriva la prassi con cui oggi si governa il mondo.
I cortei astratti, le manifestazioni astratte, i temi astratti riguardo ai quali bisognerebbe manifestare stanno solo nella testa di chi non si è mai mosso dallo schermo del PC. Questo documento non parla a loro: parla alla nostra gente, che è quella che scende in piazza, che sventola le bandiere, che canta i cori e che continuerà a farlo sempre.
Usciamo dalla paranoia dell’errore. Cara Napoli, abbiamo dato una meravigliosa lezione all’Europa che a testa china sta accettando la barbarie. Lo abbiamo fatto come hanno fatto qualche settimana fa i nostri fratelli di Nantes contro la Le Pen.
Non diamogli tregua. Ci rivederemo in tutte le piazze antirazziste e antileghiste, il 25 marzo a Roma contro le celebrazioni del sessantennale dei trattati di Roma che saranno occasione per i capi di Stato Europei per scrivere nuove pagine di repressione per i migranti, il 28 e 29 Maggio a Taormina contro il despota statunitense Donald Trump. Abbiamo appena cominciato.

INSURGENCIA

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