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520 milioni di euro per un calciatore. Niente moralismi, questo è il capitalismo finanziario, una bolla che esploderà

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Non ha suscitato particolare scandalo l’oltre mezzo miliardo di euro che gli sceicchi del Qatar, proprietari del Paris Saint Germain e di tante altre cose tra le quali anche mezza Milano, hanno speso per il giocatore di calcio Nyemar. Nel passato cifre ben inferiori avevano suscitato più disagio pubblico. Ma allora era un altro mondo, quello di squadre di calcio in mano a Berlusconi o simili, ricconi di dimensione locale, in un mondo nel quale la globalizzazione non era ancora diventata un dogma. In italia negli anni 50 del secolo scorso il Napoli di Achille Lauro acquistò Jepsson per cento milioni di lire. Quella cifra, allora giudicata enorme, fu misurata con lo stato di miseria della città, era naturale farlo. Oggi a quale realtà andrebbero collegati i 520 milioni di Nyemar, con i tre miliardi di poveri? No la dimensione è troppo grande, da tutti i lati, il numero come diceva Monsieur Verdoux-Chaplin, legittima.
Quindi non ci saranno moralismi per una cifra con la quale si potrebbero fare tante cose per le quali normalmente si dice: non ci sono i soldi. È il capitalismo mondiale che funziona così e chi lo contesta di solito si trova sulla lista nera degli esportatori di democrazia.
Nessuno dirà che il mondo del calcio è oramai completamente falsato da piramidi di soldi, irraggiungibili per gran parte delle squadre; non funziona così anche la politica, quanti miliardi ci vogliono per diventare presidente degli Stati Uniti? E i super manager che prendono 1000 e più volte lo stipendio dei loro dipendenti finalmente potranno tirare un sospiro di sollievo: Nyemar legittima tutti.
E poi è vero che il calciatore è pure un tipo simpatico, non è certo un gigante come Maradona, Pelè, Cruiff, che in soldi valevano di meno, però è bravino. E poi non é mica detto che tale montagna di danaro serva a vincere il campionato, si sa la palla è rotonda.
I veri risultati di questo affare sono tre e a me sembrano tutti positivi. Primo, è reso ridicolo il concetto di merito, che viene sempre sbandierato dagli ipocriti apologeti del mercato. Secondo, è resa ancora più evidente l’assoluta arbitrarietà della distribuzione e concentrazione della ricchezza. Terzo, come tutte le bolle finanziarie, anche quella del calcio improvvisamente scoppierà e sarà parte di una nuova fase della crisi. E questa schifosa globalizzazione, che sta precipitando l’umanità indietro di secoli, comincerà a disintegrarsi. Non voglio dare altri meriti al povero Nyemar e agli sceicchi che l’hanno comprato, sono solo parte di un sistema che non ha futuro.

http://contropiano.org/

Le pallottole restano sul cadavere dell’ambasciatore Karlov, un professionista navigato che Putin perde in una fase internazionale intricata, ma non intaccano il vertice sulla Siria che si sta tenendo a Mosca. Coinvolti Lavrov, Çavuşoğlu, Zarif, responsabili dei dicasteri esteri di tre Paesi interessati a quella crisi che costituiscono un triunvirato dialogante, diversamente dagli sponsor del ribellismo e jihadismo anti Asad residenti nel Golfo. In attesa di scoprire ciò che scaturirà dai colloqui, si muovono le indagini sull’azione terroristica che i due Paesi colpiti reputano una provocazione votata a incrinarne i rapporti. Investigatori russi sono giunti ad Ankara per seguire proprie piste, e sulla base del clima di comprensione stabilito fra Erdoğan e Putin potrebbero anche collaborare coi colleghi turchi.

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Intanto quest’ultimi hanno arrestato tutti i membri della famiglia dell’attentatore freddato e silenziato da cecchini delle forze speciali. Lui non può più gridare né parlare, i parenti sì. Ma non è detto che possano dire molto, anche perché potrebbero essere a digiuno dei comportamenti del poliziotto-killer. Sono tutti residenti ad Aydin: padre, madre, sorella e due altri congiunti vengono interrogati da agenti del Mıt assieme a un vicino di casa. Si vuole scavare nel passato recente del giovane già così addentro alla sicurezza da fare, in un paio d’occasioni, addirittura la scorta del presidente.
La determinazione del crimine
perpetrato introduce nell’establishment turco un’ampia inquietudine per la permeabilità dei propri apparati di sicurezza. Non solo l’attentatore ha avuto facilità nell’introdursi nella sala (può bastare un tesserino del Ministero dell’Interno per arrivare senza problemi alle spalle dell’obiettivo da colpire?), ma il luogo prescelto era adiacente a tre ambasciate (statunitense, tedesca, austriaca), alle sedi della Camera dell’Industria, dell’Agenzia di supervisione bancaria, dell’Ufficio di un Procuratore generale e dell’Ufficio del Commercio russo. Una zona piena di obiettivi sensibili, che comunque poco dopo quest’attentato veniva violata pure da un uomo avvicinatosi all’ambasciata americana con un fucile celato in un trench.

Se fra i due episodi, come sembra, non ci sono legami e se allarmi come quest’ultimo non rappresentano prodromi di attentati, l’agguato nella Galleria d’arte moderna produce un’apprensione estrema. Lì l’attentatore ha potuto agire indisturbato, all’interno delle sale sembra non ci fossero poliziotti, giunti solo in seguito coi reparti speciali. Così l’incolumità del diplomatico è risultata evanescente. Una delle contraddizioni dell’iper militarizzata Turchia è costituita proprio dalla fragilità della sua sicurezza, come evidenziano le esplosioni che si susseguono da mesi. Frutto della guerra latente col fronte guerrigliero kurdo, e quella che portano il marchio del Daesh.
Sul terreno della caduta verticale della normalità di vita
e del controllo del territorio, fin nel cuore delle sue città simbolo, il regime di Erdoğan paga uno scotto verso l’intera nazione. Il sostegno che sta ricevendo dai nazionalisti dell’Mhp, utile per far approvare al Parlamento quella riforma costituzionale che lo rende padrone incontrastato della scena politica, può sfociare nel protagonismo della violenza che s’atomizza nei mille rivoli d’uno scontro diffuso. Ci riferiamo all’assalto alle sedi politiche avversarie (dell’Hdp), date alle fiamme dopo l’ennesima auto-bomba lanciata su giovani agenti, che potranno rianimare omicidi e scontri armati fra la popolazione, come accadeva negli anni Ottanta sotto l’azione eversiva dei Lupi grigi. Ma con l’omicio dell’ambasciatore l’orizzonte politico si fa sempre più inquietante per la possibile presenza organizzata e attiva di gruppi jihadisti lanciati contro l’Islam dello Stato erdoğaniano, addirittura dentro le strutture di sicurezza. Vedremo se l’attentatore di cui non sappiamo ancora il nome, è un lupo solitario o se dietro di lui ci sono un’organizzazione e una regia.

Qualora si trattasse di radicalismo islamista quell’infiltrazione negli apparati polizieschi somiglierebbe a quella praticata dai taliban in Afghanistan e Pakistan, dove miliziani di quei clan colpiscono anche dall’interno, vestendo una divisa. In questo caso Erdoğan, sempre più, dovrà fare in conti in casa con un altro nemico: i combattenti jihadisti, nella versione non solo bombarola, ma assalitrice. Il fine sarebbe sempre quello destabilizzante, cui già contribuisce il contrasto con la componente kurda, armata e non.

Potrebbe trattarsi d’un fondamentalismo islamico endogeno che, sull’onda della linea seguita sul fronte siriano prima come premier poi in qualità di presidente, inizia a vendicarsi dei suoi giri di walzer. In tal senso realizzare l’attentato alla vigilia d’un incontro importante per quella crisi mediorientale e rivolgerlo contro l’obiettivo russo, un contendente internazionale diventato amico, è un segnale frutto d’un programma che può incarnare altri seguiti sanguinosi. Verso l’opinione pubblica può risultare più rassicurante pensare che l’occhio e il grilletto del pistolero della mostra fotografica siano di marchio gülenista, un nemico conosciuto, che pur nel proprio credo difficilmente avrebbe gridato “Allah ü Akbar”, come in effetti accadde nel luglio scorso nella serata del tentato golpe.

Coi dubbi e le angosce che dovranno rapportarsi allo sviluppo degli eventi, il coriaceo Erdoğan appare però isolato, deve far quadrare comportamenti furbeschi con la forza reale d’un progetto che il terrore può far deragliare. Non basta chiamare etnia, patria, nazione se queste devono misurarsi quotidianamente su un logorante campo di battaglia. Ancora una volta la politica estera può diventare il suo salvagente o la sua disperazione: nella crisi siriana l’avvicinamento alla Russia potrà incentivare un nascente e multiforme jihadismo interno. Mentre l’Iran rappresenta un alleato o un incomodo, competitore nel territorio chiamato ancora Siria e nella più vasta area regionale, anche in contrapposizione ad Ankara oltreché ai sauditi. Continuando ad accompagnarsi a questi attori l’Atatürk islamico passerebbe da interlocutore delle petromonarchie, coccolate dagli Usa (di cui s’attende la gestione Trump, ufficialmente lanciata contro il terrorismo islamista bisognerà vedere se alla maniera bushana o obamiana) a nemico giurato. E non solo d’interessi geopolitici ed economici, ma misurandosi appunto sull’infuocato terreno che interessa al fondamentalismo salafita.

articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it

Da Radio Città Aperta

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Metropoli in profonda crisi, sindaci indagati o dimezzati… Ne parliamo con Guido Lutrario, dell’Unione Sindacale di Base di Roma. Ciao Guido buongiorno.

Ciao, buongiorno a tutti…

Cominciamo da Roma per una questione cronologica, perché è più recente l’arresto di Raffaele Marra. Questa mattina i carabinieri hanno arrestato quello che è il braccio destro di Virginia Raggi. Un nome che è sulla bocca di tutti ormai da mesi proprio perché personaggio decisamente “poco limpido”. C’era da aspettarselo, era nell’aria… Come è possibile che si sia arrivati a questo punto, quando gran parte degli osservatori e anche degli stessi membri del Movimento 5 Stelle segnalavano rispetto a Marra una “criticità”?

Noi l’abbiamo chiesto pubblicamente, alla sindaca Raggi, di disfarsi di questo personaggio, ma abbiamo anche capito. nell’arco di questi mesi. che la relazione stretta con Marra evidentemente rappresentava un gruppo che ha gestito l’amministrazione comunale in questi mesi. Noi abbiamo chiesto che venisse rimosso, che non svolgesse funzioni di responsabilità, che non gli venissero affidati incarichi rilevanti come quello di direttore del personale. Lui veniva già da un’esperienza alla regione Lazio, con la giunta Polverini; ed era stato contestato proprio nel ruolo di direttore del personale… Noi ci siamo chiesti: ma perché i dipendenti capitolini, che già sono martoriati da tutta la vicenda del salario accessorio, del non rinnovato contratto, ecc. devono subire questo personaggio che non ci piace, anche perché viene da una storia politica che non avrebbe niente in teoria a che fare con il Movimento 5 Stelle. Viene dall’amministrazione di destra della Polverini, dall’amministrazione Alemanno, è un personaggio con un curriculum che non ha niente a che fare con il Movimento 5 Stelle e che quindi non aveva le carte in regola per realizzare il programma con il quale il Movimento 5 Stelle ha vinto le elezioni comunali di Roma. In realtà questo personaggio è stato tenuto in ruoli di grande responsabilità a dispetto di tutti; perché la richiesta non è venuta solo dall’Unione Sindacale di Base, è venuta anche all’interno stesso del Movimento 5 Stelle. Ma la sindaca Raggi ha resistito e ha voluto mantenere questa relazione, che ovviamente per noi ha rappresentato un dato preoccupante. Perché, evidentemente, non si poteva disfare di un personaggio chiave. Oggi noi diciamo chiaramente alla sindaca: ora c’è la possibilità di una svolta, torniamo al programma. Ci siamo liberati di un personaggio discutibile, che sicuramente non aveva nessuna intenzione di mettere in pratica il programma, c’è nell’amministrazione comunale di Roma un insieme di dirigenti che esprimono una posizione di destra, che stanno conducendo una vera e propria guerra contro i poveri nella nostra città. Avviene sul tema delle abitazioni, sulle mancate revoche dei piani di zona, che sono una evidente truffa ai danni di decine di migliaia di cittadini romani e su cui l’amministrazione aveva preso degli impegni che finora non sono stati, purtroppo, rispettati. Ci sono vicende legate alla gestione dei servizi, alle aziende partecipate… c’è un intreccio tra affari e funzionari dell’amministrazione pubblica. Finché una giunta non avrà la forza e il coraggio di liberarsi di questo mondo dell’amministrazione che condiziona la vita della città, la stessa possibilità di governare in modo trasparente e vicino ai cittadini la città, il rinnovamento non sarà possibile. Questo lo avevamo chiesto a chiare lettere. Peraltro, è abbastanza sintomatico che per l’assemblea che noi avevamo organizzato il 4 ottobre, in Campidoglio, ci venne negata la sala della Protomoteca proprio da un signore che stanotte è stato assicurato alla giustizia… Anche se non abbiamo mai augurato il carcere a nessuno, però diciamo “ma guarda un po’, proprio il sig. Marra che voleva impedire ai lavoratori e ai cittadini romani di riunirsi in assemblea in Campidoglio per chiedere cosa? Il rispetto del programma su cui l’amministrazione Raggi è andata al governo della città”. Noi speriamo che ci sia un cambio di passo, che questo sia l’opportunità per invertire una tendenza che non ci piace, per ripristinare l’agenda che sta scritta nel programma elettorale del Movimento 5 Stelle e che noi vorremmo vedere realizzata negli interessi di tutti quelli che hanno sperato in un rinnovamento vero.

Ma tu credi davvero che…

… è un’opportunità, speriamo che la giunta la sappia cogliere.

Tu credi che ci sia questa volontà, cioè la volontà voltare pagina, mettere un punto e ripartire – come dicevi poco fa – dal programma? Ti chiedo questo perché non si tratta di un personaggio che un po’ a sorpresa viene scoperto essere coinvolto in vicende poco chiare. Parliamo di un personaggio sulla bocca di tutti ormai da mesi, molto vicino a tutto il giro dell’amministrazione Alemanno, insieme a Panzironi, quindi anche Mafia capitale, già ai tempi del Ministero delle Politiche agricole. Insomma, è un personaggio che dal 2006 caratterizza in maniera non trasparente la politica italiana e, in particolare, quellaromana. Quindi che venga scelto un personaggio così fa venire qualche dubbio sulla reale volontà di un cambio di passo, del cambio di passo a cui facevi riferimento tu…

Finora questa volontà non si è manifestata, c’è poco da fare. Noi quello che speriamo è che adesso, di fronte a fatti evidenti… Peraltro non abbiamo parlato dell’altro soggetto che è stato arrestato. Fa parte di una storia che è quella dei costruttori e del condizionamento che i costruttori hanno sempre esercitato sulla vita della città, sul futuro, sul suo sviluppo, sulle sue dinamiche urbanistiche…

Parliamo – scusami se ti interrompo – di Sergio Scarpellini, costruttore e immobiliarista romano.

Sì, di Scarpellini. Una delle tante famiglie di costruttori che a Roma – sempre gli stessi nomi dell’arco di 30-40 anni – che hanno condizionato pesantemente la vita della città; in particolare sul tema abitativo, che resta uno dei drammi irrisolti di questa città e su cui, purtroppo, questa amministrazione sta semplicemente ripercorrendo quello che hanno o non hanno fatto le precedenti amministrazioni. Io dico che c’è una opportunità, cioè che di fronte a questo dato di fatto non c’è solo la sindaca che “deve intervenire per cambiare il ruolo o ridimensionare le funzioni di un direttore, di un amministratore, di un funzionario”. C’è un dato di fatto. C’è la magistratura che interviene e c’è un personaggio che viene tolto di mezzo. E’ una opportunità. Adesso la giunta è di fronte ad un bivio e speriamo che imbocchi la strada giusta, che, ripeto, è quella del programma. Lo vuole fare o non lo vuole fare? E’ chiaro che l’alternativa è andare a casa. Non è che ci siano molte altre strade, perché una amministrazione che si presenta ai cittadini nel segno del rinnovamento e che poi non agisce in questo senso, che conserva funzionari compromessi con le passate stagioni, che non mette in pratica il programma di cambiamento sociale atteso soprattutto dalla grande periferia della città… Beh, è una amministrazione che poi non ha un grande futuro davanti. Io voglio sottolineare anche un fatto, sotto gli occhi di tutti. Mentre il sindaco di Milano si autosospende per la vicenda dell’Expo, passano praticamente pochi minuti e arriva un provvedimento forse tenuto nel cassetto e tirato fuori nel momento opportuno. Bisognava pareggiare quello che succedeva a Milano con la situazione di Roma. Questo fa parte di un sistema che, nel complesso, viene screditato ogni giorno di più. Io penso che anche per il Movimento 5 Stelle ci sia adesso un po’ una necessità ultimativa: o questa amministrazione – questa sindaca romana su cui sono gli occhi puntati di tutto il paese, su cui è cominciata dal giorno stesso del suo inserimento un’attività anche di boicottaggio mediatico – cioè, questa amministrazione è stata immediatamente attaccata in tutte le forme e con motivazioni non sempre solide… Ma il Movimento 5 Stelle, al centro di questo attacco, ha difeso l’amministrazione, ma l’ha anche in qualche modo sollecitata a comportamenti diversi, a partire dalle nomine. Sono problemi che dovranno gestire loro, ovviamente, però mi pare che sono di fronte ad una necessità di prendere decisioni importanti e noi speriamo che queste decisioni vadano nella direzione – ripeto – di porre mano al programma. Noi abbiamo assistito quest’estate, come tanti romani, al balletto delle nomine; e abbiamo formulato una domanda semplice semplice. Questo cambio di assessori, questi rimbalzi, queste sostituzioni… sono legate a una volontà dei singoli soggetti di rispettare il programma o rispondono ad altre logiche? Purtroppo questa domanda non ha trovato risposte, specie sul programma – che è la cosa che a noi ci interessa di più, per esempio la salvaguarda del carattere pubblico delle aziende partecipate, la reinternalizzazione di molti servizi, ecc… Oggi leggo che la sindaca parla di razionalizzazione delle aziende partecipate. E’ un termine equivoco, perché in questi anni razionalizzazione ha sempre significato riduzione del personale…

Esatto. In questi anni è stato chiarissimo, purtroppo, come termine-..

Giustamente. Però lo si usa oggi in modo equivoco nei confronti degli ascoltatori, dei cittadini, dell’elettorato. Razionalizzare… Qui non si razionalizza niente, si taglia. Noi avevamo ascoltato invece altri progetti, per esempio la reinternalizzazione di molti servizi che certamente è anche utile ad evitare sprechi, perché sappiamo che reinternalizzare molte attività corrisponde anche ad una riduzione di costi. Per esempio viene abbattuto in automatico il profitto per quelle aziende private che sono esattamente le gestrici del servizio esternalizzato. Ma di questo però non c’è finora alcun segnale. Noi non abbiamo ravvisato nulla in questo senso; né nella gestione rifiuti, né nella gestione dei servizi collegati al trasporto pubblico… Su Acea erano stati lanciati dei segnali, ma poi sono scomparsi… E poi sulle politiche abitative, che riteniamo la cosa più grave, perché proprio su quel terreno erano stati lanciati segnali più incoraggianti; ma purtroppo molto è andato per il momento deluso. C’è ancora tempo, ovviamente, per affrontare le questioni… Ma si tratta di salvare il patrimonio pubblico, di allargare questo patrimonio, perché c’è una fetta di povertà nella nostra città in crescita esponenziale. Ma non si interviene su questo. C’è invece una sorta di istigazione ad una guerra tra poveri. La vicenda di San Basilio è abbastanza evidente. Non la voglio fare troppo lunga. Io penso che ci sia una possibilità oggi e che questa possibilità l’amministrazione la deve cogliere. Se non la coglie, a questo punto, evidentemente, non c’è nessuna volontà di andare nella direzione giusta.

E staremo a vedere. Senti, ci siamo un po’ allungati ma non posso non chiederti una battuta anche su Milano. Già hai fatto un piccolo riferimento alla necessità di “pareggiare” un’inchiesta che coinvolge il Pd a Milano con qualcos’altro che coinvolga in questo caso i 5Stelle a Roma. Ed è già una prima chiave di lettura. Sala viene indagato per concorso in falso ideologico, sul più importante appalto economico di Expo… Senza entrare nel merito, trovo che uno spunto interessante di riflessione sia proprio la questione delle grandi opere che ciclicamente ritorna in Italia. Ed Expo ci è sempre stato proposto come l’esempio per cui le grandi opere vanno fatte. “Vedete, Expo è stato un successo, tutto è andato benissimo”… Ora piano piano comincia ad emergere che Expo forse non è stato così un successo e che anche lì qualcosa di strano è accaduto

Sì. Sulla vicenda Expo c’è stata una controinchiesta dei movimenti proprio su tutta la vicenda degli appalti, di come si andava ad utilizzare quell’enorme spazio su cui poi è stata realizzata la struttura dell’esposizione universale. Io ricordo, un po’ a grandi linee, quella vicenda, ma su questo i movimenti avevano parlato chiaro… C’era stata una enorme speculazione, erano stati gonfiati i costi alla grande e questa è la solita storia dei grandi eventi nel nostro paese. Sono occasioni per avvicinare grandi investitori privati i quali, però, arrivano con l’obiettivo di saccheggiare il territorio, depredarlo, utilizzarlo, spremerlo al massimo e poi ritirarsi senza che sul territorio resti niente, se non il disastro e un intervento a tempo determinato. Chiusa la vicenda si chiudono anche le opportunità che ci sono state, il lavoro a tempo parziale… E poi – diamine – Expo è stato anche il laboratorio del lavoro gratuito nel nostro paese…

…dello sfruttamento intensivo…

Si sono inventati anche le nuove forme di sfruttamento che ormai, purtroppo, sono diffuse anche nel resto del paese. E’ stato un po’ un esperimento pilota. La vicenda dei grandi eventi, indubbiamente, è questo. “Intervengo per far venire investitori dall’estero”, che però vengono con questa logica di rapina, e l’amministratore sta esattamente al centro di questo processo. Attira e stabilisce relazioni con investitori, ma non si preoccupa del futuro del proprio territorio. E’ sempre un investimento a tempo determinato, però l’amministratore – che può essere il sindaco, il direttore di una società costituita ad hoc per la gestione degli appalti, un assessore di volta in volta diverso – svolge questa funzione di cerniera, per cui il capitale privato è determinante nello stabilire gli obiettivi, le modalità di gestione, a cosa deve servire, quanto tempo deve essere l’investimento, quando finisce l’utilizzo di quel finanziamento… E questa è la logica perversa con cui stanno devastando il territorio prendendoci in giro e facendoci credere che arrivano i soldi per lo sviluppo; ma questo sviluppo in realtà non arriva mai. Che poi in questa vicenda la classe attualmente al governo ci sia dentro fino al collo… questo è talmente evidente, talmente ci siamo talmente abituati, che quasi non fa più notizia. La notizia è invece che il sindaco – l’unico di cui hanno potuto fregiarsi nella passata tornata elettorale delle amministrative – fa parte dello stesso sistema. Che poi lui in particolare sia implicato fino in fondo, o non lo sia, francamente non ritengo sia neanche molto importante. Il meccanismo è sempre lo stesso. C’è una gestione affaristica in cui l’interesse del territorio e dei cittadini non è nemmeno contemplato.

E non va, e non può sicuramente andare bene in questo modo. Grazie Guido per essere stato con noi.

Ciao, grazie a voi.

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Ci sono tante cose che una piazza di cinquantamila persone riesce a dire. Questo soprattutto nel contesto di una sfida che si preannunciava fin dall’inizio di alto livello: occupare lo spazio pubblico con una proposta di movimento nel tempo politico della disputa referendaria. Spazio e tempo saturati da un dibattito vuoto, a tratti penoso, degno di un ceto politico che, a tutti i livelli, incarna i peggiori caratteri del decadentismo.
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Il dato numerico è, questa volta, incontrovertibile. Il week-end capitolino ha visto scendere in piazza, nel complesso, trecentomila persone. E questo ha un valore politico altamente significativo, che sa di scossa in un Paese da tempo poco abituato a vedere grandi numeri in piazza, soprattutto nelle scadenze “nazionali”. La manifestazione moltitudinaria “Non una di meno!” del sabato ha fatto emergere il lavoro sommerso di centinaia di realtà che si battono contro la violenza maschile e la violenza di genere, facendo prendere parola in maniera dirompente a quei corpi che non rispondono delle identità chiuse, esclusive, coercitive e obbliganti sempre più presenti in un mondo oscuro e reazionario, nato dalle macerie della crisi. Il grande corteo di “C’è chi dice NO” ha invece provocato uno shock nelle pretese di rinnovata sicurezza delle oligarchie nazionali e internazionali. La scossa di domenica va letta come un cambio di segno, in termini di soggettivazione, se la leggiamo in continuità con il moltiplicarsi delle contestazioni a Renzi ed agli esponenti del governo nelle ultime settimane, in coincidenza con l’entrata nel vivo della campagna elettorale. Il “No sociale”, quello nato da una reale messa in comune delle tante lotte sociali che si articolano nei nostri territori, lungi dall’essere una mera evocazione millenarista, ha trovato immediatamente la propria collocazione nelle piazze.
La pesantezza della posta in palio è stata ribadita dagli indici finanziari del day after, con la borsa italiana a picco, trascinata nel baratro dai soliti titoli bancari, ed uno spread che si riavvicina a 200 dopo quasi tre anni. Dopo i giochini delle scorse settimane tra Roma e Bruxelles sulla Legge di Stabilità e le ambivalenti letture degli analisti economici più “autorevoli”, è ormai palese che i grandi poteri della finanza continentale stiano spingendo in ogni modo perché il 4 dicembre sia il SI a prevalere nelle urne. La volata elettorale si apre dunque con questa esplicita richiesta di compatibilità con gli interessi dei mercati finanziari, che diversi politici e quotidiani nazionali hanno immediatamente trasformato in uno spot per il SI. La bellezza di piazza del Popolo ha dunque fatto tremare i piani alti della governance,rendendo reale la possibilità della sfiducia organizzata dal basso verso il suo operato e la sua ideologia, verso il sistema neoliberale nel suo complesso.
Non era affatto scontato riuscire ad aprire uno spazio concreto in grado da un lato di demolire la retorica dell’accozzaglia messa in campo dal fronte del SI, dall’altro di far irrompere nella scena pubblica del NO riflessioni, pratiche ed agenda politica di movimento. Le contestazioni alla Leopolda del 5 novembre ed i cinquantamila della piazza romana, nell’intreccio dialettico tra radicalità ed allargamento, sono la rappresentazione più legittima di un corpo sociale sofferente, ma non più disarmato, dopo un decennio di crisi e politiche di austerità. Il problema non è stato mai soltanto quello di differenziarsi dal NO di Salvini, Grillo e dei vecchi tromboni della sinistra. Il problema principale, immediatamente trasformatosi in sfida, era e rimane quello di ridare un senso di possibilità a milioni di persone, dando forma politica a quel senso di rabbia, frustrazione e angoscia sociale che attanaglia il nostro Paese. Se tutto questo si trasformerà in una spinta in grado realmente di ribaltare gli attuali rapporti di forza è troppo presto per dirlo. Di certo l’intuizione politica di “C’è chi dice NO”, e le forme reticolari assunte dalla campagna, mutano le “condizioni di partenza” iniziando a trasformare la “palude italica” in un terreno nuovamente fertile per la movimentazione sociale.
La scommessa fatta dalla campagna approfondisce ancor di più la crisi che il mondo (vecchio, nuovo, ri-fondato) della sinistra istituzionale sta subendo da troppo tempo. La piazza di “C’è chi dice NO” ha superato i due timori che hanno attanagliato la sinistra al PD, sia partitica che sindacale, durante i mesi dedicati al referendum: coinvolgere i segmenti del lavoro vivo e dei subalterni e sfidare il partito-Stato di Renzi sul piano della mobilitazione e della presenza di massa. Dal primo punto di vista, l’assenza di radicamento si accompagna con la fobia del conflitto, connaturata al fatto che ogni mobilitazione rischia sempre di eccedere il perimetro fissato dalle organizzazioni istituzionali. Dal secondo, la totale subalternità all’estremismo di centro, così come ai crescenti populismi, sono la cifra della velleità di qualsiasi progetto di rifondazione della sinistra, anche con pretese di rottura istituzionale o di convergenza tra alto e basso. Il vuoto riempito da “C’è chi dice NO” deve fare i conti con il terrorismo e l’oscurantismo mediatici per continuare a vivere in questa settimana, ma soprattutto nei giorni immediatamente successivi al voto referendario. Il percorso fatto finora ha cominciato a sedimentare una politicizzazione di parte del “NO” alludendo ai suoi contenuti specifici e vertenziali che, necessariamente, vivono al di là della finestra temporale del voto. Può il NO, prendendo corpo nei territori, essere propulsore di convergenza e di apertura di un conflitto costituente, che riscriva davvero i rapporti di forza del nostro presente?
Tutto questo è possibile a partire da una continuità di iniziativa, politica e di piazza, che sappia leggere a fondo il sentire comune nella fase post-voto, soprattutto sulla base dei legami sociali territoriali che la campagna “C’è chi dice NO” ha contribuito a solidificare.
La dimensione territoriale è imprescindibile e fondamentale all’interno di questo percorso. Dietro lo slogan dei “territori in lotta”, più volte ripreso nelle piazze ed anche nella narrazione mediatica, si cela una delle contraddizioni fondamentali del nostro tempo. La relazione tra Stato e territori, che tocca uno dei nodi cruciali del referendum, ossia la riforma del titolo V della Costituzione, non può definirsi solo all’interno di un equilibrio tra poteri. La rivendicazione di autonomie territoriali non è una battaglia in favore degli enti di prossimità, che sicuramente lasciano più spazi di agibilità ai movimenti sociali rispetto alle istituzioni centrali, bensì una lotta che ambisce a creare nuove istituzioni del comune. Per questa ragione è necessario sovvertire qualsiasi concetto di territorio chiuso all’interno di confini etnico-geografici, mettendo in atto processi riappropriativi dei diritti, della ricchezza socialmente prodotta e della decisionalità. Ambizione all’autogoverno e capacità di confederare le esperienze ribelli sono, al momento, condizioni necessarie per uno sviluppo delle lotte nel periodo medio-lungo, partendo proprio dalle contraddizioni che hanno ottenuto un maggiore riverbero e un comune punto di riferimento nella campagna referendaria.
Le occasioni sono frutto dell’intersezione tra due linee: quella della virtù e quella della fortuna. Ma la relazione tra le due linee non è orizzontale, perché la virtù permette di prevenire e di modificare un possibile esito nefasto della fortuna. La creazione delle condizioni il più possibile favorevoli alla trasformazione radicale dell’esistente è compito della virtù. Dopo il voto, vedremo se i nostri presidi democratici saranno in grado di rafforzare i contenuti del NO, divenire forza d’urto e se il percorso fatto finora abbia dischiuso spazi di agibilità politica da praticare nell’immediato. Di sicuro, un primo bersaglio è stato centrato per permettere, in modo autonomo ed indipendente, a tutto lo spettro di lotte sociali ed a coloro che non si sentono rappresentati dalle forze partitiche di trovare cittadinanza e legittimazione. Una virtù che è difficile trovare se si rimane immobili.

(da Global Project)

Oggi il ministro per le Infrastrutture e i Trasporti Maurizio Lupi presiede la cerimonia di prima “movimentazione” delle paratoie del Mo.S.E.. Una grande occasione di propaganda, che il ministro utilizza per rilanciare tutte le grandi opere più costose e devastanti per il nostro territorio a partire dal TAVtra Mestre e Trieste e dalla nuova inutile autostrada Mestre-Orte.

Ma, a venticinque anni dalla loro progettazione, sulle dighe mobili alle bocche di porto pesano inquietanti ipoteche: perché il Mo.S.E. non è affatto preparato ad affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici, perché nessuno ha mai dato risposta ai dubbi sulla tenuta delle paratoie di fronte alla forza delle correnti, perché nessuno ha mai chiarito se le cerniere sono sicure e affidabili. E un nuovo VAJONT su Venezia avrebbe conseguenze drammatiche.

E, intanto, sta venendo finalmente a galla quello che i movimenti per la difesa della Laguna e i beni comuni denunciavano da quindici anni almeno: il meccanismo infernale della “concessione unica” al Consorzio Venezia Nuova ha creato un sistema politico-affaristico, con cui una lobby trasversale alla politica ha imposto, grazie a una diffusa corruzione, questa inutile grande opera alla nostra città. E le imprese del Consorzio (Mantovani e FIP) sono oggi addirittura coinvolte in pericolosi rapporti con la mafia. Il tutto avendo speso oltre SEI MILIARDI di euro pubblici, soldi di tutti noi cittadini.

Per questo il ministro Lupi, invece di festeggiare il Mo.S.E., dovrebbe preoccuparsi di dare immediate risposte alla nostra comunità che chiede con forza l’allontanamento delle GRANDI NAVI dalla Laguna: riconvocare il vertice di governo e decidere subito sulle alternative. Per questo oggi

NON C’E’ DAVVERO

NIENTE DA FESTEGGIARE!

Laboratorio occupato MORION

NO MOSE – NO GRANDI NAVI – 

AMBIENTE VENEZIA 

(da Radio Onda D’Urto)

La settimana di mobilitazione verso la sollevazione generale del 19 Ottobre inizia oggi 12 ottobre con una serie di occupazioni e iniziative di lotta in diverse città italiane.

ROMA:  Fin dalla mattina azioni di lotta nella capitale.Un vero e proprio ennesimo Tsunami tour da parte dei Movimenti per il diritto all’abitare. Azioni di riappropriazione degli stabili abbandonati privati o pubblici dismessi.

Il coordinamento cittadino per il diritto alla abitareha messo a segno diverse occupazioni, sia in periferia che in centro. In particolare da segnalare quella in piazza Indipendenza per dare un tetto a oltre 500 rifugiati, come ci racconta Luca Fagiano, del coordinamentoAscolta o scarica il contributo

blocchi precari metropolitani hanno occupato, in vista del prossimo 19 ottobre, l’Hotel Salus a Piazza indipendenza. Negli stessi momenti si è svolta anche l’invasione di un’area di proprietà della famiglia Ligresti a Casal Boccone.  Abbiamo contattato Irene, dei blocchi precari metropolitani. Ascolta o scarica il contributo

Infine Action ha occupato due stabili: uno è vicino alla ex dogana in Via dello Scalo di San Lorenzo, mentre il secondo è  in zona Ponte di Nona. Da segnalare in entrambe le azioni l’intervento della polizia, in particola nella seconda, che ha tentato di sgomberare, senza riuscirci, gli occupanti, come ci racconta Fabrizio di ActionAscolta o scarica il contributo

TORINO: centinaia di rifugiati e occupanti di case hanno dato vita ad un’iniziativa per reclamare il diritto alla residenza nel luogo in cui vivono. In mattinata si sono presentati all’anagrafe centrale, in via della Consolata, e hanno occupato gli uffici e il corridoio centrale dichiarando di non volersene andare fino a quando non otterranno fatti e risposte concrete. La diretta della giornata su Infoaut

Sempre a Torino manifestazione contro l’appuntamento lanciato in città della lega nord per difendere la vergognosoa legge Bossi-Fini. Diverse realtà si sono date appuntamento per ribadire che a Torino non c’è spazio per razzisti e leghisti. La corrispondenza poco dopo la partenza del corteo di Daniela, dell’ Assemblea Antirazzista.

RHO: i “Rhodensi senza casa”, con il centro sociale SOS Fornace e del comitato “NO Expo 2015″, hanno occupato a Rho, in via Tavecchia 43, uno stabile abbandonato di proprietà dell’Unicredit che ricavarne delle abitazioni. Di seguito il comunicato diffuso dopo l’azione. Ci spiega tutto Andrea, del centro sociale SOS FornaceAscolta o scarica il contributo

PARMA: La “Rete Diritti in casa” ha occupato uno stabile dismesso da cinque anni dove all’interno troveranno alloggio famiglie italiane e migranti. Di proprietà di una compagnia cinematografica, è stato tolto all’abbandono e possibili speculazioni. Ci spirga tutto Filippo, della Rete Diritti in CasaAscolta o scarica il contributo

 

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Confermata la custodia cautelare per Paolo e Davide (‘Forgi’), dopo l’udienza svoltasi ieri e la cui decisione è arrivata nella mattinata di oggi, con il gip che ha accolto la richiesta dei pm Rinaudo e Padalino. Rimangono quindi in carcere i due giovani universitari che venerdì notte sono stati arrestati ad un posto di blocco mentre raggiungevano il concentramento al campo sportivo di Giaglione da dove sarebbe iniziata la marcia verso il cantiere. Sui due giovani notav pende l’accusa di detenzione di materiale esplosivo, accusa avvallata meticolosamente dalle immagini e dagli articoli di giornale che presentavano, all’indomani degli arresti, il materiale ritrovato all’interno della macchina come un vero e proprio arsenale da guerra, con tanto di “molotov” immaginarie e improvvisate per l’occasione per fornire immagini utili per portare avanti l’apparato mediatico dell’accusa. Le stesse bottiglie di plastica che da oggi sembrano essere sparite dalle foto e dai contenuti dei vari articoli che continuano a prodursi in seguito alla notizia della convalida degli arresti.

L’atteggiamento della procura continua ad essere quindi rancoroso e desideroso di vendetta verso chi si oppone al tav, un atteggiamento tipico dei poteri forti che attua strategie di repressione sempre più dure nei confronti di una lotta che non demorde e non si scalfisce nel tempo. Ma a dimostrare il rancore malcelato della procura, anche l’ultima notizia della volontà da parte di quest’ultima di procedere con “l’accompagnamento” coatto in questura di Luca Abbà, dopo che nella giornata di ieri non si è presentato insieme a Nicoletta Dosio e a Vattimo per l’interrogatorio richiesto ai tre dal pm Padalino in merito alla visita in carcere della settimana scorsa a Giobbe.

Intanto nelle varie città si sta dimostrando in questi giorni una forte solidarietà nei confronti dei due giovani arrestati: ieri a Napoli c’è stato un presidio partecipato sotto la prefettura per solidarizzare con Forgi e Paolo, mentre si moltiplicano, da nord a sud le iniziative e gli striscioni che chiedono la libertà dei due giovani universitari.

A Torino, è invece previsto un presidio di solidarietà per sabato 7 settembre alle ore 18, sotto al carcere delle Vallette, al capolinea della linea 3.

Paolo e Forgi liberi subito!

fonte: infoaut