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Si è chiuso con cinque condanne tra i sei e i 10 mesi e tre assoluzioni il processo di primo grado contro otto attivisti del collettivo Hobo, tra cui Loris Narda e Parvis Jashn Tirgan. Sono accusati a vario titolo di manifestazione non autorizzata, resistenza a pubblico ufficiale, furto aggravato, accensioni pericolose e getto pericoloso di cose per il blitz in Rettorato a Bologna durante la seduta del 9 settembre 2014 del Senato accademico, in cui si discuteva della possibile realizzazione di un campus universitario alla Staveco. Nell’occasione, gli esponenti del collettivo avevano cercato di forzare il cordone della Digos per entrare in Rettorato, spintonandosi con gli agenti per poi accendere dei fumogeni e riportarsi in via Zamboni, dove, protetti da una transenna (che gli è valsa l’accusa di furto), avevano lanciato delle uova contro i poliziotti. Per gli otto attivisti la Procura aveva chiesto condanne tra i sei e i nove mesi, ma nonostante tre di loro siano stati assolti completamente, in almeno un caso il giudice Nadia Buttelli è andata oltre le stesse richieste dell’accusa. Tra i condannati, che in molti casi sono stati assolti per alcuni dei reati di cui erano accusati, ci sono anche Narda e Tirgan, ma l’avvocato Ugo Funghi, che difende sette degli otto imputati, ha già annunciato che presenterà appello contro le condanne.

Controlacrisi.org

(tratto da: Buco1996 – nei secoli a chi fedeli??? – anno 11 / numero 9)

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E’ STATO PUBBLICATO IL NUMERO NOVE ANNO UNDICI DEL MENSILE

“BUCO 1996 – nei secoli a chi fedeli???”

Nel nono numero dell’undicesimo anno trovate:

–          Editoriale – Il M5S mostra la sua anima fascista

–          L’Intervista – Mianiti: “L’uomo deve sentire propria la violenza sulle donne” 

–          No Tav – Vertice di Lione: gamberi per colazione

–          Esteri – Riflessione sulle elezioni in Germania

–          Movimenti – Condanne e assoluzione per gli attivisti

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Catalogna 'sospende' indipendenza

“Proponiamo che il Parlamento sospenda gli effetti della dichiarazione di indipendenza per avviare il dialogo, senza il quale non sara’ possibile giungere a una soluzione concordata, perché in questo momento ciò è utile per ridurre le tensioni”. Lo ha affermato il presidente della Generalitat catalana, Carles Puigdemont. “Dobbiamo dare il via a un periodo per intrattenere un dialogo con il governo spagnolo, con responsabilità e rispetto”, ha aggiunto.

Fonte: Italpress

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Sono le due e mezza del pomeriggio, quando i rivoluzionari del generale Antonio Pappalardo, radunati dalla mattina in piazza del Popolo, arrivano davanti a Montecitorio. Armati di tamburi e megafoni chiedono ai parlamentari “abusivi” di uscire dalla Camera: “Ladri, ladri”, gridano. Alla folla si unisce uno sparuto gruppo di leghisti, indipendentisti giunti a Roma per spiegare le ragioni del loro voto sull’autonomia. La piazza, insomma, e’ variegata. Nel palazzo, intanto, si sta per discutere la legge elettorale e il governo si appresta a mettere la fiducia.

I Cinque stelle annunciano barricate, tanto che alcuni militanti in mattinata hanno già manifestato davanti Montecitorio. Nulla di strano, quindi, quando Alessandro Di Battista sceglie di lasciare il palazzo per gettarsi tra la folla, convinto che siano tutti pentastellati. Pappalardo fiuta l’aria e prova a girare l’occasione a suo favore: “I Cinque stelle sono nostri fratelli, se vorranno unirsi alla nostra battaglia li accoglieremo a braccia aperte, ma devono uscire da questo Parlamento DI abusivi”.

E Di Battista esce. Si toglie la giacca, sale sulla balaustra che divide la piazza del palazzo dai manifestanti, e attacca: “Solo Mussolini e De Gasperi hanno messo la fiducia sulla legge elettorale, e’ uno schifo. Non e’ solo una legge contro una forza politica, ma contro la democrazia”. La piazza, che lo aveva accolto con gli applausi, resta esterrefatta: loro sono li’ per fare la rivoluzione, mica per emendare il Rosatellum bis.

Partono allora i primi fischi all’indirizzo di Di Battista, seguono a stretto giro gli insulti. Lui va in confusione: “Non so chi vi ha convocato, grazie siete tanti, non molliamo, al DI la’ dell’appartenenza politica”. La piazza, pero’, lo bersaglia: “Buffoni, ladri, ridateci le chiavi. Devi uscire pure tu, abusivo, non restare dentro”. Ma Di Battista, restituito il megafono, rientra nel palazzo. Tra i fischi. E Pappalardo fa la capriola: “Loro stanno nel palazzo a parlare con i ladri, io con i ladri non ci parlo”. Applausi.

Fonte: Dire

Juan Martin Guevara lo ha letto sulle prime pagine dei giornali che suo fratello Ernestito era stato ucciso.

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Era l’alba del 9 ottobre di cinquant’anni fa, in Argentina. Era il 1967. Come ogni mattina, Juan Martin stava andando al lavoro e sfogliando il giornale vide le foto del corpo senza vita di suo fratello. Mentre lui perdeva una parte importante di sè, l’America Latina diceva addio al sogno della sua rivoluzione più sperata, perché suo fratello non era un uomo qualunque: era Che Guevara.
L’eroe simbolo della rivoluzione, il Comandante barba e basco con la stella rossa destinato a diventare un’icona mondiale. Il guerrigliero che ha combattuto per ideali di libertà, che insieme a Fidel Castro liberò Cuba dal tiranno Fulgencio Batista per poi ripartire alla volta dell’Africa, l’Asia e Pechino. Fino alla Bolivia dove ha combattuto la sua ultima battaglia per sconfiggere la dittatura militare.
Juan Martin Guevara oggi è un settantaquattrenne pieno di entusiasmo, e mi racconta che cosa vuol dire essere cresciuto accanto a quel fratello-mito più grande di quindici anni, laureato in medicina, che soffriva di asma cronica, appassionato di rugby, divoratore di libri, viaggiatore instancabile.
A poche ore dai cinquant’anni dalla morte del Che, ha migliaia di richieste a cui rispondere. Il suo telefono non smette di squillare da quando ha deciso di portare in giro per il mondo il pensiero del Che, di farlo conoscere anche ai più giovani.
Riesco a parlargli dopo giorni di attesa. Con grande disponibilità, Juan Martin, che è stato in Italia lo scorso aprile in occasione della rassegna Al cuore dei conflitti, di Lab 80 Film, mi racconta del suo eroe che è anche l’eroe di milioni di persone nel mondo. E mi fa una premessa: «Ernesto all’inizio era un ragazzo normale. Dopo è diventato una persona eccezionale che altri possono e devono imitare. I grandi uomini sono rari, ma esistono».

Cosa significa essere il fratello di Che Guevara?
«Mi definisco fratello di sangue di Ernesto e compagno di idee del Che. Non è un peso, è soprattutto una responsabilità: sento che devo continuare a far circolare le sue idee di libertà per i più giovani, e per il futuro».

Che rapporto avevate?
«Lui era Ernestito, come nostro padre Ernesto. Da bambino lo vedevo come il fratello maggiore da imitare, non era autoritario e neanche cercava di sostituirsi ai genitori. Eravamo complici. Tutti e due siamo cresciuti in strada, è lì che abbiamo imparato la vita».

Quali momenti ricorda con più emozione?
«I ricordi più vicini sono sicuramente i giorni trascorsi insieme a l’Havana, nel 1959, e in Uruguay, nel 1961. Io avevo 15 anni  e la rivoluzione cubana era il riferimento più importante per noi ragazzi. Incontrarlo nuovamente, dopo la sua partenza nel 1953, e ritrovarlo non solo come “il mio Ernestito”, ma anche come Comandante, fu un’emozione molto forte che mi spiazzò. Subito abbiamo però ritrovato il nostro legame di fratelli, che è rimasto sempre vivo».

Di cosa parlavate?
«A Cuba parlavamo della vita a Buenos Aires, molto di quella nella Sierra Maestra e di ciò che stava succedendo a Cuba (erano gli anni della rivoluzione, ndr). Io all’epoca ero militante del movimento studentesco, ispirato dalle sue gesta. Siamo andati insieme all’Escambray a conoscere quella che era stata la comandancia (la dirigenza del movimento rivoluzionario, ndr)».

E cosa è successo?
«Siamo saliti fino in cima con i compagni ribelli e abbiamo visto il posto da cui uscirono per sconfiggere definitivamente l’esercito di Fulgencio Batista (il dittatore cubano, il cui regime venne rovesciato nel 1963 dal Movimento popolare guidato da Fidel Castro e Che Guevara, ndr)».

Come ricorda il giorno della sua morte?
«Lavoravo in un’azienda, la giornata iniziava all’alba. Quella mattina, appena uscito, ho letto la notizia e visto la foto del suo corpo su tutti i giornali. Dovetti comunque andare a lavorare, distrutto all’idea di aver perso mio fratello per sempre. Solo a fine giornata mi riunii con tutta la famiglia a casa di nostra sorella. In molti avevano dubbi sulla veridicità della notizia».

Anche lei pensava fosse un’altra bufala sulla morte del Che?
«No, dall’inizio ho pensato che fosse tutto vero. Mio fratello Roberto è partito per la Bolivia, dove Ernesto venne catturato, per il riconoscimento del corpo e per riportarlo in Argentina. I capi militari dissero che il corpo non era né a Vallegrande né a La Paz. La conferma definitiva della morte di Ernesto arrivò da Cuba. Roberto raggiunse Fidel e lui stesso gli mostrò le prove della morte».

Come descriverebbe suo fratello Ernesto?
«Le tre qualità più evidenti erano il senso dell’umorismo, la determinazione nel realizzare tutto ciò che si metteva in testa, e la sua capacità di analisi che si vede anche nei suoi diari».

I suoi scritti sono stati letti in tutto il mondo e il mito del Che continua a essere più vivo che mai.
«I miti non cadono dal cielo,  sono creazioni della società. Fino a quando non saremo liberi dal capitalismo, dal mercantilismo, dal fatto che tutto ha un costo, dalle guerre, dalle stragi, dalla disuguaglianza e dalle discriminazioni, il mito vivrà».

Cosa farebbe oggi suo fratello se fosse qui?
«Parlerebbe ancora di libertà. Penso che se l’esercito boliviano non lo avesse ucciso nel 1967, Ernesto avrebbe vinto: oggi l’America Latina sarebbe libera, indipendente, sovrana e socialista».

Oggi eravamo nelle strade di Salerno, per la precisione sul lungomaredella nostra città, questo per vegliare sul comportamento dei militanti di Noi con Salvini Salerno. Eravamo preoccupati per l’incolumità degli ambulanti lì presenti, quegli stessi ambulanti finiti sotto gli attacchi della destra salernitana, e che ha portato a dei veri e propri atti di intolleranza verso i migranti presenti nella nostra città,tanto per citarne uno la denuncia da parte dei consiglieri Celano e Russomando di alcuni migranti che avrebbero scattato ripetutamente foto a minori, inutile dire che la faccenda si è conclusa con una figuraccia che non può che far impallidire la nostra città “europea”, vi rimandiamo all’articolo: nel cellulare di uno dei fermati sarebbero stati ritrovati soltanto selfie
http://www.ottopagine.it/…/migranti-fanno-foto-ai-minori-in…

Odio che quindi poteva essere riversato non solo contro gli ambulanti ma anche nei confronti di cittadini italiani che hanno la colpa di avere la pelle di un altro colore, diversa dalla nostra, una vera e propria vergogna. Vergognoso è stato anche lo svolgimento della cosiddetta passeggiata dei salviniani, una vera e propria ronda svolta da circa 7 persone, scortate da circa una ventina di agenti in tenuta antisommossa affiancati da finanza in borghese( la quale ha tenuto a fermare uno dei ragazzi che controllavano che la “passeggiata” non sfociasse in atti di odio razziale) e da alcuni membri della digos.
Riteniamo dunque che sia evidente ci sia un problema nella nostra città e vogliamo porre alla cittadinanza delle domande:

– è davvero necessario continuare ad alimentare l’odio sociale? Vi ricordiamo a quel che questo porta citandovi quanto accaduto a Charlottesvile qualche tempo fa, con un suprematista bianco lanciatosi con la propria autovettura su una manifestazione antirazzista;

– Siamo davvero disposti a vivere in una città in cui la giustizia sia in mano a dei comuni cittadini che decidono di improvvisarsi sceriffi, quale legittimità hanno queste persone per poter richiedere permessi di soggiorni e d’occupazione di suolo pubblico e soprattutto quale sarebbe l’andamentodella loro “giustizia”. Magari lo stesso professato dal loro leader Matteo Salvini il quale sembra classificare le tipologie di stupro a secondo se siano commessi da migranti o da italiani in divisa;

– Il dispiegamento di forze dell’ordine e le conseguenti spese per una pagliacciata del genere sono davvero utili?

– è davvero questa la città in cui vogliamo vivere, una città in cui vengono fomentati odio sociale, razzismo, xenofobia, sessismo e omofobia, in poche parole Fascismo. La risposta per noi che oggi eravamo nelle strade sembra essere chiara, ci schiereremo sempre a favore di una Salerno accogliente, aperta e che rifiuti qualsiasi forma di odio.
SALERNO È NOSTRA E LA DIFENDIAMO possibilmente senza ronde e senza odio, mai per odio ma solo per amore.

#MaiconSalvini #Salernononsilega

 

E’ STATO PUBBLICATO IL NUMERO SETTE-OTTO ANNO UNDICI DEL MENSILE

“BUCO 1996 – nei secoli a chi fedeli???”

Nel settimo e ottavo numero dell’undicesimo anno trovate:

–          Editoriale – Sedici anni fa avevamo anticipato tutto

–          L’Intervista – Galzerano: “Le nefandezze del Fascismo”

–          No Tav – Lo Stato deve dimostrare chi vince, ma…

–          Esteri – Venezuela, la Costituente va

–          Riflessione – Il paese delle emergenze fasulle

 

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