Archivio per la categoria ‘Riflessioni’

Bisognava soltanto attendere. La logica omicida che sta dietro ogni ondata securitaria si infrange sempre, per prima cosa, sulle persone più deboli. E i più deboli in assoluto, in questo momento, sono i migranti. Peggio ancora per i più anziani di loro, che debbono sommare alla debolezza dei diritti e al colore della pelle (che facilita l’individuazione come bersaglio) anche la debolezza dell’età.

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Roma, ambulante senegalese morto durante fuga a Lungotevere de Cenci
„Il giorno dopo il “pattuglione” stile Scelba messo in scena alla stazione di Milano a beneficio di Salvini in astinensa da selfie, a Roma un’insolito squadrone di vigili urbani è stato inviato a rastrellare il centro storico a caccia di venditori ambulanti. Il “decoro urbano” lo chiede…
Alla vista delle divise, come sempre, hanno raccolto alla bell’e meglio la propria mercanzia nei borsoni e si sono dati alla fuga. Uno di loro, Nian Maguette, un cittadino senegalese di 53 anni, che faceva parte di un gruppo che correva in direzione di Lungotevere de’ Cenci – all’altezza del Ghetto, davanti all’isola Tiberina – si è accasciato a terra. Diverse le versioni sull’accaduto. Alcuni suoi compagni hanno riferito che: “E’ stato investito da un motorino dei vigili urbani in borghese mentre scappava dal controllo. E’ caduto e ha battuto la testa”.  Secondo la versione ufficiale, invece, sarebbe stato probabilmente vittima di un infarto (ma il rapporto lo definisce “il giovane”…). il personale medico intervenuto sul posto non ha comunque potuto far altro che constatarne il decesso.
Sembrava un episodio come tanti, per quanto tragico. Ma la goccia scava la pietra, e anche la paziente sopportazione dei migranti trova in qualche caso il suo limite.
Gli altri venditori ambulanti, quasi tutti africani, hanno messo in atto una protesta, bloccando laa circolazione tra largo dei Vallati e largo Arenula.
La risposta, cieca come soltanto le polizie sanno essere, si è materializzata con l’intervento dei carabinieri e della polizia, comprensiva di agenti del Reparto Mobile in tenuta antisommossa. Come se servisse una seconda vittima per farsi capire meglio…

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Ogni volta che sento parlare il ministro Poletti – si occupa del Lavoro, lui che viene dal mondo Coop e sa come sfruttarlo fino all’ultima goccia – mi torna in mente il proverbio in uso tra gli avvocati: “studia, figlio mio, sennò mi diventi giudice”.

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Non soddisfatto del “successo” ottenuto con altre esibizioni retoriche in pubblico, ieri ha consegnatoagli studenti dell’istituto Manfredi Tanari di Bologna un’altra perla della sua saggezza ruspante: “Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum”.
Non sarebbe giusto estrapolare questa sola frase per crocifiggere un manager prestato allagovernance, che spesso ha dimostrato di non comprendere la differenza tra il dirigere un’azienda o un paese. In fondo, stava illustrando la bontà della famosa “alternanza scuola-lavoro”, ossia quella novità introdotta nella cosiddetta “buona scuola” per cui invece di stare ad imparare qualcosa (a ragionare confrontandoti con quello che l’umanità ha appreso in passato e consegnato ai libri, di qualsiasi genere), uno studente può essere spedito a servire ai tavoli di McDonald’s o all’Autogrill. A lavorare gratis, insomma, senza imparare altro che obbedire a un caporale (ci siamo passati tutti, da ragazzi; ma lo facevamo d’estate e venivamo pagati).
Quindi, prendiamo anche qualche altra sua frase memorabile ripresa dai giornali “amici” del governo, come la risposta data a chi ha già sperimentato gli stage finendo a fare operazioni manuali ripetitive il ministro fa notare che “se vai in un bar ti fanno fare un caffè” (si può vedere la scocciata scrollatina di spalle dalle sole parole scritte…). Oppure quella data a chi più modestamente contestava l’assenza di risultati dopo questi esperimenti: “Intanto vedi un mondo”. Come se lavorare gratis fosse una vacanza in paesi esotici…
Le pernacchie online hanno presto sommerso le parole di Poletti, che ha provato la solita, goffa (non ha studiato!), marcia indietro: voglio chiarire che non ho mai sminuito il valore del curriculum e della sua utilità. Ho sottolineato l’importanza di un rapporto di fiducia che può nascere e svilupparsi anche al di fuori del contesto scolastico. E quindi dell’utilità delle esperienze che si fanno anche fuori dalla scuola”.
Anche noi non crediamo molto ai curriculum e, come tutti, li vediamo finire in un attimo nel cestino della carta straccia. Soprattutto in Italia, però, dove le imprese preferiscono – come Poletti teorizza – avere a che fare con dipendenti pre-selezionati come aspiranti schiavi obbedienti. Quindi in base a raccomandazioni, segnalazioni fiduciarie, ecc. Uno stile che dà la misura dell’arretratezza dell’imprenditoria italiana rispetto agli stessi paesi capitalistici con cui dice di voler “competere”.
A metà strada tra il Berlusconi che beatificava i “lavoretti” e il Caimano laido che invitava le ragazze a sposare un uomo ricco, Poletti in realtà propone un modello di “trovar lavoro” che è l’unico da lui sperimentato. Si entra in un “giro di conoscenze” (ai suoi tempi un partito, ora in una clientela strutturata), ci si fa conoscere come “affidabili” (obbedienti ai capi e capetti di tutta la gerarchia interna), si ottengono man mano delle responsabilità superiori, fino all’”uno su mille ce la fa” che lo ha portato alla guida della Coop e di lì alla poltrona ministeriale.

Un “modello relazionale” che ha senso in un partito, non certo per la ricerca di un lavoro dipendente. A meno di non intendere un posto di lavoro come il “munifico dono” di un signorotto medioevale, cui devi baciar le scarpe prima di essere ammesso nel cortile di proprietà…

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Le giornate che seguono le manifestazioni con scontri di piazza non sono mai piacevoli. Sono ore terribili in cui la realtà viene distorta dalle parole strumentali della carta stampata, dalle narrazioni proposte da chi ha un mandato preciso delle redazioni delle grandi testate, dai post su facebook di chi c’era e soprattutto di chi non c’era o, peggio, dalle costruzioni antropologiche dei fantomatici professionisti della violenza. Quelle costruzioni che, poi, si abbattono sulla vita degli attivisti, come è successo per Luigi e Carmine, che dopo un processo per direttissima saranno costretti a rispettare un obbligo di firma fino a maggio, di fatto, pagando personalmente per un corteo nel quale c’eravamo tutti noi. Un carnevale di saccenteria senza profondità che francamente non vediamo l’ora venga sostituito dal prossimo trend topic del momento.
salvini_doc.jpgSolitamente, soprattutto quando si tratta di giornate assai significative, ci prendiamo sempre qualche giorno in più per scrivere in un testo articolato come la pensiamo, ma stavolta, anche e soprattutto per l’investimento soggettivo che abbiamo fatto nella costruzione di questo corteo, abbiamo necessità di prendere parola subito, esprimendo un punto di vista che, perdonateci, non si attesterà sul voyerismo un po’ perverso con cui si sta provando a costruire la condanna univoca della piazza di sabato.
Per farlo non possiamo prescindere dal contesto, dalle giornate che hanno preceduto il corteo e dallo sforzo fatto da tanti e tante per costruire una mobilitazione che tenesse insieme tutte le anime della città, da quelle più moderate a quelle più radicali.
Quando Salvini ha deciso di venire a Napoli era chiaro a tutti che, al di là della sfida, anche un po’ retorica, alla città dell’accoglienza, il leader della Lega in realtà puntava ad alzare il livello dello scontro nell’intero paese, probabilmente in vista delle politiche, inebriato dall’effetto Trump. Chi avrebbe potuto scommettere su Salvini in città mentre per le strade non accadeva niente?
Attraversare la frontiera napoletana, per il leader leghista, significava non solo superare un blocco effettivo, reale, culturale prima che politico, che rende di fatto impossibile la trasformazione dell’opzione secessionista- ancora caldeggiata da Bossi-in quella sovranista e nazionalista di stampo lepeniano che Salvini vorrebbe riproporre in Italia, ma significava anche porre un problema alla città riguardo le modalità della sua “accoglienza”.
Lo abbiamo detto dal primo momento che la sua venuta a Napoli era una provocazione che non avremmo accettato a testa bassa e che la paura delle strumetalizzazioni non ci avrebbe fatto dimenticare decenni di insulti, offese e soprattutto promozione di politiche di sviluppo a trazione solo settentrionale, contribuendo a rideterminare la nostra condizione di colonia interna. Il Salvini, che oggi prova goffamente a indossare i panni dell’ultra-democratico al quale viene sottratto il diritto di parola, è tuttavia, come tutti sappiamo, un reazionario radicale, uno che gioca sul tavolo dell’esasperazione del clima e che grazie a quell’esasperazione guadagna consenso. La sua venuta a Napoli serviva esattamente a questa esasperazione e dentro questo campo, scelto da lui e dalla sua maledetta pretesa di venire a sfidare il sud nella città storicamente più insultata dalla lega, nasce la costruzione di un corteo complicato, che per questo abbiamo voluto fosse costellato passo dopo passo di momenti pubblici, di assemblee, di chiacchierate, di incontri.
Non c’è anima che ha sfilato in quel corteo che non abbiamo incontrato durante queste settimane di costruzione. Non c’è realtà collettiva che non si è assunta la responsabilità di costruire l’opposizione napoletana alla Lega nord pubblicamente. Ognuna nei propri contesti, ognuna con i propri linguaggi.
Su una cosa siamo sempre stati chiari però, in ognuno di questi momenti pubblici e in ogni dichiarazione alla stampa: abbiamo sempre detto di voler costruire un corteo che potesse essere la casa di tutti, una manifestazione festosa contrapposta alle loro passioni tristi, ma abbiamo sempre ribadito anche che non avremmo mai accettato un livello di militarizzazione della città da grande kermesse, che non avremmo tollerato la costruzione di una zona rossa rossa vastissima attorno al palacongressi, funzionale ad occludere la nostra libertà di circolazione e a difendere e proteggere il leader leghista e i suoi pochi sodali prezzolati chiusi nel teatro.
Poi la realtà ci ha ampiamente scavalcato a destra e quelle che dovevano essere mere disposizioni di ordine pubblico, condizionate dalla prima performance napoletana del nuovo questore e sulle quali credevamo finanche di poter mettere bocca pubblicamente, si sono trasformate in scelte condizionate dall’entrata in scena a gamba tesa del Viminale. Fuorigrotta Sabato era in assetto di guerra a difesa degli spazi della mostra requisiti dal governo per far parlare Matteo Salvini.
download Per questo motivo vi invitiamo a non decontestualizzare l’undici marzo dalle giornate precedenti, durante le quali abbiamo capito che la visita del leader della lega, che a buona parte della città sembrava un oltraggio insopportabile, avrebbe invece goduto di ogni tutela e garanzia da parte dello Stato e della stampa legata ai poteri forti. Cancellare questo dato e concentrarsi solo sulla performance dello scontro offusca la mente e ci porta tutti a cadere rovinosamente in una trappola costruita con arguzia.
L’undici marzo, quel meraviglioso ed enorme corteo, non può quindi essere slegato dalle cariche a freddo subite degli attivisti fuori la sede del Mattino, a volto scoperto e semplicemente seduti. Abbiamo mostrato la fronte ferita di un nostro compagno non perché ci piace fare del vittimismo ma perché volevamo che si avesse contezza della ferocia con cui le forze dell’ordine stavano preparando il loro undici marzo. Nè possiamo cancellare i fatti del dieci quando in seguito all’occupazione da parte degli attivisti del coordinamento #maiConSalvini del palacongressi, l’ente Mostra ha deciso di rescindere il contratto stipulato con il portavoce campano della Lega Cantalamessa ed è stata, dopo un braccio di ferro durato una notte, di fatti scavalcata, con un atto formale del governo che solitamente si usa per le calamità naturali.
Un’operazione gravissima, violenta, antidemocratica che si è scelto di portare avanti sapendo che avrebbe comportato una esasperazione del clima e un innalzamento della tensione senza più ritorno.
Non sono scelte obbligate. Minniti lo sa bene. Proprio l’altro ieri, durante il corteo, l’Olanda decideva di vietare il comizio  pubblico all’ambasciatore di Erdogan perché ha riconosciuto che la Turchia in questo momento rappresenta un paese in cui vige una dittatura ed in cui si perpetua una costante violazione dei diritti umani. Certo si è assunta una responsabilità ma ha dimostrato con un atto forte che la libertà di parola nei luoghi pubblici non è cosa che si deve garantire a tutti al di là del contenuto di ciò che si afferma.
E invece in questo paese mediocre succede che se un’intera città dimostra, in mille modi e per settimane, di essere ostile alla venuta del leader della lega, è addirittura il Ministro degli Interni ad intervenire per tutelare presunti diritti costituzionali di quell’uomo che ride di due donne rom chiuse in una pattumiera e che auspica spari sui barconi di disperazione che attraversano il mediterraneo.
E allora, se tutto questo è vero, se per l’ennesima volta è stato possibile che per un maledetto comizio si stralciasse come niente il nostro diritto a decidere, la lettura della giornata va per forza sottratta alla narrazione degli ultimi dieci minuti, alle posizioni piatte del giornalismo che se ne sta ansioso sulla riva del fiume aspettando lo sparo del primo lacrimogeno.
Lo sforzo che dobbiamo fare allora è tornare in quella piazza, col corpo e con la testa. Recuperare il sentimento che quelle maledette semplificazioni giornalistiche provano a strapparci dall’anima, che è la gioia di aver messo in strada quindicimila donne e uomini contro Salvini e contro il razzismo, nonostante il clima di terrore che in tanti hanno provato a costruire in queste settimane. Fotografare quell’ingiustificabile schieramento di mille uomini e una enorme quantità di mezzi a Piazzale Tecchio con il quale la questura ha semplicemente intimato al corteo che non aveva alcuna altra scelta che fermarsi lì e terminare la manifestazione a testa bassa. Una testa che scusateci non abbasseremo mai.
Leggere quindi quello che è successo dopo senza fermarsi alla passione estetica per passamontagna e caschi ma innanzitutto come indisponibilità ad accettare quel livello di militarizzazione e la zona rossa, aiuterebbe a non diventare strumenti funzionali alla narrazione main stream. Può piacere o non piacere la modalità di scontro con la polizia dell’11, ma è un fatto con il quale il gusto c’entra poco. Senza girarci attorno,è la Questura che ha imposto la modalità dello scontro . Questo piano, oggi difficile da ricostruire a parole, è un piano apparso chiarissimo allo stesso corteo, che durante tutto il tempo degli scontri, ha scelto di non disperdersi, di accogliere al suo interno chi era avanti e di non lasciare solo nessuno.
Per questo le valutazioni politiche hanno ben poco a che fare con ciò che, a nostro gusto personale, è giusto o sbagliato, bello o brutto: la piazza non è un reality show e non la gestisce il televoto. È un fatto complesso, senza copioni scritti, soprattutto quando la controparte mette in moto tutti gli apparati dello stato (forza militare, prefetture, ministero degli interni, infiltrazioni in “borghese”, blindati da guerra, sequestro di beni pubblici e privati) ed esiste parallelamente, mai come in questo caso senza retorica, una eccedenza vera in città, che su Salvini e sulla calata leghista, dopo anni di soprusi, si è manifestata. Ci sarebbe poi da smontare pezzo pezzo la ridicola costruzione narrativa di contorno dei giornali. Non c’è nessun quartiere devastato, nessuno scenario da guerriglia urbana e nessuna macchina bruciata. Non sono mai esistite le molotov. Se lo si scrive non vuol dire che è vero anche perché per fortuna sono innumerevoli le testimonianze dei cittadini di Fuorigrotta che smentiscono con ironia le parole del main strem. Così come, per capire quanto c’è di artificioso nella costruzione della criminalizzazione mediatica della piazza napoletana, basterebbe fermarsi ad ascoltare le parole dell’ex Premier Renzi e in generale di tutta la stampa e le televisioni nazionali che stanno provando a creare una connessione forzata tra la piazza e il Sindaco. Una connessione ridicola, che non solo-ovviamente- non esiste ma che ha solo l’intento preciso di mettere in discussione quel legame sano, saldo e dialettico tra l’amministrazione e i movimenti sociali della città, che però, è evidente che per natura mantengono tra loro assoluta autonomia. Una connessione ridicola che serve a far fare fronte unico al mondo politico del paese contro De Magistris e in solidarietà a Salvini.
2311069_t5.jpg Ma l’Italia, si sa, è figlia di una provincialità esterofila per cui la radicalità delle piazze, spesso caratterizzata dalle stesse identiche immagini che abbiamo visto a Fuorigrotta, va bene solo se è a migliaia di chilometri dalla propria poltrona.
È così che ci esaltiamo quando vediamo migliaia di persone a contestare Donald Trump dopo la sua elezione, gridando alla bellezza della democrazia e poi – quando si contestano a casa nostra le stesse idee di mondo, fatte di odio e razzismo – diventiamo tutti quanti commentatori da domenica sportiva.
Per questo il nostro consiglio è  quello di limitarsi a leggere la narrazione della piazza napoletana da media esteri (basta la BBC, un network che non è certo tacciabile di anarcoinsurrezionalismo). La piazza di Napoli viene paragonata a tutte le altre piazze occidentali in cui si stanno sviluppando momenti di contestazione al fenomeno dei nuovi populismi di destra, senza nessun appello lacrimoso e clerico-fascista sullo stile di quelli che oggi possiamo leggere su Repubblica.
Questo non vuol dire, ovviamente, non mettere al centro un’analisi seria sulle pratiche di piazza: argomento che non riguarda i social, ma invece chi si pone concretamente il problema dell’attivazione di processi di mobilitazione di massa e della loro efficacia politica. È da più di due anni che la gestione dell’ordine pubblico nel nostro paese sta vivendo un tentativo di “riforma” poliziesca in senso Nord Europeo ( dispiegamento di uomini e mezzi sproporzionato, abuso di lacrimogeni e idranti  per disperdere l’intero corteo) ,  sabato forse ci abbiamo fatto davvero i conti per la prima volta a casa nostra.
Ora, se questa è la tendenza, chi agisce momenti di piazza non può semplicemente pensare di accettarla come si accettano i precetti religiosi. È chiaro che le contestazioni servono se arrivano a contestare le idee in questione, altrimenti sono passeggiate, girotondi, scampagnate tutti insieme, a caso, in giro per la città: prima ci diranno che possiamo arrivare solo a dieci chilometri dal nostro obiettivo, poi che possiamo manifestare solo in giornate diverse da quelle interessate dal fenomeno da contestare, poi che possiamo manifestare senza superare un certo limite di persone e alla fine diranno che se non ci sta bene possiamo mandare tutti una mail all’ufficio lamentale del Ministro dell’Interno, comodamente seduti a casa. Chi dice che, semplicemente, bisogna limitarsi a protestare secondo le disposizioni della questura non si rende conto (nella migliore delle ipotesi) di iscriversi in un crinale in cui il diritto al dissenso è subordinato alle valutazioni della classe politica con la quale si vorrebbe dissentire. Non è un caso – visto che il tema della libertà è stato più volte tirato in ballo in questi giorni – che se una cittadina come Goro organizza barricate violente per cacciare donne e bambini immigrati la prefettura accetta quella violenza e manda via i rifugiati e, invece, se una città come Napoli si oppone all’arrivo di Salvini viene semplicemente scavalcata, sequestrata e messa a disposizione di chi ha i soldi e il potere per comprarla.
Su questo tema Napoli ha dato un segnale forte e persino i giornali e telegiornali più schiacciati sull’ideologia dominante hanno difficoltà a negarlo: il messaggio della Lega Nord nella nostra città non è passato. Il teatro di Salvini era pieno unicamente degli esponenti del ceto politico di destra regionale, che cerca di riciclarsi dopo il fallimento del centrodestra di Caldoro e l’esplicita identificazione – che ormai è chiara a tutti – tra quello che è stato il centrodestra campano e gli interessi dei clan camorristici. Pur di riempire un Palacongressi di poche centinaia di persone, le compagini della destra meridionale hanno dovuto invitare (e pagare) delegazioni di militanti provenienti da tutto il centro-sud d’Italia, dal Lazio fino alle isole. Salvini ha fallito e lo sa: non è un caso che Umberto Bossi – che per molti militanti di base della Lega resta il vero riferimento spirituale –  dichiara a mezzo stampa che è stato un errore venire a Napoli, che Napoli è la capitale del malaffare e che i napoletani non potranno mai essere suoi alleati. Se Umberto Bossi – che ormai era sparito dai radar della tribuna politica – deve scendere in campo è perché il grande vecchio deve provare a rimediare al disastro che Salvini ha messo in scena in questi giorni (aiutato certo, perché bisogna riconoscere i meriti a tutti, dall’assoluta insipienza e imbecillità dei suoi referenti meridionali, che certo avranno tante qualità, ma l’intelligenza non figura tra esse).
manifestazione0-e1489274281286.jpg Di fatti, prendiamo atto, che oggi il dibattito anche sul main stream gira attorno alla legittimità che ha la Lega di prendere parola ed è una cosa che in vent’anni non era mai accaduta. Anche questo è un gran risultato.
Da tutti questi elementi bisogna partire. E dall’enorme forza che la città di Napoli ha espresso, dimostrando ancora una volta di essere il più enorme laboratorio di democrazia che esiste nel nostro paese (e con pochissime rivali in Europa). Soprattutto, bisogna partire da chi c’era, dalle quindicimila donne e uomini che sono scese in piazza nonostante il terrorismo mediatico dei giorni precedenti il corteo, dallo sforzo straordinario di oltre trenta artisti napoletani nel produrre in pochissimi giorni una meravigliosa canzone contro il razzismo. Quindicimila persone che non vengono fuori dal nulla, non sono un “miracoloso” evento politico-mediatico. Esse sono il risultato di un lavoro di base difficilissimo e costante: quello di chi deve provare a costruire un’alternativa in una città sotto lo scacco di due diversi poteri, quello dello Stato e quello degli apparati criminali. Un riferimento, questo, non casuale: bisogna precisarlo, infatti, visto che Salvini ha ben pensato di dire che i manifestanti di sabato hanno genitori che, probabilmente, sono affiliati con la camorra. Invece, mentre si accumulano le indagini sui rapporti tra Lega Nord e ‘ndrangheta (e la leadership di Salvini deriva proprio dall’azzeramento dei vecchi quadri dirigenti leghisti a mezzo di indagini e tribunali), a Napoli i centri sociali da sempre si pongono attivamente il problema dell’anticamorra sociale. Basterebbe che il leader leghista si facesse raccontare dai suoi sodali locali  cosa sono stati in Campania i movimenti per la giustizia ambientale e contro le ecomafie, le battaglie contro i rifiuti industriali scaricati dalle industrie del nord nelle nostre terre tramite la mediazione con la camorra. Ognuno di questi movimenti è stato attraversato anche, ma non solo dai centri sociali.
Con la nostra gente, con quelli che tutti i giorni lottano per Napoli e non se ne ricordano solo durante il “grande evento”, con loro, da vicino, senza la malattia del clic e dei like, vogliamo discutere di tutto. Di come è andata la giornata, di come si riparte, di cosa ha funzionato meglio, di cosa ha funzionato peggio, di come si può migliorare tutti insieme, da come si può costruire un’alternativa meridionale e non razzista che riscriva la prassi con cui oggi si governa il mondo.
I cortei astratti, le manifestazioni astratte, i temi astratti riguardo ai quali bisognerebbe manifestare stanno solo nella testa di chi non si è mai mosso dallo schermo del PC. Questo documento non parla a loro: parla alla nostra gente, che è quella che scende in piazza, che sventola le bandiere, che canta i cori e che continuerà a farlo sempre.
Usciamo dalla paranoia dell’errore. Cara Napoli, abbiamo dato una meravigliosa lezione all’Europa che a testa china sta accettando la barbarie. Lo abbiamo fatto come hanno fatto qualche settimana fa i nostri fratelli di Nantes contro la Le Pen.
Non diamogli tregua. Ci rivederemo in tutte le piazze antirazziste e antileghiste, il 25 marzo a Roma contro le celebrazioni del sessantennale dei trattati di Roma che saranno occasione per i capi di Stato Europei per scrivere nuove pagine di repressione per i migranti, il 28 e 29 Maggio a Taormina contro il despota statunitense Donald Trump. Abbiamo appena cominciato.

INSURGENCIA

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Le vicende giudiziarie che stanno trascinando il Pd renziano verso l’implosione, a partire dalla principale – l’affare Consip, centrale degli acquisti per le amministrazioni pubbliche – non stupisce nessuno. La classe dirigente italiana – imprenditori e politici, funzionari e corpi militari – è un abisso da cui ogni persona onesta vorrebbe distogliere lo sguardo.
Eppure una cosa stupisce: l’asimmetria palese tra dimensioni colossali degli affari o delle ambizioni e il nanismo imbarazzante delle filiere in competizione per accaparrarseli.

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In questa oscena faccenda saltano fuori faccendieri più o meno improvvisati, quasi sempre figli, padri, fratelli, amici di infanzia e di famiglia. Tutti referenti di piccoli “imprenditori”-prestanome di altrettanti amici, parenti, famigli. Vien quasi da rimpiangere la Prima Repubblica, i grandi partiti divisi da visioni del mondo strutturate, in cui gli affari sporchi erano affidati a militanti provatissimi, pronti ad immolarsi anche in carcere pur di salvaguardare gli interessi del partito (Severino Citaristi per la Dc, Primo Greganti per il Pci, ecc). Crollate le fedi, volatili le appartenenze, individualizzate le ambizioni, non resta che affidarsi alla famiglia, al giro stretto di quelli che “io ti ho creato, io ti distruggo”. Come nella n’drangheta…
Solo uno spaccato sintetico per capirci qualcosa, utilizzando le cronache giudiziarie. Il “povero” Alfredo Romeo aspira all’affare della sua vita puntando all’appalto per le pulizie dei palazzi del potere situati nel centro storico di Roma. Un business da 100 milioni facili facili (con il jobs act si possono fare miracoli imprenditoriali pagando quasi nulla i lavoratori precari) dagli importanti risvolti “politici”. Pulire i cessi del potere è già di per sé uno stare nelle stanze del potere, no? Una volta lì, da cosa può nascere cosa….
Cerca un contatto con il padre di Renzi tramite un ragazzotto poco più che trentenne che però conosce bene sia il padre Tiziano che lo stesso (allora) premier. Può vantare – diventa la sua dote principale, nel resoconto che sarebbe stato fatto a Luca Lotti – di essere affidabile perché capace di tenere la bocca chiusa anche se rinchiuso in carcere (come era avvenuto qualche anno fa, poi assolto). Il padre Tiziano è sospettato – dallo stesso Romeo e dagli inquirenti – di fare “il doppio gioco”, perché c’è un concorrente (la Cofely del piemontese Bigotti, ora in mani francesi) che però sarebbe “vicinissimo” a Denis Verdini. Con il quale  Tiziano Renzi ha una innegabile conoscenza pluridecennale (era il distributore del Giornale di Toscana, in qualche modo proprietà del Verdini ieri condannato anche per questioni connesse a quel giornale).
Usciamo da questi maleodoranti anfratti e cerchiamo di respirare – speranza vana – innalzandoci alle vette della polichetta italiana. Qui “l’affaire Consip” sta destabilizzando il percorso del congresso del Pd, voluto proprio da Renzi il più rapido e sbrigativo possibile (idee e progetti da discutere non ce ne sono, perché perder tempo…). Più passano i giorni, più consistenti pezzi della vecchia maggioranza renziana si vanno sbriciolando. Per paura che il purosangue si sia dimostrato un ronzino molto dopato (la botta della sconfitta al referendum avrebbe determinato la sua scomparsa, in un paese normale), per vaghe tentazioni egemoniche (Franceschini, più che Orlando o Emiliano), per le incertezze sul futuro (tra un sistema politico balcanizzato dalla legge proporzionale e una ormai certa presa di controllo del paese da parte dell’Unione Europea, se le elezioni in Francia e Germania non produrranno sconquassi inimmaginabili).
Sorprende, insomma, che le prevedibili traversie giudiziarie di una filiera corta come il “giglio magico” possano esser diventate il detonatore in grado di far esplodere ciò che resta del sistema politico italiano. Se il Pd – come si ammette ormai quasi apertamente – è sul punto dell’implosione per motivi così bassi, non esiste nessuna alternativa che possa risultare credibile ai mitici “mercati”, alla Troika e non da ultimo alla popolazione di questo paese. I Cinque Stelle non lo sono per una lunga serie di motivi, che la giunta Raggi si è incaricata di esemplificare. E comunque, una qualsiasi offerta politica che possa risultare gradita a Bruxelles o Francoforte è ipso facto invisa a un elettorato dal “vaffa” facile. Anche se nell’immediato fosse possibile presentargliela con una “narrazione” fascinosa, tempo pochi mesi e le cose si chiariscono bene…
Filiera cortissima, quella fiorentina. Un “comitato d’affari” ristretto in pochi chilometri quadrati, rivelatosi incapace di rappresentare una soluzione efficace per ciò che resta della borghesia di questo paese; incapace di qualsiasi “visione” più concreta di un acido lisergico, intellettualmente nano e concentrato unicamente sui propri interessi personali; una compagnia di ventura a chilometri zero.
Che è poi la vera cifra del “pensiero politico” diffuso in ogni ambiente di questo paese: vista corta, miope, con molti gradi di astigmatismo.

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.Se dunque il trattato di amicizia tra Libia e Italia, firmato proprio a Bengasi, dovesse saltare potrebbe scattare l’emergenza. In quel documento il nostro governo, in cambio di concessioni economiche e politiche al regime di Gheddafi, ha ottenuto impegni libici a controllare le coste per impedire le partenze di barconi dalla zona nord del Paese…(Il fatto quotidiano, 2011).

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Sono merce di scambio pregiata. I migranti Senza Nome fanno funzionare l’economia e la politica. Permettono accordi commerciali, di frontiere e soprattutto danno garanzia di continuità al futuro del sistema.Una storia che si ripete, si riproduce e si arricchisce di nuovi paesaggi geopolitici. Sono stati avanzati dubbi sull’impegno reale del Marocco a contenere gli assalti alle reti di difesa di Ceuta. In appena un paio di giorni diverse centinaia di migranti hanno raggiunto l’Europa dei Campi di Detenzione. Merce di scambio e insieme ritorsione per le minacce agricole sui commerci tra l’Europa e questo paese. Il Marocco che a sua volta ha costruito una frontiera di sabbia con il Sahara ex spagnolo contro il popolo Sarahoui in cerca di remota indipendenza. Ad ognuno i suoi ostaggi.
“Il primo ministro Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi stanno costruendo il loro accordo di amicizia a spese di individui, di altri paesi, ritenuti sacrificabili da entrambi”, afferma Bill Frelick, direttore per le politiche dei rifugiati di Human Rights Watch, nel giorno della visita del leader libico in Italia. “Più che un trattato di amicizia – aggiunge – si direbbe uno sporco accordo per permettere all’Italia di scaricare i migranti e quanti sono in cerca di asilo in Libia e sottrarsi ai propri obblighi” ( La repubblica, 2008).
Non importa come. Il fine giustifica i mezzi e questo si sa.In questo si è semplicementi conseguenti col sistema che esclude i poveri che non si rassegnano a scomparire nella sabbia. Il sistema li accoglierà, ne ha bisogno, ma a condizione di prestarsi, docili e sottomessi ai dettami delle leggi del mercato. Il Niger ha fatto dei migranti una delle sue pregiate mercanzie, insieme alle cipolle per piangere da esportazione e l’uranio che illumina la politica della Francia. Compravendite inedite nel Sahel:controllo dei migranti in cambio di soldi e progetti. L’epoca della tratta umana non è terminata, ha solo cambiato di modalità operative e di soggetto. Un recente rapporto delle Nazioni Unite sulla Popolazione Mondiale parla di migrazione da ripopolamento. Secondo questo documento in Italia sarebbero necessari 6 500 migranti all’anno per ogni milione di abitanti.Quanto circonda il ‘controllo’ delle migrazioni è solo una grande menzogna.
Come durante il regime di Gheddafi, l’Europa si gira dall’altra parte quando non ritiene opportuno denunciare le violazioni dei diritti umani in Libia. Basta che Tripoli mantenga il suo ruolo di controllore dei flussi di migranti e rifugiati… (Il fatto quotidiano, 2012).
Ed è la storia di oggi. Perché parlare di ‘corridoi umanitari’ quando esiste un diritto a migrare, riconosciuto dalla dichiarazione universale dei diritti umani. Corridoi pieni di polvere che, sotto i riflettori degli schermi televisivi, sono funzionali al sistema. Come se i diritti fossero una pesca di beneficienza da commercializzare in TV. Non corridoi ma riconoscimento di dignità e trasformazione del mondo così com’è adesso. Questo processo si chiama ancora oggi rivoluzione. Proprio quella di cui i migranti sono gli irregolari portatori.

Niamey, febbraio 017

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«Perché qui a Napoli non funziona un cazzo! Non è che dice: “Sai, a Napoli funziona tutto e poi c’è anche il calcio”. No, a Napoli c’è solo il calcio! E allora ringraziate!». (Aurelio De Laurentiis, 26 gennaio 2012).

Aurelio De Laurentiis si è sfogato a Madrid dopo la partita di Champions League. Il presidente del Napoli ha detto che è mancata la “cazzimma”, che non capiva alcune scelte di formazione e che Sarri avrebbe dovuto trovare alternative tra i tanti giocatori acquistati in estate ma poco utilizzati. In realtà al Napoli non solo è mancata la personalità, ma in primo luogo sono mancati i valori. Per vincere bisogna essere più bravi dell’altro e Diawara non vale (ancora) Casemiro, Hamsik non vale Modric, Mertens non vale quantoCristiano Ronaldo. E queste non sono colpe di Sarri, semplicemente non sono colpe.
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Il Napoli ha la storia che ha, il pubblico, gli incassi e il brand che ha, il Real Madrid è di un’altra galassia. De Laurentiis ha voluto urlare con la cupidigia di un bambino geloso del suo giocattolo, un giocattolo con cui Sarri ha dimostrato di saper essere più bravo, prendendosi gli applausi. E il presidente ha fatto la figura di chi non aspettava altro che una sconfitta (la reazione di Reina conferma) pur di appuntarsi qualche medaglia: “Io al suo posto….”. I giornalisti più miti (o più schierati?) parlano di una tattica presidenziale. “In questo modo – sostengono – De Laurentiis ha voluto attirare su di sé le attenzioni per non destabilizzare lo spogliatoio”. Spogliatoio che, però, non era per nulla allo sbando, e non certo per merito di De Laurentiis, che intanto è volato a Los Angeles per i suoi affari cinematografici.
Divorzio fra Daniele Ciprì e Franco Maresco e il produttore Aurelio De Laurentiis: con una lettera aperta assai polemica, senza tanti eufemismi, gli autori di Cinico Tv accusano il produttore del loro primo lungometraggio di pensare “esclusivamente al profitto”, di avere “la sensibilità di un macellaio”, di impedire “lo sviluppo di idee non conformate alla logica del puro profitto”, offrendo un “contributo sostanzioso” alla mediocrità imperante. […] Ciprì e Maresco chiedono a De Laurentiis perché abbia voluto firmare un contratto con loro. La prima ipotesi, scrivono, “è che tu lo abbia fatto senza conoscere davvero i nostri lavori”, affascinato solo dai “peti, rutti, parolacce, che hai preteso di apprezzare scorporandoli dal contesto generale”. L’ altra ipotesi, è quella di voler comprare due autori “per produrre opere addomesticate”. (la repubblica, 1 dicembre 1996).
La gestione societaria va avanti, per inerzia, tra i proclami. Si è passati dai “piani quinquennali” della serie C agli annunci di nuovi stadi a Bagnoli, Gianturco, Cercola. Si è passati dalla “superlega” europea a “non avete mai vinto nulla in questa città”. Dalla fuga in motorino uscendo dagli uffici della Lega alle parole grosse contro i giornalisti, dalla smentita ufficiale all’ufficiale conferma della cessione di Higuain in soli due giorni, dalla maschera messa a Inler su una nave da crociera, a Walter Veltroni sull’aereo per Madrid. In mezzo si segnala qualche risultato di prestigio, eppure non si ricorda una stagione vissuta da protagonisti fino alla fine. Mai c’è stata la concreta possibilità di vincere lo scudetto in un lustro in cui una squadra sola gioca per il titolo.
bvfljkd.jpgL’incontinenza verbale ha prodotto parodie e antipatie: l’immagine della società è grottesca, solamente le partite e il lavoro sul campo cancellano di volta in volta l’approssimazione e la puerilità dei dirigenti. De Laurentiis ha portato attori, registi, politici nell’aereo della squadra. Ha voluto Maradona a Madrid, fin nello spogliatoio, per farne carne da macello mediatico. Ha delegittimato il proprio allenatore prima della partita dichiarando di pensare a Ibrahimovic (?) sulla panchina del Napoli. Il primo e l’unico a mostrarsi inadeguato ai palcoscenici internazionali è stato lui, che elettrizzato dal clima non ha capito più nulla. E il figlio Edoardo, vicepresidente, è della stessa pasta. Prima della partita ha dichiarato: «Spacchiamo la faccia a tutti. Li sbraniamo».
Gli si dà atto di aver pescato Quagliarella, Lavezzi, Cavani, Higuain dopo Cavani, Milik dopo Higuain. Ma pochi si chiedono perché sistematicamente questi campioni, dopo tre anni, decidano di lasciare, eccezion fatta per Hamsik. L’uomo solo al comando evidentemente non ispira fiducia. Higuain è scappato da Napoli perché sicuro di vincere a Torino, e i fatti al momento gli danno ragione. E questa è una precisa scelta della società, che non è parte passiva nella transazione, anzi: a inventarsi la clausola rescissoria è stato proprio De Laurentiis. In questo modo gli è parso di blindare un calciatore a cui aveva appena dato un prezzo, neanche troppo eccessivo per i parametri odierni. E se il Napoli fa fulmini e saette ma a una distanza dalla Juventus che pare incolmabile già da un paio di mesi, è perché Sarri ha dovuto sopperire all’infortunio di Milik con Gabbiadini, salvo poi ripiegare su Mertens, scelta che da dicembre in poi ha portato ottimi risultati.
I tanti punti perduti tra ottobre e novembre sono i frutti mancati di una campagna acquisti scintillante ma ancora una volta monca. Emblematico lo scontro diretto in trasferta del 29 ottobre: la Juventus ha schierato Higuain e Mandzukic, il Napoli non aveva Milik né Gabbiadini. L’acquisto di Pavoletti a gennaio è la pezza peggiore del buco,  quando ormai Mertens è capace di tutto e Milik prossimo al rientro. L’ex Genoa potrà essere anche funzionale in futuro, ma sarebbe stato molto più utile un centravanti svincolato da schierare a ottobre. Le logiche di bilancio hanno però suggerito di attendere la cessione di Gabbiadini per mettere mano al portafogli, ormai fuori tempo massimo.
Nei rapporti con la stampa De Laurentiis offre tutto se stesso. Dalla confidenza con le telecamere deriva l’epiteto più comune tra i tifosi, quello di “buffone”. Il presidente, dicono i giornalisti, “dà i titoli”, non c’è bisogno di stimolarlo. La squadra invece resta un mondo impenetrabile: per i cronisti non ci sono allenamenti da visionare né indicazioni da trarre. Le conferenze sono indette e annullate, gli accrediti discrezionali, i silenzi stampa la consuetudine. Si apre e si chiude bottega se lo decide il presidente. Durante i ritiri estivi solo una pay-tv ha l’esclusiva, le altre testate aspettano i pochi appuntamenti ufficiali, che spesso vengono disattesi. Intanto l’ufficio stampa è costretto a seguire gli svarioni del patron, così come risulta evidente dalla goffaggine con cui il capo della comunicazione Lombardo ha dovuto parare i colpi dei giornalisti nella conferenza dopo la partita di Madrid. Lombardo ha provato in tutti i modi a stravolgere il senso delle dichiarazioni del presidente, riportate dai cronisti, pur di far arrivare a Sarri domande edulcorate. La sceneggiata, già triste di per sé, ha comunque consegnato ai giornali la reazione dell’allenatore del Napoli, che evidentemente quelle parole le aveva lette o sentite. Il silenzio stampa indetto da De Laurentiis dopo questa magra figura è il degno epilogo di questa vicenda. L’uomo di potere non sa più gestirsi e arriva a combattere se stesso, come in una novella di Buzzati.
Se il liturgico “Ferlaino vattene” arrivò dopo decenni di presidenza, in una fase di declino societario e sportivo, De Laurentiis ha saputo inimicarsi larghe fette di tifoseria nonostante i traguardi raggiunti, già nei primi anni di gestione. Striscioni di contestazione risaltano ogni domenica al San Paolo, in città e a Castelvolturno. Il divario con Sarri, assurto a idolo incontrastato anche delle curve, solitamente restie ad attribuire meriti individuali, è netto. “È il Napoli di Sarri”, si dice, e non quello di De Laurentiis, e questa è una cosa che al presidente del Napoli non va giù.
A questa squadra serve fiducia, quella che tutti i tifosi e la maggior parte degli opinionisti stanno dando. L’unico a procedere in direzione contraria sembra proprio il presidente. Sarebbe il caso di farsi affiancare da uomini di campo nella gestione societaria, di togliersi questa maschera e cominciare a vivere e amare questa squadra, ammorbidirsi e lasciarsi affascinare, capire che Sarri è il miglior allenatore che il Napoli possa avere. Si potrebbe ascoltare qualche consiglio, si potrebbe liberare l’ufficio comunicazione da questa morsa dittatoriale, aprire le porte di Castelvolturno ai tifosi, capire che la società è di uno ma le emozioni sono di tutti. Ma queste sono scelte che solo De Laurentiis può prendere, e fin quando il Napoli sarà il suo giocattolo non ci sarà palcoscenico che tenga: il pallone lo porta lui e, se si arrabbia, lo può anche bucare.

dal sito: Napoli Monitor

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Lavagna, sulla Riviera di Levante, 12 mila abitanti in provincia di Genova, è su tutte le prime pagine dei giornali nazionali in seguito alla drammatica vicenda che ha visto un ragazzino di 16 anni morto suicida dopo un controllo della guardia di Finanza.

La sua colpa sarebbe stata quella di possedere un “pezzetto di fumo”, 10 grammi per la precisione.

Soffermiamoci sul dato più angosciante, a costo di ripeterlo: un sedicenne di Lavagna si è tolto la vita davanti alla madre e al padre gettandosi dal balcone di casa mentre i finanzieri effettuavano la perquisizione della sua stanza, alcova di sogni e segreti di qualsiasi adolescente; è salito sulla balaustra del balcone e si buttato nel vuoto approfittando di alcuni attimi era stato lasciato solo. Altri dettagli non sono importanti; sono importanti la violenza e la pressione “sociale” che hanno determinato questo gesto.

Adesso, però, bisogna fare una scelta, trovare un colpevole, comprendere se la colpa è dei consumatori – anche se adolescenti e incensurati – o di un sistema proibizionista che non funziona, e non ha mai funzionato se non per arricchire malavita e mafia, come la storia del primo ‘900 ci insegna.

Negli anni Venti entrò in vigore in America il Volstead Act, che aveva l’obiettivo di moralizzare la società statunitense (il proibizionismo è infatti chiamato anche the noble experiment) ma che di fatto consentì ai grandi gruppi mafiosi di crescere grazie ai proventi ricavati dal contrabbando di alcol e di sopravvivere dopo l’epoca del proibizionismo, assorbendo o distruggendo gli altri che non erano riusciti ad adattarsi alla fine dei profitti del contrabbando. Al Capone a Chicago è forse l’esempio, grazie al grande schermo, più famoso.

Ora siamo nel 2017, è passato quasi un secolo dal Volstead Act eppure in Italia la storia delle sostanze psicotrope, leggere o pesanti, è intrisa di narrazioni conservatrici che ne hanno pesantemente condizionato l’informazione. Il proibizionismo c’è ancora, il piano pubblico della discussione è diventato un triste rituale teso a criminalizzare comportamenti, stili di vita e modus operandi dei consumatori.

Se negli anni Venti il proibizionismo vietava la vendita di alcol, il cui prezzo di vendita schizzò alle stelle arricchendo così i gangster d’America, intenzionati a proteggere a qualsiasi costo i loro interessi, ora anche in Italia pare evidente che ci sia ancora qualcuno che questi interessi li deve proteggere, per quanto le sostanze “incriminanti” siano cambiate.

Il giovane suicida di Lavagna non ha colpe, la colpa è di un sistema politico stantio dove la legge diventa incomprensibile; l’unico comune denominatore è il peso di essere un consumatore, la vergogna sociale di essere additato come un tossico. Le scuole rappresentano un laboratorio di repressione e cattiva informazione, con i blitz della finanza in costante aumento, e le città che continuano ad essere schiave di un modello securitario, che tende a vedere la droga e i suoi consumatori come un problema di ordine pubblico.

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L’Italia si trova di fronte a una scelta: mantenere le sue politiche proibizioniste, che hanno già ucciso migliaia di persone, o trasformare completamente il suo approccio nei confronti delle droghe?

Il caso di Lavagna dovrebbe porci ancora una volta questa domanda. Che senso ha continuare a sprecare risorse nella repressione dei consumatori senza arrivare al nocciolo del problema? Ha senso che questa “trasgressione” continui a prosperare arricchendo le organizzazioni criminali? Così facendo si continua a ledere gravemente i diritti umani e le libertà personali, mentre si promuovono stigma e discriminazione.

Quando parli di droga, in Italia, devi farlo sottovoce, siamo infatti in un paese dove la coscienza collettiva si basa sul senso di colpa, un cattolicissimo senso di colpa che l’Italia intera, non si capisce perché, deve espiare. E la cosa più grave è che da un retaggio culturale e sociale si passa immediatamente ad un problema politico: se da una parte è rientrata in vigore la differenza tra droghe leggere e pesanti, dall’altra il senso del proibito e il senso di colpa relegano ad una zona periferica il dibattito sulle sostanze. I consumatori ci sono e si nascondono, e quando vengono scoperti non sempre reggono il colpo. L’odissea giudiziaria che aspetta comunque il consumatore fermato dalle Forze dell’Ordine, è un chiaro esempio: non c’è una legislatura chiara e la depenalizzazione delle droghe, almeno quelle leggere, è soggetta ad un iter giudiziario che fa addirittura perdere la voglia di svaccarsi su un divano a fumarsi una canna.

Le spese si sommano e sono miliardi di euro che lo Stato paga per contrastare, inutilmente, il narcotraffico.

Intanto nelle scuole ogni giorno si verificano nuovi controlli antidroga, ormai ci si è abituati da diversi anni a questa parte, c’è addirittura chi lo appoggia senza obiezioni: dirigenti scolastici e professori desiderosi di dare segnali di legalità e sprazzi di giustizia, genitori che così si sentono più tranquilli, magari si alleggeriscono del peso dell’educazione dei propri figli, tanto si sa che “che quelli col fumo sono sempre i figli degli altri”.

Ma la vera domanda è: che messaggio si vuole dare nelle scuole attraverso questi controlli? Prevenzione, controllo? No, è molto più semplice: la risposta è repressione.

Che tu sia colpevole o meno, sei adolescente. Ed è umiliante per chiunque essere perquisito, annusato. Sospettato di essere un drogato, o peggio uno spacciatore.

Il messaggio è chiaro: “i giovani di oggi sono dei rammolliti poco raccomandabili”, ed io promuovendo i controlli nelle scuole te lo sto ribadendo. Fai parte dello status sociale, infimo, di adolescente: sei controllabile, attento a non sgarrare.

E si sa, in una società in cui veniamo bombardati di messaggi contrastanti e in cui il gusto del proibito ti spinge a provare per forza, ormai – non siamo ipocriti – chiunque fa uso di sostanze, che sia sporadicamente o meno. Per provare, per scoprire, per fare gruppo nel caso dei più giovani; per rilassarsi, per gestire lo stress, per dimenticare nel caso di chi ha qualche anno in più. Qualunque sia il motivo non è importante, le droghe, leggere o pesanti che siano, ci sono e inevitabilmente ci incuriosiscono.

A Lavagna è morto un ragazzo, ma non si è ucciso da solo, lo ha fatto con lo Stato che criminalizza l’uso – definendolo a prescindere abuso – di sostanze e ancora non si è messo a lavorare seriamente su una legge che normi il consumo. I giovani vivono in una realtà sempre più artefatta, il confronto non è quasi più verbale ma celato dietro una tastiera, le frustrazioni ci sono e il giudizio del prossimo si teme ancora di più.

I giovani di adesso sono più soli, hanno sempre meno vita reale e non sanno molto spesso con chi condividere il senso di colpa. L’Italia deve appropriarsi del diritto di regolamentare il consumo consapevole delle sostanze, per il ragazzo di Lavagna, per noi, per tutti.

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Il premier israeliano Netanyahu e il neo presidente Usa Trump ieri hanno tenuto a Washington, la loro prima conferenza stampa congiunta. Ribadendo il “legame indissolubile” fra Stati Uniti e Israele, Trump ha definito Israele un “simbolo di resilienza”, sottolineando le enormi sfide sulla sicurezza che deve affrontare. A una domanda sulla soluzione dei “Due popoli, due Stati” Trump ha risposto: “Uno stato o due stati, a me sta bene la soluzione che preferiscono le due parti”. Ha poi sottolineato che “entrambe le parti devono fare compromessi” e che preferirebbe che Israele “si trattenesse un po’ sugli insediamenti”. Netanyahu su questo si è limitato a rispondere: “Ne parleremo”

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Dal canto suo, lo stesso Netanyahu ha affermato che: “Ci sono due prerequisiti per la pace. Primo, i palestinesi devono riconoscere Israele come stato ebraico. Secondo, in qualsiasi accordo di pace Israele deve mantenere il controllo della sicurezza su tutta l’area ad ovest del fiume Giordano”.
Ma la questione indubbiamente più rilevante emersa nel primo incontro tra Trump e Netanyahu appare indubbiamente la liquidazione della ipotesi “due popoli due stati” sulla quale da trenta anni (la dichiarazione di Algeri dell’Olp e poi gli accordi di Oslo) si è impantanata ogni seria azione tesa a dare uno stato ai palestinesi. Due popoli due stati è diventata ben presto una foglia di fico dietro cui si sono nascosti tutti coloro che – a destra come a sinistra, nel mondo come in Italia – hanno voluto evitare in ogni modo di entrare nel merito della questione palestinese.
Dopo anni di impantamento diplomatico e di annessioni israeliane di territori palestinesi sul campo, era evidente come questa prospettiva fosse ormai esaurita. Solo poche settimane fa proprio Netanyahu aveva parlato di “stato minimo” come massima concessione ai diritti nazionali del popolo palestinese.
Un editoriale del Jerusalem Post di una settimana, a firma di Ira Sharanski, anticipava la sortita di Trump scrivendo emblematicamente che “la classica “soluzione a due stati” ha poco senso e che forse non è un caso se i palestinesi ne hanno sistematicamente boicottato l’attuazione. E forse sarebbe un fattore di maggiore destabilizzazione. Meglio pensare a soluzioni alternative, come ad esempio una multi-comunità, che in buona misura è già una realtà di fatto anche se non viene né proclamata né riconosciuta in modo formale”.
Insomma si capiva che l’aria stava cambiando e non certo a favore dei palestinesi, andando a rimettere in discussione anche lo schema “due stati per due popoli” che fino ad oggi era stato ritenuto il minimo denominatore condiviso ma depotenziato concretamente da tutti i soggetti in campo.
In questi anni, in tutte le mobilitazioni e i dibattiti sulla lotta di liberazione palestinese, abbiamo più volte sottolineato come l’ipotesi “due popoli due stati” fosse ormai estenuata come prospettiva, senza alcun avanzamento sul campo né sul piano internazionale. Il Parlamento italiano è riuscito a votare tre mozioni diverse e contrapposte tra loro per negare questa soluzione. Unica eccezione è stato il Vaticano che ha aperto una ambasciata palestinese e pochissimi governi come la Svezia che hanno fatto altrettanto.
Adesso è stato Trump a liquidare il problema come irrilevante (uno stato, due stati, basta che si mettano d’accordo) e dunque a squarciare il velo di una ipocrisia dolorosa, soprattutto per il popolo palestinese.
Ma a nessuno però è sfuggito (neanche ai giornalisti presenti all’incontro) come l’approccio di Trump abbia messo in difficoltà anche Netanyahu. Se si liquida l’ipotesi dei due stati, è evidente che Israele – che identifica se stessa come stato ebraico – dovrebbe annettersi anche la popolazione palestinese, ben oltre i palestinesi che già vivono in Israele dall’occupazione del 1948 e che oggi sono cittadini con passaporto israeliano ma di serie B e C rispetto a quelli di origine ebraica. Una ipotesi che, sulla base della demografia, farebbe saltare il progetto di Israele come stato ebraico e dunque il cuore del progetto sionista.
Come è noto, la sinistra rivoluzionaria palestinese (in particolare il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina), per tutto un periodo ha sostenuto la tesi dello “Stato Unico”, laico e multietnico per ebrei e palestinesi. Una ipotesi rigettata con timore dai sionisti ma anche da una gran parte della borghesia palestinese, dunque una ipotesi ampiamente minoritaria ma non per questo meno credibile di quella dei due stati per due popoli.
Alcuni anni fa venne dato alle stampe un libro interessantissimo del sociologo palestinese Hilal Jamil – “Palestina. Quale futuro?”, edizioni Jaca book – dal quale emergeva con forza l’impraticabilità della cosiddetta soluzione dei due Stati, che comporterebbe la concreta costituzione di uno Stato palestinese pienamente sovrano su di un territorio dotato di una minima coesione e con un livello accettabile di accesso alle risorse per i suoi abitanti.
Anni dopo a documentare la innocua velleità della posizione “due stati per due popoli”, era stato Ziyad Clot, negoziatore palestinese dimessosi nel 2008 a rendere pubblici i “Palestine Papers”, circa 1600 documenti degli inutili negoziati tra Israele e Anp raccolti nel libro “Non ci sarà uno Stato palestinese”.
Oggi la questione palestinese è stato rimessa sul piatto nelle condizioni di massima debolezza della sua causa. La battuta di Trump suona anche peggiore del goodbye all’Olp di Brzezinski alla fine degli anni Settanta. E’ la conferma che gli attori principali dell’agenda internazionale considerano quella palestinese come una “seccatura” di cui liberarsi senza troppo clamore. E’ ormai evidente che se i palestinesi vogliono una soluzione, devono tornare ad essere un problema per l’occupazione israeliana e per il mondo.

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Non si può dire che Marco Minniti, nominato da appena due mesi al vertice del Viminale forte dell’esperienza maturata nel corso della sua carriera politica nei ruoli chiave in cui lo Stato esercita la gestione della forza pubblica (Difesa, Interno, servizi segreti), non sia un uomo di parola.

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Approfittando del clima sociale che inquina costantemente il dibattito sui temi dell’immigrazione e che invoca l’assunzione di provvedimenti sempre più drastici per far fronte all’arrivo di nuovi profughi, il neoministro, come promesso nel giorno del suo insediamento, ha voluto prendere di petto la questione, cosciente che su questo terreno, in vista delle prossime elezioni, partiti e forze politiche si giocheranno una bella fetta del consenso popolare.
È così che, nel giro di poche settimane, Minniti ha prima siglato a Tripoli uno sciagurato accordo per il contenimento delle partenze dei migranti verso l’Italia con il presidente del consiglio presidenziale libico Al Serraj – particolarmente critico sotto l’aspetto della tutela dei diritti umani e peraltro immediatamente azzoppato dal Parlamento di Tobruk, che ne ha completamente disconosciuto il valore – e successivamente ha presentato alle Commissioni di Camera e Senato i punti qualificanti del suo piano per razionalizzare la presenza dei richiedenti asilo sul territorio nazionale.
E proprio su tale piano, approvato venerdì 10 febbraio dal Consiglio dei Ministri, sembrano concentrarsi le più tetre previsioni circa il futuro delle politiche nazionali di accoglienza. Tra i punti qualificanti proposti da Minniti, infatti, figurano l’impegno a perseguire in maniera più energica la politica dei rimpatri attraverso la sostituzione dei Cie con i nuovi Centri di permanenza per il rimpatrio (uno per regione, per un totale di circa 1.600 posti), e lo svolgimento di lavori socialmente utili non retribuiti da parte dei richiedenti asilo a favore dei Comuni che li ospitano.
L’idea, è bene precisarlo, non è del tutto originale: già nel 2014, lo stesso ministero dell’Interno (che in maniera più che discutibile continua a ingerire sul tema del lavoro) aveva emesso una circolare che muoveva in questa direzione, immediatamente recepita da parecchi enti locali per beneficiare di manodopera gratuita in occasione di lavori di pubblica utilità. Tuttavia, la prospettiva che oggi un simile provvedimento possa diventare legge dello Stato, rappresenta un salto di qualità che rischia di aprire una breccia molto pericolosa verso una vera e propria moderna forma di sfruttamento e schiavitù.
Va detto che, al pari delle circolare del 2014, il nuovo dispositivo salvaguardia il principio dell’adesione volontaria da parte del migrante (fatto che fino alla vigilia dell’ultimo consiglio dei ministri non sembrava così scontato), ma ciò non ne muta la gravità. Infatti, dietro la maschera della buona pratica a sostegno della formazione professionale e dell’inclusione sociale che il governo intende porre sul vero volto del provvedimento, si cela il tentativo di spalancare le porte a un modello che in futuro potrebbe vincolare l’accoglienza all’obbligo da parte del migrante di lavorare gratuitamente per “ripagarsi” l’ospitalità.
Un concetto che pur godendo di un certo consenso sia in Parlamento sia nella società, di fatto costituisce un’oggettiva declassazione del diritto d’asilo e a tutte le altre disposizioni sancite dall’articolo 10 della Costituzione. Per questo non va assolutamente sottovalutata la legittimazione che il piano Minniti potrebbe offrire a questa impostazione, con rilevanti e imprevedibili ricadute sul piano etico, politico e sociale.
Lo stesso principio volontaristico, inoltre, pur consentendo al provvedimento di fermarsi a un passo dal baratro della schiavitù di Stato, produce l’effetto immediato di dividere i richiedenti asilo in buoni (quelli disposti a lavorare gratuitamente) e cattivi (quelli determinati a farsi riconoscere un diritto garantito sia a livello nazionale che internazionale), minando ulteriormente, come se ce fosse ancora bisogno, l’immagine pubblica del migrante.
Ma non solo, qualora in futuro dovessero concretizzarsi le più fosche previsioni e dovesse davvero venir meno gradualmente la tutela volontarietà, si determinerebbe ai danni dei rifugiati un vero e proprio ricatto che costringerebbe ciascuno a scegliere tra lo svolgimento di lavori a titolo gratuito e l’incubo del rimpatrio forzato: un’autentica barbarie giuridica.
Vanno poi considerate le conseguenze che il piano Minniti rischia di avere nell’impatto quotidiano con le comunità ospitanti. Infatti, se il do ut des tra accoglienza e lavori socialmente utili intercetta un significativo consenso tra l’opinione pubblica (e viene da pensare che si tratti in particolare di un’opinione pubblica a largo indirizzo progressista, pronta non solo a lasciarsi convincere dalla correttezza etica del provvedimento, ma anche del suo intrinseco valore inclusivo dal punto di vista sociale), è fin troppo facile immaginare che ci sia un’altra parte di popolazione, non meno numerosa e forse maggioritaria, la stessa che vive con sempre più insofferenza la presenza dei migranti nelle città e i progetti di accoglienza promossi dalle amministrazioni pubbliche, pronta a identificare il provvedimento con il più atavico degli stereotipi razzisti, quello dello straniero che ruba il lavoro agli italiani.
È certamente per questo motivo che il ministro, nella sua presentazione, si è affrettato a fornire rassicurazioni e a garantire che i lavori socialmente utili non creeranno concorrenza con il mercato del lavoro. Ovviamente Minniti non ha specificato come, anche perché sarebbe molto complicato farlo in maniera convincente, visto che oggi le prestazioni etichettabili come socialmente utili – in genere piccoli interventi di pulizia, mantenimento del decoro urbano e altri lavoretti simili – o costituiscono una sorta di ammortizzatore sociale per disoccupati e lavoratori in mobilità, o, se non svolte in house dagli enti locali, vengono appaltate all’esterno generando economia per cooperative e piccole imprese. Purtroppo, non ci vuole molto a capire che è quasi inevitabile che un provvedimento simile finirebbe per favorire un’interpretazione destinata a rinforzare ulteriormente i sentimenti xenofobi già largamente radicati in molte aree del Paese.
È dunque fondamentale non sottovalutare il rischio di questa ennesima involuzione, adottata come sempre dietro il pretesto dell’emergenza. Anche perché, come si usa dire, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, e viste l’indole di certi ministri e le leggi varate di conseguenza negli ultimi anni, non stupirebbe che sulla pelle dei migranti si provi a sperimentare nuove politiche per superare in senso più ampio quei diritti che ancora oggi tentano di regolamentare l’accesso al mercato del lavoro.

Simone Massacesi
Redazione Meltingpot

Quando la pazienza nella cura del metodo antagonista semina i territori di pratiche di insubordinazione, i fiori del conflitto possono gemmare anche d’inverno. Gli scontri e le barricate che ieri per ore hanno attraversato la zona universitaria bolognese sono infatti il prodotto di una microfisica delle lotte dentro e contro l’università-azienda disegnata dalla riforma Gelmini che per mesi e anni, con tenacia e determinazione, hanno inscritto il proprio segno di contrapposizione alla normalizzazione dell’università. La lotta autunnale sulla mensa, la politicizzazione della produzione del sapere con le contestazioni ai baroni di guerra, l’agire sulla dimensione del welfare giovanile, sono altrettanti nodi di una rete antagonista che ieri ha saputo difendersi e contrattaccare.

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Quando erompe lo scontro, dai frammenti raccolti sul terreno è possibile cogliere alcune verità più generali. Le giornate di lotta che hanno caratterizzato la zona universitaria bolognese in questo inizio 2017 consentono infatti di leggere in controluce alcuni elementi. In primo luogo, quello che la celere ieri ha attaccato, entrando nella biblioteca di via Zamboni 36, è una chiara istanza di potere agita all’interno dell’università neoliberale. Quando le trame della governance non riescono a ingabbiare una soggettività autonoma collettiva che agita come corpo sociale una decisione, per le istituzioni non rimane che l’intervento militare. Forza contro forza. Lo sgombero e la chiusura della biblioteca del 36 volevano mettere paura ed estirpare un focolaio di alterità e conflitto. Ma se nella testa di qualche questurino (e sicuramente anche di qualche pacato accademico) si voleva fare, in piccolo, una Diaz in salsa bolognese, l’immediata resistenza degli studenti ha cambiato le carte in tavola. Mentre la polizia sequestrava di fatto libri e computer (altro che garantire il diritto allo studio!), le sedie che volavano dentro la biblioteca iniziavano a definire il profilo di una autodifesa collettiva.

Un secondo punto. La battaglia di ieri nasce su un nodo simbolico e maledettamente concreto. L’università aveva infatti installato dei tornelli all’ingresso della biblioteca di via Zamboni. Un caso certo particolare, ma inquadrabile all’interno della complessiva tendenza a moltiplicare i confini fuori dai perimetri nazionali così come all’interno di ogni spazio metropolitano. Per le pratiche di territorializzazione antagonista l’abbattimento di questo confine interno è stato elemento di coagulo di una soggettività di rottura che ci parla di visioni del mondo sempre più contrapposte tra governati e governanti e di una contesa che si estende sino alla definizione delle geografie del quotidiano.

Terzo punto. Proprio nei giorni in cui le parole lasciate nella lettera di Michele echeggiano nelle nostre teste, ecco materializzarsi ancora una volta l’odio che chi ci comanda dimostra per la nostra generazione. Laddove si apre uno spazio di libertà e autonomia, questo deve essere schiacciato. Ma l’odio dall’alto, torna anche indietro. L’assedio alla biblioteca occupata militarmente dalla polizia, i vari attacchi portati alla celere da parte degli studenti dopo l’irruzione al 36, le barricate che avanzano, indicano infatti uno spazio del possibile senza il quale tutti e tutte soffocheremmo.

L’energia politica che è esplosa contro il violento attacco della questura bolognese alle lotte studentesche conferma ancora una volta come sempre più tutte le città siano oggi parte di un unico sistema-mondo. Chi comanda vuole costruire ovunque uno spazio per la circolazione di merci e capitali senza nessun attrito, costruendo i propri confini e le proprie barriere. A chi sta in basso il compito della quotidiana resistenza, della sedimentazione di contropotere, della rottura dei confini, del far circolare pratiche di liberazione.

Il segnale di ingovernabilità tracciato oggi sulle strade della zona universitaria bolognese è un monito e al contempo una promessa. Mentre per ora le istituzioni tacciano, l’unico ad abbaiare è Matteo Salvini, che dopo esser stato ripetutamente cacciato da Bologna lo scorso anno ormai può solo affidarsi a Twitter. Contro di lui e contro il PD, contro chi ogni giorno prova a schiacciarci, che le giornate di conflitto che stanno caratterizzando l’Emilia in queste settimane non siano altro che un nuovo inizio…

Riprendendo uno slogan che echeggiava ieri dalle banlieue parigine a via Zamboni:

Tout le monde déteste la police!

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