Archivio per la categoria ‘Ricordo’

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Se un giorno potessi distruggere la mente,
lasciare il mio corpo avanzare da solo,
potrei solo allora trovare il momento di dire a me stesso
“Quel giorno è arrivato, si chiama impazzire”.

Che nome bizzarro ho scelto stasera
per dare colore all’ultimo giorno passato con voi.
Non penso al presente, mi resta un ricordoche vive nel sogno,
un giorno di sogni che lascian pensare a storie passate,
a lunghe giornate lasciate appassire per poi ritornare
in altri futuri più giovani e belli.

Ricordo o esperienza, è un grosso dilemma
che vive ogni giorno schermando il futuro.
Son solo parole che accecano e fuggono
e lascian pensare da soli o col vento,
la storia di un uomo dal largo sorriso,
di un fiore reciso e non accettare che tutto è finito.

Giosuè Maniaci

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È morto Valentino Parlato, tra i fondatori del manifesto, di cui è stato più volte direttore e presidente della cooperativa editrice.

Era nato a Tripoli, in Libia, il 7 febbraio 1931.

Comunista per tutta la vita, ha militato nel Pci fino alla radiazione, lavorato a Rinascita, fondato e difeso il manifesto in tutta la sua lunga storia.

Per ora ci fermiamo qui, abbracciando forte la sua splendida famiglia e tutti i compagni che, come noi, l’hanno conosciuto e gli hanno voluto bene.

Fonte: Il Manifesto

portella

Nel piano della Portella chiusa in mezzo a due montagne
c’è una roccia sopra l’erba per memoria ai compagni
Alla destra nella roccia al tempo dei Fasci
un apostolo ci parlava donde proviene tutta la ricchezza.
E da allora fino a oggi a Portella delle Ginestre
quando viene il primo di maggio i compagni fanno festa…

E Giuliano lo sapeva che era la festa dei poveri,
una bella giornata di sole dopo tanto piovere,
chi ballava, chi cantava, chi accordava le canzoni
e le tavole apparecchiate con nocciole e torroni!

Ogni asta di bandiera era zappa, braccia e mani
era terra seminata, pane caldo, forno e grano

La speranza di un domani che fa del mondo ua famiglia
la vedevono ormai vicino già contavano le miglia,
l’oratore di quel giorno era Jacopo Schirò,
disse appena: « Viva il primo maggio », e rimase senza parola..

Dal monte della Pizzuta che l’altura più vicina
Giuliano con la sua banda scatenò la carneficina.

A tappeto e a ventaglio
mitragliavano la gente
come una falce che miete
con il fuoco tra i denti
C’è chi piange spaventato,
c’è chi scappa e grida aiuto,
c’è chi alza le braccia
invocando protezione.

E le madri col fiatone
con il fiato – ma senza più fiato
– Figlio mio, (hai) corpo e braccia
un groviglio di piombo!

Dopo un quarto d’ora di quell’inferno, vita, morte e passione
i briganti se ne andarono senza più munizioni
rimasero in mezzo al sangue e all’erba del piano
venti morti, poveretti, che volevano un mondo umano.
E nell’erba li piansero madri e padri inginocchiati
che baciandoli gli lavarono il viso con le loro lacrime.

Epifania Barbato accanto al figlio a terra morto dice:
«Ai poveri persino qua gli fanno la guerra… »
Invece Margherita La Glisceri che era lì coi suoi cinque figli
era stata colpita a morte, e nel ventre, aveva il sesto figlio…

Da quel giorno succede che a Portella, chi ci torna dopo tanti anni
vede i morti in carne e ossa, testa, volti e gambe,
vivere ancora, ancora vivi e può sentire una voce fra cielo e terra
che grida: O giustizia, quando arrivi?
O giustizia quando arrivi?!!

Dato che esistono oratori balbuzienti,

umoristi tristi, parrucchieri calvi,

potrebbero anche esistere politici onesti

CIAO DARIO, CHE LA TERRA TI SIA LIEVE!

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Non importa quale ritratto. Uno qualsiasi, serio, sorridente, con l’arma in mano, con Fidel o senza Fidel, pronunciando un discorso alle Nazioni Unite, o morto, con il torso nudo e gli occhi semiaperti, come se dall’altro lato della vita volesse ancora accompagnare il futuro del mondo che ha dovuto lasciare, come se non si rassegnasse a ignorare per sempre i percorsi delle infinite creature che dovevano ancora nascere.
Su ognuna di queste immagini si potrebbe riflettere lungamente, in modo lirico o in modo drammatico, con l’oggettività prosaica dello storico o semplicemente come chi si accinge a parlare dell’amico che uno scopre che ha perso perché non ha avuto l’occasione di conoscerlo…
Al Portogallo infelice e imbavagliato di Salazar e di Marcelo Caetano arrivò un giorno una foto clandestina di Ernesto Che Guevara, quella più celebre di tutte, con intensi colori neri e rossi, che divenne l’immagine universale dei sogni rivoluzionari del mondo, promessa di vittorie fertile al punto da non degenerare mai in routine o in scetticismi, ma che anzi darebbe luogo a molti altri trionfi, quello del bene sul male, quello del giusto sull’iniquo e quello della libertà sulla necessità. Incollato o fissato alle pareti con mezzi precari, questo ritratto è stato presente a dibattiti politici appassionati in terra portoghese, ha sottolineato argomenti, ha lenito scoraggiamenti, ha raccolto speranze.
È stato visto come quello di un Cristo che fosse sceso dalla croce per crocifiggere l’umanità, come un essere dotato di poteri assoluti che fu in grado di estrarre acqua da una pietra per estinguere tutta la sete, e di trasformare questa stessa acqua nel vino con cui sarebbe brindato allo splendore della vita. E tutto questo era sicuro perché il ritratto di Che Guevara fu, agli occhi di milioni di persone, il ritratto della dignità suprema dell’essere umano.
Però fu usato anche come ornamento incongruente in molte case della piccola e della media borghesia intellettuale portoghese, per i quali residenti le ideologie politiche di affermazione socialista non passavano da un mero capriccio congiunturale, forma presumibilmente rischiosa di occupare l’ozio mentale, frivolezza mondana che non poteva resistere al primo confronto con la realtà, quando i fatti esigevano il compimento delle parole. E allora il ritratto di Che Guevara, il primo testimone di tanti infiammati annunci di impegno e di azione futura, il giudice della paura nascosta, della rinuncia vigliacca e del tradimento aperto, è stato rimosso dalle pareti, occultato, nella migliore delle ipotesi, in fondo ad un armadio, oppure radicalmente distrutto, come se uno avesse voluto fare in passato qualcosa di cui ora dovesse vergognarsi.
Una delle lezioni politiche più istruttive, nei tempi attuali, sarebbe sapere cosa pensano di loro stessi queste migliaia e migliaia di uomini e donne che in tutto il mondo hanno avuto un giorno il ritratto di Che Guevara al capezzale del letto, o di fronte al tavolo da lavoro, o nel salotto dove ricevevano gli amici, e che ora sorridono per aver creduto o aver fatto finta di credere.
Qualcuno dirà che la vita è cambiata, che Che Guevara, nel perdere la sua guerra, ci ha fatto perdere la nostra, e quindi era inutile mettersi a piangere come un bambino la cui tazza di latte è stata versata. Altri avrebbero confessato che si lasciarono coinvolgere dalla moda del tempo, la stessa che ha fatto crescere la barba e i riccioli, come se la rivoluzione fosse una questione per i parrucchieri. I più onesti avrebbero riconosciuto che il cuore fa loro male, che sentono un eterno e incessante movimento di rimpianto, come se la loro vita fosse stata sospesa e ora si domandassero ossessivamente dove pensano di andare senza ideali né speranze, senza un’idea del futuro che dia un qualche senso al presente.
Che Guevara, se si può dire, esisteva già prima di essere nato. Che Guevara, se si può fare quest’affermazione, continua ad esistere dopo essere stato assassinato. Perché Che Guevara è solo un altro nome di quello che c’è di più giusto e di più degno nello spirito umano. Quello che spesso vive addormentato dentro di noi. Quello che dobbiamo svegliare per conoscere e conoscerci, per aggregare il passo umile di ognuno al percorso di tutti.

http://contropiano.org/

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Sono passati 15 anni da quel maledetto 20 luglio 2001.

Doveva essere una giornata di contestazione aspra, dura e intransigente verso gli 8 Grandi che si erano riuniti a Genova e invece la ricordiamo come l’ultima giornata di vita di Carlo Giuliani. Il nostro Compagno che in quella maledetta piazza Alimonda perse la vita gettando nello sconforto tutti noi che eravamo giunti nel capoluogo ligure per protestare contro un sistema capitalista che purtroppo ha inghiottito le nostre esistenze e che da allora ci ha spinto verso il baratro se è vero che oggi: assistiamo a una guerra di religione che colpisce tutto e tutti in qualunque parte del mondo; vediamo giovani in qualunque angolo della Terra perdersi dietro a Pokemon Go invece di scendere in strada e ribellarsi; i migranti che con bambini attraversano il mare per cercare condizioni di vita migliori nell’opulento Occidente e invece vengono respinti e lasciati morire in acqua; famiglie sull’orlo della disperazione per uno stipendio che se c’è non basta a condurre una vita di sopravvivenza fino all’ultimo giorno del mese.

Potremmo continuare all’infinito, ma ci fermiamo qui perché quel maledetto 20 luglio 2001 eravamo a Genova per contrastare tutto questo, ma purtroppo un colpo di arma assassina di un uomo delle forze dell’ordine ha posto fine a una vita che ancora poteva dare tanto e molto al nostro disgraziato Mondo.

Noi da allora combattiamo tenendo alto il nome di Carlo Giuliani, nostro Fratello e Compagno!

CARLO VIVE, I MORTI SIETE VOI!

Csa Buco1996

muhammad-alì

“L’islam non è odio: Dio non sta con gli assassini”.

“Dentro un ring o fuori, non c’è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra”.

“Volteggia come una farfalla, pungi come una vespa”.

Sono solo alcune frasi celebri di Muhammad Alì che è scomparso oggi all’età di 74 anni!

Il pugile buono che si è schierato contro l’odio razziale negli Stati Uniti e contro la guerra nel Vietnam…

RIPOSA IN PACE!

Il 9 maggio la Russia, continuando la tradizione dell’Unione Sovietica, festeggia solennemente la vittoria sulla Germania nazista nella Grande guerra patriottica. Sulla Piazza Rossa di Mosca sta proseguendo in queste ore la solenne parata militare che simboleggia lo storico avvenimento: vi prendono parte diecimila uomini, 135 mezzi militari e oltre 100 velivoli. Una parata si sta svolgendo (o si è già svolta, in base al fuso orario) nelle maggiori città della Russia.
Il contingente russo in Siria ha organizzato la parata del 9 maggio a Latakia. Alcune delle ex repubbliche sovietiche quest’anno hanno deciso di non celebrare ufficialmente la ricorrenza; in altre sono state organizzate sfilate senza la partecipazione delle autorità statali.
Anche nel Donbass liberato si sta scendendo in piazza a Donetsk, Lugansk ed altre città, per ricordare una liberazione dal nazismo e dal banderismo che, purtroppo, non è stata per sempre. Addirittura a Kiev, sfidando il regime golpista, gruppi di cittadini si siano riuniti in piazza per festeggiare la giornata.
Altre repubbliche antisovietiche, invece, avevano deciso quest’anno di celebrare a modo loro la cosa e avevano deciso di farlo in territorio ex sovietico: ne sono state impedite da chi, soprattutto oggi, non si sente affatto “al sicuro sotto l’ombrello protettivo della Nato”. Nel corso delle manovre congiunte americano-moldave “Dragon Pioneer-2016”, in corso in Moldavia, il comando del 2° reggimento cavalleggeri USA aveva previsto, per la giornata del 9 maggio, l’esposizione di parte dei propri mezzi militari sulla piazza centrale della capitale moldava Kišinëv. D’altronde, recentissimi sondaggi hanno rilevato come, in generale, tra la popolazione statunitense, sia molto diffusa la percezione della vittoria sul nazismo come “merito dello sforzo bellico USA”, cui l’Unione Sovietica avrebbe fornito appena un modesto apporto. Evidentemente, i manuali di storia statunitensi continuano a ignorare il semplice dato di fatto di come, sul totale delle forze armate tedesche e dei loro alleati e satelliti, quasi 240 divisioni fossero dislocate sul fronte orientale, contro una sessantina impegnate sui vari fronti occidentali e nordafricani.

A Russian boy watches armoured vehicles
E dunque, fin da ieri mattina, in base al postulato secondo cui la vittoria yankee si celebra l’8 e non il 9 maggio, i blindati USA facevano già bella mostra nella piazza principale di Kišinëv, allorché sono stati affrontati da centinaia di cittadini moldavi: più o meno gli stessi manifestanti che, guidati dal Partito socialista, lo scorso 3 maggio avevano bloccato per alcune ore il passaggio dei mezzi militari USA al loro ingresso in Moldavia, per l’inizio delle esercitazioni congiunte.
Di fronte alle proteste dei manifestanti, agli striscioni con “Non abbiamo bisogno della Nato”, “Stop alle basi Nato”, alle parole del deputato  socialista, Vlad Batrîncea – “la Moldavia è neutrale; non facciamo parte di blocchi militari; sappiamo cosa sia successo in  Jugoslavia, Libia, Siria. Se entro domani non liberate la piazza, verremo in migliaia” – il comando ha deciso ieri pomeriggio di far rientrare i blindati nell’area del loro dislocamento, al poligono di Negrești. Prima che i militari USA lasciassero la piazza, i manifestanti hanno distribuito loro i nastri di San Giorgio, simbolo della Vittoria. Il leader del Partito socialista (la più forte frazione al Parlamento moldavo), Igor Dodon, ha dichiarato alla Tass di aver proposto al comando USA la partecipazione dei soldati alla sfilata del 9 maggio, ma senza la presenza dei mezzi militari, considerati una dimostrazione di ingerenza Nato. Anche il leader del PC moldavo ed ex presidente della Repubblica, Vlad Voronin, aveva chiesto al governo di fare marcia indietro sulla sfilata dei mezzi militari. La presidente dell’Associazione dei veterani di Moldavia, Alla Mironik, aveva dichiarato nei giorni scorsi che la Moldava “ha vissuto e vive tranquillamente nelle condizioni dell’indipendenza, della sovranità e della neutralità” e dunque non ha bisogno di essere inglobata nell’Alleanza atlantica. Nonostante la Moldavia sia formalmente uno stato neutrale, rileva la Tass, nel paese è attivo un Centro informativo della Nato e, dal 1994, l’Alleanza atlantica è presente nel quadro del “partenariato individuale”. Secondo i dati pubblicati la scorsa settimana dall’Istituto internazionale repubblicano USA, appena il 16% dei moldavi sarebbe favorevole all’ingresso del paese nella Nato; il 40% si è detto contrario e il 24% ha rifiutato di partecipare al sondaggio.
La parata USA, prevista da tempo per il 9 maggio, aveva immediatamente ricevuto il beneplacito del Ministro della difesa Anatol Șalaru, lo stesso distintosi nei mesi scorsi per l’istituzione del “Museo dell’occupazione sovietica”, la sua guerra ai monumenti sovietici e la vendita di armi ad alcune non meglio definite ditte ucraine. Il Presidente della repubblica Nicolae Timofti, che in un primo momento si era espresso contro l’esposizione dei mezzi Nato, negli ultimissimi giorni si era allineato alle posizioni di Șalaru, definendo “inappropriata la retorica anti-americana e anti-NATO, scatenata da forze politiche estranee al popolo moldavo e che ci fa tornare ai tempi della guerra fredda”.
Di là dal confine moldavo, nell’Ucraina golpista, mentre la Rada esamina la questione dell’anticipazione dal 9 al 8 maggio della celebrazione, il presidente Porošenko, da una parte dichiara che “senza l’Ucraina l’Urss non avrebbe vinto la guerra” e dall’altra  festeggia, insieme anche ai veterani banderisti dell’OUN, non più la vittoria sul nazismo, bensì la “Giornata del ricordo e della pacificazione”, che l’osservatore di Novorosinform, Vitalij Darenskij, definisce una svolta verso “la schizofrenia di stato” e una frase “apertamente blasfema, con la riabilitazione di fatto del nazismo”. E’ sufficiente porre la domanda, scrive Darenskij, su “chi dovrebbe pacificarsi con chi? Le vittime del fascismo con i boia fascisti? I veterani-liberatori coi lacchè pro-hitleriani di OUN-UPA?”. D’altronde, non c’è nulla di strano, continua Darenskij, dato che “da tempo in occidente vige la tesi sacrilega secondo cui nella Seconda guerra mondiale combatterono due totalitarismi: l’hitleriano e lo stalinista”. Al pari di Porošenko, l’ex “Comandante di euromajdan” e nuovo speaker della Rada, Andrej Parubij (indicato da molti come uno dei principali responsabili per la strage di Odessadel 2 maggio 2014) aveva proclamato ieri che “i revanscisti imperiali russi hanno dimenticato le amare lezioni della guerra e la riaccendono di nuovo nel centro d’Europa”, tacendo ovviamente su chi abbia acceso le fiamme di euromajdan dietro la regia del Dipartimento di stato.

A ognuno le proprie celebrazioni.

Fabrizio Poggi

http://contropiano.org/

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Trentotto anni Peppino Impastato fa veniva barbaramente trucidato dalla Mafia…noi lo ricordiamo con una sua poesia!

Un mare di gente
a flutti disordinati
s’è riversato nelle piazze,
nelle strade e nei sobborghi.
E’ tutto un gran vociare
che gela il sangue,
come uno scricchiolo di ossa rotte.
Non si può volere e pensare
nel frastuono assordante;
nell’odore di calca
c’è aria di festa

PEPPINO VIVE E LOTTA INSIEME A NOI

12985525_981025081966360_5224110731464605508_n-225x300 RADIO ONDA D’URTO – Cinque anni fa veniva ammazzato, nella Striscia di , Vittorio “” Arrigoni: attivista per e con il popolo palestinese in generale e gazawi in particolare, solidale, scrittore e mediattivista con il suo blog “Guerrilla Radio” ,aperto da una frase che oggi più che mai suona con un testamento politico e umano:
Guerriglia alla prigionia dell’Informazione. Contro la corruzione dell’industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l’imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l’abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L’infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L’abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
era una delle pochissime voci libere che ancheRadio Onda d’Urto, per diversi anni, ha contattato periodicamente dalla Striscia, pere cercare di raccontare cosa accadesse davvero nella prigione a cielo aperto costruita da Israele e chiamata Gaza.

Clicca qui per una delle ultime corrispondenze di Vittorio Vik Arrigoni dai microfoni di Radio Onda d’Urto, meno di un mese prima dal suo rapimento e assassinio.

Vik era stato rapito il 14 aprile 2011, da un gruppo autodichiaratosi jihadista salafita che chiedeva in cambio la liberazione dello sceicco Abu al Walid al Maqdisi. Il giorno successivo, il corpo senza vita di Vittorio fu rinvenuto durante un intervento armato delle Brigate Ezzedin al-Qassam (braccio armato di Hamas). Solo quattro giorni le stesse forze entrarono nel campo di Nuseirat. Due persone – tra cui il presunto capo, il giordano Abdel Rahman Breizat- furono uccisi  mentre un terzo venne fermato. Il processo per omicidio a Gaza, iniziato l’8 settembre 2011, fu a carico di quattro persone: Abu Ghoul, 25 anni, Khader Jram, 26 anni, Mohammed Salfi, 23 anni, e Hasanah Tarek.

Il ricordo ai nostri microfoni con la mamma di Vik, Egidia Beretta, e con Meri Calvelli delCentro Italiano Di Scambio Culturale-Vik. Con loro presentiamo anche una serie di iniziative, tra Gaza e l’Italia, per ricordare Vittorio Arrigoni e il popolo palestinese oggi più che mai vessato dall’occupazione israeliana.

Ascolta o scarica qui

Di seguito, il programma degli eventi organizzati a Gaza e in Italia per ricordare Vittorio Arrigoni con amici, compagni e famigliari di Vik:

GAZA – Sabato 16 aprile GAZA ricorda VIK.
Il programma del Centro Italiano Vik
Sabato 16 aprile dalle 10 alle 12 a Mina Sayadeen, il porto di Gaza City, Celebrazione in memoria di Vittorio con pescatori, studenti, donne, uomini e bambini:
– Apertura con la banda musicale Scout;
– Video-conferenza Italia-Gaza;
– Murales e graffiti per Vittorio

Dalle 17 alle 20 al Meshal Cultural Center:
– Documentario sulla vita di Vittorio;
– Dabka e musica

ITALIA – Domenica 24 aprile, invece, a Bulciago (Lecco), paese d’origine della famiglia Arrigoni, si terrà l’appuntamento “Ricordando VIK 2016”. Parole, voci, musica e immagini, dalle ore 15.30 alla palestra di via Roma, 1.