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Stavolta gli Usa hanno attaccato la Siria. Ne parliamo con Fulvio Scaglione, giornalista, da anni vicedirettore di Famiglia Cristiana. Buongiorno Fulvio, grazie per essere con noi.

Grazie a voi, buongiorno a tutti.

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Ci siamo svegliati questa mattina con l’attacco, con i 59 missili statunitensi lanciati sulla Siria e quindi con una guerra che è un po’ più vicina ancora?

No, io non credo che questo sia il prologo di una terza guerra mondiale, come molti dicono e anche con qualche legittima preoccupazione. Penso invece che sia l’ennesima recita, l’ennesima messa in scena di questa guerra che da sei anni; oltre ad essere un grottesco incredibile massacro, è anche una rappresentazione. Io credo che i russi fossero avvisati di questa operazione americana, che è un’operazione molto mirata, condotta per fare, in realtà, il minimo dei danni e per non dare l’idea che si tratti di una rappresaglia indiscriminata. Credo che questa operazione non sia stata varata da Trump per le ragioni dichiarate. Certamente non è un’operazione che contribuisce ad eliminare il terrorismo, come ha dichiarato Trump. Certamente non è un’operazione che farà cadere il regime di Bashar al-Assad. Credo che Trump avesse bisogno di lanciare un segnale al proprio elettorato e all’opinione pubblica interna americana, un segnale che dica: “non è vero che sono succube dei russi, non è vero che sono disposto a qualunque compromesso per compiacere Vladimir Putin”. Questo il senso. D’altra parte è un’operazione militare che ci dice anche altre cose. Per esempio ha fatto più danno a Bashar al-Assad in una notte Trump di quanti anni abbia fatti in due anni e mezzo Barack Obama all’Isis con i suoi presunti bombardamenti. Anche questa è una cosa da rilevare. Naturalmente resta invariata la situazione nella provincia di Idlib, dove c’è stato l’attacco dell’altro giorno che tanti morti ha fatto; perché, per quanto si faccia sfoggio di sdegno e di pietà, la situazione nella provincia di Idlib resta questa: i “ribelli moderati”, quelli che dovrebbero essere, secondo alcuni, la speranza della Siria del futuro, sono in fortissima difficoltà, perché la prevalenza militare nella provincia è tutta a favore dei jihadisti di Al Nusra, che sono militanti di Al Qaeda. Quindi la situazione lì è quella; cioè che il terrorismo sta avendo la prevalenza netta in questa provincia che ancora sfugge al controllo di Russia e diAssad.

Quello che mi colpisce di questa situazione, e di altre in passato, è come non si riesca a capire quali sono le conseguenze di certi atti. L’attacco terroristico globale che stiamo vivendo negli ultimi anni certamente non è scollegato dalle politiche che l’Occidente ha tenuto nell’area per 25 anni. eppure il metodo sembra continuare ad essere lo stesso. Mettiamo mano, facciamo quello che ci serve nel momento contingente, senza nemmeno un briciolo di sguardo di medio o lungo periodo. E’ una lettura possibile?

E’ sicuramente è una lettura possibile. Però io insisto, anche la presunta “guerra al terrorismo” che fu proclamata nel 2001 dopo gli attentati alle torri gemelle è, a sua volta, una rappresentazione. Dal 2000 al 2016 i morti per opera del terrorismo islamico, che è al 95% terrorismo islamico sunnita, sono cresciuti di 9 volte. Quindi non c’è alcun risultato in questa lotta al terrorismo, perché, secondo me, non c’è alcuna vera guerra al terrorismo islamico. Non può esserci nessuna vera guerra al terrorismo islamico finché i paesi occidentali – per primi gli Usa, ma anche Regno Unito, la Francia, l’Italia stessa – sono i migliori amici, i migliori partner commerciali, i migliori alleati militari dei paesi che, in base a tutto ciò che noi sappiamo, sono i principali sponsor e finanziatori e ideologhi del terrorismo. Cioè le petromonarchie del Golfo Persico. Questa non è un’opinione, è un dato di fatto. Tutto ciò che noi di serio, di scientifico, sappiamo, ci dice che i paesi che ispirano e finanziano il terrorismo islamico nel mondo sono quelli: l’Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait. Quelli, e sempre quelli, da 40 anni. D’altra parte questa nostra conoscenza ci è stata confermata anche dalle e-mail di Hillary Clinton, cheWikileaks ha rivelato prima nel 2010 e poi nel 2015. Basta andare a vedere sul sito diWikileaks, leggersi le cose che la Clinton scriveva ai suoi collaboratori in queste occasioni. E’la stessa Clinton che dice che i governi di Arabia Saudita e Qatar sono i finanziatori dell’Isis. Quindi, siccome noi non prendiamo provvedimenti contro questi paesi, ma prendiamo provvedimenti contro paesi che hanno magari altre responsabilità, ma non quelle – come abbiamo fatto con l’Iraq, con la Libia, la Siria – è ovvio che nessuna guerra al terrorismo esista realmente e nessun risultato sarà ottenuto.

E’ inquietante questa ricostruzione, anche perché molto attinente alla realtà. Cosa ci possiamo aspettare invee nei rapporti tra Stati Uniti e Russia, anche alla luce di quello che lei diceva poco fa: i russi erano stati avvisati dell’imminente attacco.

Io credo che in Medio Oriente e Nord Africa, tra Stati Uniti, Russia, Israele, Siria, ecc. si stia giocando una partita molto complicata. E’ di queste ore, ad esempio, la notizia che la Russia ha deciso di riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale dello stato di Israele; che è una presa di posizione abbastanza clamorosa. E’ la stessa presa di posizione che aveva ventilato Trump, eche era stato criticatissimo per questo. La stessa Israele, peraltro, che ha sostenuto, appoggiato Trump nei suoi bombardamenti contro la Siria. Quindi in tutta quest’area, questa vasta vasta area destabilizzata, si sta giocando una partita tra potenze regionali e potenze globali molto complessa, molto complicata, che evidentemente in parte sfugge anche ai migliori osservatori. E’ una partita di cui, probabilmente, vedremo le conseguenze solo tra qualche tempo.

Chiarissimo. Fulvio io ti ringrazio per essere stato con noi e per averci aiutato a fare un po’ di chiarezza in questo quadro così complesso.

Grazie a voi.

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Intervista realizzata da Radio Città Aperta.

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Come sta andando la preparazione dello sciopero dell’8 marzo?

Dopo la grande manifestazione del 26 novembre, dopo i tavoli partecipatissimi del 27 novembre da cui poi è stato lanciato lo sciopero globale dell’8 marzo su appello delle compagne, delle donne argentine. Noi l’abbiamo raccolto, il movimento ha chiesto a tutti i sindacati di proclamare lo sciopero. Noi abbiamo raccolto la sfida, abbiamo da subito proclamato lo sciopero generale in tutti i settori, privato e pubblico, ma non solo. Noi lo sciopero generale lo stiamo in realtà preparando davvero. Abbiamo decine e decine di assemblee fatte come Usb all’interno dei posti di lavoro, dove invitiamo puntualmente anche le compagne del movimento Nonunadimeno ad interloquire con le lavoratrici e i lavoratori sui posti di lavoro. Quindi arriveremo all’8 marzo forti di assemblee importanti su molti posti di lavoro. Ma crediamo che l’8 sia opportuno stare in piazza con tutto il resto del movimento.

Guardando sul sito dell’Usb ci sono, tra gli altri, gli appuntamenti per tante iniziative di preparazione dello sciopero. E guardando ai punti programmatici, c’è il riferimento naturalmente alla violenza di genere, ai femmiicidi, alle discriminazioni salariali. Proprio da questo punto di vista – delle discriminazioni salariali – come funziona? Perché ogni tanto si dice: le donne guadagnano meno degli uomini, però mai viene spiegato come questo meccanismo venga messo in pratica…

Guarda, i meccanismi di quello che viene definito poi il gap gender, quindi la differenziazione salariale, in verità sono molti e variano tra posti di lavoro. Noi sappiamo ormai per certo che il gap si aggira su circa il 20% di stipendio. In alcune parti, per esempio il lavoro pubblico, si registra il mancato accesso ad alcuni livelli più alti del lavoro; quindi le donne sono relegate a livelli più bassi del lavoro, e questo dà l’idea della discriminazione. Le donne, non potendo accedere ai gradi più alti, comunque guadagnano di meno. Nel privato, invece, in realtà la discriminazione è molto più pesante perché le donne, per la loro peculiarità, occupano i posti di maggiore precariato; sono obbligate al part-time involontario, quindi guadagnano meno perché sono costrette a lavorare meno, ma non ad avere occupato meno tempo, in realtà. Perché il part-time non è detto che si svolga tutto nella stessa parte della giornata… Quindi, volendo proprio rimanere all’ambito grossolano, diciamo che questi sono i due meccanismi principali: una maggiore precarietà che porta, anche in gioventù, ad una maggiore precarietà. Le donne, per esempio, sono quelle che vengono utilizzate maggiormente dal popolo dei voucheristi, che conduce – anche come previsione – alla fame in vecchiaia. Le donne, si sa, che sono quelle che hanno le pensioni più basse, nella fascia dei 500 euro mensili.

Questa mattina (mercoledì 1 marzo, ndr), se non sbaglio, c’è stata un’assemblea indetta dalla Usb sull’8 marzo all’Istituto superiore di Sanità. Si è parlato molto sui giornali di un fatto di cronaca, relativo all’assunzione di due medici che praticassero l’aborto al San Camillo. Su questo si è creato un chiacchiericcio, assolutamene surreale, come se ci fosse qualche cosa di strano che venga assunto qualcuno per fare davvero il lavoro per cui è assunto. Questo per dire che la legge 194, come tutti sanno perfettamente, non viene mai applicata, perché quasi tutti i ginecologi sono tutti obiettori di coscienza. Tu, che ci sei stata a lungo nell’ambito della sanità. puoi spiegarci come funziona?

Guarda, sono perfettamente d’accordo con te che è paradossale. Addirittura per l’assunzione di due medici assunti per fare il loro lavoro; che sanno perfettamente, fin da quando sono all’università, come nel loro lavoro c’è anche il garantire il diritto alle donne all’interruzione di gravidanza in maniera sicura. Ora c’è questa narrazione, per cui vorrebbero dipingere questi medici obiettori come “vittime di discriminazione”… E invece noi siamo in una regione(Lazio, ndr) che ha il 76% di ginecologi obiettori e il 49% di anestesisti obiettori. Senza contare che spesso si aggiungono gli infermieri obiettori, i biologi obiettori, ecc… Questa è una regione in cui, al pari di molte, l’interruzione volontaria di gravidanza non è di fatto garantita.E se pure lo è, in particolare al San Camillo, le donne sono costrette a fare una lunghissima fila la mattina alle 5 e solo poche di loro riescono, durante la stessa giornata, ad essere visitate e ad avere garantito poi l’interruzione. Zingaretti ha deciso quello che per noi – come dire – è il minimo sindacale, che però garantisce pochissimo. Per lui propbabilmente è più un discorso – come dire – di provocazione politica: “io non riesco a garantire questo servizio, per cui faccio un concorso in cui è chiaro che chi vince deve lavorare nel servizio di interruzione di gravidanza. Il problema è che non garantisce nulla questa cosa, perché dopo i tre mesi di prova, dove probabilmente ci si attiene a quanto c’è scritto nel concorso, nessuno li può obbligare a farne ancora. Alla base c’è il fatto che è proprio sbagliata la legge sull’obiezione; è sbagliato che il servizio pubblico si ponga solo il problema di coscienza dei medici. Il quale spesso si smaterializza di fronte alla possibilità che invece venga gestito in intramoenia, quindi con il privato. Questa è una delle rivendicazioni che noi porteremo l’8 marzo, nella manifestazione che la mattina faremo insieme a tutto il resto del movimento sotto la regione Lazio; e attraverso la quale chiederemo un incontro anche a Zingaretti. Uno dei temi è proprio questo; l’altro sarà quello sul finanziamento dei centri antiviolenza di Roma e del Lazio, e poi tutte le vertenze del lavoro, legate in particolar modo alla sanità privata e al mondo degli appalti. Cose su cuiZingaretti deve rispondere, perché da troppo tempo non hanno risposta; e lavoratori e lavoratrici, durante i cambi di appalto, rischiano o il peggioramento delle condizioni di lavoro o il licenziamento.

Un’ultima cosa, Licia. Puoi darci gli appuntamenti per l’8 marzo, se ce ne sono ancora?

Sì, ovviamente quelli sul territorio nazionale sono moltissimi, in tutte le principali città. Per quanto riguarda Roma, si inizia la mattina alle 8 a Casal Boccone, con un presidio delle lavoratrici di Almaviva contro i licenziamenti. Ci sarà poi una piazza della formazione a piazza San Cosimato, che arriverà al Miur. Alle 10 ci sarà una piazza sotto la Regione, che prenderà i tavoli della salute, quello dell’autodeterminazione e quello sulle vertenze del lavoro. Noi anche le nostre educatrici di Usb che scenderanno in piazza Bocca della Verità, alle 10; poi alle 17 c’è di nuovo l’appuntamento unitario di Nonunadimeno, dove noi confluiremo, al Colosseo, con il corteo cittadino.

Bene, noi ti ringraziamo. Magari ci sentiremo di nuovo subito prima dell’8 marzo, così ci potrai raccontare come è andata.

Sì, ci sentiremo… Anche perché non finirà l’8 marzo. Intanto era necessario riappropriarsi di una data per non lasciarla ai cioccolatini, alle mimose, ai commercianti e ai ristoranti. Però, al di là di questo, il vero obiettivo, è la presentazione di un piano, scritto dal basso in tutti questi mesi, in alternativa al piano governativo contro la violenza; un piano scritto invece da tutte le donne che in questi mesi hanno animato le piazze. Quindi ci sarà modo di sentirci e vederci ancora.

Grazie, grazie molte.

Grazie a voi.

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22 febbraio 1980, un nucleo fascista dei Nar uccide il compagno Valerio Verbano in casa sua, dopo aver immobilizzato i genitori. Intervista realizzata da Radio Città Aperta.

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Abbiamo in collegamento Marco Lucentini, che di Valerio era un amico. Ciao Marco, buongiorno, grazie per essere con noi.

Buongiorno a voi

Trentasette anni dopo la questione è ancora aperta e, soprattutto, la memoria di Valerio è ancora viva…

Certo. E’ aperta nel senso che, nonostante il tentativo di avviare indagini relative, appunto, all’individuazione dei responsabili dell’omicidio di Valerio, quel tentativo praticamente non è andato a buon fine; poi la vicenda, con la morte di Carla, la madre di Valerio, si è praticamente chiusa.

Ma come è possibile che un caso come questo, di un omicidio avvenuto dentro casa, a quasi quarant’anni di distanza ancora non abbia un colpevole? C’è qualcosa che non va…

Diciamo che per le indagini avviate subito dopo – al di là della formula rituale per cui dispose l’archiviazione nel 1989 per il procedimento a carico di ignoti – il giudice disse praticamente che l’omicidio venne maturato in un ambiente ricollocabile alla destra neofascista romana. E questo credo che fosse un fatto talmente pacifico e notorio che non avrebbe avuto bisogno di approfondimenti investigativi. In realtà una serie di accertamenti che avrebbero potuto condurre nell’immediato, quantomeno per individuare l’area da cui provenivano gli autori dell’omicidio, non furono effettuati.

Negli anni poi non sono mancati quelli che possono essere, a tutti gli effetti, apparsi dei tentativi di depistaggio… Insomma, invece di lavorare per cercare di arrivare alla verità, e quindi alla ricostruzione precisa e puntuale dei fatti, sembra che la tendenza sia spesso stata invece quella opposta a cercare di nasconderli…

EvidenzaIn realtà gli accertamenti che furono svolti da ultimo – ti parlo di indagini che si sono praticamente avvitate su loro stesse a cavallo della morte, appunto, della mamma di Valerio – non erano indagini dirette ad appurare l’individuazione dei possibili autori, ma di natura “cumulativa”; cioè erano indagini in forza delle quali, come voi forse ricorderete, ci fu il tentativo, anche gestito sui giornali, di risolvere, si diceva, i casi ancora rimasti a carico di ignoti relativamente a fatti collegabili appunto alla destra a cavallo della fine degli anni ’70-’80. Però nessuno di questi accertamenti ha consentito poi, effettivamente, di individuare una pista investigativa degna di questo nome.

Una delle questioni che vengono spesso citate, quando si parla di Valerio, riguarda quello che poi viene forse semplicisticamente definito il dossier Nar, una serie di informazioni che Valerio – a quanto pare – aveva raccolto sull’estrema destra, in particolare nella città di Roma. Di che si tratta?
Come tanti militanti di quel periodo Valerio, insieme ai suoi compagni, raccoglieva informazioni sugli ambienti più in vista della destra romana. Questo dossier, così come viene impropriamente chiamato, venne sequestrato a Valerio in occasione dell’arresto che subì nel 1979. Di questo dossier si persero le tracce perché chi procedeva alle indagini dopo l’omicidio di Valerio non riuscì a trovarlo, in poche parole. Ma in realtà parte di questo dossier venne poi recuperato, fino ad arrivare al 2011, mi sembra di ricordare, che è la data nella quale la madre di Valerio recuperò quel lavoro per intero e lo propose, lo depositò, presso il Pubblico ministero che svolgeva le indagini. In realtà di quel lavoro poi non si è fatta alcuna utilizzazione, nel senso che su quel lavoro – che è stata evidentemente una delle concause che ha portato all’omicidio di Valerio – non c’è stato poi alcun approfondimento.

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Senti, Marco, in chiusura volevo ricordare l’appuntamento di oggi perché poi, appunto, a 37 anni di distanza, la memoria di Valerio rimane viva e quindi oggi, come ogni anno, il 22 febbraio, ci sarà il corteo.

Sì. La cosa che fa piacere a quelli che, come me, hanno condiviso quella fase unitamente a Valerio, è il fatto che comunque, seppure a distanza di tanti anni, c’è una grande partecipazione giovanile. E questo significa che la memoria di Valerio è viva, soprattutto nelle pratiche politiche attuali.

Assolutamente. E molto merito di questo va anche dato a Carla, la mamma di Valerio …

…certo…

…che se ne è andata ormai qualche anno fa. Bene, grazie Marco per essere stato con noi.

Grazie a voi.

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Latinoamerica n. 93, n.4, ott/dic 2005
Alla fine di una intervista che ci impegnò per sedici ore, dalle due del pomeriggio di domenica 28 giugno 1987 alle cinque del mattino del lunedì seguente, Fidel Castro paragonò il lavoro da noi svolto a quello di due operai dell’informazione e concluse con ironia: <>.
Non credevo che Fidel mi avrebbe raccontato, con tanta franchezza e intensità, la vicenda di Che Guevara.
Non lo aveva mai fatto con altri giornalisti e penso che questo fosse dovuto, più che a motivi politici, al pudore, e al desiderio di difendere la storia di un’amicizia meravigliosa e tragica e alla volontà di mantenere in contaminata la specialissima vicenda dell ‘incontro tra due uomini che avrebbero ispirato per anni le speranze o le utopie di molti di cambiare il mondo, di eliminare ingiustizie e malesseri della società. Forse per questo quei due uomini, le loro idee, sono stati così duramente combattuti e si è tentato perfino di mortificare la storia della loro amicizia.
Quanto dice Fidel, in questo capitolo, del suo amico argentino, il Che, è eccezionale, non solo per le rivelazioni sulla vicenda di Guevara in Africa, sul suo ritorno clandestino a Cuba per preparare la spedizione in Bolivia e sulla tragica avventura finale in quel paese, ma anche per la delicatezza del racconto, per l’intimità dei particolari narrati, per la qualità morale dell’amicizia descritta.
Diverse sono state le chiavi di lettura di questa testimonianza, quando è stata proposta in televisione, in Italia e in Europa. Non credo sia mio compito giudicare queste interpretazioni dell’amicizia fra Castro e Guevara e il tono da «fratello maggiore » usato da Castro nel suo ricordo.
Io posso dire soltanto che Fidel mi ha raccontato il Che verso le due di notte, a bassa voce, sforzandosi di ricostruire i fatti, di aprire degli squarci nella propria intimità, di andare oltre i limiti che la sua sensibilità gli aveva sempre imposto.
Altri forse avrebbero posto le domande in modo diverso dal mio. Quello che ho usato mi ha permesso di raccogliere una testimonianza unica, di cui sono grato a Fidel Castro.

Gianni Minà: Comandante, lei è un testimone del nostro tempo come ne esistono pochi e l’intervista che abbiamo realizzato fino a questo momento lo dimostra. Ora però vorrei entrare nei suoi ricordi più intimi, i ricordi legati ad alcuni compagni di lotta, in particolare Che Guevara e Camilo Cienfuegos. Il Che rappresenta, in Europa e nel mondo, un simbolo, un sentimento particolare. Ora, quando lei pensa al suo amico il Che, qual è la prima cosa che le viene in mente?

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Fidel Castro: Voglio dirti una cosa: ho fatto fatica ad accettare l’idea della morte del Che. Molte volte l’ho sognato e a volte ho raccontato i miei sogni a chi mi stava vicino … Bene, ho sognato che stavo parlando con lui, che era vivo; qualcosa di molto speciale. E’ difficile ancora adesso accettare l’idea della sua morte. A cosa è dovuto? Secondo me, al fatto che egli è ancora presente in noi.
Morì lontano, a molte miglia di distanza dal nostro paese ma, ripeto, all’idea della morte del Che è stato difficile adattarsi. È successo il contrario di quello che è accaduto con altri amici. Molte volte abbiamo perso dei compagni di lotta e li abbiamo visti morire, ma non ci sono presenti come lo è il Che. Penso che l’impressione della presenza permanente del Che sia dovuta a quello che simboleggiava, al suo carattere, alla sua condotta, ai suoi princìpi. Aveva qualità davvero eccezionali. Io lo conoscevo bene, molto bene. Lo avevo incontrato in Messico e restammo insieme fino al momento in cui se ne andò dal paese per l’ultima volta.
Penso realmente con dolore che con la morte del Che si sia persa una grande intelligenza, un uomo che aveva ancora molto da dare alla teoria e alla pratica della costruzione del socialismo.
Nella lettera che le scrisse prima di andarsene, il Che sembra quasi amareggiato di non aver scoperto prima le sue qualità di leader e di aver fatto trascorrere del tempo prima di riconoscerle completamente.

Be’, a cosa può essere dovuto questo? In primo luogo al fatto che il Che era molto silenzioso, non era estroverso, non amava esprimere certe sensazioni. Le cose che sentiva dentro non le diceva. A un certo momento sono apparsi alcuni suoi versi molto fraterni dedicati a me: qualcuno li aveva tirati fuori. Il Che per natura era un po’ scettico riguardo all’America Latina, ai politici latinoamericani, magari avrà pensato che la nostra rivoluzione avrebbe potuto finire come tante altre. Però in realtà mai mi ha dato l’impressione che avesse dei dubbi, è sempre stato straordinariamente fraterno e rispettoso nei miei confronti. Può aver avuto un po’ di diffidenza nei riguardi del movimento. Può aver pensato magari che il nostro movimento fosse troppo eterogeneo, formato da gente proveniente da mondi troppo diversi. Lui invece aveva già una buona preparazione rivoluzionaria, una buona formazione marxista ed era molto studioso. Si era laureato in medicina, faceva delle ricerche, era molto rigoroso nello studio del marxismo e forse anche per questo era un po’ scettico. Io credo che se ha scritto quello che ha scritto su di me è stato per un eccesso di onestà. E’ vero, ho dovuto coordinare molte realtà e accrescere la compattezza del gruppo, vincendo le riserve che c’erano in alcuni compagni verso altri. Ho dovuto avere pazienza con loro. Lo stesso Che era molto impulsivo, molto coraggioso e audace, a volte temerario. Per lui ho sempre avuto una considerazione speciale. In molte occasioni si era offerto volontario. Per qualsiasi missione il primo a offrirsi era il Che; si offriva per le azioni più difficili. Spesso le proponeva lui stesso. Era insomma di una generosità e di un altruismo totali. Cuba non era la sua patria, ma si era unito a noi e tutti i giorni era disposto a dare la vita per la rivoluzione. Io impiegavo i comandanti a seconda dell’importanza. Quando un comandante acquisiva meriti ed esperienza, ne promuovevo altri, in modo che imparassero e crescessero. Non si può esporre continuamente un capo in azioni pericolose; prima o poi rischi di perderlo. E noi abbiamo dovuto proteggere molto i comandanti, frenare le loro iniziative. lo mi sono assunto il compito di proteggerli, per quanto possibile, e di impiegarli nelle missioni più importanti. Alternavo gli uomini che partecipavano ad azioni pericolose. Credo che senza questa politica il Che non avrebbe terminato vivo la guerra, proprio per le caratteristiche che aveva. Era anche una persona molto onesta. Se aveva dei dubbi si sentiva obbligato a dirlo, in un modo o nell’altro. Questo era il suo modo di essere.

fidel6.jpgÈ incredibile: la rivoluzione cubana riunì un intellettuale come il Che, un intellettuale come lei e un uomo semplice come Camilo Cienfuegos. Diverse le radici, diversa la formazione culturale, ma la rivoluzione vi unì e vi fece vivere insieme. C’era evidentemente un sogno comune.
Tre persone di origini diverse, con distinte caratteristiche. La cosa straordinaria era che il Che non era cubano, ma argentino. Quando lo incontrai in Messico veniva dal Guatemala dove aveva fatto il medico ed era entusiasta del processo politico che si sviluppava in quel paese attraverso la riforma agraria. Era stato testimone dell’ intervento nordamericano e ne aveva molto sofferto. Portava queste sofferenze dentro, e si unì subito a noi, come egli stesso ha raccontato. Fin dal primo incontro fu dei nostri. Certo, lui pensava a una rivoluzione antimperialista, di liberazione nazionale, non a una rivoluzione socialista, che vedeva ancora un po’ lontana, però si unì a noi senza riserve. Era uno sportivo. Quasi tutte le settimane cercava di scalare il Popocatépetl, non arrivava mai in cima, però tutte le settimane ci provava. Soffriva d’asma, e seguiva un’alimentazione particolare, eppure faceva uno sforzo eroico per scalare questo vulcano. Malgrado non sia mai arrivato in cima, non smise di tentare. Questo era un altro aspetto del suo carattere. D’altronde il Che era per noi il medico; nessuno vedeva in lui il grande soldato. Camilo era un uomo del popolo e anche nel suo caso nessuno all’inizio poteva supporne le qualità; in seguito però si distinse molto. E sono sicuro che lo stesso sarebbe potuto succedere a altri; in seguito ho capito che, nel nostro gruppo di ottantadue uomini, ce n’erano almeno quaranta in grado di diventare comandanti. Alcuni dei pochi sopravvissuti hanno dimostrato qualità di veri capi, per esempio Camilo, il Che e altri, fra i quali uno di cui si parla poco, mio fratello Raúl.

Quanto era differente Camilo Cienfuegos da Che Guevara?
Erano due caratteri differenti, ma si volevano bene e si rispettavano molto. Camilo era un battutista, aveva sempre voglia di scherzare.

Un vero cubano …
Sì, aveva humour cubano, rideva sempre. Molto audace, molto intelligente, meno intellettuale del Che, però un eccellente comandante anche lui. Non concedeva vie di scampo al nemico. Era molto coraggioso, ma non era temerario come il Che. Il Che sembrava un uomo che andasse incontro alla morte. Anche Camilo la sfidava, non aveva paura, però non agiva con temerarietà. Queste le differenze tra di loro. Comunque si volevano molto bene.

E suo fratello Raúl?
Un altro comandante di cui non si è parlato abbastanza è Raúl. È capace, responsabile e brillante e anche lui ha avuto un ruolo di primo piano. Dal gruppo dei sopravvissuti sono usciti, l ‘ho già detto, ottimi capi e per questo penso che. se non avessimo avuto tante perdite nelle azioni iniziali, ci sarebbero stati nel nostro gruppo  molti giovani (almeno quindici o venti) in grado di diventare comandanti. Perché quello che serve a un uomo, per distinguersi, è l’occasione e la responsabilità.

Comandante, vent’anni fa il Che lasciò Cuba e andò a lottare in Bolivia. Può dirci dov’è stato dal momento della sua partenza fino all ‘arrivo in Bolivia?
Il Che voleva andare in Sudamerica. Era una sua vecchia idea. Quando si unì a noi in Messico pose una sola condizione: “L ‘unica cosa che vorrò quando la Rivoluzione.avrà trionfato. sarà di potermene andare a lottare in Argentina e che non mi si limiti questa possibilità, cioè che ragioni di stato non me lo impediscano”. Io glielo promisi. Questa allora era un’eventualità molto lontana. Nessuno sapeva, innanzitutto, se avremmo vinto la guerra e chi sarebbe rimasto vivo. Lui certo aveva poche possibilità, impetuoso com’era. Però volle questa promessa. In alcune occasioni me la ricordò. Anche nella Sierra tornò a ribadire quell’idea e quella promessa. E, diciamo, in questo mostrò di saper prevedere il futuro. Dopo l’esperienza della Sierra Maestra, il suo entusiasmo all’idea di portare la Rivoluzione nel suo paese si moltiplicò. L’esito vittorioso della nostra lotta sviluppò in lui una grande fede nelle possibilità del movimento rivoluzionario in Sudamerica. E quando dico Sudamerica sto pensando alla parte sud del Sudamerica. Questo impegno fra noi è stato sempre vivo, tanto che io gli ripetevo: «Non ti preoccupare. Il nostro patto sarà rispettato». Credo che me lo abbia rammentato due o tre volte. Al momento del trionfo c’erano da affrontare problemi di tutti i generi, politici, di unione di forze, relativi allo stato, all’economia, eccetera. Il Che aveva cominciato a distinguersi fin dai primi combattimenti e aveva finito col diventare un importante capo militare. Nessuno avrebbe potuto immaginare che quel medico fosse un così buon soldato. Tanto lui quanto Camilo avevano svolto ruoli di grande rilievo nella guerra, specie nell’invasione del centro dell’isola, in condizioni molto difficili. Su questo si potrebbe parlare molto più a lungo, però non in questo momento …

se415.jpgDovevamo dunque affrontare i problemi di una rivoluzione vittoriosa in una situazione nella quale nulla rimaneva del vecchio stato, né delle forze armate, né dell’apparato amministrativo. Molte erano le organizzazioni rivoluzionarie che avevano l’appoggio della popolazione. La nostra era quella con il maggior peso. Utilizzammo il nostro prestigio per tentare di unirle tutte. Ho sempre combattuto il settarismo. Camilo partecipò a tutto questo processo, almeno sino alla sua morte prematura, avvenuta in ottobre a causa degli eventi di Camaguey, opera di Huber Matos.
Più tardi al Che venne affidata la responsabilità del ministero dell’Industria. Lavorò con metodo. Ricoprì successivamente varie cariche. Ogni volta che serviva un uomo serio per un incarico importante, il Che si dichiarava disponibile. Era stato, in precedenza, nominato direttore della Banca Nazionale quando i tecnici (specialisti di banca, ma inaffidabili politicamente) se ne erano andati dal paese. Nacquero storielle, aneddoti. Si cercava un  economista e il Che si era offerto. Allora qualcuno gli aveva chiesto: «Tu sei economista?» e il Che aveva risposto: «No, io sono comunista». Era una delle barzellette che circolavano allora. Stavano esplodendo i contrasti nel paese e gli elementi di destra accusavano il Che di comunismo e di tutte le solite cose.
Il Che però godette sempre di grande autorità. Svolse ciascuno dei compiti affidatigli con rigore e in modo brillante. Lavorò molto, fece esperienze nel campo dell’industria nazionalizzata, dell’ organizzazione, del controllo della produzione, del lavoro volontario. Fu uno dei pionieri del lavoro volontario. Si impegnò in quasi tutti i settori. Era molto coerente in tutto quello che faceva e costituiva un esempio per gli altri.
Così passò i primi anni della Rivoluzione; poi evidentemente cominciò a sentire l’impazienza di portare a compimento i suoi vecchi piani e le sue vecchie idee. Credo che abbia influito anche la coscienza del tempo che passava. Egli sapeva che erano necessarie speciali condizioni fisiche per i suoi progetti. Si sentiva ancora in grado di attuarli; in effetti era nel pieno delle sue capacità mentali e fisiche. Aveva molte idee, frutto dell’ esperienza che aveva fatto a Cuba, su quanto riteneva si dovesse fare nel suo paese. Stava pensando alla sua patria, però non solo: aveva in mente l’America in generale, l’America del Sud.
Cominciò a essere impaziente, come ho già detto. Sapendo, per esperienza personale, che le fasi iniziali di un progetto come quello del Che sono le più difficili, ero dell’opinione che bisognasse creare le condizioni migliori. Gli chiedemmo quindi di non essere impaziente, perché ci voleva del tempo. Ma lui voleva fare tutto fin dal primo giorno; noi invece avremmo voluto che altri compagni, meno conosciuti, realizzassero gli indispensabili passi iniziali.
Il Che era anche molto interessato ai problemi internazionali, ai problemi dell’Africa. In quell’epoca c’era stato l’intervento mercenario nel Congo, l’attuale Zaire, la morte di Lumumba e il resto, cioè il regime neocoloniale. C’era un movimento di lotta armata, nello Zaire. Quel movimento ci chiese di inviare istruttori e unità combattenti per una missione internazionalista. Questo sinora non l’avevamo mai reso pubblico. (…)

Intervista a un tifoso nerazzurro presente ad Empoli

Sabato 17 settembre allo stadio Castellani si giocava, in campo neutro, la 4° giornata del campionato di serie B tra Pisa e Brescia. Prima della partita le due opposte tifoserie si sono fronteggiate poco dopo l’uscita della superstrada Empoli Est. Un centinaio di tifosi pisani, tra i quali anche diverse donne con bambini, una volta parcheggiate le proprie auto ad un grande spiazzo a poche decine di metri da diverse camionette di polizia, si incamminano verso lo stadio. Ma soltanto dopo pochi metri vengono raggiunti da alcuni pullman di tifosi del Brescia che, senza nessuna scorta della polizia, hanno potuto avvicinarsi ed entrare rapidamente in contatto. Dopo alcuni tafferugli tra le due fazioni, decine di poliziotti in assetto antisommossa caricano la tifoseria pisana su due lati, chiudendo tutti all’interno di un distributore di benzina dove resteranno in stato di fermo per alcune ore finché non saranno trasportati su un autobus pubblico alla questura di Firenze. Il bilancio della giornata parla di circa 90 Daspo e 8 arresti. Tutti Pisani.
I media hanno immediatamente diffuso la notizia di un agguato dei tifosi pisani che si sarebbero nascosti dentro a dei cespugli saltando fuori all’arrivo degli ultras avversari. Ricostruzioni molto fantasiose. Abbiamo raccolto le testimonianze di chi era presente a Empoli ed è stato posto sotto stato di fermo e “deportato” insieme a tutti gli 80 ultras alla questura di Firenze per capire come sono andati davvero i fatti.

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Cosa è successo dal momento che è intervenuta la polizia?

“La polizia ci ha chiusi davanti e dietro con l’intenzione non soltanto di caricarci, ma di metterci subito in un angolo per poterci portare via. Infatti ci hanno tenuti in “ostaggio” per un paio d’ore nello spiazzo del benzinaio a pochi metri dove avevamo lasciato le nostre auto. Inizialmente credevamo che volessero far passare gli autobus degli ultras bresciani (che sono tranquillamente entrati poi dentro lo stadio) e poi lasciarci andare anche noi. Ma più passava il tempo, più sospettavamo che le loro intenzioni non erano delle migliori. Ce ne stiamo in circa 80 persone per un sacco di tempo sotto il sole e senza acqua. Intanto finiva il primo tempo e iniziavamo a capire che non saremmo mai giunti al Castellani. Un funzionario della digos sembra sulle furie più di tutti, dice che un suo collega si è fatto male. Urla e sbraita. La celere tutto sommato si fa i cazzi suoi, stanno al telefono, scherzano e fanno battute. Scorre il tempo e dopo più di un’ora fanno arrivare un pullman arancione, di quelli pubblici, e uno ad uno ci fanno salire sopra togliendoci i documenti e filmandoci con le telecamere. A quel punto, strippati come sardine, il pullman parte e imbocchiamo la superstrada direzione Firenze. Ci stavano portando in questura per identificarci tutti. Nel frattempo arriva un sms a qualcuno: “Eusepi ha fatto gol!””

Una volta che vi hanno portato alla questura di Firenze che è successo?

“Deportati è la definizione più giusta. Lo scenario sembrava quello di un carcere sudamericano. Guantanamo dice qualcuno, altri fanno riferimento alla serie tv “Prison Break”. Ci fanno mettere tutti a sedere in terra nel piazzale mentre la digos accende un pc portatile, lo appoggiano sul cofano di una macchina, si posizionano di fronte a noi ed iniziano a visionare i loro filmati. Così secondo le loro supposizioni di detective “secondo me”, “mi sembra lui”, “potrebbero essere le sue scarpe” iniziano a far alzare quelle persone che credono di aver riconosciuto dai filmati. Durante queste operazioni poliziesche sembrano molto incerti sul da farsi. Ma comunque decidono che almeno una decina di persone le vogliono trattenere. Mentre la digos continua nelle loro operazioni, alcuni agenti in antisommossa iniziano a scattarsi selfie con gli ultras seduti in terra come sfondo. Godendo della situazione. Bè che dire… godono proprio male questi eh…
Poi inizia a piovere e qui è stato il momento più assurdo. Rimaniamo tutti sotto l’acqua per alcuni minuti, forse 5 o 10 o 15 minuti. Mentre tutti i poliziotti presenti si riparano sotto le tettoie della struttura, noi rimaniamo nel bel mezzo del piazzale a beccarci l’acqua. Iniziamo a lamentarci di questo fatto ma ci viene detto che dobbiamo rimanere li. Poi ci stufiamo e ci avviamo nella direzione di un porticato che porta a degli uffici e senza troppe “cerimonie” occupiamo quello spazio. Oltre a identificarci e a farci prendere l’acqua vogliono umiliarci. Bé la pazienza ha un limite.
Gli 8 ragazzi che precedentemente avevano “beccato” dai video erano stati messi da un lato. Non li vedremo più perchè vengono portati via mentre noi ci riparavamo dalla pioggia.
Una volta smesso di piovere, ci hanno chiamati uno alla volta per riconsegnarci i documenti e ci hanno scattato delle fotografie. Ci dicono che ci lasciano andare. Credevamo che ci riportassero con il pullman arancione, macchè, figuriamoci. “Andate alla stazione, prendete il treno e scendete ad Empoli per tornare alle vostre macchine. Mi raccomando, andate a gruppi di 5 persone sopra il marciapiede.” Cosa??? Ma siamo all’asilo? Ci ricompattiamo, tutti insieme, partiamo in corteo e saliamo sul treno! Scendiamo ad Empoli e ci facciamo 4 km a piedi per arrivare alle macchine. Ma dove era finito il pullman arancione che ci aveva portato li?
Torniamo a Pisa con un po’ di amarezza, perchè 8 amici e fratelli della Curva Nord se li sono presi, ma anche con tanta rabbia dentro!”

L’estate appena trascorsa ha visto gli ultras e la tifoseria pisana protagonisti della tormentata vicenda societaria ma soprattutto di una lotta contro la mafiosa famiglia Petroni, (ancora) attuale proprietaria del Pisa. I gruppi della Nord hanno avuto la capacità di coinvolgere centinaia di tifosi durante i caldissimi allenamenti di San Piero a Grado e nelle partecipatissime manifestazioni all’aeroporto, dove ha sede Terravision (azienda di Petroni) e alla stazione, mobilitazione che culminò con l’occupazione dei binari.

“Questo ha ovviamente preoccupato poliziotti e politici. Abbiamo smosso tante persone e abbiamo dimostrato che questa città è capace di reagire, proprio come successe per la vicenda assurda dei daspo di piazza. Per questo ora vogliono fermarci. Il giorno dopo l’ultima protesta con l’occupazione dei binari, il prefetto Visconti rilasciò dure dichiarazioni contro gli organizzatori, paventando anche il ricorso ai Daspo e alle denunce. Quest’oggi anche il sindaco Filippeschi si è espresso duramente contro gli ultras, quando solo qualche settimana fa provava a salire sul carro dei vincitori andando a parlare ad un’assemblea pubblica proprio di fianco a chi oggi vorrebbe che finisse in galera. Buffone!”

Cosa pensi succederà ora?

“Credo che quanto successo dopo l’intervento della polizia si configuri come una vera rappresaglia. Ore di sequestro, le umiliazioni, l’utilizzo arbitrario delle procedure… sono tutte prove del fatto che hanno preso di mira il tifo organizzato. Volevano farcela pagare. I 76 daspo annunciati sono una misura indiscriminata che ha colpito tutti, senza nessun tipo di accertamento e con molta arbitrarietà. Esattamente come gli arresti. Inaccettabili. Pensano di farci fuori così. Io credo però che nel tempo i gruppi della curva nord hanno dimostrato la forza per reagire: è anche grazie al tifo organizzato che la squadra e il tifo di un’intera città ha saputo rinascere nel corso di quest’estate travagliata. Non sarà una vendetta vigliacca degli sbirri a fermarci”.

http://www.riscattopisa.it/

21pol1-luca-casarini-facebook ILMANIFESTO.INFO – «Qui a Cosmopolitica si sono viste facce nuove che arrivano da pratiche di autogestione, di occupazione, di conflitto. Il mio auspicio è che questo sia l’avvio di un processo di una sinistra che disobbedisce». Luca Casarini, ’disobbediente’ quindici anni fa, nella tre giorni di Sinistra italiana ha sentito l’aria di Genova 2001.
Disobbedisce a cosa?
A se stessa, alle sue liturgie. La rottamazione ha ormai un’accezione fastidiosamente renziana, ma è vero che per pensare alle riforme vere bisogna intanto essere capaci di riformare se stessi.
Chi vuole rottamare?
Bisogna dare spazio a nuove figure, chi vive la precarietà, il lavoro autonomo, il co-working, il fatto di non avere altra possibilità che occupare una casa, chi non nasce nel 900 del lavoro salariato ma nella fine di quel paradigma e quindi sa leggere il contemporaneo perché lo vive. L’altra cosa a cui disobbedire è l’idea per cui fare un partito significhi chiedere un posto di tribunato in parlamento. Il tema di come utilizzeremo gli spazi che ci conquisteremo anche nei parlamenti è centrale. È una discussione che riguarda anche Podemos, Syriza, la Linke, Bloco de Esquerda. Dobbiamo pensare una rappresentanza per supportare quello che si muove fuori.
Oggi gli eletti della sinistra non dialogano con ’fuori’?
La rappresentanza ha bisogno di un’innovazione. Non vogliamo fare testimonianza, puntiamo al governo, come Podemos. Per questo dobbiamo riflettere: a cosa serve il governo oggi? O il governo apre crepe nel monolite delle politiche di austerity, o non serve.
Tutte le volte che la sinistra va al governo dichiara di volere aprire delle crepe. E se non riusciste a andare al governo?
Il nostro primo obiettivo è ripoliticizzare i conflitti. E la rappresentanza va ripensata, ce lo ha spiegato Luigi Ferrajoli: la sinistra si deve mettere al servizio di una rimovimentazione sociale, non il contrario. Non sono i movimenti che hanno bisogno di rappresentanti, ma i rappresentanti che hanno bisogno di movimenti.
Fin qui non è stato così?
Prima ci sono stati dei tentativi. Stavolta lo faremo in grande.
Quali sono stati i tentativi?
Nel 2001 abbiamo perso un grande treno. Tutti abbiamo partecipato a quel movimento. A Genova dietro gli scudi di plexiglas con me, con Nicola Fratoianni e con tanti che ho incontrato a Cosmopolitica, c’era Pablo Iglesias. Alexis Tsipras non ci è arrivato perché è stato preso a bastonate a Ancona. Eravamo lì tutti. Ma si è persa la grande occasione di pensare a come capitalizzare quella grande spinta al cambiamento.
Perché avete fallito?
Perché ciascuno è rientrato nei suoi schemi. Il partito ha fatto il partito, il movimento il movimento, il sindacato il sindacato. Oggi, a distanza di molti anni, tifiamo tutti Podemos in Spagna, ma Podemos ha avuto alle spalle un grande movimento, gli Indignados, e ha capito cosa era successo. Se anche noi l’avessimo fatto nel 2001 oggi non avremmo i frankenstein alla 5 stelle, né le sinistre che sono andate al governo producendo il topolino del governo Prodi. Oggi è un altro tempo, ma in questa tre giorni ho visto la possibilità di costruire qualcosa che si ponga il problema dell’efficacia. Dobbiamo ragionare sulla disobbedienza come capacità creativa. Anche sul partito: dobbiamo pensare a un partito che oltrepassi se stesso, che inventi delle nuove funzioni per sé.
Cioè? Pensa a un partito senza segretario?
Magari con due, un uomo una donna, oppure un segretario a tempo. Sicuramente penso a un leader che abbia vissuto la stagione di Genova 2001, e che abbia 40 anni e non 80.
È la rivincita di Genova?
Genova tra noi non è una foto-ricordo, ma l’idea di pratiche nuove. Anche nell’inventarci un’irruzione nella scena politico-elettorale di questo paese.
Podemos aveva alle spalle il movimento degli Indignados. Qual è il movimento che avete alle spalle voi?
Non c’è. Per questo dobbiamo più innovativi possibile e contribuire a far ripartire il conflitto sociale, una cosa grande e che parli a tutto il paese. Ci sono una miriade di conflitti diffusi ma dobbiamo convincere un paese intero a rimettersi in marcia.

Gli attentati di Parigi del 13 novembre hanno riaperto il dibattito sul traffico illegale di armi in Europa e, in particolare, sul ruolo del Belgio. L’intervista di Mediapart a Cédric Poitevin, ricercatore belga e vicedirettore del gruppo di ricerca e d’informazione sulla sicurezza e la pace (Grip) che ha sede a Bruxelles.
Il Belgio è al centro del traffico illegale di armi in Europa?
In un certo senso sì, il Belgio ha un ruolo fondamentale. Ma dire che è il fulcro di questo traffico è un’esagerazione. Dal gennaio 2015 le questioni relative al traffico d’armi vengono esaminate solo in relazione agli attentati di Parigi (quelli di gennaio e quelli di novembre) oppure all’attentato del treno Thalys ad agosto. Ma questi terroristi hanno delle caratteristiche diverse dai protagonisti del traffico d’armi nell’Unione europea: sono perlopiù francofoni. Se altri terroristi avessero voluto prendere di mira Berlino o Vienna, per esempio, non sono sicuro che sarebbero passati dal Belgio.
Occorre affrontare il problema in una prospettiva europea e ricordare l’assenza di frontiere nello spazio Schengen. Fino a poco tempo fa, la lotta al traffico di armi non era considerata una priorità, contrariamente al traffico di esseri umani, di droga, di prodotti manifatturieri o di sigarette.
Questa scelta ha determinato un minore impiego di fondi e di personale nel contrasto al traffico di armi. È fondamentale capire quando un’arma è passata dal commercio legale a quello illegale. Tramite il numero di serie, è possibile risalire all’ultimo possessore legale e ricostruirne il percorso. Se venisse sistematizzato questo genere di ricerche su tutte le armi illegali ritrovate, si potrebbero individuare delle tendenze, dei canali e così via. Un simile lavoro in Europa non è stato fatto, perché non è stato considerato prioritario. Da qualche anno le cose stanno cambiando, ma serve tempo.
Le armi illegali che circolano in Belgio vengono soprattutto dai paesi dell’ex Jugoslavia? Quali sono le dimensioni del fenomeno?
Mancando studi sull’argomento, ci si può basare solo sulle testimonianze delle persone che lavorano sul campo. Dalla fine della guerra nella ex Jugoslavia i Balcani sono in effetti la principale origine delle armi illegali. Ogni volta che un conflitto finisce, le armi trovano nuovi mercati.
Vengono trasportate grazie a consegne di piccole o medie dimensioni, questo rende il contrasto del mercato illegale particolarmente difficile per i governi. Dopo la caduta del muro di Berlino, alcuni paesi dell’ex Unione Sovietica, ma soprattutto dei Balcani, disponevano di colossali arsenali d’armi. Anche in un paese minuscolo come l’Albania si trovava un numero di armi esagerato.
In un rapporto del 2014, la commissione europea parla di 67 milioni di armi illegali nell’Unione europea. Si tratta di una stima fondata?
Non so da dove traggano le loro statistiche. Nella comunità dei ricercatori c’è grande perplessità su questi numeri.
Il collasso della Libia ha aperto nuovi canali verso l’Europa del nord?
Alcune testimonianze lo confermerebbero, ma non ci sono prove. È un paese più lontano e dato che la rete che proviene dai Balcani è già ben stabilita, non capisco perché complicarsi la vita per aprire altre rotte. Esistono già altre fonti disponibili per chi vuole rifornirsi di armi da guerra, come il dirottamento o il furto di riserve controllate dagli stati, cioè dall’esercito o dalle forze di polizia. Senza statistiche, è difficile conoscere le dimensioni del fenomeno. La comunicazione tra i governi a questo riguardo è, comprensibilmente, scarsa. Di certo gli eserciti di Francia e Belgio non utilizzano kalashnikov.
Nel caso dell’attentato fallito del Thalys, si trattava di un fucile d’assalto Akm, apparentemente acquistato a Bruxelles e assemblato coi pezzi, prodotti in Germania, di un fucile modificato in modo che non possa sparare e poi riattivato. Il che spiega sicuramente perché il fucile si è inceppato al momento di sparare. Si tratta di un fenomeno diffuso?
Sì, in questo caso si tratta di un mercato totalmente distinto. Da un lato esiste la vendita legale di armi. Dall’altro c’è il mercato nero, illegale, alimentato perlopiù dai Balcani. E poi ci sono delle zone grigie, e alcuni individui sfruttano le differenze legislative tra i paesi europei, in particolare in materia di neutralizzazione, per procurarsi altre armi. In origine si è diffusa l’idea di “neutralizzare” le armi (cioè modificarle in modo che non possano più sparare), perché si pensava ad altri usi, per esempio alle collezioni, all’esposizione nei musei o alle riprese di film. Ma in paesi come la Slovacchia o la Germania, le norme relative alla neutralizzazione sono considerate meno severe che altrove. E, quindi, molto più facili da aggirare.
Come ha spiegato un’inchiesta di Mediapart, Amedy Coulibaly, uno degli autori degli attentati di gennaio, si è procurato uno dei fucili presso un “collezionista” belga, che si rifornisce a sua volta da un sito, con sede in Slovacchia, che vende pezzi neutralizzati. Cosa ne pensa?
In questo genere di faccende, uno degli elementi centrali è la responsabilità delle persone implicate. Rivendere delle armi neutralizzate è grave. Ed è probabile che chi acquista queste armi sia cosciente della facilità con cui è possibile riattivarle. In ogni caso si dovrebbe approvare una norma comune sulla neutralizzazione delle armi all’interno dell’Unione europea. La commissione ha avviato un processo del genere nel 2013 che però procede molto lentamente. Questi sforzi cominceranno a produrre risultati soltanto tra cinque o dieci anni, ed è logico che sia così. Fino a pochissimo tempo fa, la violenza legata all’uso delle armi da fuoco non era una preoccupazione prioritaria in Europa.
Un’altra peculiarità belga: la Vallonia possiede sul suo territorio una delle più grandi aziende esportatrici di armi d’Europa, la Fn Herstal. Questo spiegherebbe la nascita, in parallelo, di un mercato illegale?
In teoria le due cose non sono collegate. Si tratta di un’azienda che produce armi per usi civili e militari, quasi esclusivamente per l’esportazione, in particolare per il mercato civile americano e per gli eserciti “alleati” in Medio Oriente.
Quel che però accade in pratica è che la regione di Liegi, in Vallonia, un po’ come quella di Saint-Étienne in Francia, avendo sviluppato una grande tradizione nella produzione di armi, ha creato negli anni un tessuto industriale. A Liegi ci sono molti esperti in materia e in alcuni ambienti una vera e propria cultura delle armi.
Nel 2011, Nordine Amrani, l’autore della sparatoria avvenuta sulla piazza principale di Liegi, aveva assemblato un’arma a partire da pezzi e componenti che aveva recuperato da solo, dimostrando una certa competenza.Tra l’altro il pezzo principale proveniva da un Fal, un fucile d’assalto leggero simile al kalashnikov, prodotto in grandi quantità dalla Fn Herstal durante la guerra fredda e che aveva fatto parte delle riserve dell’esercito israeliano. In un certo periodo si era parlato anche di pensionati dell’Fn Herstal che, per arrotondare il loro stipendio, avrebbero assemblato e rivenduto alcuni pezzi di armi da fuoco a casa loro.
Qual è la durata media di utilizzo di un’arma da guerra?
Almeno cinquant’anni. Se la manutenzione è fatta male, si logora. Altrimenti può durare anche cent’anni. In Afghanistan, negli anni duemila, alcuni taliban usavano delle armi britanniche della prima guerra mondiale per combattere contro i soldati della Nato. Questo rivela un altro problema, spesso evidenziato dalle organizzazioni non governative, alcune aziende sono autorizzate a esportare armi verso zone sensibili perché i governi ritengono che il regime locale sia stabile. Ma è impossibile prevedere cosa accadrà nell’arco di dieci o cinquant’anni. E le armi possono cambiare proprietario molto rapidamente.
(Traduzione di Federico Ferrone)
Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su Mediapart. Clicca qui per vedere l’originale.

imagesfonte: RADIO ONDA D’URTO – Lo scrittore è stato assolto a Torino, “perché il fatto non sussiste”, dall’accusa di istigazione a delinquere.  Il pm Antonio Rinaudo, che con il collega Andrea Padalino ha condotto le indagini, aveva chiesto una condanna a otto mesi di reclusione con le attenuanti generiche perché(sic) “con la forza delle sue parole ha sicuramente incitato a commettere reati”.
La sentenza, letta attorno alle 13.20, è stata accolta dagli applausi dei numerosi presenti in tribunale a Torino.
Il popolo No Tav festeggerà Erri De Luca oggi pomeriggio, lunedì 19 ottobre, a Bussoleno, dopo l’assoluzione dello scrittore dall’accusa di istigazione a delinquere nel processo per le interviste in cui sosteneva che “la Tav va sabotata”. “Faremo festa insieme”, annuncia Alberto Perino, uno dei portavoce del movimento che si oppone alla Torino-Lione. “Sono davvero soddisfatto, non me lo aspettavo. Quell’articolo del codice penale di epoca fascista, il 414, è ancora in vigore – sottolinea – ma questa volta è stata fatta una eccezione”. Appuntamento alle ore 17 presso la sala consiliare del comune di Bussoleno in via Traforo 62 con un’assemblea insieme a De Luca. Per chiudere la giornata alle 19 si cenerà tutti insieme alla Credenza popolare, sempre a Bussoleno.
Soddisfazione anche per l’avvocato di De Luca, Gianluca Vitale, del legal team No Tav, secondo cui “questa sentenza riporta le cose al posto giusto e dimostra che non avremmo dovuto essere qui. Mi auguro che la Procura e la Digos di Torino – aggiunge – capiscano che c’è un limite anche all’attività di repressione. La libertà di pensiero deve essere tale in Valle di Susa come nel resto del Paese”.
L’intervista di Radio Onda d’Urto a Erri De Luca, raggiunto telefonicamente attorno alle 14.30, un’ora dopo la sentenza emessa a Torino.
Le considerazioni ai nostri microfoni di Gianluca Vitale, avvocato No Tav.
Il commento anche di Lele Rizzo, comitato popolare no tav questa mattina presente in aula.
NO TAV LIBERI – Lo scorso 15 ottobre, giovedì, si era invece aperto – e subito rinviato – il  processo d’appello per Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, riportati in aula dalla Procura di Torino dopo averli tenuti oltre un anno in carcere e tutt’ora ai domiciliari, nuovamente con l’assurda accusa di terrorismo già bocciata dalla Cassazione.
Gli avvocati della difesa hanno chiesto e ottenuto (al 30 novembre) il rinvio dell’udienza per leggere le motivazioni della sentenza della Cassazione, utili a condurre il processo, chiedendo (e ottenendo) nuovamente la sospensione delle misure cautelari per i quattro No Tav..
Fuori dall’aula (bunker) torinese un folto presidio di No Tav.
Tutt* liberi!

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Parla l’intellettuale e saggista Michel Warschawski (Mikado). «Le provocazioni continue del governo israeliano, la colonizzazione dei Territori occupati e la fine dell’illusione del processo di pace, sono le ragioni della nuova rivolta. La condizione più difficile è quella dei palestinesi di Gerusalemme»

L'intellettuale e saggista Michel Warschawski (Mikado)Per il primo mini­stro Neta­nyahu l’escalation di attac­chi pale­sti­nesi è sol­tanto una nuova cam­pa­gna ter­ro­ri­stica lan­ciata per odio nei con­fronti degli ebrei e non avrebbe legami con le poli­ti­che di Israele nei Ter­ri­tori occu­pati e a Geru­sa­lemme. A con­te­stare que­sta tesi non sono sol­tanto i pale­sti­nesi – il segre­ta­rio dell’Olp Saeb Ere­kat ieri ha addos­sato tutte le respon­sa­bi­lità alle «poli­ti­che israe­liane di occu­pa­zione, delle colo­nie e di Apar­theid» — ma anche alcuni intel­let­tuali ebrei come il sag­gi­sta Michel War­scha­w­ski, più noto in Israele come Mikado. Lo abbiamo inter­vi­stato ieri a Gerusalemme.

Per molti lea­der poli­tici israe­liani, a comin­ciare dal primo mini­stro, que­sto con­flitto non ha radici che scen­dono pro­fonde negli anni pas­sati. Come se fosse sorto appena qual­che giorno fa.
Tante per­sone, anche all’estero, hanno la memo­ria corta. La vio­lenza pale­sti­nese alla quale assi­stiamo da qual­che giorno a que­sta parte non è fine a se stessa, immo­ti­vata, come cer­cano di far pas­sare i lea­der israe­liani. Piut­to­sto è il risul­tato di qual­cosa di pro­fondo. Per­chè è divam­pata adesso? Le ragioni sono soprat­tutto due. La prima è che è ter­mi­nato il tempo che la popo­la­zione pale­sti­nese aveva messo a dispo­si­zione del pre­si­dente dell’Anp Abu Mazen per nego­ziare e rag­giun­gere un accordo con Israele. Credo che i pale­sti­nesi, incluso Abu Mazen, abbiano com­preso che non c’è alcun part­ner israe­liano che voglia nego­ziare sul serio e non solo por­tare avanti trat­ta­tive senza futuro. Siamo alla fine dell’illusione del cosid­detto pro­cesso di pace. La seconda ragione è la lunga serie di gravi pro­vo­ca­zioni com­piute dal governo israe­liano a danno dei pale­sti­nesi, a par­tire da quella avve­nuta sulla Spia­nata delle moschee di al Aqsa, senza dimen­ti­care la con­ti­nua espan­sione delle colo­nie in Cisgior­da­nia e a Geru­sa­lemme. Se met­tiamo insieme que­ste pro­vo­ca­zioni con la fine dell’illusione del pro­cesso di pace, si ottiene la rea­zione vista in que­sti ultimi giorni, che è stata spontanea.
Neta­nyahu ripete che il suo governo non modi­fi­cherà lo sta­tus quo della Spia­nata delle moschee. I pale­sti­nesi e il mondo isla­mico non gli credono.
Le pro­vo­ca­zioni com­piute da orga­niz­za­zioni e gruppi che, spesso appog­giati da mini­stri e depu­tati, cer­cano di imporre la sovra­nità israe­liana ed ebraica sulla Spia­nata hanno con­tri­buito ad inne­scare que­sta Inti­fada. Su que­sto non ci sono dubbi. Non dimen­ti­chiamo anche i con­ti­nui raid della poli­zia in quel sito sacro per i musul­mani di tutto il mondo, che hanno gene­rato sde­gno per­sino tra i pale­sti­nesi cri­stiani. Se que­ste pro­vo­ca­zioni sulla Spia­nata delle Moschee non ces­se­ranno, ogni sce­na­rio sarà pos­si­bile. Per que­sto motivo per­sino un lea­der arabo mode­rato come re Abdal­lah di Gior­da­nia è inter­ve­nuto con forza su Neta­nyahu per dir­gli di met­tere fine alle vio­la­zioni sulla Spia­nata che pos­sono creare una valanga devastante.
Dati dif­fusi nelle ultime ore dicono che l’80% degli attac­chi avve­nuti a Geru­sa­lemme nelle ultime due set­ti­mane sono stati com­piuti da pale­sti­nesi resi­denti nella città. Cos’è Geru­sa­lemme oggi per un palestinese?
È la situa­zione peg­giore in cui un pale­sti­nese che possa vivere dopo Hebron (città della Cisgior­da­nia meri­dio­nale divisa in due, ndr). Se da un lato l’annessione uni­la­te­rale a Israele della zona araba della città (occu­pata mili­tar­mente nel 1967, ndr) ha dato alcuni beni­fici ai pale­sti­nesi che vi abi­tano, come l’assistenza sani­ta­ria israe­liana, dall’altro più di una gene­ra­zione di pale­sti­nesi di Geru­sa­lemme ha dovuto sop­por­tare un’aggressione inces­sante nei loro quar­tieri, fina­liz­zata a iso­lare le aree arabe e a cir­con­darle di colo­nie israe­liane. Con l’obiettivo di ren­dere Geru­sa­lemme una città solo israe­liana. I pale­sti­nesi (di Geru­sa­lemme) sono al cen­tro di que­sti piani e, allo stesso tempo, sono iso­lati dal resto della Cisgior­da­nia a causa del Muro di divi­sione costruito da Israele tra la città santa e i Ter­ri­tori occupati.
Il silen­zio della sini­stra israe­liana è assordante.
Se par­liamo del Par­tito labu­ri­sta e di Peace Now, pos­siamo affer­mare con asso­luta cer­tezza che non esi­stono più, sono sva­niti nel nulla. Pen­sate, Yitz­hak Her­zog, lea­der di quel par­tito che si fa chia­mare ancora labu­ri­sta, è impe­gnato in una gara a destra con Neta­nyahu. Sostiene che il primo mini­stro sia inca­pace a “fer­mare il ter­ro­ri­smo e ripor­tare la calma nel Paese”. Quella che un tempo era nota come la sini­stra mode­rata nei fatti non esi­ste più. Certo, c’è sem­pre la sini­stra radi­cale ma rie­sce a mobi­li­tare sol­tanto alcune cen­ti­naia delle migliaia di per­sone che un tempo si vede­vano alle sue manifestazioni.
Per­chè il mondo, soprat­tutto quello occi­den­tale, non com­prende e non appog­gia più le aspi­ra­zioni dei palestinesi.
Esi­ste una dif­fe­renza tra l’opinione pub­blica inter­na­zio­nale e la cosid­detta comu­nità inter­na­zio­nale. La prima con­te­sta le poli­ti­che del governo israe­liano ed è lar­ga­mente impe­gnata a favore di una solu­zione per que­sta terra fon­data sulla giu­sti­zia e i diritti. La comu­nità inter­na­zio­nale, com­po­sta da governi ed isti­tu­zioni uffi­ciali, è for­te­mente con­di­zio­nata da Benya­min Neta­nyahu. Fa i conti con un pre­mier e il suo governo che senza pro­blemi fanno capire che non ter­ranno conto dell’opinione degli stra­nieri e che con­ti­nue­ranno certe poli­ti­che. Il mondo dovrebbe sfi­dare, met­tere in discus­sione que­sto atteg­gia­mento del governo Neta­nyahu, invece non lo fa e si accon­tenta di pen­sare che in fin dei conti Israele è una roc­ca­forte di sta­bi­lità in una regione in crisi, dove agi­scono movi­menti estre­mi­sti come l’Isis. Neta­nyahu lo sa, punta la sua poli­tica estera pro­prio sui timori degli occi­den­tali e, anche gra­zie a que­sto, rie­sce a tenerli dalla sua parte.

fonte: NENA NEWS

fonte: IL MANIFESTO (2013)

Walter Operto fu il primo giornalista ad arrivare in Bolivia dopo la morte di Ernesto. Dicevano di averlo ucciso in combattimento e invece scoprì che lo avevano catturato e giustiziato per ordine della CIA. Il piano era che il mondo si dimenticasse di lui e invece sollevarono la sua bandiera e lo resero immortale

8587102a048922251446bf846bbe6a0285f02c39fc652cb804dd0b88In un giorno qual­siasi della pri­ma­vera argen­tina è arri­vato a Bue­nos Aires Wal­ter Operto, un signore ele­gante e sereno, che gli appas­sio­nati di tea­tro rico­no­scono per essere uno dei più sti­mati dram­ma­tur­ghi di que­ste terre. Pochi però sanno che quasi cinquant’anni fa, fu anche il gior­na­li­sta che sco­prì e denun­ciò l’omicidio di Erne­sto Che Gue­vara, smen­tendo la ver­sione uffi­ciale per cui il leg­gen­da­rio guer­ri­gliero era morto com­bat­tendo con­tro l’esercito boliviano.

Quanti anni ha, Walter?

76. Sono nato in pro­vin­cia di Rosa­rio, da due con­ta­dini piemontesi.

Quando naque la sua pas­sione per il giornalismo?

Fu più che altro una neces­sità. Io scri­vevo rac­conti, versi, cer­cavo lavoro e nel ’54 un gruppo di poeti mi fece entrare in un quotidiano.

Quando arrivò alla rivi­sta Asì?

Nel ’62. A Rosa­rio non c’erano pra­ti­ca­mente più gior­nali, erano fal­liti tutti, allora mi tra­sfe­rii a Bue­nos Aires.

Che taglio edi­to­riale aveva la testata?

Era una rivi­sta popo­lare nel senso migliore del ter­mine. All’epoca il pero­ni­smo era proi­bito. Era una brutta parola dire “Peron”, “Viva Peron”, “pero­ni­sta”, potevi essere arre­stato. La rivi­sta Asì si occu­pava di pro­blemi sociali. Le pro­te­ste dei lavo­ra­tori dello zuc­chero. Le lotte dei preti ter­zo­mon­di­sti e poi qual­che noti­zia di cro­naca. Era la più letta del Paese.

Come arrivò in reda­zione la noti­zia della morte di Erne­sto Che Guevara?

Nell’ottobre del 1967 sta­vamo seguendo con atten­zione la Boli­via per­ché era nata una guer­ri­glia di tipo foco­lai­sta (Che Gue­vara teo­rizza ne La Guerra di Guer­ri­glia che sia pos­si­bile inne­scare una rivo­lu­zione anche par­tendo da un pic­colo foco­laio ribelle, ndr) nel dipar­ti­mento del Beni, la zona con­ta­dina del Paese. Sape­vamo che erano braccati.

Sape­vate anche che tra loro c’era Che Guevara?

No, non lo sospet­ta­vamo nep­pure. Alla testa c’erano i fra­telli Inti e Coco Peredo del Par­tito Comu­ni­sta Boli­viano. Allora l’ubicazione del Che era sco­no­sciuta e causa di ipo­tesi di ogni tipo, anche com­ple­ta­mente inve­ro­si­mili, come che Fidel lo tenesse pri­gio­niero o che fosse morto in Congo. La noti­zia della sua pre­senza in Boli­via si apprese solo dopo l’ultimo com­bat­ti­mento, l’8 otto­bre, quando dis­sero che era stato fatto prigioniero.

Quale fu la vostra reazione?

Il diret­tore, mi asse­gnò un foto­grafo, Hugo Laza­ra­dis, e mi disse che dovevo andare in Boli­via. Chiamò anche Miguel Fitz­ge­rald, che pilo­tava il pic­colo Ces­sna del gruppo edi­to­riale, e 5 ore dopo vola­vamo verso la frontiera.

Vi ha man­dato per­ché dif­fi­dava della ver­sione ufficiale?

No, per niente, solo per­ché era una noti­zia rile­vante. Arri­vammo a Valle Grande, in Boli­via, senza mappa, atter­rammo in cam­petto da cal­cio e appren­demmo che c’erano novità: Erne­sto era morto.

Era il posto in cui l’Esercito boli­viano aveva fatto base per dare la cac­cia al Che?

Si. Il coman­dante in capo era il colon­nello Zen­teno Anaya. Il gruppo che alla mat­tina aveva com­bat­tuto nella Gola del Yuro (dove cadde Erne­sto, ndr), era agli ordini del capi­tano Gary Prado. Que­sti però erano ancora nella selva, inse­gui­vano i guer­ri­glieri sopravvissuti.

Qual è stata la prima cosa che ha fatto, una volta arrivato?

Par­lare con Zen­teno Anaya. Sono andato alla caserma, i Ran­gers erano un corpo d’elité dell’Esercito boli­viano, adde­strati in USA. Ave­vano armi moderne, grande pre­stanza fisica.

E Zen­teno Anaya che le disse?

Che Gue­vara si era con­se­gnato dopo essere stato ferito da una raf­fica di mitra, alzando una ban­diera bianca e gri­dando: «Non ucci­de­temi, sono Erne­sto Che Gue­vara e per voi valgo più da vivo che da morto». Poi mi disse che alcuni dei suoi sol­dati erano stati feriti e gli chiesi di poterli vedere, ma negò che fos­sero ancora lì. Disse che erano tutti a La Higuera, nella scuola in cui era stato espo­sto anche il cada­vere del Che.

C’erano altri gior­na­li­sti con voi?

C’era solo il mio foto­grafo. Dopo aver par­lato col colon­nello, andammo a cer­care il medico che aveva fatto l’autopsia sul cada­vere, il dot­tor Mar­ti­nez Caso. Volevo che mi descri­vesse le ferite. Mi rac­contò che Erne­sto era stato col­pito a un fianco, alle gambe, alla spalla, e all’altezza del capez­zolo sinistro.

Il cuore?

Si, il cuore. Il foro era di un cali­bro diverso dagli altri. Quella era stata la causa della morte. Come poteva aver detto «non ucci­de­temi», con una ferita del genere? Lì nac­que il sospetto che non fosse morto in com­bat­ti­mento. E il dot­tore mi diede l’informazione che poco prima mi aveva negato Zen­teno Anaya. Mi disse: non avete par­lato con i sol­dati che hanno com­bat­tuto nel Yuro? No, gli risposi io, dove sono? E lui mi disse che i feriti erano all’ospedale Señor de Malta, poco lon­tano da lì. A quel punto ci rag­giunse Chou­zi­nho, un came­ra­man argen­tino cor­ri­spon­dente della Colum­bia Tele­vi­sion Color sta­tu­ni­tense. Gli rac­con­tai quello che sapevo e deci­demmo di andare all’ospedale. Per con­vin­cere le guar­die a lasciarci pas­sare, fin­gemmo di essere mili­tari. Siamo arri­vati con passo deciso e abbiamo dato il buon­giorno con tono mar­ziale. I sol­dati si sono aperti senza bat­tere ciglio. Ave­vamo i nomi dei sol­dati Cho­que, Taboada, Paco e Gime­nez e appena entrati in cor­tile dissi: «Infer­miera! Dov’è il sol­dato Cho­que?». Lo tro­vammo in una gran came­rata, insieme agli altri feriti. Gli chiesi se fosse stato al Yuro e se avesse visto Erne­sto. Mi disse di averlo visto vivo e ferito e mi con­fermò che si era arreso. «Quando l’hanno ucciso?», gli chiesi allora. «Il giorno dopo, signore — mi rispose lui — gli hanno spa­rato». Tutti gli altri tre sol­dati feriti ripe­te­rono la stessa versione.

I sol­dati dell’ospedale erano pre­senti quando lo uccisero?

No. Ma sape­vano che l’avevano giu­sti­ziato. Prima mi dis­sero che era stato un sot­tuf­fi­ciale e io attri­buii il gesto a Gary Prado. Poi si sco­prì che era stato il tenente Mario Teran.

E poi cosa successe?

Entrò un infer­miere men­tre Chou­zi­nho fil­mava e Laza­ra­dis faceva foto. Si rese conto che c’era qual­cosa che non andava e diede l’allarme. Noi scap­pammo dalla porta sul retro e cor­remmo fino al Ces­sna che ci aspet­tava sul cam­petto. Quando Fitz­ge­rald ci vide arri­vare cor­rendo, mise in moto e fuggimmo.

Quanto tempo rimase in tutto a Valle Grande?

Non più di quat­tro ore. Forse meno. Ho scritto il pezzo sull’aereo men­tre tor­na­vamo a Bue­nos Aires. Avevo l’esclusiva sull’omicidio del Che. Il gior­nale fece uscire un’edizione straor­di­na­ria. Il pre­si­dente boli­viano, il Gene­ral Bar­rien­tos, con­vocò una con­fe­renza stampa per smen­tirci e con­fer­mare la morte in com­bat­ti­mento. Disse che era­vamo gior­na­li­sti pagati dalla guer­ri­glia. 72 ore dopo, i fil­mati di Chou­zi­nho sta­vano cir­co­lando sulle TV ame­ri­cane e non era più pos­si­bile negare.

C’è una foto di Che Gue­vara in manette men­tre lo por­tano dal Yuro a La Higuera. Chi la scattò? Quando comparve?

Credo uno dei foto­grafi dell’Esercito boli­viano. La foto com­parve in seguito, come parte di quella che potremmo chia­mare l’industria del Che. Quando noi arri­vammo a Valle Grande, il foto­grafo dei matri­moni della città stava già ven­dendo le famose foto del cada­vere con gli occhi aperti, espo­sto a La Higuera.

Prima della morte del Che, il suo mito esi­steva già?

No, fu una cosa suc­ces­siva. La ban­diera di lotta nac­que con la sua morte.

Quando la invia­rono in Boli­via, lei ammi­rava Che Guevara?

Si, per me era un esem­pio di lotta lati­noa­me­ri­cana. Fu il primo a ripren­dere il con­cetto di un’America Latina unita.

Per­ché crede che l’abbiano ucciso?

Ho una teo­ria per­so­nale. Pochi giorni prima della sua caduta, furono pro­ces­sati in Boli­via Ciro Bustos, il pit­tore argen­tino e con­tatto in Europa dei guer­ri­glieri, e Regis Debrais, intel­let­tuale fran­cese e amico del Che (non­ché autore di un manuale di guer­ri­glia). Il tri­bu­nale si riempì di gior­na­li­sti e il governo boli­viano subiva forti pres­sioni inter­na­zio­nali, per­ciò fece libe­rare entrambi. Quando fu cat­tu­rato il Che chiese a Gary Prado se anche lui sarebbe stato messo a pro­cesso. Il coman­dante gli disse di sì, per­ché era con­vinto che quella fosse la deci­sione dei suoi supe­riori. Poi, la CIA e i boli­viani si resero conto che il giu­di­zio si sarebbe tra­sfor­mato in uno spa­zio di pro­pa­ganda della Rivo­lu­zione Cubana e delle idee gue­va­ri­ste. Per lo stesso motivo, fecero spa­rire il cadavere.

Per­ché crede che la guer­ri­glia del Che abbia avuto tante dif­fi­coltà in Bolivia?

Il Che era stato messo in guar­dia su que­sta pos­si­bi­lità. Prima di accen­dere il foco­laio ribelle lui Fidel Castro ne par­la­rono con Monje, il segre­ta­rio del PC Boli­viano e que­sti disse che la zona scelta era sba­gliata. Che non c’era suf­fi­ciente svi­luppo poli­tico affin­ché i valori della rivo­lu­zione potes­sero essere accolti. La zona giu­sta, secondo lui, era quella delle miniere, dove però il PC non aveva qua­dri, era ter­ri­to­rio del MNR, il Movi­mento Nazio­na­li­sta Rivo­lu­zio­na­rio. Ma il Che era un tipo osti­nato e partì comun­que. Si scon­trò con il rifiuto del contado.

Alcuni dei suoi com­pa­gni di lotta si sen­ti­rono abban­do­nati anche da Fidel Castro.

Que­sti discorsi fanno parte della novel­li­stica anti-cubana e anti-castrista, non sono reali. Il Che e gli altri sta­vano cer­cando di uscire della Boli­via con l’aiuto di Cuba. Comba, il suo luo­go­te­nente fuggi gra­zie a Fidel.

Ma Beni­gno si sentì offeso quando Erne­sto gli chiese di morire per la Rivo­lu­zione cubana nel Yuro. Cre­deva che li aves­sero traditi.

Que­sto è quello che pen­sava lui. Ma con la sua richie­sta Erne­sto dimo­strò di essere con­vinto del contrario.

E lei come si sentì quando sco­prì che l’avevano ucciso?

Tri­ste ed arrab­biato. In uno degli arti­coli, scrissi: «E nono­stante que­sto la terra non ha tre­mato, il cielo non si è oscu­rato. Nulla di quello che cre­devo sarebbe suc­cesso dopo la sua morte è acca­duto». Ma mi sba­gliavo, il suo fu un fal­li­mento mili­tare, ma un trionfo delle idee.