Archivio per la categoria ‘Lavoro’

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Oggi (ieri, ndr) è successo veramente qualcosa di importante, in cui ha contato anche il piccolo contributo di tutti i compagni e le compagne che provano come possono a supportare la resistenza di chi è stanco di pagare quotidianamente sulla propria schiena il prezzo della agognata “crescita”.

Proviamo a spiegare perché:

  1. da tempo dicevamo che in questo paese stava succedendo qualcosa. e stava succedendo dalle parti dei “nostri”, di operai, lavoratori dipendenti, di tutta quella composizione maggioritaria del mondo del lavoro la cui conflittualità non riusciva ad avere visibilità mediatica e restava spesso confinata nel perimetro delle vertenze.
  2. nelle ultime settimane l’attacco sempre più aggressivo e arrogante del Governo Renzi, che dopo il gioco pre-elettorale degli 80 euro, sotto la spinta della crisi, si andava sempre più a spostare sulle esigenze padronali, ha fatto sì che tanti lavoratori prendessero consapevolezza della natura di questo governo, e dessero alla loro conflittualità (che spesso proveniva da anni di frustrazione e da assenza di futuro) un orizzonte politico di opposizione. scioperi spontanei, petardi a Bergamo, migliaia di iniziative diffuse contro il jobs act che abbiamo cercato di documentare.
  3. il 25 ottobre della CGIL ha rappresentato un primo momento di sintesi e di espressione di questa volontà politica proletaria. alla manifestazione la CGIL e la FIOM ci sono arrivati sotto la spinta della base. spinta che si manifestava in assemblee sindacali piene, in volontà di partecipazione, in rabbia. quella manifestazione poteva essere ritualistica, una mossa di apparato: sono invece scesi in piazza un milione di persone. a parte l’involucro stantio che gli aveva dato il sindacato, la piazza esprimeva qualcosa di vivo, qualcosa che aveva intorno a sé la capacità di agglutinare anche altre forze.
  4. arriviamo ad oggi. e oggi che è successo? oggi abbiamo visto che la contraddizione fra capitale e lavoro, l’inconciliabilità dei loro interessi, si è palesata. a Roma si sono incrociate più vertenze operaie, per la prima volta non più mediabili, perché non c’era più niente da raccontare, niente più da far ingoiare. la forza del capitale e dei suoi servi sta proprio nel nascondere questa contraddizione, la forza dei proletari sta proprio nel renderla evidente. e quando si rende evidente non ce n’è più per nessuno: ognuno deve capire da che parte stare.
  5. oggi si dimostra ancora una volta che “non è tanto la grandezza della piazza o la violenza dello scontro, ma l’incidenza nella sfera della produzione della ricchezza a dare a chi si mobilita una potenza enorme” (lo scrivevamo in DOVE SONO I NOSTRI). se un corteo di 500 operai apre un caso politico, costringe il Governo alle scuse, a incalzare i vertici della polizia, tutta l’Italia a dover prendere posizione, è perché il grado di consenso di massa che raccoglie chi lavora e lotta per la propria vita è incredibile.
  6. questa forza la nostra classe la conosce bene, ce l’ha nella memoria, ce l’ha nella potenza delle sue ragioni. solo per questo motivo persone “disabituate” allo scontro resistono a mani nude di fronte a cariche così forti, solo per questo motivo la polizia è costretta a retrocedere. la resistenza degli operai di Terni vista in piazza è già da oggi una delle pagine più belle della storia di questo paese.
  7. adesso che succede? cosa si fa noi? possiamo limitarci a guardare la televisione ed esaltarci perché ci sono stati gli scontri. possiamo invece assumere un atteggiamento del cazzo e filosofeggiare sul fatto che tutto comunque nasce e ritorna sotto il cappello della CGIL, ovvero all’interno di un’organizzazione sindacale in cui buona parte della dirigenza è più che riformista e “traditrice” degli interessi operai. sarà. ma l’unico dato di fatto incontrovertibile è che si è aperto uno spazio, uno spazio all’interno del quale la conflittualità operaia e proletaria più generale può vivere. non si può restare fuori ed essere schizzinosi perché non ci piace la forma che ha questo spazio: bisogna starci dentro, bisogna costruirlo da dentro, bisogna allargarlo. la realtà la prendiamo per quella che è, e a vedere le ultime settimane non è manco tanto male: è gravida di speranza.
  8. anche perché c’è una contingenza che ci facilita. il Governo Renzi non vuole cedere, forse ormai non può cedere. la stessa arroganza con cui ha presentato il suo discorso gli impedisce di tornare facilmente indietro. il Governo Renzi è una bolla speculativa: può crescere finché si alimenta dei successi mediatici e di una presunta capacità di gestire le situazioni, ma come compare una crepa il giochino può incepparsi. se vogliamo dirla tutta, oggi si stanno cacando sotto, dimostrano la loro fondamentale insicurezza e inconsistenza. sono pericolosi, certo, ma sono una tigre di carta. possono prendere fuoco.
  9. cosa dobbiamo e possiamo fare noi? quello che già facciamo, moltiplicato però per mille, per diecimila, per tutti i compagni che siamo in Italia. dobbiamo stare nelle vertenze, unirle – come dimostrano i successi organizzativi che stanno ottenendo i compagni di Livorno. supportare la resistenza, costruire comitati autonomi di lavoratori, intersindacali, intercategoriali, che pongano al centro le nostre esigenze e la solidarietà di classe. costruire tutti insieme – lavoratori più meno precari, studenti, disoccupati – una vera opposizione a questo governo. non in generale alla “crisi”, all'”austerity”, ma a QUESTO governo che fa QUESTE politiche, per metterlo in difficoltà, farlo arretrare, prendere sicurezza in noi stessi. e così preparare l’offensiva: un momento di rilancio, di estensione di diritti, di aumento di salari etc.
  10. e soprattutto: dobbiamo crederci, cazzo. crederci maledettamente, come gli operai di Terni davanti ai manganelli.

Clash Workers Roma

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sardegnaIl Sulcis non si arrende né vuole morire. Gli operai della Rockwoll si chiudono dentro una miniera e intendono resistere. Non si fidano più di promesse, accordi e “corrotti delegati”, come direbbe Gianfranco Bertoli. Non è più tempo di scherzare con la vita dei lavoratori e degli uomini. Dopo gli scioperi della fame dei malati di Sla, arriva un altro segnale forte e chiaro che dichiara la stanchezza e la disperazione di chi ormai non ha alcuna remora di mettere a rischio la propria vita. Questa volta la decisione l’hanno presa nella notte e subito dopo gli operai si sono messi al lavoro: nella Galleria Villamarina di Monteponi i lavoratori ex Rockwool, che la occupano dal 12 novembre, si sono murati dentro tirando su due muri di cemento davanti ai cancelli chiusi con catene e lucchetti. Gli operai hanno ricevuto la solidarietà e il conforto dei bambini del vicino asilo comunale. Agli occupanti della galleria i colleghi hanno consegnato, facendoli passare attraverso i fori nel muro, alcuni panini e dell’acqua. I lavoratori dell’ex fabbrica di lana di roccia, chiusa da diversi anni, sono in mobilità e protestano tutt’oggi per il mancato reinserimento in società della Regione Sardegna dopo l’accordo firmato il 22 dicembre 2011. ”Murare gli ingressi vuol dire che se non si fa l’accordo vivi non si esce – commenta Gianni Medda, un operaio ex Rockwool, nel piazzale antistante la galleria occupata – il segnale è molto chiaro”. Nel pomeriggio previsto un nuovo incontro alla Regione per discutere della vertenza. “Punto di partenza è l’accordo del 22 dicembre scorso – spiega Ignazio Pala, delegato della Cisl – ognuno si deve assumere le proprie responsabilità”. ”Oggi la politica deve rispettare la dignità di quelle persone che sono lì dentro – aggiunge Salvatore Corriga, delegato Rsu Cgil – c’è un accordo che chiediamo venga rispettato. Noi vent’anni fa abbiamo lasciato le miniere con una promessa che non è stata rispettata. Oggi gli accordi si devono rispettare”.

Fonte: Contropiano

Giornata incandescente quella appena trascorsa  a Taranto, l’inchiesta per “disastro ambientale”  si arricchisce di una nuova ondata di provvedimenti  giudiziari tra cui sette misure cautelari (4 in carcere e 3 domiciliari) che vedono coinvolti tra gli altri Fabio Riva, figlio del patron Emilio, nonché vicepresidente di Riva Group (attualmente irreperibile) e Michele Conserva ex assessore provinciale all’ambiente e il sequestro dei prodotti finiti, ovvero tutto ciò che è stato prodotto dal 26 luglio ad oggi da parte dello stabilimento Ilva nonostante il sequestro senza facoltà d’uso degli impianti dell’ area a caldo. Quello che emerge, finalmente con chiarezza, da questo nuovo filone di inchiesta è il cosiddetto “sistema Archinà” dal nome dell’ex addetto alle relazioni esterne dell’Ilva, un fitta rete di relazioni  volte a preservare lo stabilimento da possibili ingerenze da parte degli organi di controllo ambientale, primo tra tutti l’Arpa. Emergono quindi conversazioni con tra Archinà e i vertici delle istituzioni locali, dal sindaco Stefàno al presidente della Provincia Florido, i Parlamentari Vico (PD) e Franzoso (PDL), consiglieri regionali e soprattutto il Presidente della Regione Puglia, Vendola, accusato secondo l’ordinanza del Gip Todisco di essere addirittura il regista delle pressioni esercitate sull’Arpa ed in particolare al direttore generale Assennato, considerato poco gradito dall’azienda. Emerge inoltre una mail scritta da Emilio Riva ed indirizzata al segretario del Partito Democratico Bersani in cui si chiede di ammorbidire le posizioni espresse dal Senatore Dalla Seta che era stato evidentemente critico rispetto alla proroga (a gennaio 2013) dell’entrata in vigore dei nuovi limiti circa le emissioni di benzo(a)pirene. Da sottolineare inoltre il coinvolgimento degli organi di stampa locali e di un dirigente della Digos di Taranto, Cataldo De Michele, che informava l’azienda dei colloqui tra Procura e Assennato. Intanto l’azienda ha annunciato il ricorso ai provvedimenti di sequestro in quanto in contrasto con il rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale d parte del Governo e ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Taranto e degli stabilimenti sparsi sul territorio nazionale del Gruppo Riva. I lavoratori sono stati messi “in libertà”,  ovvero sono stati disabilitati i badge d’accesso allo stabilimento per gli operai dell’area a freddo; oltre alla assoluta illegalità del provvedimento fa riflettere la terminologia utilizzata dall’azienda, rimettere in libertà qualcuno presuppone che questi fosse precedentemente  in condizione di privazione e coercizione, il che chiarisce la politica aziendale nei  confronti dei lavoratori. La risposta dei lavoratori non si è fatta attendere e dalle 23 di ieri sera sono in presidio permanente dinnanzi alle portinerie “D”, in queste ore è un susseguirsi di assemblee e capannelli, in cui ci si prepara alle mobilitazioni da mettere in campo nel immediato. Lo scenario è quanto mai inquietante, il futuro di migliaia di famiglie è a repentaglio ma è evidente la volontà da parte dei lavoratori di pretendere diritti e dignità, la salute e l’ambiente non sono più sacrificabili in nome del lavoro e del salario. La giornata di oggi segna in punto di non ritorno nella storia recentissima della vicenda Ilva, la sensazione è che da questo momento si fa sul serio,  sarà compito dei movimenti misurarsi  e porsi all’altezza di una sfida che appare tanto ardua quanto inderogabile. Ci sarà da dare vita alle parole d’ordine che negli ultimi mesi hanno attraversato le mobilitazioni di Taranto, Ambiente, Salute, Reddito e Occupazioni non sono più slogan, da oggi vanno conquistati.  Veramente.

Alessandro Terra

L’Alcoa di Portovesme si è fermata. A decretare la fine della produzione di alluminio in Italia con 24 ore di anticipo, lo spegnimento, ieri mattina, delle ultime due celle elettrolitiche. “Alle 6.30 è stata staccata la corrente e tolta la tensione – racconta Marco Perra, operaio impegnato da 25 anni in fabbrica – a quel punto sono stati sollevati gli anodi staccandoli dai catodi». Con la cella 1124 è stata spenta anche la 1126, le ultime”, sottolinea Ignazio Cerniglia, capoturno della squadra che stamane ha concluso il programma di spegnimento. “È da tre mesi che viviamo questa situazione – dice Ignazio con l’amaro in bocca – quello di oggi era un giorno particolare perché abbiamo finito di dare il colpo di grazia allo stabilimento». Speranze per il futuro? «Anche se si è preparati a un probabile riavvio, in cuor mio non vedo speranza”, confessa il capoturno. Con la fermata delle due ultime unità, è finito il ciclo della produzione dell’alluminio iniziato una quarantina d’anni fa quando le Partecipazioni Statali fondarono la fabbrica acquisita poi, intorno al 1996, dalla multinazionale americana Alcoa al termine della privatizzazione dell’allora Alumix. Negli ultimi anni le vicende dell’azienda che ha prodotto alluminio primario nel polo industriale di Portovesme hanno dovuto fare i conti con i costi energetici e una crisi globale senza precedenti. Fino all’annunciato disimpegno di Alcoa che ha portato negli ultimi due anni all’inasprimento delle proteste degli operai, con manifestazioni a Cagliari e Roma e proteste estreme a 60 metri d’altezza sul serbatoio pensile dello stabilimento. “Oggi è stata la prima volta nei miei 23 anni di anzianità in cui ho fatto una riunione con tutto il gruppo dirigente sindacale senza che ci fosse una sola cella in marcia – riferisce Franco Bardi, della segreteria Fiom Cgil del Sulcis, tra i protagonisti dell’ultima protesta a 60 metri – Per me è incredibile, mai avrei pensato di arrivare a questa situazione”. La mobilitazione prosegue comunque a oltranza seppure con qualche cambiamento. Salta, infatti, per questioni di ordine pubblico la protesta prevista per il 6 novembre a Roma. “Non ci è stata concessa la piazza che chiedevamo, Montecitorio – spiega Bardi – e quindi si è deciso di rinviare. Lunedì in assemblea decideremo le prossime mosse”. Intanto, dal ministero dello Sviluppo economico arrivano conferme sull’attenzione del Governo alla filiera dell’alluminio. Il 13 novembre, fa sapere il Mise, in occasione della visita in Sardegna dei ministri Passera e Barca e del sottosegretario De Vincenti, ci sarà “un confronto a tutto campo sui problemi aperti nel Sulcis, compresi, nello specifico, quelli della filiera dell’alluminio, quindi di Eurallumina e Alcoa”. Un modo fetido di continuare a spargere “bromuro” sulla rabbia, mentre non si è fatto e non si fa assolutamente nulla.

Fonte: Contropiano

Quello che era stato presentato 2 anni fa come il progetto Fabbrica Italia supponeva, a detta dell’amministratore delegato Fiat Sergio Marchionne, una crescita dell’azienda con un investimento di 20 miliardi di euro -che avrebbe mantenuto la produzione in Italia e dato lavoro- passando attraverso la deroga e la decostruzione dello Statuto dei lavoratori. Quello che venne definito il ricatto di Marchionne, consisteva nell’eliminazione delle RSU, trasformate in RSA, con la possibilità di eleggere solo rappresentanti sindacali collaborazionisti (firmatari degli accordi) come Cisl, Uil e Ugl, ecludendo così Fiom e sindacati di base dall’attività sindacale dentro le fabbriche, e ancora, la riduzione delle pause, della malattia, ecc. L’alternativa, e qui il ricatto, era chiudere gli stabilimenti. Si passò quindi al referendum -dapprima nello stabilimento di Pomigliano e poi esteso ad altri- vinti con una maggioranza risicata. A distanza di 2 anni la Fiat ritira gli investimenti con la giustificazione che il piano Fabbrica Italia era solo una dichiarazione di intenti, che però è costata cara ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, che come spesso succede sono gli unici a pagare il conto. Eppure, nonostante molti non hanno voluto o saputo vedere, il piano di Marchionne aveva due scopi principali: (1) ridurre il capitale fisso installato per i problemi di sovradimensionamento del capitale fisso nell’industria dell’auto, (2) con lo scopo indiretto di aumentare il profitto dell’azienda Fiat. Questo progetto poteva però avverarsi solo nel caso in cui si sarebbero garantiti dei volumi produttivi molto alti. Lo stesso Marchionne (in linea con molti altri) sosteneva, allora, che la crisi economica sarebbe finita in tempi brevi: i volumi produttivi sarebbero quindi stati possibili per la Fiat, modificando i processi produttivi: riducendo tempi e diritti dei lavoratori. Ma come abbiamo visto, quella ripresa non si è verificata, dimostrando automaticamente che quel modello non tiene. Marchionne ne dà notizia solo adesso mentre i sindacati gialli sembrano ancora non crederci. L’altra parte della medaglia è quindi tutto quello che si è prodotto in seguito all’idea del modello Fabbrica Italia: una compressione sui livelli di sfruttamento. Ci troviamo quindi di fronte, da un lato, la debolezza, l’ipocrisia e la violenza del progetto in questione e dall’altra l’idea di una crisi di cui non si prevede, né percepisce la fine, anzi, che ogni giorno di più sembra accentuare le sue torsioni interne a scapito dei lavoratori e delle lavoratrici. Ma anche se Marchionne è un ottimo padrone e un ottimo amministratore, i tempi per gli affari non li detta lui, ma sempre il mercato. Nella logica finanziaria attuale infatti, l’obiettivo diventa quello di sintonizzarsi in tempi brevi con quello che è l’accumulazione finanziaria. Se i tempi dettano le condizioni, è chiaro che portano anche ad un’obsolescenza rapidissima degli investimenti industriali. Di fronte all’impossibilità di garantire valori finanziari rapidi, bisogna puntare su una strategia diversa e a condizioni diverse e probabilmente un mercato statunitense può garantire l’attuazione di strategie diverse, secondo Marchionne. Diritti compressi e impresa mobile. Verrebbe da dire oltre al danno, la beffa. All’interno del gioco delle carte del padrone Fiat si situano i sindacati gialli che insieme al Pd non hanno certamente voluto leggere tra le righe del diktat di Marchionne; il sindaco Fassino difende quest’ultimo, mentre Monti si pone sempre al di sopra delle parti, ripetendo la solito formula: sarà il mercato, in propria autonomia, a creare le condizioni della crescita. Una bella lavata di mani che conclude con un bel “non è compito del governo”. Eppure non dimentichiamo quando a suo tempo il banchiere Monti aveva difeso a spada tratta il progetto Fabbrica Italia. Oggi le dichiarazioni dell’ad rimbalzano nei vari mezzi di comunicazione e come un fiume in piena, nel suo solito stile arrogante, non le manda a dire e risponde a tutti: all’industriale delle scarpe Della Valle che aveva osato criticarlo, a Cesare Romiti (che come in un film surreale faceva le critiche da sinistra ai sindacati confederali) e a chiunque altro pretende oggi una qualche corrispondenza tra promesse e fatti, come Angeletti e Bonanni che oggi chiedono al super-padrone di mantenere la parola data. Il campione dell’acume resta però il sindaco di Torino Piero Fassino che assicura che la Fiat resterà in Italia e soprattutto a Torino. Per giustificare la mossa – chiara fin dall’inizio per chi ha saputo (e voluto) guardare dietro la coltre delle parole fumose e le promesse non scritte – L’ad Fiat chiama in causa le condizioni generali del mercato, le famose “esternità” in cui tutto può rientrare. Quello su cui è certo è chi paga, sempre chi sta in basso, che deve chinare la testa quando le cose vanno bene, e levarsi dai piedi quando le condizioni mutano.

Fonte: Infoaut

Dopo aver raggiunto un accordo al Ministero dello Sviluppo economico per uno slittamento a novembre dello spegnimento delle celle dell’impianto di Portovesme, Alcoa comunica ai sindacati che, per mancanza di materie prime, la procedura è anticipata al 13 ottobre, come prevedeva il suo programma prima dell’incontro al Mise. Sentendosi presi in giro, due sindacalisti si arrampicano sullo stesso silos dove la settimana scorsa tre operai avevano inscenato la loro protesta. Interviene anche il governo, per richiamare “con fermezza” la multinazionale americana “al rispetto puntuale degli impegni assunti formalmente, durante la riunione che di lunedì al Mise, dai responsabili internazionali del Gruppo. L’esecutivo esige pertanto che lo spegnimento dello smelter avvenga secondo le modalità e con la gradualità stabilite”. In serata Alcoa ha confermato che ieri ha presentato un piano di spegnimento degli impianti più graduale come definito con il Ministero dello sviluppo economico, la Regione e i sindacati lunedì 10 settembre”. “Il piano rivisto include la fine delle attività delle celle – precisa Alcoa nella nota- entro il 1 novembre. Cinquanta celle saranno messe in condizione di ripartire entro il 10 novembre e lo stabilimento sarà interamente fermato entro il 30 novembre”. L’azienda di Portovesme sottolinea che “è fondamentale che il processo di chiusura sia portato avanti ordinatamente e secondo i tempi, coerentemente con la pianificazione rivista, così da mantenere le ‘operations’ sotto controllo e garantire la sicurezza dei dipendenti della comunità locale e dell’ambiente”. “Facciamo appello a tutte le parti coinvolte – conclude la nota – per mantenere gli impegni così come Alcoa ha fatto e continuerà a fare”. “Ci abbiamo messo la faccia con gli operai e adesso Alcoa si è rimangiata tutto”. E’ palpabile, anche al telefono, la rabbia di Franco Bardi e Rino Barca, segretari territoriali della Fiom Cgil e Fim Cisl, che in serata si sono arrampicati per protesta a 70 metri di altezza sullo stesso silos teatro della “resistenza” 1 inscenata la scorsa settimana da tre operai dell’impianto di Portovesme. All’origine della nuova protesta, spiega Bruno Usai della Fiom, operaio Alcoa, il fatto che “l’azienda ha prospettato un’accelerata della fermata dell’impianto. L’accordo era di rinviare lo stop a novembre. Così non è stato, il piano che ci hanno presentato oggi prevede lo spegnimento al 13 ottobre praticamente di tutto. Rimarranno accese 20 celle su 328”. Il segretario nazionale Fim Cisl, Marco Bentivogli, aggiunge che lo spegnimento anticipato è dovuto, secondo Alcoa, alla carenza di materie prime. “Serve – conclude Bentivogli – un segnale chiaro di autorevolezza da parte di chi ha condiviso (Governo, Regione, Provincia) quel verbale con Alcoa, per responsabilizzare l’azienda e per aiutarci a convincere Rino e Franco a scendere e continuare in un clima più sereno la vertenza e la sua soluzione”. La decisione dei due sindacalisti di occupare il serbatoio d’acqua a 70 metri dal suolo, è scaturita al termine di un duro confronto con i vertici di Alcoa, previsto alle 14.30 e poi slittato alle 18 per gli impegni dei sindacalisti a Cagliari, dopo l’incontro tecnico tra Glencore e il governatore Cappellacci. Dal silos tuona Bardi, infuriato: “A Roma hanno detto che avrebbero rallentato lo spegnimento e invece oggi scopriamo che non c’è più allumina, la nostra materia prima, quindi viene mantenuto il programma precedente. Ci sentiamo presi in giro, l’azienda si è rimangiata le promesse. Nonostante la dimostrazione d’interesse da parte di altri imprenditori, oggi abbiamo scoperto che i vertici aziendali vogliono l’impianto fermo, nient’altro che questo. E’ inaccettabile”. “Ora basta”, gli fa eco Barca, “ci stiamo mettendo la faccia noi sindacalisti, è una situazione insostenibile soprattutto perché abbiamo impiegato delle ore a convincere i lavoratori, dopo il vertice di Roma, che si era arrivati a un rallentamento delle procedure di fermata dell’impianto. Abbiamo convinto la gente a lasciare via Molise proprio per l’accordo preso, ma l’azienda anticipa lo spegnimento prendendo in giro regione e governo. Siamo disposti a tutto, adesso basta”. Bardi fa sapere che non c’è alcuna intenzione di scendere dal silos: “Scendiamo solo se l’azienda rispetta gli accordi. E’ una presa per i fondelli. L’azienda non ha le materie prime e lo stabilimento non si può mantenere. Immaginate la serietà di questa azienda”. La protesta dei sindacalisti è resa ancora più impegnativa dal fatto che lo stesso Franco Bardi soffre di vertigini, problema che aveva provocato il suo svenimento mentre si trovava aggrappato ad alcuni metri di altezza sul cancello del ministero dello Sviluppo economico in occasione di uno degli ultimi presidi al Mise. Infatti, Bardi a un certo punto scende a circa metà della torre proprio per scongiurare eventuali malori. Nel frattempo, ai piedi del silos i lavoratori si riorganizzano attorno alla segretaria territoriale della Uilm, Daniela Piras. “Ormai la rivolta è in atto – conferma la sindacalista -, sia a 70 metri che qui sotto. Abbiamo provato con le parole ma non ci siamo riusciti. L’azienda non ha semplicemente rispettato gli accordi firmati da tutti”. Rino e Franco. Entrambi stamattina facevano parte della delegazione sindacale che ha incontrato a Cagliari il presidente della Regione, Ugo Cappellacci, sulle prospettive di vendita dello stabilimento, cui sembrano interessate i gruppi svizzeri Glencore e Klasch e una società italiana di Chieri, nel Torinese. Il governatore Cappellacci ha avviato il confronto tecnico con la Glencore, interessata a subentrare ad Alcoa a condizione che siano affrontate le questioni energia, infrastrutture e processi produttivi. A partire da domani i tecnici dell’azienda svizzera e quelli della Regione saranno nel territorio per effettuare gli approfondimenti, con particolare riguardo alle infrastrutture e alle azioni contenute nel piano Sulcis, approvato dalla Giunta regionale. “La Regione – ha dichiarato Cappellacci – fa la sua parte. Abbiamo chiesto un incontro anche alla Klesch e offriamo la medesima collaborazione agli altri potenziali compratori dello stabilimento di Portovesme”. Nel pomeriggio il governatore ha inviato una lettera al Ministero dello Sviluppo Economico, per chiedere l’apertura di un confronto tecnico analogo a quello aperto stamane a Villa Devoto al fine di affrontare le questioni che richiedono l’assunzione di impegni sul livello politico nazionale. Ma Cappellacci si rivolge più ampiamente allo “Stato”. “Pensi ai lavoratori italiani e la smetta di fare ragionamenti folli sulla politica industriale” ha dichiarato a Sky TG24. “Ora cosa intende fare il ministro Passera, dopo che i sindacalisti  Fiom e Fim sono saliti a 70 metri su un silos per denunciare che Alcoa non rispetta l’ accordo con governo? Aspettare ancora?”: Lo ha scritto su twitter Nichi Vendola, presidente di Sinistra Ecologia Libertà, prima che il Ministero dello Sviluppo economico diffondesse la sua nota. “Sulla vertenza Alcoa il governo deve di nuovo intervenire e deve farlo subito”. Lo chiede Cesare Damiano, capogruppo Pd nella commissione Lavoro di Montecitorio. “Il difficile confronto dei giorni scorsi ha portato a un piccolo passo avanti che abbiamo giudicato insufficiente ma che andava nella giusta direzione di rallentare lo spegnimento delle celle. Se l’azienda si è rimangiata le promesse, come affermano i dirigenti sindacali del territorio che hanno deciso di compiere un forte gesto dimostrativo salendo a 70 metri d’altezza, allora siamo di fronte a una situazione inaccettabile. Alcoa va costretta a tenere l’impianto in funzione per il tempo necessario alla conclusione di una trattativa che abbia l’obiettivo di trovare una nuova proprietà. C’è una manifestazione di interesse da parte di aziende multinazionali che non possono essere scoraggiate o rese impossibili”.

Fonte: La Repubblica

Succede che si crei molta aspettativa attorno a un incontro a Roma tra Comune di Palermo, Regione Siciliana, Ministeri dell’Interno, dello Sviluppo, dell’Economia, della Coesione Territoriale, del Lavoro e inoltre del Dipartimento per la protezione civile della Presidenza del Consiglio. Succede che duecento operai della Gesip decidano di andare a seguire da vicino la discussione che potrebbe concedere una boccata d’aria alla loro situazione più che precaria attraverso l’erogazione di cinque milioni di euro. Succede che le tecnicissime menti eccelse riunite lì dentro non riescano a decretare nulla di meglio che l’istituzione di tavoli tecnici permanenti e il “permesso” per la Regione Sicilia ad agire in deroga al patto di stabilità (imposto solo qualche mese fa) per trovare coi suoi mezzi i fondi necessari a far proseguire per altri due mesi le attività della Gesip. Succede infine che non tutto vada come le menti tecniche pensavano di poter prevedere e che i 1800 lavoratori Gesip non si lascino abbindolare dall’ennesimo scaricabarile tra le istituzioni e decretino altro: “Finché non ci verrà garantito il lavoro che ci spetta e che tiene in piedi questa città, questa stessa città non avrà pace”. Quello appena descritto non è frutto di una fervida immaginazione, è semplicemente il quadro in cui vive Palermo in queste ultime ore: un’amministrazione impegnata nella negoziazione diretta con il governo centrale affinché non debba, a pochi mesi dall’insediamento, dover fronteggiare l’esplosione del malcontento sociale che era riuscita a cavalcare per le elezioni di maggio; il governo Monti impegnato da una parte a battere la strade del rigore e dall’altra a cercare il capro espiatorio da dare in pasto all’opinione pubblica; la Regione Siciliana, al centro dell’attenzione per le elezioni che si avvicinano, col compito di trovare i cinque milioni; la stampa progressista locale appiattita su posizioni perbeniste di denuncia del “mal costume” e dei “cattivi comportamenti” di alcuni di quelli che le narrazioni dei giorni scorso hanno dipinto come lavoratori privilegiati e che adesso vengono tratteggiati a metà tra bifolchi e vandali; e gli operai: gli unici, come sempre del resto, a cui si tenta di far pagare le colpe che gli si vuole appioppare. Ecco quindi la loro rabbia trasformata in pratica concreta: una manif sauvage che attraversa tutta la città e si rende imprevedibile. Un corteo che si divide in due tronconi per paralizzare il più possibile la metropoli. Una scia fatta di barricate improvvisate e cassonetti rovesciati che per ore restano al centro delle strade più trafficate. Polizia e carabinieri che cercano a più riprese, ma sempre senza successo, di arginare il fiume in piena composto da quasi cinquecento lavoratori e che si lancino in inseguimenti spericolati per i percorsi e le strade a loro meno agevoli. Operai che portano a passeggio la testa mozzata di un manichino a rappresentare Monti e il loro attestato di stima verso il capo del governo, striscioni e manifesti elettorali di tutti i partiti divelti e strappati lungo l’immenso percorso del corteo. Insomma ecco il risultato tangibile di quanto decretato dagli operai in risposta ai giochi di palazzo che si stanno svolgendo sulle loro teste: “fatevi pure i vostri calcoli, provate pure a giocare con le nostre vite e con la nostra città…noi ci facciamo i nostri e agiamo di conseguenza”.

Fonte: Infoaut