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Assemblea pubblica sabato 4 marzo ore 11.30 allo Spazio Comune Autogestito TNT di Jesi (AN)

L’impossibilità di entrare regolarmente e muoversi liberamente in Europa costringe migliaia di uomini e donne che scappano da guerre, ingiustizie e povertà a rischiare la vita in mare o lungo i confini europei. Il 2016 è stato un anno contraddistinto da un peggioramento delle politiche europee in materia di diritti fondamentali, un anno nel quale si è sostanziata una vera e propria guerra ai migranti con oltre 5mila persone che hanno perso la vita cercando di raggiungere i paesi del vecchio continente e con una serie di dispositivi, come l’accordo Ue-Turchia, messi in atto per arginare o bloccare le migrazioni.

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Anche se non sono cambiate le ragioni e le motivazioni che spingono i migranti a lasciare le loro case, ciò che risulta oggi concretamente trasformato è l’apparato legislativo di riferimento, inquinato da accordi bilaterali come quello con la Libia e composto di norme vessatorie e di chiara connotazione securitaria.
Per “salvare” Schengen, ovvero la libera circolazione delle merci e dei cittadini europei, e per raccogliere il consenso dei populismi, tutti i Paesi membri dell’Unione hanno deciso di costruire muri materiali o immateriali per limitare l’accesso dei migranti nei propri territori e di orientare in modo repressivo le proprie politiche nazionali. L’Italia e la Grecia sono diventati due paesi a stanzialità forzata, in attesa che si compia il processo di esternalizzazione delle frontiere verso sud.
L’unica “apertura” dei confini attraverso il meccanismo della relocation, legata a due sole nazionalità, quella siriana ed eritrea, è miseramente fallito. Perfino il cosiddetto approccio hotspot – il quale prevede l’identificazione forzata nel primo paese europeo di approdo – e la strumentale selezione tra “migrante economico” e “profugo di guerra” non sono stati sufficienti a limitare le migrazioni e il movimento autodeterminato verso nord dei migranti, e ora tutta l’attenzione dell’agenda europea è rappresentata dal binomio blocco/espulsione.
Il risultato di ciò sia a livello europeo che italiano è un sistema di gestione delle migrazioni complesso e difficile da approcciare nella sua totalità, che si caratterizza come un laboratorio in costante mutamento, dove l’attuale fase è essenzialmente di criminalizzazione dei e delle migranti e di una generale contrazione del diritto d’asilo.
L’Italia assunto questo paradigma sta svolgendo a pieno regime il ruolo riservatole dalla governance europea: da una parte la volontà di bloccare le partenze dai paesi nordafricani fa sottoscrivere infami accordi come quello con la Libia, mentre dall’altra il piano Minniti vuole dare l’avvio alla costruzione di nuovi CIE – i Cpr (Centri permanenti per il rimpatrio) – funzionali ad intraprendere una stagione di deportazioni. Allo stesso tempo, in tutto il Paese, si assiste ad un aumento spietato dei dinieghi delle Commissioni territoriali alle richieste di protezione internazionale ed a crescenti difficoltà nella tutela giudiziaria; l’inadeguatezza degli standard minimi delle strutture di accoglienza – dove sono del tutto assenti progetti di inclusione sociale ma ben presenti lauti profitti e scandali giudiziari – è talmente evidente da non suscitare più scalpore e la revoca dell’accoglienza viene usata come una ritorsione nei confronti dei richiedenti asilo che osano protestare per l’assenza di servizi o contro la privazione delle loro libertà.

Tutti questi sono, a intensità differenti, ingranaggi di un meccanismo terribilmente efficiente nella produzione di uomini e donne senza diritti costretti a vivere sotto ricatto in una condizione di irregolarità ed emarginazione sociale.

Ora più che mai, dopo il nuovo decreto di Gentiloni & Minniti, sentiamo l’urgenza di sincronizzare azioni che possano boicottare sia il nuovo atto di guerra ai migranti, sia la fabbrica europea che produce “clandestinità” e povertà.
L’unica via legittima e ragionevole per dare una risposta ai tanti migranti costretti all’irregolarità da questo sistema, è l’immediata attivazione di una forma di protezione che disinneschi questo meccanismo di emergenza permanente, che restituisca una reale possibilità di essere liberi e libere di scegliere il proprio futuro e di muoversi ovunque in base alle proprie necessità.
Sentiamo improrogabile la costruzione di un appuntamento assembleare di confronto per costruire una campagna politica che cammini al fianco dei migranti e provi ad aprire una stagione dei diritti da contrapporre al plotone d’esecuzione della coppia Gentiloni-Minniti.
E’ nostra intenzione allargare l’invito a tutte le realtà sociali e a tutte le esperienze solidali incontrate in tutti questi mesi, fin da quando overthefortress ha mosso i suoi primi passi sulla Balkan route, ancora oggi ora uno spazio nel quale si contrappone una forte solidarietà alle politiche violente di controllo, fino all’ultima carovana che ha attraversato il sud Italia, lungo la rotta del Mediterraneo centrale.
Di fronte, inoltre, abbiamo degli appuntamenti come il 25 marzo, con le celebrazioni per il 60° anniversario dei Trattati di Roma costitutivi della Comunità Europea, e il G7 di Taormina dove il tema delle migrazioni sarà al centro del dibattito e dove, crediamo, si possano aprire delle possibilità di mobilitazione.
Proponiamo di affrontare insieme la costruzione e l’organizzazione di una campagna contro il piano Minniti e la partecipazione a queste giornate incontrandoci sabato 4 marzo alle 11.30 allo Spazio Comune Autogestito TNT di Jesi (AN).

Campagna overthefortress

Info: overthefortress@meltingpot.org

Per info e ospitalità: 3347997546 (Stefania) – 3398102187 (Valentina)

http://www.meltingpot.org/

Cattura

Questa é la Siria, e questo é il fronte di guerra contro l’Isis.

Questa é la rivoluzione del Rojava, mentre dall’altro lato di queste trincee c’é lo stato islamico con i suoi orrori; e oltre le colline, in fondo, c’é la città di Raqqa.

Noi siamo le Forze Siriane Democratiche, le Ypg e le Ypj: le unità di protezione popolare e le unità di protezione delle donne. Il nostro esercito conta più di centomila combattenti: donne e uomini; curdi, arabi, armeni, assiri, circassi, turcomanni, internazionali. Dopo la vittoria di Kobane, queste forze hanno inflitto all’Isis sconfitte su sconfitte; e il 25 maggio abbiamo lanciato l’offensiva su Raqqa, per circondarla e tagliare ogni comunicazione tra l’Isis e il mondo esterno.

Su questo fronte, nella città di Menbij, che abbiamo liberato, nella regione di Sheeba, abbiamo patito centinaia di morti, migliaia di feriti; ma stiamo vincendo; e il nemico più temibile che ci troviamo ad affrontare adesso non é quello che abbiamo di fronte, ma quello che ci sta pugnalando alle spalle. Sono le potenze regionali e internazionali che a parole dicono di volere la libertà in Siria, ma nei fatti stanno cercando di strangolare la nostra resistenza e la nostra rivoluzione.

Da oltre sei mesi, infatti, siamo vittima di un embargo totale, economico, sanitarioş diplomatico, ad opera della Turchia e del Pdk, un partito la cui milizia controlla il confine internazionale dell’Iraq. Per questo ci troviamo sempre più spesso a combattere senza cibo ne’ acqua, senza neanche i medicinali per curare i feriti; e la popolazione del Rojava é allo stremo, assetata, sempre più spesso senza elettricità. Il Pdk impedisce anche ai giornalisti di entrare, cosi’ che nessuno sa veramente che cosa sta accadendo qui.

E adesso che la Turchia ha invaso il Rojava e la Siria, occupando Jarablus e compiendo un massacro a nord di Menbij; ora che l’artiglieria turca fa fuoco su tutto il Rojava, da Afrin a Tel Abyad, da Derbesiye ad Amude fino a Derik, arrivando a minacciare anche Kobane; adesso che l’embargo si é trasformato in attacco; tanto più ora c’é bisogno che le persone possano venire qui, per denunciare che lo stato islamico, a Jarablus, non ha sparato un colpo contro l’esercito turco, perche’ si é trattato di uno scambio di territori; che l’esercito turco ha varcato i confini della Siria esclusivamente per attaccare noi, le Forze Siriane Democratiche, e il modello politico di autogoverno popolare che difendiamo – che terrorizza il sultano Erdogan perché si sta diffondendo anche entro i suoi confini.

A denunciare che se si chiede a qualsiasi siriano che cos’é questo fantomatico “Esercito Libero Siriano” di cui tutti i media occidentali parlano, qui si mettono tutti a ridere: perché se qualcosa del genere é mai esistito, sono anni che non esiste più; e le milizie che si sono installate a Jarablus grazie all’appoggio della Turchia e di tutto l’Occidente hanno nomi e cognomi. Si chiamano Ahrar al-Sham, Jabat al-Nusra-Fatah al-Sham (Al Qaeda), Liwa Sultan Murad: bande di fanatici tagliagole in tutto e per tutto identiche all’Isis, che sono pronte già domani ad aiutare l’Isis a colpire nuovamente in Europa.

Per questo io, combattente italiano delle Ypg, mi rivolgo e tutte e tutti voi che ascoltate dall’Italia, e vi chiedo di alzare un grido per la libertà di Jarablus e per la difesa di Menbij, allo stesso modo in cui quel grido si é alzato in tutto il mondo due anni fa per la difesa di Kobane – ve la ricordate Kobane? Quello che a Kobane é stato conquistato due anni fa, bisogna difenderlo ora. Io mi rendo conto che i nomi di queste città possono sembrarvi lontani, ma credetemi: quel che accade qui, in questo mondo globale, puo’ trasformarsi nei nostri lutti già domani, in Europa, e allora piangere non servirà, purtroppo: bisogna che tuttİ ci prendiamo le nostre responsabilità già adesso.

Per la stessa ragione io mi rivolgo a lei, presidente del consiglio dei ministri del governo italiano, Matteo Renzi: cinguettare su Twitter quando il sultano Erdogan insulta il nostro paese non basta. Si prenda le sue responsabilità: interrompa – adesso! – ogni relazione commerciale, militare e diplomatica con lo stato turco; e dimostri cosi’ se davvero lei sta dalla parte di chi combatte i nemici dell’umanità, o se piuttosto siede a tutela di un altro genere di interessi.

In secondo luogo, mi rivolgo a lei, Federica Mogherini, alto commissario dell’Unione Europea per gli affari esteri. Sotto il suo mandato i rapporti dell’Unione Europea con la Turchia sono diventati sempre più imbarazzanti, al punto che si vogliono regalare miliardi di Euro al sultano Erdogan: proprio quello che fa massacrare i civili curdi entro i suoi confini, che fa arrestare migliaia di oppositori, che da anni appoggia tutti i gruppi più reazionari che agiscono in Siria – compreso l’Isis. Voi, lei, fingete di non sapere tutte queste cose, perche’ la Turchia é un partner strategico per l’Unione Europea, sotto il profilo militare, commerciale, ed anche della vostra cinica gestione dell’immigrazione. Allora dovete dire anche voi, deve dire anche lei da che parte sta: se dalla parte di chi combatte l’Isis, o di chi lo usa.

In terzo luogo voglio rivolgermi anche a lei, Staffan de Mistura, anche lei italiano, Inviato Speciale delle Nazioni Unite in Siria. Lei ha escluso le Forze Siriane Democratiche da qualsiasi negoziato di pace riguardante la Siria, nonostante questo sia il più grande esercito popolare e rivoluzionario di tutto il paese, e nonostante il Congresso Siriano Democratico, che lo rappresenta, sia l,unica realtà in grado di assicurare alla Siria un futuro confederale, basato sulla pace e sulla convivenza tra i popoli. Lei pero’ ci ha esclusi dai negoziati di pace perche’ glielo ha chiesto, ancora una volta, il nostro nemico, il sultano Erdogan; ma allora metta la faccia di fronte al mondo, de Mistura, e risponda a una domanda: é più importante la vostra amicizia con il sultano, o é più importante la pace in un paese martoriato e distrutto?

Peccato che ci siano buone ragioni per credere che lei non sappia rispondere a questa domanda, se é vero che lei, a Ginevra, ha accolto a braccia aperte persino i criminali del Fronte Islamico, che lei chiama “opposizione siriana”, ma che sono in realtà un’accozzaglia di fanatici che vogliono imporre uno stato islamico su tutta la Siria, esattamente come l’Isis, responsabili del massacro di centinaia di cristiani, di armeni, di assiri, di curdi nel nord di Aleppo. Ciononostante lei stringe le loro mani, perche’ sa che dietro il Fronte Islamico c’é un’altra delle vostre amicizie impresentabili: l’Arabia Saudita. L’Arabia Saudita, pero’, é uno stato islamico a sua volta, che decapita le persone negli stadi, che promuove la lapidazione delle donne, dal cui interno provengono i più ingenti finanziamenti occulti all’Isis di tutto il medio oriente; e nonostante questo lei, de Mistura, a Ginevra ogni volta si inchina all’Arabia Saudita, e sa perché? Perché l’Arabia Saudita possiede il petrolio. Allora dica anche lei, chiaramente, da che parte sta: se dalla parte della pace, o della tutela di un altro genere di interessi.

Ditelo tutti e tre, alle popolazioni che governate, quello che state facendo; ma badate, e soprattutto lo sappiano le italiane e gli italiani: tutte le armi che il governo italiano sta vendendo all’Arabia Saudita, tutti i soldi che l’Unione Europea sta regalando al governo turco si trasformano nei proiettili che ci uccidono su questo fronte; si trasformano nelle mine che fanno a pezzi i nostri compagni; si trasformano negli esplosivi che spezzano tante vite civili tanto in medio oriente, quanto in Europa.

Voi dite di proteggere le popolazioni che governate, ma siete soltanto attori di uno spettacolo; uno spettacolo macabro, in cui pero’ le vittime sono reali; e le vittime siamo noi, la gente comune – tanto in Europa quanto in Siria.

E a questo proposito: tu, Matteo Salvini, che in questo spettacolo perdi continue occasioni per stare zitto; che ad aogni nuovo attentato ti cali come un avvoltoio sui cadaveri ancora caldi delle vittime per imbastire la tua propaganda da quattro soldi, per cercare di mettere le persone le une contro le altre, per additare come colpevoli dei poveracci che non c’entrano niente; tu agisci soltanto per il tuo interesse personale, per la tua sete di potere, per la tua sete di carriera. Non avevi forse detto che eri pronto a venire a combattere l’Isis in prima persona, in Siria? Io qui in Siria ti ho cercato, Salvini, ma non ti ho trovato. In compenso ho trovato migliaia di ragazzi arabi, curdi, iraniani, turchi, che combattono con noi volontari internazionali l’Isis spalla a spalla, che con noi rischiano di morire; che muoiono, che perdono le gambe, le braccia, gli occhi, anche per proteggere gente come te; per proteggere le loro famiglie e i loro cari, ma anche per proteggere le nostre famiglie, i nostri cari.

Care italiane, cari italiani, credetemi: sono questi gli unici amici che abbiamo: sono le ragazze di Kobane, che hanno difeso la loro città dall’Isis armi in pugno; sono i ragazzi di Raqqa, che vogliono tornare nella loro città, per liberarla. Sono le persone che costruiscono, qui in Rojava, la rivoluzione delle donne, la rivoluzione delle comuni; quella che dovremmo fare anche noi, in Europa.

Per questo vi chiediamo di supportare le Forze Siriane Democratiche, le Ypg e le Ypj: andate su Internet, informatevi; mobilitatevi contro l’embargo che ci colpisce, mettetevi in viaggio. Qui c’é bisogno di medici, di volontari, di cibo, di medicinali. Qui c’é bisogno di un’informazione libera. Qui come altrove non c’é bisogno di invasioni militari. Il medio oriente ne ha viste già troppe. Qui c’é bisogno di supportare una rivoluzione in armi: la rivoluzione del Rojava. I liberatori non esistono: sono i i popoli che si liberano da sé; e questo il Rojava lo sta dimostrando.

Infine, vogliamo mandare da questo fronte un saluto in memoria di Valeria Solesin, caduta negli attacchi di Parigi dello scorso novembre, e a tutte le vittime degli attentati dell’Isis a Parigi, a Bruxelles, a Nizza, a Orlando, a Baghdad, a Beirut, ad Ankara, a Suruc, a Qamishlo e in tutte le città della Siria e del mondo che hanno patito o patiscono la violenza dell’Isis. Noi non le dimentichiamo, come non dimentichiamo tutti le combattenti e i combattenti caduti per la libertà del Kurdistan, della Siria, del medio oriente, per la libertà dell’Europa e del mondo.

Hevalen, Serkeftin!

Hasta la victoria siempre!

Un combattente italiano delle Ypg

IL VIDEO APPELLO

NEWS_176391 GLOBAL PROJECT – Un migrante irregolare per la Turchia per ogni migrante regolare all’Europa. Un Paese pagato per lo “smaltimento” dei profughi verso l’inferno della guerra e delle persecuzioni, ricompensato per il lavoro sporco dei respingimenti illegali con i quali si vorrebbero chiudere gli accessi allo spazio europeo. Una mercato di essere umani che ha il valore di 6 miliardi. E’ questo il cuore della vergogna trascritta nell’accordo Ue – Turchia del 18 marzo del 2016.
Il 4 aprile è cominciata la deportazione. Teste basse, corpi ossuti, avvolti in giacche di larga taglia. Corpi (co)stretti tra uomini in divisa, maschere sui volti e sigillo frontex sul braccio. Sullo sfondo la bandiera europea
Da gennaio 100 uomini, donne e bambini ogni giorno vengono respinti da una guerra civile ad un’altra guerra civile. Dalla Turchia alla Siria.
In attesa, 200.000 persone affollano i 20 km del confine turco. Terra di nessuno tra diversi Stati. Terra di nessuno della stessa guerra.
La Turchia è un paese sicuro. Per gli jihadisti e per il loro commercio illegale di petrolio, di armi, di esseri umani e di opere d’arte. Un paese sicuro. Sicuro di essere il canale europeo delle espulsioni di massa. Sicuro di essere valutato degno di entrare in Europa, entro la fine di giugno. Isis ringrazia.
La paura è l’architrave su cui si regge la costituzione materiale dell’Unione Europea.
La paura, anche detta crisi, narrata come perdita del futuro, chiamata precarietà e vissuta come impoverimento. A suo nome. A sua giustificazione, il corpo del migrante è esposto al pubblico ludibrio: capro espiatorio. Nel frattempo gli stregoni della xenofobia, del razzismo e del neo-fascismo mettevano a riparo se stessi e i loro profitti. Panama papers, altro che orgoglio nazionale!
All’alzare dei muri, al tendere del filo spinato, agli incedere degli egoismi nazionali, alla narrazione dello scontro di civiltà, ha risposto un’umanità in marcia. L’abbiamo vista lungo la balkan route; in continuo movimento, mentre muoveva l’Europa. L’abbiamo vista nella jungla di Calais, conosciuta e amata nel campo di Idomeni, costretta tra divise e grate nei campi governativi gentilmente concessi dal Governo Syriza.
I migranti assiepati lungo il confine greco-macedone ci hanno detto che chiusa una rotta se ne apre un’altra; entrando in Albania, attraversando l’Italia, passando per l’Austria fino alla Germania.
“Vienna la rossa” il 2 aprile ha chiuso le sue frontiere. Disdetto Schengen. Sospeso l’Europa. Il 3 aprile il confine italo-austriaco è valicato lo stesso. In centinaia. Cittadini europei pronti a dire ben venuta a tutta quell’umanità in fuga dalle nostre guerre. A casa nostra, perché la loro gliel’abbiamo bombardata.
Da Idomeni al Brennero una nuova sfida si aggira nella Fortezza Europea: per delegittimarne dal basso i confini, interni ed esterni, e quegli istituti della governance neoliberale responsabili delle politiche che generano la crisi ed il bisogno di milioni di persone di lasciare la propria terra.
Se i governi europei usano solo parole davanti alla macelleria in atto nel Kurdistan turco, se restano indifferenti per il sostegno della famiglia Erdogan all’Isis, se versano lacrime di coccodrillo per gli europei caduti negli attentati di Parigi e Bruxelles, se tollerano che il PKK sia ancora nelle liste del terrorismo mondiale, se in nome della paura si rende il corpo umano merce di scambio tra Stati, se il neo-sultano può chiedere l’ingresso in Europa mentre denigra le donne, manganella il dissenso e censura la stampa, infine, se davanti a tutto questo non vi è nessuna rottura diplomatica dei rapporti tra Italia e Turchia, è il tempo che questa rottura venga agita dal basso. E’ il tempo di non tollerare più l’intollerabile.

Questo non è un appello da firmare. Un promotore a cui accodarsi. Un’area a cui aderire.

Questo è un appello all’azione.

Il Primo Maggio, a Roma, davanti all’Ambasciata Turca.

Agire nella Crisi

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Il 17 aprile 2016 è la data stabilita per la consultazione referendaria sulla norma del decreto Sblocca-Italia che riguarda la proroga dei titoli rilasciati per le trivellazioni in mare ‘per la durata di vita utile del giacimento’. Lo scopo più evidente di questa norma è quello di fare un favore ai concessionari di pozzi petroliferi a mare, prorogando le concessioni in essere all’infinito in modo che, anzichè estinguersi alla scadenza, possano rimanere aperte finchè ci saranno idrocarburi. L’effetto sarà quello di dare ai concessionari piena facoltà di gestire, nel modo per loro più conveniente, il giacimento, fermando o riattivandone lo sfruttamento in base all’oscillazione del prezzo del greggio. Così si prolungheranno le minacce agli ambienti marini e si peggiorerà la già grave situazione ambientale del nostro Paese.
L’appello, prima al Governo poi al Capo dello Stato, perché si decidesse per un election day che accorpasse in un’unica data il referendum popolare sulle trivelle e le elezioni amministrative, è rimasto inascoltato con le evidenti intenzioni di far passare sotto tono la discussione sulle politiche ambientali e di puntare al mancato raggiungimento del quorum necessario.
Siamo convinti che il futuro dell’energia debba passare dalle rinnovabili e chiediamo una nuova strategia energetica coerente con uno sviluppo sostenibile. Questa è un’occasione per ribadire che anche senza una politica stategica sull’energia nel nostro Paese vogliamo poter decidere un futuro energetico nel rispetto dei territori.
Invitiamo, quindi, tutti alla firma del referendum e alla partecipazione alla campagna contro le trivelle.
Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito

io-non-ci-sto-2 Salerno 24 Febbraio 2016
Rapina per far mangiare i figli !
Disoccupati che si danno fuoco, lavoratori monoreddito fanno rapine per mantenere la propria famiglia. Sfrattati, genitori con figli disabili, anziani soli che si suicidano !
Sono queste le  drammatiche vicende umane che scandiscono il quotidiano di una umanità disperata che sempre più spesso esprime disagio. I comportamenti autolesionisti e autodistruttivi rappresentano una manifestazione d’impotenza e d’imbarbarimento nei rapporti sociali.
Su queste problematiche e allo stimolo per un serio dibattito tra le realtà politiche, culturali e sociali operanti nella nostra città che va considerata l’adesione all’appello dell’Associazione Culturale Andrea Proto lanciato sul nostro sito e rivolto soprattutto alle forze politiche che concorreranno alle prossime elezioni amministrative.

FIRMA QUI:

Firma la petizione online “Io non ci sto!”

12417660_10208783645658626_6769510356280202030_n Un appello molto importante che ci sentiamo di rivolgere in primo luogo a tutte quelle persone che erano con noi a Genova e sono state al nostro fianco, nelle tante battaglie dal G8 del 2001 a oggi.
Maroni ha vinto sul piano giudiziario: bisogna raccogliere in 90 giorni all’incirca 11.000 euro. Non diamogliela vinta sul piano politico.
Fate una piccola donazione a questa campagna di crowdfounding, per difendere la libertà di espressione, per sconfiggere la repressione:http://linkpdb.me/9475

“Quando i cortei e le manifestazioni finiscono, quando tutti e tutte pensano di tornare alla vita cosiddetta normale, rimangono i processi e le condanne per alcuni dei protagonisti di quelle lotte. Non bisogna lasciare indietro nessuno, abbiamo fatto tante battaglie insieme ed è giusto ora che insieme affrontiamo anche questi strascichi giudiziari. Il campeggio noglobal di Sant’Angelo a Scala è stato un momento importante per tanti giovani che si sono ritrovati poche settimane dopo Genova a parlare e discutere insieme di quello che era successo, di come ritrovare la forza e il coraggio di andare avanti dopo le violenze e i pestaggi subiti. Caro ex-ministro Maroni, non ci crederà ma quei ragazzi – che hanno manifestato contro la guerra, contro i potenti del mondo, contro il razzismo – non solo sono giovani come gli altri. Ma sono anche – a mio modesto parere – la meglio gioventù”.  Don Vitaliano Della Sala

Correva l’anno 2003. L’allora ministro del Welfare Maroni decide unilateralmente di ritirare il finanziamento per il primo campeggio noglobal di S.Angelo a Scala, svoltosi due anni prima nella comunità di Don Vitaliano, perchè la fanzine autoprodotta e distribuita durante l’incontro non era di suo gradimento: si potevano finanziare attraverso il bando europeo GIOVENTU i festini degli amici del Trota, le consulenze clientelari, le sagre padane, non certo incontri e iniziative di aggregazione giovanile dichiaratamente antirazziste e antifasciste che per di più denunciavano le violenze e i pestaggi durante il G8 di Genova.
L’uso privatistico e clientelare del potere da parte del pregiudicato Maroni sono a tutti ben note:

ai tempi del Viminale:

ma anche più recentemente alla Regione Lombardia:

Le iniziative e i fondi europei vanno gestiti secondo Maroni, fino all’ultimo centesimo, secondo criteri politico-clientelari. I finanziamenti per i giovani vanno indirizzati esclusivamente ai “suoi” amici giovani. E se un progetto ha già superato la selezione, non c’è nessun problema: lo revochiamo immediatamente.
Questo articolo dell’epoca di Repubblica sintetizza la vicenda:  http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2003/02/22/il-ministero-intima-caruso-restituisci-fondi-europei.html?ref=search
Dopo ricorsi e controricorsi, a distanza di quasi 15 anni da quel campeggio, il ministro Maroni l’ha avuta vinta e ai 6000 euro bisogna ora aggiungere oltre 5000 euro di interessi e spese legali.
Eravamo in tanti quei giorni per le strade di Napoli, di Genova, al campeggio noglobal: cerchiamo ora di non lasciarli soli.

alt INFOAUT – La notte del 29 dicembre 2015 intorno alle ore 21.00 Ciro Lo Muscio viene investito e ucciso da un auto civetta della Polizia senza sirena e senza simboli che sembra viaggiasse a forte velocità lungo corso Grosseto a Torino, all’altezza del civico 58.
Ciro è un uomo di 39 anni ed è appena sceso dall autobus 2 che viaggiava in direzione Don Bosco.
Quello che ad oggi sappiamo è questo:

– 29 dicembre 2015 alle ore 21 circa, Ciro è sull’autobus 2 in direzione Don Bosco. Cinquanta metri prima dell’incrocio con via Ala di Stura scende alla fermata ed attraversa la strada.
– Corso Grosseto è una strada andata/ritorno composta da viale centrale di tre corsie (la prima preferenziale per i mezzi di trasporto pubblico) e controviale con una corsia ed auto parcheggiate. Il fatto è accaduto tutto nelle tre corsie del viale.
– Si sa che l’auto è un’utilitaria fiat punto “civetta” delle FF.OO., che non era una pattuglia di zone e che non ci sono segni di frenata lungo il tragitto prima dell’impatto. La pattuglia non stava rispondendo a chiamate di emergenza e non era impegnata in quel momento in nessuna operazione.
– Sappiamo che alcuni condomini dei palazzi intorno hanno da subito circondato la vettura che stava a circa 80 metri dal punto d’impatto e che fino all’arrivo della polizia stradale nessuno degli occupanti del mezzo è sceso.
– infine si sa che la vittima è rimasta sola parecchi minuti prima dei soccorsi, all’arrivo della polizia stradale i due occupanti della punto sono stati portati via dalle pantere; a nessun parente è stato concesso di vedere la salma fino al giorno 4 sera presso la camera ardente e lo stesso giorno hanno concesso il nulla osta all’ossequie ed il 5 è stata fatta sepoltura.
L Ass ACAD e i Familiari di Ciro chiedono a CHIUNQUE SIA STATO TESTIMONE dell INCIDENTE (anche non per fini giudiziari ma anche solo informativi) di mettersi in contatto con Noi scrivendo alla mail veritaperciro@gmail.comQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. specificando nel titolo “per Ciro Lo Muscio”.
I Familiari di Ciro – ACAD Ass. Contro Gli Abusi in Divisa
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notav_bannerAppello per una solidarietà ovunque
La lotta al treno veloce in Val Susa ha messo chi governa di fronte ad un problema molto più grosso della mera realizzazione dell’opera: la partita in gioco è di ben altra portata.
Chi ha deciso di lottare, con ostinazione e con la capacità di dotarsi degli strumenti necessari, ha stravolto i piani di chi voleva costruire quella linea ferroviaria. In discussione c’è la capacità dello Stato di controllare un pezzo di territorio e una popolazione ostile a una decisione calata dall’alto, che minaccia valli,  montagne  e le vite di chi le abita.
Per far sì che ritorni l’ordine, con la gente contraria chiusa in casa e i lavori al cantiere indisturbati, chi amministra e gestisce si è dotato nel tempo di svariati dispositivi per meglio  punire, controllare e prevenire. Così, mentre la Valle viene militarizzata, in Tribunale si accumulano fascicoli a carico dei “facinorosi No Tav” e i Pubblici Ministeri studiano nuove strategie per sfiancare chi lotta: dalle ingenti pene pecuniarie alle condanne penali esemplari.
La mossa indiscutibilmente più audace è stata l’accusa di terrorismo contro Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò e successivamente contro Francesco, Graziano e Lucio per un sabotaggio al cantiere di Chiomonte nella notte del 13 Maggio 2013.
Questo paradigma accusatorio, già rigettato in Corte di Cassazione e nel primo grado di giudizio, verrà probabilmente riproposto nel processo d’appello a carico dei primi quattro che riprenderà il 30 novembre. A sostenerne la validità, dopo Rinaudo e Padalino, scenderà in campo il Procuratore Generale Marcello Maddalena, ormai sull’orlo della pensione.
L’accusa si basa principalmente su un articolo del codice penale, il 270 sexies che proclama, tra le altre cose, che è terroristica l’azione che intende costringere fattivamente “i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto”.
Non c’è bisogno di essere dei giuristi per capire le implicazioni di un simile articolo di legge : ogni lotta che scelga di oltrepassare i recinti del dissenso consentito e di intralciare praticamente un progetto di Stato e gli interessi particolari di cui si compone, si espone ora non solo a scudi, manganelli, ruspe e denunce ordinarie, ma anche alla minaccia di queste norme anti-terrorismo.
Per questo motivo la logica accusatoria alla base dei processi per “terrorismo” non minaccia unicamente  la libertà dei sette inquisiti e dell’intera lotta No Tav, ma quella di tutti coloro che non hanno intenzione di rinunciare a lottare, in Valle come altrove.
Come reagire? Di certo non tornandosene tutti a casa in buon ordine. Come le reti si possono tagliare, gli scudi rompere, i mezzi sabotare, anche il dispositivo del “terrorismo” non è inattaccabile.
L’enorme solidarietà che si è diffusa all’indomani degli arresti ce lo ricorda. Non è stato una semplice reazione in difesa di sette compagni, ma un’energica spinta propositiva talvolta in grado di non perdere la volontà di mettere i bastoni tra le ruote ai responsabili dell’opera, ognuno con i propri mezzi.
I lavori al cantiere hanno continuato ad essere disturbati, i macchinari delle ditte sono spesso stati sabotati, i principali finanziatori e sostenitori della Torino-Lione, come il PD e le agenzie dell’Intesa – San Paolo, sono stati in vario modo attaccati, così come l’alta velocità in tante sue arterie ha subito blocchi ed intoppi, mostrandoci, una volta di più, la capillarità delle infrastrutture e la loro vulnerabilità.
Il processo di appello ricomincerà il 30 novembre e non durerà che qualche settimana.
In questo periodo, torniamo a discutere e organizzare la solidarietà a Chiara, Mattia, Claudio, Niccolò, e a Graziano, Francesco, Lucio, in valle come in città. Diamo vita a iniziative, benefit, azioni di informazione e di disturbo, ognuno secondo le proprie possibilità, ognuno dove abita e lotta.

Compagni e solidali degli imputati
da informa-azione

No alle manovre militari Nato. Sabato manifestazione nazionale a NapoliCONTROPIANO.ORG – Si comincia domani, sabato 24 ottobre a Napoli (ore 14.30 a Piazza del Gesù) con una manifestazione nazionale e poi ci si mobiliterà a Marsala in Sicilia e a Capo Teulada in Sardegna. Sale dunque la protesta popolare contro le manovre Trident Juncture 2015 della Nato.
Dal 3 ottobre fino al 6 novembre si svolgerà in Italia, Spagna e Portogallo la «Trident Juncture 2015» (TJ15), definita dallo U.S. Army Europe «la più grande esercitazione Nato dalla caduta del Muro di Berlino». Con 36 mila uomini, oltre 60 navi e 200 aerei da guerra di 33 paesi (28 Nato più 5 alleati), questa esercitazione servirà a testare la forza di rapido intervento  – Nato Response Force (NRF) – (circa 40mila effettivi) e soprattutto il suo corpo d’élite (5mila effettivi), la Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), enfaticamente soprannominata “Spearhead” (punta di lancia), in grado di essere schierata in meno di 48 ore per rispondere “alle sfide alla sicurezza sui nostri fianchi meridionale e orientale”.  In altre parole ad intervenire rapidamente, portando la “guerra preventiva”,  ovunque si ritengono minacciati gli interessi occidentali estendendo, quindi, l’azione della Nato ad ogni angolo del mondo. L’esercitazione Trident Juncture 2015 sarà guidata dal Jfc Naples, comando Nato (con quartier generale a Lago Patria, Napoli) agli ordini dell’ammiraglio USA Ferguson, che è a capo delle Forze navali USA in Europa e delle Forze navali del Comando Africa. Non è occasionale: il Jfc Naples, infatti, si alternerà annualmente con Brunssum (Olanda) nel  comando operativo della Nato Response Force, confermando il ruolo decisivo di Napoli nelle strategie dei comandi militari.
Ma contro le manovre militari Nato “Trident Juncture” la mobilitazione non si esaurirà con la manifestazione di sabato a Napoli. Il 31 ottobre è già stata convocata una manifestazione regionale a Marsala (Sicilia), la regione dove le manovre sono cominciate con i decolli di aerei militari Nato dall’aereoporto di Trapani Birgi.
Toccherà poi alla Sardegna dove la protesta ha già una data: “Il 3 Novembre al poligono di Capo Teulada, dove è previsto il bombardamento delle flotte Nato contro la costa sarda, lo sbarco di reparti anfibi italiani, Usa e del Regno Unito, lo schieramento di reparti di terra che si dispongono a sparare, bombardare e distruggere con ogni tipo di armamento disponibile. Ci presenteremo, come sempre, con l’obiettivo di inceppare la macchina bellica ed ostacolare lo svolgimento dell’esercitazione, solidali con tutte le altre realtà di lotta antimilitarista ed antimperialista che si preparano a fare altrettanto”.
Sebbene rappresenti un appuntamento decisivo per certificare le nuove strategie interventiste, Trident Juncture 2015 non è la sola grande esercitazione militare messa in campo dalla Nato.
Dall’“esplosione” della crisi ucraina le esercitazioni a ridosso dei confini russi sono più che raddoppiate. Decine di migliaia di uomini e centinaia di mezzi hanno partecipato alle manovre aereo-navali nel mar Nero,  al largo delle coste sia di Romania e Bulgaria che della Georgia, nel mar Baltico, al largo della Norvegia e delle Repubbliche baltiche, rafforzando di fatto la presenza navale Nato. E ancora, esercitazioni terrestri in Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e nei Paesi baltici cui si sta accompagnando un crescente processo di riarmo con il trasferimento in questi Paesi di centinaia di carri armati, pezzi di artiglieria ed altri mezzi militari e l’avvio del programma di dispiegamento della cosiddetta “Difesa antimissile” in Polonia.
Una provocatoria stretta  militare sulla Russia che,  insieme alle pressioni sulla Cina con il dispiegarsi di mezzi militari nel Mar Cinese, aumenta il rischio di uno scontro diretto tra grandi potenze, portandoci dritti ad un nuovo conflitto militare internazionale.
Ma l’esercitazione è anche una prova di forza diretta a quei Paesi o pezzi di Paesi (ormai) riluttanti ad accettare supinamente il dominio dell’imperialismo.  E’ di appena qualche giorno fa il minaccioso appello che i principali membri della Nato, Italia in primis, hanno indirizzato “a tutte le fazioni libiche” perché arrivino ad un “governo di concordia nazionale che, in cooperazione con la comunità internazionale, possa garantire la sicurezza al Paese (alias  agli affari dei “nostri” imprenditori, al “nostro” petrolio, alle “nostre” coste) contro i gruppi di estremisti violenti che cercano di destabilizzarlo”.