BlockG20 – “Il racconto di N.C. (manifestante italiano) che ha passato alcune ore da ostaggio nelle stanze della polizia tedesca”.

Pubblicato: 10 luglio 2017 in Senza categoria

Riprese delle trasmissione.

“Lager in tedesco significa magazzino”

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“Non fate la guerra fate l’amore aiutate l’Hamburger Polizei” (cartello scritto all’ingresso del carcere speciale di Harbour dove abbiamo passato le ultime 26 ore in detenzione preventiva)

Abbiamo fatto una visita ad un posto strano, linee gialle, marroni e blu a terra. Un’istituzione totale, una fabbrica con le sbarre, un magazzino Amazon in cui noi eravamo i pacchi.
Siamo stati spogliati, provocati e perquisiti.
A me hanno tolto le scarpe, gli occhiali e la protesi dentaria (vecchio vizio dei tedeschi).

Venivamo presi da due poliziotti a turno, con una presa fatta per spezzarti il braccio, step 1 identificazione, step 2, altri due poliziotti, ispezione, step 3 interrogatorio, e ancora così via via in una linea di montaggio che ti conduceva, passato da poliziotti in poliziotti in una cella buia, isonorizzata, senza finestre e con una panca in legno, con unico bottone per chiamare in caso di necessità.

Abu Grahib, Amazon, Guantanamo, Ponte Galeria…

Qualcuno è stato messo arbitrariamente in isolamento in questi container presi dal porto e resi anonimi solo con i numeri alle porte; sentivamo ordini in tedesco, abbiamo provato a sabotare questa logistica della detenzione, a farli impazzire suonando il campanello mille volte, gridando i nostri nomi, facendoci portare mille volte al bagno, cantando per provare a sentirci tra i corridoi, mille volte all infermeria (io ho pure scroccato un paio di Tavor), chiamando i nostri nomi e chiedendo di chiamare avvocati per darci messaggi l’uno all’altro.
Oppure mangiare lentamente, o far finta di zoppicare nell’andare in bagno. Abbiamo provato insomma a sabotare la produttività della macchina repressiva tedesca così simile a una fabbrica e un lager.
Loro procrastinavano, prendevano tempo per farci impazzire in questi container bui e isolati.
Dicevano “in pochi minuti vi rilasciamo” e non era vero, dicevano “in pochi minuti parlerete con l’avvocato” e passavano ore, “parlerete con il giudice”, falso. Se dormivamo aprivano la cella e ci svegliavano, accendevano la luce. Giocavano a fare uscire qualcuno (magari per spostarlo solo di cella e dividerci e farci chiedere perché lui/lei si e io no). Mentivano, guerra psicologica.
Minacce e insulti.
Nel cuore della notte mi hanno svegliato, io ero in isolamento, sono arrivati due in antisommossa, gridandomi di stare lontano dalla porta prima di aprire e con interprete insistevano per farmi firmare un foglio, ho rifiutato più volte, hanno minacciato ma niente da fa.
Abbiamo quindi deciso di scioperare la logistica della detenzione pezzo pezzo, processo per processo, buttare la chiave inglese del nostro corpo, della nostra creatività negli ingranaggi di una detenzione illeggitima ma legale.
Abbiamo vinto.
Non ce l’ hanno fatta a spaventarci, e a poco a poco c’hanno rilasciat* tutte e tutti. Manca solo uno di noi all’appello.
Uscito lui, domani mattina si torna a casa certi di aver vissuto una roba bella, potente, che ti unisce e ti fa ridere e ti fa vincere la paura della solitudine che è l’unico dispositivo di potere del G20.
Grazie a tutte e tutti per la solidarietà, davvero, il calore e l’amore sono importanti in questi casi.
Ora aspettiamo Carlo Caroservo LIBERO!

Appena abbiamo tempo vi scriviamo un po’ di roba che abbiamo capito sulla logistica del capitale, sullo stato d’eccezione, sul G20 e sulla logistica della repressione e della detenzione.

Vi vogliamo bene, ci vogliamo bene.
Siamo felici e i nostri nemici sono mortiferi, tristi e brutti.

Sentiamo di aver vinto di essere più liber* di ieri, ridiamo e andremo avanti il futuro è nostro!
Daje

p.s.
Il pensiero va a tutte e tutti i migranti detenuti in Libia, Egitto, nei Cara italiani e nelle carceri…

N.C.

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