“Lavagna – Quel proibizionismo che continua ad uccidere” di Anna Irma Battino

Pubblicato: 18 febbraio 2017 in Riflessioni, Senza categoria
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Lavagna, sulla Riviera di Levante, 12 mila abitanti in provincia di Genova, è su tutte le prime pagine dei giornali nazionali in seguito alla drammatica vicenda che ha visto un ragazzino di 16 anni morto suicida dopo un controllo della guardia di Finanza.

La sua colpa sarebbe stata quella di possedere un “pezzetto di fumo”, 10 grammi per la precisione.

Soffermiamoci sul dato più angosciante, a costo di ripeterlo: un sedicenne di Lavagna si è tolto la vita davanti alla madre e al padre gettandosi dal balcone di casa mentre i finanzieri effettuavano la perquisizione della sua stanza, alcova di sogni e segreti di qualsiasi adolescente; è salito sulla balaustra del balcone e si buttato nel vuoto approfittando di alcuni attimi era stato lasciato solo. Altri dettagli non sono importanti; sono importanti la violenza e la pressione “sociale” che hanno determinato questo gesto.

Adesso, però, bisogna fare una scelta, trovare un colpevole, comprendere se la colpa è dei consumatori – anche se adolescenti e incensurati – o di un sistema proibizionista che non funziona, e non ha mai funzionato se non per arricchire malavita e mafia, come la storia del primo ‘900 ci insegna.

Negli anni Venti entrò in vigore in America il Volstead Act, che aveva l’obiettivo di moralizzare la società statunitense (il proibizionismo è infatti chiamato anche the noble experiment) ma che di fatto consentì ai grandi gruppi mafiosi di crescere grazie ai proventi ricavati dal contrabbando di alcol e di sopravvivere dopo l’epoca del proibizionismo, assorbendo o distruggendo gli altri che non erano riusciti ad adattarsi alla fine dei profitti del contrabbando. Al Capone a Chicago è forse l’esempio, grazie al grande schermo, più famoso.

Ora siamo nel 2017, è passato quasi un secolo dal Volstead Act eppure in Italia la storia delle sostanze psicotrope, leggere o pesanti, è intrisa di narrazioni conservatrici che ne hanno pesantemente condizionato l’informazione. Il proibizionismo c’è ancora, il piano pubblico della discussione è diventato un triste rituale teso a criminalizzare comportamenti, stili di vita e modus operandi dei consumatori.

Se negli anni Venti il proibizionismo vietava la vendita di alcol, il cui prezzo di vendita schizzò alle stelle arricchendo così i gangster d’America, intenzionati a proteggere a qualsiasi costo i loro interessi, ora anche in Italia pare evidente che ci sia ancora qualcuno che questi interessi li deve proteggere, per quanto le sostanze “incriminanti” siano cambiate.

Il giovane suicida di Lavagna non ha colpe, la colpa è di un sistema politico stantio dove la legge diventa incomprensibile; l’unico comune denominatore è il peso di essere un consumatore, la vergogna sociale di essere additato come un tossico. Le scuole rappresentano un laboratorio di repressione e cattiva informazione, con i blitz della finanza in costante aumento, e le città che continuano ad essere schiave di un modello securitario, che tende a vedere la droga e i suoi consumatori come un problema di ordine pubblico.

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L’Italia si trova di fronte a una scelta: mantenere le sue politiche proibizioniste, che hanno già ucciso migliaia di persone, o trasformare completamente il suo approccio nei confronti delle droghe?

Il caso di Lavagna dovrebbe porci ancora una volta questa domanda. Che senso ha continuare a sprecare risorse nella repressione dei consumatori senza arrivare al nocciolo del problema? Ha senso che questa “trasgressione” continui a prosperare arricchendo le organizzazioni criminali? Così facendo si continua a ledere gravemente i diritti umani e le libertà personali, mentre si promuovono stigma e discriminazione.

Quando parli di droga, in Italia, devi farlo sottovoce, siamo infatti in un paese dove la coscienza collettiva si basa sul senso di colpa, un cattolicissimo senso di colpa che l’Italia intera, non si capisce perché, deve espiare. E la cosa più grave è che da un retaggio culturale e sociale si passa immediatamente ad un problema politico: se da una parte è rientrata in vigore la differenza tra droghe leggere e pesanti, dall’altra il senso del proibito e il senso di colpa relegano ad una zona periferica il dibattito sulle sostanze. I consumatori ci sono e si nascondono, e quando vengono scoperti non sempre reggono il colpo. L’odissea giudiziaria che aspetta comunque il consumatore fermato dalle Forze dell’Ordine, è un chiaro esempio: non c’è una legislatura chiara e la depenalizzazione delle droghe, almeno quelle leggere, è soggetta ad un iter giudiziario che fa addirittura perdere la voglia di svaccarsi su un divano a fumarsi una canna.

Le spese si sommano e sono miliardi di euro che lo Stato paga per contrastare, inutilmente, il narcotraffico.

Intanto nelle scuole ogni giorno si verificano nuovi controlli antidroga, ormai ci si è abituati da diversi anni a questa parte, c’è addirittura chi lo appoggia senza obiezioni: dirigenti scolastici e professori desiderosi di dare segnali di legalità e sprazzi di giustizia, genitori che così si sentono più tranquilli, magari si alleggeriscono del peso dell’educazione dei propri figli, tanto si sa che “che quelli col fumo sono sempre i figli degli altri”.

Ma la vera domanda è: che messaggio si vuole dare nelle scuole attraverso questi controlli? Prevenzione, controllo? No, è molto più semplice: la risposta è repressione.

Che tu sia colpevole o meno, sei adolescente. Ed è umiliante per chiunque essere perquisito, annusato. Sospettato di essere un drogato, o peggio uno spacciatore.

Il messaggio è chiaro: “i giovani di oggi sono dei rammolliti poco raccomandabili”, ed io promuovendo i controlli nelle scuole te lo sto ribadendo. Fai parte dello status sociale, infimo, di adolescente: sei controllabile, attento a non sgarrare.

E si sa, in una società in cui veniamo bombardati di messaggi contrastanti e in cui il gusto del proibito ti spinge a provare per forza, ormai – non siamo ipocriti – chiunque fa uso di sostanze, che sia sporadicamente o meno. Per provare, per scoprire, per fare gruppo nel caso dei più giovani; per rilassarsi, per gestire lo stress, per dimenticare nel caso di chi ha qualche anno in più. Qualunque sia il motivo non è importante, le droghe, leggere o pesanti che siano, ci sono e inevitabilmente ci incuriosiscono.

A Lavagna è morto un ragazzo, ma non si è ucciso da solo, lo ha fatto con lo Stato che criminalizza l’uso – definendolo a prescindere abuso – di sostanze e ancora non si è messo a lavorare seriamente su una legge che normi il consumo. I giovani vivono in una realtà sempre più artefatta, il confronto non è quasi più verbale ma celato dietro una tastiera, le frustrazioni ci sono e il giudizio del prossimo si teme ancora di più.

I giovani di adesso sono più soli, hanno sempre meno vita reale e non sanno molto spesso con chi condividere il senso di colpa. L’Italia deve appropriarsi del diritto di regolamentare il consumo consapevole delle sostanze, per il ragazzo di Lavagna, per noi, per tutti.

http://www.globalproject.info/

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