“Come i crimini economici della Fiat danneggiano il paese” di Stefano Porcari

Pubblicato: 25 novembre 2016 in Riflessioni, Senza categoria
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Le scelte di Marchionne producono danni all’economia e al sistema industriale nel nostro paese. Una esagerazione? No e i fatti lo stanno dimostrando. Basta leggerlo con attenzione sui giornali e vedere quello che c’è, quello che non c’è e fare le dovute connessioni.
Le cronache di oggi e i telegiornali di ieri hanno resocontato della visita di Renzi e Marchionne nello stabilimento Fca (ex Fiat) di Cassino. Il primo per incassare qualche consenso al Si nel referendum, il secondo per ribadire che “Renzi lì ce lo abbiamo messo noi”. Dolosamente, nessuna cronaca riferisce che alla vigilia della visita di Renzi e Marchionne un operaio è finito d’urgenza in ospedale perchè investito da un carrello nello stesso stabilimento. E’ strabiliante come i giornalisti a seguito siano riusciti a non sentire nulla nè letto i flash di agenzia che riferivano quanto accaduto. Niente doveva guastare la kermesse del premier “messo lì” dal manager di una multinazionale che per anni è stata “simbolo del sistema Italia”.
I giornali, La Repubblica in testa, amplificano invece la narrazione tossica sull’innovazione, sulla competitività e le magnificenze dell’industria 4.0, diventata una sorta di prezzemolo mediatico ed evocativo che viene buttato lì ovunque, come una sorta di futurismo di ritorno ad uso  e consumo del patto tra governabilità e interessi delle multinazionali. Dentro questa narrazione la Fca viene presentata come esempio vincente di competitività industriale e tecnologica in un settore ormai saturo come quello dell’automotive. Nessuno che abbia mai il coraggio di porre domande sul fatto che la Fca abbia portato la sede “fiscale” a Londra e la sede legale in Olanda. Un artifizio per pagare meno imposte allo stato italiano. Anche gli studi strategici sulla progettazione, ancora in parte a Mirafiori, sono in via di trasferimento a Detroit.
Ma i danni che la Fca sta producendo al nostro paese non attengono solo al presente e al futuro. Non torneremo neanche sugli abbondanti finanziamenti pubblici ricevuti nei decenni (fiscalizzazione degli oneri sociali, finanziamenti ai piani di settore, cassa integrazione etc.) dalla Fiat. Sarebbe troppo vero ma anche troppo facile. Parliamo invece di 4,4 miliardi di euro e commesse industriali andati perduti insieme a pezzi strategici del patrimonio industriale del paese a causa delle scelte di Marchionne.
A spiegare questo crimine economico, è del tutto involontariamente, il ministro Delrio in una intervista di oggi al Corriere della Sera dedicata al trasporto locale. A parte la gioia per aver dato via alla liberalizzazione nel settore (dunque alla privatizzazione delle aziende del trasporto pubblico locale), Delrio afferma che il governo ha stanziato 3,7 miliardi per il rinnovo del parco autobus che si aggiungono ai 700 milioni già stanziati in passato. Di fatto si prevede la sostiutizione di quasi 23mila autobus nei prossimi anni in funzione del trasporto pubblico locale. Insomma i privati che si papperanno le aziende municipali, non avranno il costo del rinnovo del parco macchine perchè se lo è già accollato il bilancio pubblico .  Ancora una volta costi pubblici ma profitti ai privati. A fare impresa così saremmo capaci tutti. Ma il danno è ancora e immensamente peggiore. Anche qui nessuno ha avuto il coraggio o la lungimiranza di fare una domanda al ministro Delrio. Benissimo sostituire gli autobus vecchi con quelli nuovi. Ma dove li compreremo? E qui vengono fuori i crimini di Marchionne.
Infatti tre anni fa è stata chiusa la Irisbus, la fabbrica della Fiat che produceva gli autobus in circolazione nelle nostre città. Chiusa perchè Marchionne aveva altre priorità. Poi è stata chiusa anche un’altra fabbrica che produceva autobus: la Breda Menarini.
Adesso che si sono 4,4 miliardi di finanziamento e commesse future per 23mila nuovi autobus, nel sistema produttivo italiano non ci sono più fabbriche in grado di costruirli. Ragione per cui lo acquisteremo in Polonia o in Francia (come già avviene per i treni). Una casualità? Vedute corte delle imprese italiane? Oppure conseguenza della centralizzazione produttiva a livello europeo la quale prevede la deindustrializzazione dei paesi più deboli (i Pigs) a tutto vantaggio dell’industria nei paesi più forti (Germania, Francia) e delle loro filiere produttive?
Se la Irisbus non fosse stata chiusa ma magari nazionalizzata, avrebbe adesso commesse industriali per anni e anni e avrebbe dato impulso al sistema industriale collegato. Quindi lavoro, tecnologie, produzione, sviluppo, soprattutto in quel Meridione devastato socialmente e sottoposto ad una desertificazione industriale pesantissima (resistono solo le fabbriche-lager di Marchionne a Pomigliano e Melfi).
Se prima o poi ci sarà un tribunale per i crimini economici e sociali, occorrerà portarvi in catene Marchionne e i ministri che gli hanno permesso di chiudere Irisbus. La giuria? Gli operai Irisbus, le loro famiglie e tutto il resto del paese.

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