Mastrogiovanni, la Sentenza di Appello: condannati medici e infermieri

Pubblicato: 15 novembre 2016 in Notizie e politica, Senza categoria
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“Non voglio credere che li assolvano tutti. No, di fronte alla terribile evidenza di quelle immagini non si può non condannarli”. Era la speranza, la sete di giustizia di Grazia Serra, nipote di Francesco Mastrogiovanni, a pochi giorni dalla sentenza sul caso del maestro elementare di Castelnuovo Cilento morto per edema polmonare nella notte del 4 agosto nel reparto psichiatrico di diagnosi e cura dell’ospedale “San Luca” di Vallo della Lucania (Salerno). Il “maestro più alto del mondo”, come lo chiamavano affettuosamente i suoi alunni, morì dopo un ricovero in seguito a un trattamento sanitario obbligatorio e dopo un’ininterrotta contenzione chimica e meccanica di oltre ottanta ore.

E oggi, dopo il dibattimento e la camera di consiglio alla Corte d’Appello di Salerno, è arrivata la sentenza di secondo grado: sono state confermate le condanne ai medici che già in primo grado erano stati ritenuti colpevoli. Ridotte però le pene nei loro confronti e revocata l’interdizione dai pubblici uffici (le pene inflitte in primo grado variavano dai due ai quattro anni, con l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni). Condannati anche gli infermieri.

Nella sentenza di primo grado, pronunciata dal giudice Elisabetta Garzo, furono condannati i medici per sequestro di persona, morte come conseguenza di altro delitto (il sequestro stesso) e falso in atto pubblico (perché la contenzione non fu inserita nella cartella clinica). Erano stati assolti, invece, tutti gli infermieri.

IL COMMENTO DI MANCONI – “La Corte di appello di Salerno ha condannato sei medici e undici infermieri per sequestro di persona e per altri reati. Si tratta di un verdetto importantissimo che sanziona comportamenti di inaudita gravità da parte del personale sanitario del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’ospedale di Vallo della Lucania. Il maestro elementare Franco Mastrogiovanni, nell’estate del 2009, fu legato polsi e caviglie per 87 ore a un letto di contenzione. Abbandonato e umiliato fino a morirne”. Lo dichiara Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti Umani del Senato. “Non interessa l’entità della pena a cui sono stati condannati medici e infermieri (questi ultimi assolti in primo grado) – aggiunge Manconi – ma il fatto che una condanna sia stata inflitta: a conferma che la contenzione meccanica è strumento non solo barbarico ma anche crudelmente illegale”.

LA STORIA DI MASTROGIOVANNI – Il 30 luglio 2009 Francesco Mastrogiovanni, Franco per gli amici, si trova in macchina e percorre l’isola pedonale di Acciaroli (Pollica), nel salernitano. I vigili urbani avvertono il sindaco riferendo che il maestro elementare avrebbe percorso la zona ad alta velocità e provocando incidenti: per l’uomo viene ordinato il Tso. Il giorno dopo, 31 luglio, l’insegnante 58enne trascorre il suo ultimo giorno da uomo libero in fuga dai vigili urbani, dai carabinieri e dalla guardia costiera. Su di lui pende una richiesta di trattamento sanitario obbligatorio, il terzo nel giro di pochi anni: a firmarla è Angelo Vassallo, il sindaco-pescatore di Pollica che di lì a un anno verrà ucciso per motivi ancora oggi misteriosi. Il maestro viene avvistato in un campeggio a San Mauro Cilento, dove sta trascorrendo le vacanze. Lì rifiuta di consegnarsi e si getta in mare, dove resterà per due ore accerchiato dalla capitaneria di porto, dalle forze dell’ordine e da una decina di addetti dell’Asl. I medici che lo visitano da riva lo giudicano bisognoso di Tso, confermando il provvedimento del sindaco di Pollica (anche se il maestro in quel momento si trova in un altro comune).

Prima di salire sull’ambulanza dice: “Non portatemi all’ospedale di Vallo della Lucania, lì mi ammazzano”. Lo portano lì, nel reparto di psichiatria, dove circa 87 ore dopo esce su una barella metallica che lo conduce in obitorio. Francesco Mastrogiovanni, Franco per gli amici, morì – di fatto – di fame e di sete legato a un letto d’ospedale. “Mio zio è rimasto legato a quel letto per più di 87 ore – racconta la nipote Grazia Serra – perché lo hanno tenuto così per un po’ anche da morto. Non lo hanno alimentato. Il personale del reparto lasciava il vassoio col cibo lì accanto al letto, ma lui essendo legato non poteva muoversi. Dopo qualche ora, gli toglievano quel vassoio anziché aiutarlo a mangiare”. Le immagini delle telecamere interne dell’ospedale, nel corridoio e nelle due stanzette nelle quali Mastrogiovanni è stato segregato, sono raccolte nel documentario di Costanza Quatriglio “87 ore”.

Fonte: Salerno Today

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