“Bologna 1980: morire a quattordici anni…” di Antonio Carletti

Pubblicato: 2 agosto 2016 in Riflessioni, Senza categoria
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http://contropiano.org/ – La bomba è democratica: quando esplode uccide chiunque passi di lì. Anche quando è messa nella sala d’aspetto di seconda classe? A Bologna ci sono stato parecchie volte, mai il 2 agosto. Bologna tiene sempre vivo nel cuore il 2 agosto. Ogni anno il ricordo è presente tra i suoi abitanti. È una strage questa che, a livello sociale, non è stata mandata in prescrizione. È l’unica strage italiana che ha concluso il suo iter processuale, degnamente.
Certo, i mandanti mancano all’appello, come al solito, ma basta leggere le carte processuali e un’idea ce la formiamo tutti. Se già non ce l’abbiamo. Gli 85 morti di Bologna non sono solo bolognesi. Anzi. Sabato 2 agosto 1980 alla stazione c’era il mondo che si stava spostando in direzione vacanze. Le fabbriche avevano chiuso i battenti la sera prima, e via, si parte! Nell’elenco dei morti che si può leggere là, dove la bomba è esplosa, due nomi mi hanno sempre dato i brividi, per una questione di età, la mia di allora, 14 anni. Un quattordicenne era tedesco, l’altro italiano, barese. Nell’estate dei 14 anni bisogna già sapere cosa si farà da grande, la scuola superiore è già stata scelta, gli esami di terza media sono appena stati dati e, nel settembre dei 14 anni, si comincia un percorso scolastico che dovrebbe portare al lavoro o a una scelta universitaria adeguata agli studi effettuati. Mah. Io avrei voluto assistere al concerto di Bob Marley e restavo incollato alla tv per vedere le Olimpiadi boicottate, quelle di Mosca.
Il futuro non esisteva. Per moltissimi anni, non so ora, da Genova partiva all’alba un interregionale, anzi, locale, che arrivava a Bologna intorno alle 10. Locale che ho preso svariate volte spendendo pochi soldi. Bologna è la porta verso l’Adriatico. Dal Nord si passa da lì, basta, e viceversa per chi vuol salire. Lungo la linea gotica che porta a Rimini e poi giù fino a Bari e anche più in giù. Le mete tanto ambite ad agosto. Nell’agosto del 1980 la mia vacanza era collocata a Salice Terme. L’agosto successivo invece me ne sarei andato proprio in Puglia. Il 2 agosto 1980 avrei potuto tranquillamente prendere il locale all’alba da Genova, arrivare poco dopo le 10 a Bologna e crepare alle 10.25, contabilizzato come terzo quattordicenne. Invece mi trovavo a Salice Terme a menarmelo a sangue, a guardare le Olimpiadi e ad assistere, tra le altre poche cose entusiasmanti fatte in quei giorni, a un concerto in piazza di Paolo Conte in smoking, direi ubriaco e col kazoo, totalmente decontestualizzato dal target ottuagenario, termale, estivo della piazza. Paolo Conte poi non era sconosciuto: il suo nome appariva spesso come autore nei 45 giri degli anni sessanta di mia zia, che io da bambino ho consumato dai reiterati ascolti. Sconosciuta a me era la sua faccia.
Morire a 14 anni a causa di una bomba esplosa in tempo di pace credo che sia veramente raro. A 14 anni si muore per incidente, per malattia, ma perché una bomba esplode mentre stai aspettando il treno per la vacanza è proprio al limite dell’impossibile. Comunque la percentuale è molto bassa. Mi viene in mente quando, durante lo spoglio delle schede dopo un’elezione, i partiti che prendono decisamente pochi voti, sono tutti assimilati alla voce “altro”. Ecco, la percentuale di morte a 14 anni a causa di una strage in tempo di pace è “altro”. Il ragazzo di Bari stava leggendo un fumetto, seduto nella sala d’aspetto della seconda classe. Magari, per un attimo, i suoi occhi hanno incrociato quelli del suo assassino, mentre questi “dimenticava” la valigetta sotto a una poltroncina. Chi ha compiuto il massacro era poco più grande di lui. Poi il ragazzo barese avrà abbassato il suo sguardo, tornando alla lettura del fumetto. Inconsapevole. Non so quale fosse il fumetto. Io, all’epoca, divoravo Mister No.
Eckhardt e Francesco. Le loro storie sono importanti. Eckhardt finalmente aveva fatto una vacanza. Insieme alla famiglia stava tornando a casa. Due ore di attesa a Bologna per la coincidenza, il tempo di una passeggiata per la città. Eckhardt aveva due fratelli di 8 e 16 anni. Il papà era ferroviere. Per la prima volta si erano concessi una vacanza, a Lido di Pomposa, nel ferrarese. Stavano tornando a casa. Papà Horst decide di portare il valigione nel deposito bagagli, la famiglia lo attende nella sala d’aspetto. La bomba esplode. Lui rimane illeso. A mani nude, tra le macerie, estrae i corpi del piccolo Kai di otto anni, di Eckhardt e della moglie Margret. Sopravvive solo il primogenito Holger di 16 anni, con tutte le ossa rotte. Sviene. All’ospedale Rizzoli fanno una colletta per comprargli dei vestiti nuovi, visto che i suoi sono ridotti a brandelli. Francesco è un bel ragazzino biondo e sorridente, nelle foto è sempre così: figlio di Vito, direttore dell’Istituto di Patologia generale della Facoltà di Medicina di Bari.
La mamma Errica (nome meraviglioso che mi riporta a Malatesta) insegnava lettere presso l’Istituto per Geometri “Pitagora” di Bari. Aspettavano la coincidenza per trascorrere la vacanza sulle Dolomiti. Alessandra, 19 anni, la sorella di Francesco, non era con loro. Stava tornando dall’Inghilterra. Ora è un’interprete e ha una figlia ormai donna. Vito, Errica e Francesco li ha persi il 2 agosto 1980. Buone vacanze.

Antonio Carletti

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