“Ho vissuto per tre anni con la paura di tornare al CIE e ora non smetterò di chiederne la chiusura” Gabriela Sánchez, Desalambre, El Diario (Spagna)

Pubblicato: 30 giugno 2016 in Notizie e politica, Senza categoria
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Traduzione a cura di: Ilaria Rossi

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Questa paura esiste, ma solo in alcune occasioni”. Yerro non aveva paura quando, da minorenne, ha lasciato il Gambia per trovare lavoro nei Paesi vicini, tanto meno quando si è imbarcato in uno dei precari cayucos diretti verso le Canarie, e nemmeno quando gli è stato impedito di partire dalla polizia di frontiera di turno, neanche quando ha ritentato l’impresa. Il suo timore è cominciato quando, arrivato in Spagna, si è visto rinchiudere in un luogo chiamato CIE[Centro di Identificazione ed Espulsione, ndt]. Perché, racconta, in quanto migrante irregolare, il suo destino gli è stato sottratto dalle mani, le sue decisioni hanno perso valore, e i suoi diritti si sono dissolti. “Yerro ha paura delle cose quando non dipendono da sé stesso”.

Venire in Spagna è stata una mia decisione, perciò non ho avuto paura. Però che mi portassero al CIE, che mi rispedissero al mio Paese, non è dipeso da una mia decisione. Questo si che mi fa paura”, spiega Alhagie Yerro Gai. Dopo essere passato per vari Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE), dopo aver vissuto tre anni in clandestinità senza ottenere il permesso di residenza, Yerro ha viaggiato a Bruxelles, al Parlamento europeo, per raccontare edi persona in che modo le politiche di immigrazione abbiano danneggiato i suoi diritti fondamentali.

La sua storia è stata raccolta nel documentario “Yerro: capitano del suo destino”, realizzato da Rodrigo Vazquez e promosso dal partito “Per un mondo più giusto”, il cui debutto avverrà questo mercoledì nella Sala Mirador de Madrid, in occasione della “Giornata per la chiusura dei CIE”. Verrà inoltre proiettato il cortometraggio “Express” di Carlos Olalla e Juan Herreros, realizzato con la collaborazione della Piattaforma Statale per la chiusura dei CIE [Plataforma Estatal por el Cierre de los CIE, ndt].

I CIE, pur non essendo centri penitenziari, rinchiudono i migranti irregolari per un massimo di 60 giorni con l’obiettivo di procedere alla successiva espulsione. Denunciando l’inefficacia di un tale sistema – circa la metà delle persone detenute vengono effettivamente deportate – e, soprattutto, la quasi sospensione dei diritti fondamentali che si verifica all’interno di questi centri, numerose ONG ne chiedono ogni anno la chiusura definitiva. I migranti che vi sono detenuti si vedono privati della libertà senza aver commesso alcun crimine, ma con la colpa di aver risieduto sul suolo spagnolo clandestinamente.

Yerro è rimasto scioccato dalla realtà europea che si presenta all’interno dei CIE di Lanzarote e di Fuerteventura. “Per me, quando cercavo di raggiungere l’Europa, la scelta era: o la Spagna o l’inferno”. Fino a che non è giunto sulla costa canaria e ha realizzato che anche l’oro scotta. “É stata una grande delusione. Un autentico shock. Averla idealizzata per così tanto tempo per poi vedermi rinchiuso senza mai uscirne. É come un giro di 180°. Ti rende pazzo. Dove credi di poter vedere la luce, ti lascia completamente cieco”.

Questa delusione, prima di perdere i diritti una volta raggiunto il territorio spagnolo, aumentava con il verificarsi delle condizioni di vita all’interno del centro per i migranti irregolari. “É un trattamento disumano perché non possiamo comunicare. La gente non si immagina come si può sentire una persona che non può parlare. Lì dentro tu stesso ti senti come un delinquente. Tutti i giorni di svegli con le urla dei poliziotti coperti dai caschi, con i suono dei manganelli sulle sbarre”. “PAM PAM! SU, ANDIAMO!”, ricorda il giovane mentre parliamo in una caffetteria del quartiere di Madrid in cui vive, ospitato dal parroco di San Carlos Borromeo, Javier Baeza.

Quel “PAM PAM” si è trasformato nella sua sveglia quotidiana durante i 40 giorni di detenzione nel CIE di Fuerteventura. “Una mattina stavo andando a mangiare e hanno cominciato a colpirci perché uscissimo dalla camera. – FORZA, ANDIAMO! – Dicevano. Dovevamo andarci di corsa come se fossimo delle bestie, facendo la fila. Ho ritardato un poco e mi hanno colpito. Sono caduto per lo spavento…”, descrive il giovane gambiano. “Anche la difficoltà nell’andare dal medico la dice lunga…Dovevo prendere un numero, non importa quanto male stessi. Non davano importanza alla gravità dell’emergenza, perché dentro al CIE la vita dei migranti vale meno delle altre”.

Questa esperienza, queste condizioni tante volte denunciate dalle ONG, sono state ascoltate in prima persona dai membri del Parlamento europeo. É stato Yerro a parlare con diversi europarlamentari per difendere i suoi stessi diritti. “Molte delle persone che stavano lì non sapevano nemmeno cosa fosse un CIE e cosa significhi viverci. Io credo di averli colpiti nel profondo. É importante che sia stata una delle persone rinchiuse a denunciare la cosa. Non ci fermeremo finché non verrà trovata una soluzione per migliorare la nostra situazione, perché sappiamo bene cheuna soluzione c’è!”, dice Yerro.

Uno dei modi per farlo, è raccontare ai cittadini che cosa sono i CIE, afferma, convinto che vi sia una generale ignoranza verso il rispetto. “Solo chi si muove in questi circoli sa di cosa parlo, ma se lo chiedessi a qualche passante di Madrid – Lei sa cos’è un CIE? – pochi risponderebbero correttamente. Molte volte mi è successo di parlarne e di vedere le espressioni di stupore”.

La falsa libertà di un migrante irregolare

Quando sono uscito dal CIE, sono stato portato nella penisola. Ricordo perfettamente quel giorno “Yerro, Tomorrow, Madrid!” [Yerro, domani, Madrid!],ripeteva un poliziotto. Io non ci credevo perché molti dei miei compagni erano stati ingannati. Avevano detto loro che ci sarebbero andati perché non protestassero in aereo, quando in realtà li stavano deportando nel loro Paese di origine”. Nel mio caso, era la verità. Ho passato qualche giorno nel centro di detenzione di Madrid e poi mi hanno portato a Cruz Roja. Ero libero.

Però non del tutto: cominciava il circolo della clandestinità. Questo ha ulteriormente scoraggiato Yerro: gli sembra incredibile che un tale trattamento avvenga nonostante gli standard europei sui diritti umani. “Le poche settimane prima di arrivare a Madrid e nell’albergo di Cruz Roja, la polizia mi ha sequestrato i documenti”. Sono stato mandato al CIE di Madrid. “Questa cosa mi ha distrutto. Ho pensato che ogni volta si sarebbe ripetuta la stessa cosa, pensavo che mi avrebbero rimandato nel mio Paese”. Grazie all’intervento del suo avvocato, Yerro è potuto uscire dal centro in regime di libertà condizionata per migranti irregolari.

Guarda, in questo periodo sì, ho avuto paura. Non dormivo e non mangiavo. Durante i tre anni che ho passato, ho avuto paura perché non avevo i documenti. Senza documenti nessuno sa cosa succederà il giorno seguente. Tentavo di accompagnarmi con delle donne, come se fossero mia moglie. Mi prendevano per un cacasotto. Ero tormentato dalla paura che mi scoprisse la polizia”, dice ora, ridendo. “Perché è in questo periodo che avrebbero potuto distruggere i miei sogni”.

“Continuano a chiedermi i documenti per strada”

Dopo i tre anni, dopo aver dimostrato la sua permanenza in Spagna durante questo periodo attraverso i vari corsi frequentati e dopo aver ottenuto un contratto di lavoro di sei mesi, Yerro ha ottenuto i documenti. I documenti che gli avrebbero restituito la tranquillità. “Continuano ad esserci retate razziste, mi fermano e mi provocano, anche se sanno che ho i documenti, quindi sono più tranquillo”. Secondo quanto riporta, i controlli sulla base del profilo razziale sono all’ordine del giorno e non ricorda una volta in cui la polizia si sia rivolta a lui solamente per chiedere i documenti.

Dopo la chiusura del CIE, Yerro chiede l’abolizione della politiche di immigrazione che vi ruotano attorno. “Perché ti lasciano entrare se poi ti spogliano di tutti i tuoi diritti?! Non capisco… Non posso lavorare, non posso passeggiare tranquillo, non posso imparare la lingua con questa paura, non mi entra in testa…

Yerro si è detto contento prima di iniziare questa intervista. Il suo esame di Tecnologia ha avuto il successo sperato e, come ogni giovedì, aveva il suo giorno libero dalla pizzeria in cui lavora. Ma non può evitare di innervosirsi quando riassume la normativa spagnola in materia di immigrazione. “Quello che ti dicono è – Bene, non ti posso lasciare così, entra…Hai questi e quei diritti, ma per ora non li puoi toccare. Di qui a tre anni ne parleremo – ”, conclude, tra le risate velate di rabbia. “Yerro non capisce niente. Neanche i cittadini spagnoli capiscono, loro mi hanno sempre trattato bene. Se il governo facesse loro caso, tutto funzionerebbe meglio”.

vedi sito Link all’articolo originale

http://www.meltingpot.org/

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