BREXIT: 52% – 48%. IL REGNO UNITO LASCIA L’UNIONE EUROPEA. E ORA?

Pubblicato: 24 giugno 2016 in Notizie e politica, Riflessioni, Senza categoria
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“Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”.

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“Leave”. #.

Elettori e elettrici del Regno Unito, in barba a tutti i sondaggi, ai mercati e ai desiderata dei governi inglesi e del Continente, hanno deciso nel di giovedì 23 giugno 2016 di lasciare l’Unione Europea. Ora inizia un negoziato, dai contorni ancora piuttosto confusi, che durerà almeno un paio d’anni per capire cosa, in concreto, significherà l’uscita di Inghilterra, Scozia, Irlanda del Nord e Galles dalla . Oggi, venerdì, intanto prime consultazioni tra i leader europei, sia per fronteggiare la Brexit che il crollo verticale dei mercati europei, con la sterlina a picco.

I NUMERI – Affluenza al 72%, alta ma meno del previsto, Leave al 51,9%, pari a poco meno di 17 milioni e mezzo di voti, “Remain” al 48,1% (poco più di 16 milioni).

La differenza è abbastanza netta: 1milioni e 300mila voti di scarto. Scozia e Irlanda del Nord hanno votato a favore del “Remain”, Inghilterra (che da sola “pesa” circa l’80% del totale) e – a sorpresa – il laburista Galles per il “Leave”.

La mappa del voto è piuttosto chiara: oltre a Scozia e Irlanda del Nord, hanno votato per restare nella Ue le grandi città – Londra, Manchester, Liverpool, Newcastle, York – e le persone più giovani, più istruite e con un buon reddito. Una distesa di voti per il Leave è arrivata invece dall’Inghilterra profonda, lontana dallo scintillìo di Londra, quella più colpita da anni di politiche neoliberiste, non certo solo europee ma anche dei governi inglesi: nell’ovest, nel centro e nel nord del Paese, un tempo serbatoi di voti operai, con le grandi fabbriche, le miniere e il manifatturiero inglese spazzato via dalle politiche degli ultimi decenni, dalla Thatcher a Blair, passando per l’austerity e il neoliberismo di Bruxelles, la vittoria di chi voleva lasciare la Ue è stata schiacciante.

L’esempio più chiaro di questa dicotomia arriva dal confronto tra i risultati della City di Londra, il cuore finanziario della Capitale, dove il Remain ottiene il 75%, e di quelli della maggiore città industriale del nord est d’Inghilterra, Sunderland, dove il Leave ha vinto con oltre il 61%, percentuali analoghe a quelle registrate in due quartieri popolari dell’East End di Londra, Barking e Dagenham, dove il Leave prende il 62%.

Cantano vittoria quindi oggi Nigel Farage, dell’euroscettico Ukip, che ha battuto con forza il tasto della xenofobia in tutta la campagna elettorale,  e l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, a capo della fronda interna al partito conservatore. Il segretario del partito, oltre che premier, David Cameron, ha ammesso la sconfitta, annunciando le proprie dimissioni da capo dell’esecutivo, dimissioni che si formalizzeranno solo a ottobre.

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RIFLESSI POLITICI – In attesa di capire se in Europa ci sarà effetto domino – i prossimi paesi che potrebbero chiedere di uscire potrebbero essere Danimarca e Olanda -, aldilà della Manica arrivano le prime reazioni. La sorpresa è il voto del Galles, tradizionale roccaforte laburista, dove i Leave superano i Remain 52,5% a 47,5%. In Scozia (62% per il Remain) e Irlanda del Nord (56&) invece netta affermazione dei contrari all’uscita dalla Ue. Proprio da qui potrebbero arrivare la novità principale: lo Scottish National Party, che guida il Parlamento scozzese, punta a un secondo referendum indipendentista per tornare poi nella Ue. Lo Sinn Fein, partito della sinistra indipendentista repubblicana irlandese, annuncia una volontà analoga, ossia un referendum per unificare Eire e Irlanda del Nord.

Il commento e l’analisi dell’economista e nostro collaboratore Andrea Fumagalli. Ascolta o scarica

L’analisi del voto  e gli scenari che si aprono con Nicola Montagna, docente all’università del Middlesex e nostro corrispondente dall’Inghilterra.

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L’analisi di Beppe Caccia, del collettivo Euronomade, secondo cui la “disintegrazione della Ue è colpa delle oligarchie. Adesso ci vuole un processo costituente dal basso”.

 Ascolta o scarica qui 

Il commento di Giorgio Cremaschi, della piattaforma Eurostop, secondo cui – invece – “la Brexit va festeggiata, perchè la Ue non è riformabile: può solo crollare, non cambiare”.

Ascolta o scarica qui 

http://www.radiondadurto.org/

 

 

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