“Io non posso ammazzare un mio amico, un mio fratello” di Beppe Casales (attore)

Pubblicato: 3 giugno 2016 in Notizie e politica, Riflessioni, Senza categoria
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CREDETEMI

Ha 38 anni e forse ne dimostra una decina in più. Lo incontriamo al campo militare per rifugiati di Pieria Ktima Iraklis, a una cinquantina di chilometri da Salonicco e a un centinaio dal punto in cui sorgeva il campo di Idomeni. Ora il campo di Idomeninon c’è più. Le diecimila persone che lo abitavano sono state deportate in decine di campi militari tutt’attorno. Tra questi, il piccolo campo di Pieria Ktima Iraklis. Sta dietro a un ristorante, in uno spazio verde, nel piccolissimo paese di Fotina. Sembra lo spazio dove di solito, proprio in questa stagione, stanno le feste di paese. Ci sono giochi per i bambini, un prato, un campo sportivo, dove adesso sorgono le tende che ospitano 200 tra siriani e curdi, e uno spazio coperto con tanti tavoli e panche di legno. È proprio a uno di questi tavoli da festa di paese che ci invita a sedere quest’uomo siriano. Lo fa con piacere, ci parla in buonissimo inglese. Non sa chi siamo. Non sa che siamo cinque italiani che partecipano al progetto #overthefortress, che siamo lì per sapere come sono le condizioni dei campi militari dopo la totale evacuazione di Idomeni. Ci presentiamo. Parliamo brevemente delle condizioni del campo. Stanno bene, lì. Hanno pure l’acqua calda alla mattina e alla sera (caso unico nel monitoraggio che abbiamo fatto finora). L’unica cosa di cui si lamentano è che gli danno da mangiare “macaroni” tutta la settimana. Che a un italiano potrebbe pure andare bene, ma ai curdi e ai siriani questa cosa non piace granché. Non tanto perché ce l’hanno con i “macaroni”. Vorrebbero solo un po’ di varietà in più. Solo quello. Ma è abbastanza chiaro che il nostro amico siriano non vuole parlare tanto del campo, quanto del motivo per cui lui e la sua famiglia sono lì.
In Siria produceva profumi e li vendeva nel suo negozio. Proprio in quel negozio un po’ di anni fa è entrata per comprare un profumo la donna che poi è diventata sua moglie. Lei ci raggiunge mentre lui ci racconta cosa è successo nella sua città, Deir ez-Zor, nella parte orientale della Siria, a un centinaio di chilometri dal confine con l’Iraq. Dall’inizio della guerra civile la zona di Deir ez-Zor ha visto combattere l’esercito siriano contro il Free Syrian Army. Poi si sono aggiunte agli scontri anche l’Isis e al-Nusra (il braccio siriano di al-Qaeda). La città è stata occupata pre tre quarti dall’Isis, con l’altro quarto in mano all’esercito siriano. Di fatto la città è rimasta sotto assedio per più di un anno. Il nostro amico siriano si è ritrovato con la sua famiglia, assieme ad altre 100.000 persone, nella condizione di non poter scappare né dall’Isis né dall’esercito siriano. Mancava acqua, cibo ed elettricità. Ci ha detto che gli aiuti umanitari (cibo e medicine) che venivano paracadutati sulla città erano sequestrati dall’esercito siriano per poi essere venduti alla popolazione a prezzi altissimi. Le persone iniziavano letteralmente a morire di fame. Dopo otto mesi di assedio ha deciso di uscire dalla città con l’unico metodo possibile: pagare i militari siriani. Si è diretto con sua moglie e i suoi due figli verso Damasco, ma poi si è reso conto che sarebbe stato troppo pericoloso: molto probabilmente sarebbe stato preso dall’esercito siriano e costretto a prestare servizio militare. Ci ha detto:

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Perciò si sono diretti verso Aleppo e poi verso il confine turco. L’unica cosa che voleva era portare la sua famiglia fuori dalla Siria. Non aveva in mente alternative. Sì, ci ha detto, mi piace tanto l’Italia, sono tifoso del Milan (che comunque dovrebbe tornare in Champions League, perché la Champions League senza il Milan non è la Champions League), ma non avevo come sogno venire in Europa. Una volta in Turchia viene contattato da un amico. Gli dice un gruppo di siriani sta andando verso la Grecia. Si unisce al gruppo, ma ancora l’unico pensiero è che è finalmente uscito dalla Siria. Salgono su una barca, la Guardia Costiera greca li porta a Chios. Solo scesi dalla barca si rende conto che è in Europa. Lui, sua moglie e i suoi figli. In Europa. Mentre ci racconta tutto questo più volte i suoi occhi ci guardano fissi e ci dice “credetemi”. E io penso e dico “ma certo, certo che ti credo”. Da Chios sono stati portati ad Atene e poi lì, al campo di Pieria Ktima Iraklis, dove sta parlando con noi. Suo figlio passa a chiedergli qualcosa, lui risponde, e poi ci dice che lì i suoi figli sono molto contenti. Hanno passato praticamente gli ultimi quattro anni chiusi in casa, in Siria. Adesso possono giocare sul prato del campo assieme agli altri bambini. Poi, assieme alla moglie, sposta la conversazione su Assad, l’Unione europea, gli Stati Uniti e la Russia. La domanda retorica è perché nessun governo ha fatto niente per tutto questo tempo? Perché non c’è stata una pressione politica per mettere fine alla guerra? Perché? Perché Assad è ancora lì? Come può essere ancora al potere un uomo che ha portato la Siria a questo?
Poi, davvero non so come, siamo tornati a parlare di mangiare. Dai “macaroni” alla cucina siriana. Quando gli abbiamo detto che conosciamo i falafel e lo hummus si sono aperti i sorrisi e un mondo di altre ricette siriane. Un ragazzo più giovane, che è stato con noi tutto il tempo in silenzio, si è messo a cercare col cellulare immagini dei piatti e ogni volta ce li mostrava, per farci capire esattamente come fossero. Il nostro amico ci dice che quel ragazzo è di una città siriana sul mare, una città turistica dove d’estate moltissimi vanno in villeggiatura. Adesso, dice, invece che nuotare nel mare nuotano nel sangue. Ma non lo dice serio, lo dice come una battuta, un gioco di parole, come quelle cose che ti vengono in mente e senza pensare dici ad alta voce. È arrivata al tavolo anche la figlia di una coppia siriana che stava a sentire tutti questi discorsi: una bambina di 4 anni, straordinariamente bella e con un’espressione dolcissima. Ci dicono il nome. Dicono che il nome indica una cosa precisa, ma non capiamo cos’è. Il giovane ragazzo che viene dalla città sul mare ci aiuta col cellulare. Ci fa vedere un’immagine. Ora è chiaro. Il nome della bambina è il nome della celletta esagonale dell’alveare dove sta il miele. Diciamo alla mamma che non potevano scegliere un nome migliore per quella bimba. La moglie dice che veramente il nome l’ha scelto il marito. Ridiamo tutti. E poi basta. Poi, dopo i saluti, siamo usciti dal campo. E io avevo in testa ancora il nostro amico siriano e i suoi occhi che ci guardavano fissi e ci diceva “credetemi”. E io penso e dico “ma certo, certo che ti credo”.

Campagna #overthefortress

http://www.meltingpot.org/

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