Trento – La protesta in città dei richiedenti asilo: “Abbiamo bisogno dei documenti”

Pubblicato: 12 maggio 2016 in Notizie e politica, Senza categoria
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Circa ottanta richiedenti asilo questa mattina hanno deciso di mettersi in marcia e attraversare le vie cittadine. Partiti dal centro di accoglienza dell’ex caserme di Via Fersina, hanno raggiunto piazza Dante per poi dirigersi verso la questura, dove una loro delegazione è stata ascoltata dai funzionari della polizia. La protesta, pacifica, ha denunciato le lungaggini del tortuoso iter per il riconoscimento della protezione internazionale. Due sono le motivazioni principali che hanno spinto i migranti di varie nazionalità ad autoconvocarsi, a munirsi di cartelli e uscire dalla invisibilità, individuando – correttamente – nella Questura e nella Commissione Territoriale i responsabili della loro situazione.

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“Abbiamo bisogno di protezione internazionale, invece stiamo vivendo qui senza documenti”

Il primo motivo della protesta, lamentato da un numero cospicuo di richiedenti asilo, è legato all’appuntamento in Questura per la presentazione della domanda di protezione internazionale: “Alcuni di noi sono ancora in attesa del primo appuntamento per le impronte e sono passati 6-7-8 mesi”, spiega un migrante.

La normativa (art.25 del decreto legislativo 142/2015) su questo punto è chiara: “il verbale di presentazione della domanda di protezione internazionale (Mod. C3) deve essere redatto entro 3 giorni lavorativi dalla manifestazione della volontà di presentare la domanda stessa, o entro 6 giorni se la volontà è manifestata all’ufficio di polizia di frontiera. I termini sono prolungati sino a 10 giorni lavorativi in presenza di un elevato numero di domande a causa di arrivi consistenti e ravvicinati”. Quindi il tempo massimo per ottenere l’appuntamento per la compilazione del Modello C3 dovrebbe essere di 10 giorni e non di svariati mesi.

Il perché delle lungaggini è presto detto: sono problemi di inefficienza della Questura di Trento che non garantisce uno smaltimento delle pratiche nei tempi fissati dalla normativa. E’ utile ricordare che senza questa domanda non può essere rilasciato il titolo di soggiorno (art. 4 dlg 142/2015): “Il richiedente protezione internazionale ha diritto al rilascio di un permesso di soggiorno della durata di sei mesi, rinnovabile fino alla decisione sulla domanda […]. Tale permesso consente lo svolgimento di attività lavorativa decorsi due mesi dalla presentazione della domanda di protezione internazionale. Al momento della presentazione della domanda di protezione internazionale, e contestualmente alla sua verbalizzazione, al richiedente è consegnata una ricevuta che costituisce un permesso di soggiorno provvisorio fino all’effettivo rilascio del permesso di soggiorno”. Sulla carta questa dovrebbe essere la prassi, nella realtà i richiedenti asilo che sono scesi in piazza aspettano da quasi un anno per fare il primo passaggio dell’iter burocratico, impossibilitati nel frattempo a svolgere qualsiasi attività lavorativa o di tirocinio.
La seconda forte motivazione della manifestazione è collegata al funzionamento della Commissione Territoriale. “I tempi di attesa per la Commissione Territoriale anche per chi ha presentato la domanda in Questura sono troppo lunghi. E chi riceve un diniego si deve trovare un avvocato e fare ricorso”, racconta uno dei portavoce dei richiedenti.
La Commissione Territoriale che ascolta le storie dei migranti e decide sulla loro vita è quella di Verona. Nel 2015 gli esiti della Commissione sono stati impietosi: su 1419 richiedenti asilo destinati a questa sede solo 404 hanno ottenuto il riconoscimento della protezione internazionale (45 status di rifugiato, 76 protezione sussidiaria, 283 protezione umanitaria) [1]; 146 sono risultati irreperibili, mentre 869 richiedenti asilo hanno ricevuto un diniego e sono stati costretti a trovarsi un avvocato per fare il ricorso in tribunale, oppure sono finiti ad ingrossare le file dei sans papiers. E gli esisti delle altre Commissioni non sono molto diversi: i dati del 2015 raffigurano un quadro allarmante con 41.750 (!) migranti che potenzialmente sono diventati “clandestini”.
Questi i motivi della protesta di oggi, identici a quelli che ritroviamo nelle manifestazioni dei richiedenti asilo in tutta Italia e che rappresentano il loro grido contro il governo e contro un sistema che non è adeguato. Occorre avere il coraggio di capovolgere la prospettiva con la quale si guardano i fenomeni migratori ammettendo che questo sistema, anche nei territori dove i numeri dell’accoglienza sono più bassi, non funziona. Le alternative per migliorare questa situazione ci sarebbero, basterebbe solo un po’ di buon senso e la volontà politica di attuarle. Come prima cosa c’è l’immediata necessità di investire meglio le risorse nel sistema di accoglienza e nell’iter burocratico per garantire un’accoglienza di qualità e snellire i tempi biblici di attesa. Deve terminare l’abitudine a tenere per anni i migranti in uno stato di indeterminatezza che, alla lunga, favorisce solamente forme di assistenzialismo e business dell’accoglienza e l’emergere nei richiedenti asilo di frustrazione e depressione. Ci sono esperienze virtuose e modelli efficienti, come alcuni progetti dello cd. SPRAR: gli standard di qualità e controllo sono imparagonabili rispetto ai centri di accoglienza straordinaria, ma lo Stato preferisce un approccio emergenziale nel quale i tempi lunghi di attesa nuociono a tutto il sistema dell’accoglienza perché drena risorse enormi e non favorisce progetti di accoglienza diffusa e diversificata.
Deve invece prevalere la volontà di fornire ai migranti una immediata regolarizzazione attraverso il riconoscimento di un permesso di soggiorno umanitario e percorsi innovativi di integrazione e lavoro, rompendo definitivamente la strumentale divisione tra migranti economici e profughi di guerra. Ciò non significa paragonare nella forma dello status di protezione chi ad esempio scappa dalla guerra siriana a coloro che fuggono dalla miseria, ma – come stanno riconoscendo varie sentenze dei tribunali – ammettere il bisogno di protezione per tutti coloro che arrivano in Italia. Credere che i migranti indebitati per raggiungere l’Europa e che hanno rischiato la vita in mare siano disposti a lasciare il paese perché privi del permesso di soggiorno è una favola che non porterà a risolvere le situazioni. Semplicemente lascerà i migranti, privi di qualsiasi diritto, in balia dello sfruttamento nei ghetti italiani del lavoro nero o della microcriminalità. Al tempo stesso deve essere rifiutata la logica del trattenimento nei CIE e delle deportazioni che, oltre ad essere costose ed inefficaci, sono lesive dei diritti umani.
I migranti però, in queste loro rivendicazioni di diritti e dignità, non possono essere lasciati soli: hanno bisogno che si uniscano a loro gli operatori solidali dell’accoglienza, gli avvocati che difendono i loro diritti, gli attivisti e volontari no border che in tutta Europa si stanno mobilitando nelle zone di confine e contro la chiusura delle frontiere, quella cittadinanza attiva che negli scorsi mesi è scesa in piazza dando un simbolico “Welcome” ai rifugiati: solo così sarà possibile ottenere dei risultati e non trovarci di fronte a scenari ancora più bui.

http://www.meltingpot.org/

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